ELPENORE UN PERSONAGGIO

DA OMERO AI TEMPI MODERNI

di Crescenzio Sangiglio

Parafrasando Manzoni, potremmo cominciare col chiederci: Elpènore, chi era costui?

E' probabile che, a chi abbia compiuto studi liceali classici, questo nome possa anche non suonare nuovo ed essere altresì rimasto un certo, magari nebuloso, ricordo di questa, in fondo più che secondaria figura omerica, fors'anche addirittura negativamente collegata con la indimenticabile "sfaticata" dell'apprendimento degli antichi autori classici greci.

Davvero, tra tutti i personaggi dell'Odissea, strana la sorte di questo Elpènore, anche lui comunque rappresentativo di una tipica "natura" umana, un carattere esemplare e modello, come peraltro in Omero si riscontra nella maggior parte dei suoi reali o fantastici, storici o mitologici protagonisti o meno. E strana sorte perchè dall'iniziale racconto omerico (tra il X e l' VIII sec. a.C.) e lungo un successivo silenzio di almeno 26 secoli, all'improvviso, nel secondo quarto del 1900, il suo nome come per incanto riemerge e inizia, si direbbe, una seconda vita, una progrediente narrazione, stavolta ricca di sviluppi fin quasi al 2000, come eponimo attore o come personificazione, nelle opere letterarie di poeti e romanzieri europei e americani.

Sicuramente è per lo meno singolare la reviviscenza proprio di un personaggio in fin dei conti assai ambiguo, di nessun particolare peso specifico a scapito di altri che, in entrambi i poemi omerici, si presentano forniti di ben altre qualità, oltre che di incomparabilmente maggior impatto emotivo ed attrattiva popolare.

Tant'è. La figura di Elpenore fa la sua prima apparizione e trova spazio in tre Canti dell'Odissea: nel X, XI e XII, in una panoramica che va dalla circostanza della sua morte al suo incontro con Ulisse nell'Ade fino alla sua sepoltura in riva al mare. Tre riferimenti precisi a "un tale Elpenore", per complessivi 47 versi, sembrerebbero troppi, sproporzionati rispetto all'importanza del personaggio, se non si tenesse conto del fatto che l'episodio di Elpenore trova in pratica la sua piena giustificazione sia nel significato dell'incontro di Ulisse con Circe, che nella simbolizzazione della particolare ospitalità di Circe e infine nel viaggio di Ulisse tra i morti(la prima Νέκυια).1

E' ovvio che senza Ulisse, senza Circe e senza il percorso negli Inferi Elpenore non avrebbe potuto esistere. Nella loro triplice interconnessione quindi Elpenore viene perfettamente "incastonato", acquisendo una propria storia compiuta, pur essa emblematica, nonostante la "scarsezza qualitativa" in sè e per sè in quanto essere umano.

La partenza di Ulisse e compagni dall'isola di Circe non potrebbe effettuarsi se prima non avviene l'incontro nell'Ade con l'indovino Tiresia, che dovrà predire le circostanze del viaggio di ritorno ad Itaca.

Cominciano i preparativi e Ulisse incita il suo equipaggio a por fine agli ozi nella reggia di Circe.

E lì, allora, che

un certo Elpenore, di tutti il più giovane, che in guerra

valoroso non s'era mostrato, nè buon comprendonio aveva,

nella sua ubbriachezza cercando frescura in qualche parte

lontano dai compagni volle sdraiarsi nella soffitta di Circe.

E lassù il calpestio dei compagni che partivano

udendo e le loro voci, d'un tratto, svegliandosi balzò in piedi,

ma nello stordimento della mente non ricordò

di scendere la scala alta che aveva salito

e dalla linea del tetto precipitando il collo

gli si spezzò e la sua anima nell'Ade discese.

(Odissea, X , vv.552-560)

Peggior ingresso in scena per Elpenore non avrebbe potuto immaginarsi! Un' apparizione non proprio eroica, come d'altronde tutt'altro che eroico era stato, secondo le parole del poeta, il suo comportamento in guerra, cioè nella battaglia davanti a Troia.

Appare chiara, quindi, nel racconto omerico, la configurazione eminentemente antieroica di Elpenore, non tanto a causa della sua giovane età, quanto piuttosto dovuta ad un fatto che oggi si definirebbe "genetico".

In ogni modo il lungo abbandono alle mollezze e gallorie nel palazzo di Circe non può non aver esercitato un nefasto influsso sulla salute psicologica di un essere per costituzione fragile, debole e ingenuo come è l'Elpenore odisseico, il cui comportamento, in genere superficiale, non potrebbe che trovarsi accentuato e aggravato dal "poco comprendonio" che lo distingue, cosa che potrebbe anche, a rigore, suscitare una qualche pietosa simpatia, ma non certo ammirazione o rispetto.

Quando Ulisse scende nell'Ade per ottenere il responso profetico di Tiresia, la prima anima che gli viene incontro ansiosa è quella di Elpenore, la cui morte sembra essere da tutti ignorata, apparentemente nessuno dei compagni essendosene accorto di alcunchè.


Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

Esclama Ulisse sorpreso:

Nella tenebra senza sole, Elpenore, come giungesti? come

qui scendesti prima della nave che mi portò quaggiù?

(Odissea, XI, vv.57-58)

E' un'anima in pena, perchè la sua spoglia mortale non era stata ancora tumulata. E una sola cosa chiede ad Ulisse, ma fondamentale e assolutamente indispensabile nella pratica vocazione religiosa:

...ricordati di me:

senza pianto e sepoltura, disinteressandoti, non lasciarmi partendo

....................................................................................

ma inceneriscimi con le armi ch'erano mie quando ero vivo

e lì, in riva al mare, un sepolcro appresta

a me sfortunato, che mi ricordino le future progenie.

E quando ciò avrai fatto, un remo conficca nella tomba,

quello che avevo in vita vogando coi compagni.

(Odissea, XI, vv. 71-78)

ciò che Ulisse si affretta a compiere ritornando a Eea, prima di riprendere il viaggio verso Itaca

Ora, a parte da ogni giudizio sulla organicità o meno dell'episodio di Elpenore che alcuni2 considerano aggiunta successiva, in un'epoca in cui il tema della "discesa tra i morti", la Νέκυια, veniva recitato come testo poetico autonomo,3 - il che a mio parere sembrerebbe poco plausibile nel caso specifico data l'insistenza del poeta antico nel trattare la "storia" di Elpenore nel corpo di ben tre canti, ciò che avrebbe comportato per l'autore posteriore la necessità di estrapolare addirittura tre "frammenti" per costruirne una unitaria "poesia autonoma" - quello che maggiormente interessa nell'analisi del testo omerico è piuttosto evidenziare la "tipologia umana", i codici semiotici che la personalità di Elpenore rivela e che costituiscono, per così dire, il suo precipuo segno distintivo.


Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

Elpenore è l'unico, tra tutti i compagni di Ulisse, a trovarsi ancora, mentre gli altri erano già affacendati nei preparativi della partenza, in stato di ebbrezza, prolungando quindi indebitamente un'acquiescenza all'edonismo, un'ultima "coda" che poi si tradurrà in tragedia.

I versi di Omero sul modo di essere e comportarsi di Elpenore rivelano certamente poca considerazione, per non dire un malcelato discredito. Così come delineato, Elpenore è l'uomo dappoco, con una buona dose di sciocchezza e avventatezza, unicamente istintivo, poco affidabile e incapace di dominare e sopra tutto superare le situazioni incomode. Palesemente appare il contrario di Euriloco. E non brilla neppure per valore guerriero. Insomma, il tipico non-eroe, la negazione della dignità umana e l'esaltazione dell'irrazionale, incontentabile edonismo:

ΑΣΕ ΜΕ ΔΑΙΜΟΝΟΣ ΑΙΣΑ ΚΑΚΗ ΚΑΙ ΑΘΕΣΦΑΤΟΣ ΟΙΝΟΣ

(Odissea, XI, v. 61)

Un confronto con il virgiliano Palinuro4, o un rimando che per astrazione potrebbe anche apparire operativo e attraente, non credo sia propriamente proponibile, troppo diversi essendo gli esiti figurali dei due personaggi nelle vicende della loro vita terrena e nella loro morte, anche se il poeta latino nei tratti del suo Palinuro aveva forse inteso semanticamente avvicinarsi in certo modo alla figura di Elpenore. Al contrario sembrerebbe più valida l'esistenza di elementi comuni tra la sepoltura del trombettiere Miseno5 e quella di Elpenore: anche Miseno non era stato sepolto e la sua tomba manifestamente "fotografa" la tomba di Elpenore.

o o o

Dopo Omero nessuno si ricorderà più di Elpenore. La sua presenza nella letteratura ritornerà nel 1917, quando Ezra Loomis Pound nel Canto I rifarà il percorso omerico di Elpenore seguendone quasi fedelmente le tracce.

Con l'interpretazione di Pound viene inaugurata una nuova stagione e visione di questo "minimo", ma nondimeno emblematico personaggio odisseico, che si dilaterà in ampi confronti e parallelismi simbolici, talora giungendo anche a radicali diversificazioni testuali in una metamorfica tematico-argomentativa recensione, pur nel mantenimento della generale significazione ideale del personaggio originario.

Nella poesia di Pound Ulisse racconta il viaggio, ma sopra tutto la permanenza nell'Ade, intesa a ricevere da Tiresia la previsione del suo ritorno al patrio suolo.

Anche qui il primo a farsi avanti, in mezzo a "giovani e vecchi che molto ebbero a soffrire:/ anime macchiate da lacrime recenti, tènere vergini,/ molti uomini, feriti dalle punte di rame delle lance,/...ancora con le armi insanguinate", è Elpenore, "il nostro amico Elpenore": un'esclamazione di affetto, fors'anche di comprensione, che leggermente attenua(discostandosene) il velato scherno e l'ironia - "un certo disprezzo", dirà più tardi Jannis Ritsos6 - del testo omerico.

Il poeta moderno vede Elpenore con occhio pietoso("compassionevole spirito"): è un essere umano sfortunato, che nessuno protegge e quindi facile a precipitarsi nella rovina e nella morte. L'unica sua colpa: il troppo vino, che ha reso probabilmente più decisiva la caduta e la rottura dell'"osso del collo...sopra il muro".

La prova della simpatia per questo Elpenore in fondo tragicamente innocente e incapace di gestirsi, sta tutta nel verso conclusivo dell'incontro con Odisseo, un verso epigrammatico, si direbbe apodittico, che dà principio ad una nuova collocazione etica del personaggio e presagisce per lui un'altra esistenza nell'avvenire, una specie di immortalità che in Omero apparirebbe assolutamente improbabile, anche se adombrata nell'auspicio che rivelano le parole di Elpenore("che mi ricordino le future progenie").

Questi diventa così

un uomo sventurato, con un nome per il futuro.

E' questo l'epitaffio che Elpenore chiede a Ulisse di incidere sulla sua sepoltura in riva al mare. Ed è un verso profetico di Pound, giacchè costituirà il punto di partenza di un cospicuo e duraturo interesse letterario per la figura del personaggio omerico che giungerà fin quasi ai primi del XXI secolo, provocando nel contempo la nascita e lo sviluppo di tutta una "filologia elpenorea" nella quale il carattere di tale personaggio si riprodurrà nell'interpretazione di non poche varianti fisico-psicologiche dell'uomo antico riflesso nelle contingenze della vita dei tempi moderni e contemporanei.

Al riguardo è stata pertinentemente messa in risalto7 la coincidenza tra la "natura non eroica" dell'Elpenore odisseico e i "tempi non eroici"(praticamente gli anni successivi al primo conflitto mondiale) durante i quali è avvenuta la sua reviviscenza "europea". Non solo. Alla non eroicità del personaggio e dei tempi potrebbe parimenti aggiungersi la parallela "fame di edonismo" riscontrabile in entrambi, una irrefrenabile tendenza verso ogni possibile esperienza voluttuosa al di fuori delle convenzionali misure sociali ed etico-religiose.

Simbolo dell'uomo incapace di superare le offerte e proposte terrestri di capziose delizie,8 e condannato a trovarsi nella stessa sorte di Elpenore è in fondo anche il personaggio di Mauberley nell'omonima opera dello stesso Pound:9 una mediocrità che nulla varrà ad elevare alla suprema dignità artistica rimanendo nel limbo di una insignificanza senza scampo.

Nel poema del poeta americano(IV, 20-25) i lineamenti di Hugh Selwyn Mauberley corrispondono a chiari tratti a quelli dell'Elpenore omerico e non è nullamente da escludere che abbiano altresì fornito la più caratteristica traccia per la definizione dàtane poi da Seferis nel sottotitolo alla seconda parte del Tordo, "Il sensuale Elpenore"(e non escluderei anche il più intenso "Il voluttuoso Elpenore" ).

I versi di Pound sono rivelatori:

e sopra il remo

leggi questo:

"Ho vissuto,

ma non esisto più:

qui è stato trascinato

un Edonista."

così che l'immagine che ne scaturisce appare ed è la copia perfetta dello sfortunato e irriflessivo compagno odisseico.10

Certo, l'analogia che potrebbe individuarsi in questo confronto - come alcune altre che in prosieguo saranno passate in rassegna - con la tipologia umana delineata nell'Odissea e poi nel XX sec. divenuta paradigmatica, potrebbe a prima vista apparire poco pertinente nella comparazione di personae così lontane l'una dall'altra nel tempo e nello spazio. Sennonchè, a scanso di equivoci, va subito notato che essa(analogia) si realizza compiutamente solo in quanto il contenuto psicologico-comportamentale del personaggio moderno trae linfa e tradisce intime ideologiche connessioni con l'antica creazione. Pertanto, di conseguenza, va evidentemente ignorata, perchè deviante e non concludente, sia ogni attinenza a connotati di immagine esterna rapportati unicamente a diverse contingenze locali e temporali lontane tra di loro sia ogni identificazione puramente episodica, per privilegiare invece un accostamento basato sopra tutto su corrispondenze di destino e correlati itinerari psicologico-sentimentali dei personaggi.11

Nel 1919, due anni dopo l'introduzione nella letteratura europea della "storia" di Elpenore da parte di Ezra Pound, la lezione è raccolta la Jean Giraudoux che pubblica la novella "Elpénor" in cui la medesima tematica viene riproposta ed allargata a nuovi risvolti.

Lo scrittore francese vi offre una visione del tutto innovante e originale attraverso implicazioni di vita che permettono la formazione di interessanti anacronismi,12 talchè la specifica struttura odisseica rinasce a novella esistenza in certo modo diventando immediatezza ed attualità.

L'intero tessuto del racconto di Giraudoux13 pur mantenendo una certa linea di contatto con l'atmosfera e con alcuni punti di riferimento del testo antico, si muove in un mondo affatto particolare attraverso azioni ed eventi insoliti, enunciati di singolare novità e apofantici percorsi di riflessione.

L'avventura di Elpenore emerge molto più complessa: due interi capitoli ne snodano le sequenze figurali, in cui addirittura Elpenore e Odisseo giungono a confondersi e sostituirsi a vicenda in un gioco di trasformazioni personali nel quale gli dèi non dovrebbero essere del tutto estranei.

Anche qui Elpenore fa il suo ingresso in scena in maniera piuttosto disastrosa nel momento in cui Ulisse e compagni si preparano a salpare per scendere negli Inferi all'incontro di Tiresia: è sempre vivo, maldestro e babbeo, tanto da meritarsi l'incondizionato disprezzo, decisamente diretto, non solo da parte di Euriloco, astuto, cinico e gradasso, ma anche di un nuovo personaggio che vi fa la sua apparizione, Perìmide, geloso, calcolatore e subdolo.

"Sempre primo nelle scappate, ultimo ad imbarcarsi...il primo ad essere tramutato in maiale": caratteristiche che non si discostano troppo dalla descrizione omerica, e inoltre fuori misura allocco, al punto da costituire per ciò stesso un costante pericolo per tutti gli altri. "E' alla fonte di ogni nostra disgrazia" dice Giraudoux, e più tardi Seferis, riprendendo la sostanza di tale concetto, non esiterà ad affermare: "non dimentichiamo che gente come questa, semplice e senza malizia appunto perchè docile, è spesso il miglior veicolo del male che altrove ha la sua sorgente."14

Ulisse non intende di certo portarsi un tipo come Elpenore nell'Ade e per ciò ordina di farlo ubbriacare e lasciarlo in cima al palazzo di Circe.

Giraudoux qui chiaramente innova.

La partenza della nave coincide con la morte (la prima morte) di Elpenore, precipitato dal terrazzo(in questo particolare la "versione" di Giraudoux coincide con quelle di Omero e di Pound). E all'arrivo di Ulisse nell'Ade l'ombra di Elpenore è già lì, con una differenza però importante oltre che sorprendente: molto stranamente Ulisse non scorge nell'ombra che gli si para davanti la figura di Elpenore, ma quella del figlio Telemaco! E' anche vero però che questa "confusione" viene in certo modo "indotta" dal fatto che l'ombra che si accanisce nel tormentare Ulisse investendolo addirittura come una "nebbia", gli suggerisce essa stessa una presenza del figlio: "non riconosci tuo figlio?".

A questo punto in Giraudoux, per la prima volta nella "storia letteraria" di Elpenore, verrebbe a configurarsi tra quest'ultimo e Odisseo l'esistenza di un rapporto che non è semplicemente quello normale tra due compagni di viaggio(o di avventura), ma qualcosa di più personale, che presupporrebbe una qualche relazione affettiva: ricordandogli di "suo figlio", Elpenore non credo che abbia voluto far credere ad Ulisse di essere davvero "suo figlio Telemaco" cercando di trarlo in inganno, ma solo qualcuno che Ulisse stesso in passato aveva forse "adottato", per affetto o/e per protezione della sua fragilità, e sentito come un figlio, come suo figlio!

Questo, per parte di Elpenore, giacchè Ulisse non pare proprio, contrariamente al racconto odisseico, apprezzare l'incontro con quel suo ex compagno: "Vattene! O che vuoi?".

Inutile attacco verbale. Elpenore anela ed esige la sepoltura, l'estremo atto di pietà per pervenire finalmente all'eterna quiete, atto che rispetto ad Ulisse assume l'inderogabilità di un dovere.

Ma la vita di Elpenore appare ed è molteplice. L'assurdità e inammissibilità del suo cadavere nel palazzo di Circe spinge questa a chiedere a Zeus di risuscitare Elpenore per una nuova vita così da poter egli, a suo tempo, morire lontano dall'isola della maga. Ancora una volta l'interpretazione di Jean Giraudoux crea dinamiche e circostanze del tutto nuove: così Elpenore rivive, scende dalla pira pronta a bruciare il suo corpo morto e si associa agli altri compagni e a Ulisse nel viaggio di ritorno ad Itaca.

E' fatale l'approdo all'isola del Sole e il massacro dei "buoi sacri". La seconda morte di Elpenore, aggrappato a Ulisse dopo il naufragio vendicatore del dio, avviene nel mare. Elpenore è sempre vanitoso e sciocco, cosicchè, " lusingato dalla adulazione, nel suo entusiasmo apre le braccia, si distacca da Ulisse e...cola a picco".

Ulisse si salverà e15 approderà, un'altra identità estroflessa, all'isola dei Feaci. Ma è davvero Ulisse? In realtà la sorpresa è in agguato. Un altro capovolgimento: le personae si confondono tra di loro: tra morte e vita i confini svaniscono, Ulisse sparisce ed è Elpenore che incontra Nausicaa ed è ospite di Alcinoo.

La terza morte di Elpenore, che sarà quella definitiva, si compirà nel regno dei Feaci, quando egli, trasformato da Apollo in Marsia e tanto immedesimatosi nel personaggio da diventare arrogante e ingiuriare gli dèi, viene da Apollo stesso squartato e la sua pelle appesa ad un albero.

E' il momento in cui i Feaci scorgono al posto del "piccolo" Elpenore il "gigante" Odisseo. Elpenore non c'è più.

E sta qui il fascino del concentrico impianto semiotico di Giraudoux: sono le ambivalenze metamorfiche dei personaggi come una rifrazione eterotopica nella spazialità del tempo.

Dato quanto precede, pertanto, non può sfuggire all'attenzione come in Giraudoux il carattere di Elpenore si discosti diametralmente dal carattere, in fondo stereotipato, di tutti gli altri autori che hanno inserito nella loro creazione poetica tale personaggio. Così, Giraudoux nella "giostra" delle tre morti di Elpenore ha dato vita ad una figura assolutamente nuova, pur muovendosi in un ampio campo di reminiscenza sia omerica che più ampiamente mitologica. Originali e distintivi sono i connotati di Elpenore nella fantastica carrellata delle sue avventure, dove la sua immagine si pone in ogni momento in bilico con quella di Ulisse, in ciò traducendo l'intima correlazione che lega i due attraverso le loro opposte qualità/difetti, in una prismatica definizione caratteriale umana.

In parte la simpatia di Giraudoux verso il suo Elpenore troveremo, venticinque anni dopo, nel medesimo sentimento con il quale Seferis tratteggerà il suo Elpenore.

Nel 1922 James Joyce pubblica il romanzo Ulisse.

Certo, il contesto joyciano di questo "Ulisse" si è già alquanto allontanato dal modello omerico, seguendo una trama ampiamente diluita in termini variamente generali, così da essere in pratica insostenibile qualsiasi tentativo di individuarvi sicuri e costanti parallelismi semasiologici con l'antico protagonista, tanto l'entroterra fenomenico che adotta diverge di propria vita.

Nondimeno un personaggio, non tra i principali, potrebbe a rigore consentire l'idea di una qualche attinenza con la figura elpenorea: Paddy Dignam tratteggia un carattere assai prossimo a quello di Elpenore, sia pure in una versione corrispondente ai tempi in cui si svolge l'azione del romanzo, cioè un Elpenore moderno.

Anche per l'eroe dello scrittore dublinese un eccesso lo condurrà alla morte, un eccesso di edonismo, un eccesso di ebbrezza dei sensi: il troppo alcol, come il "troppo vino" e la cattiva sorte provocano la sua morte nel componimento di Pound. E sarà ugualmente una morte improvvisa e istantanea, come in un sonno, elemento che Pound non adotta esplicitamente, ma è invece ben presente nel canto omerico.

Dice Joyce:

- Un brav'uomo, come si deve, disse il sig. Dedalus. Se n'è andato di colpo.

- E' scoppiato, disse Martin Cunningham. Il cuore.

.............................................................................................

- Poveraccio, una morte improvvisa, disse (il sig. Power).

- La migliore morte, disse il sig. Bloom.

.............................................................................................

- Senza soffrire, disse. In un botto. Come morire nel sonno.

(Ulisse, 6o episodio, Ade)

Altrettanto Elpenore, che muore quando meno se l'aspetta, una botta e via! E nel sonno, giacchè il suo spirito era ancora immerso nel sonno, oltre che nello stordimento dell'ubbriachezza, quando precipitava dalla scala.

Vi è una compassione, e pure un certo spirito affettivo, nelle parole di questo dialogo. Joyce non disprezza il suo "Elpenore", malgrado la futilità di cui dà prova e l'imprevidenza del suo comportamento. Diversi anni più tardi lo stesso compatimento e la stessa indulgenza esprimerà Jorgos Seferis per il suo Elpenore, anche se in separata sede d'interpretazione rileverà la concreta esistenza di una pesante negatività in un simile tipo di uomo,16 nei termini che vedremo più sotto.

Passeranno più di un decennio per ritrovare in poesia il "mito" di Elpenore. Nel 1933 ancora un poeta americano, Archibald Mc Leish, assumerà a protagonista di un suo testo poetico lo sfortunato e avventato non-eroe odisseico, in un monologo parenetico indirizzato nell'Ade a Ulisse, unico mortale ad esservi disceso da vivo.17

E' un Elpenore assolutamente diverso da quelli per così dire "tradizionali" sinora incontrati, un essere (un'anima) perfettamente consapevole della morte, anzi esperto di morte, sua e dell'umanità, tragicamente pessimista e dolorosamente lucido nella constatazione del "marciume dei tempi". Il suo "intervento" rivela una mente attiva, vigile, conscia della realtà dei fatti e delle loro conseguenze. In sostanza, nulla a che vedere con il modello originale e le "trascrizioni" novecentesche dei precedenti autori.

A giusto titolo è stata riscontrata in questo Elpenore una spiccata analogia con il "narratore" dell'"Itaca" di Kavafis:18 un uomo saggio che ben conosce l'inconsistenza delle umane aspettative:

Le vie marine si estinguono,

e solo vecchie signore

rievocando tuniche scarlatte

sperano di ritornare ai loti

ed ha altresì ben chiaro il significato del cammino da seguire:

La sola strada è dritto avanti

fino alla conquista della natura incontaminata e della genuina terrestrità "facendo rotta verso la Stella Vespertina".

Ad un Odisseo "che escogita cavalli e macchine" va un consiglio del tutto rivoluzionario, in pratica all'estremo opposto di ogni logica rapportata all'idea del nostos: il ritorno dovrà essere

No ad Itaca,

non più alle stanze nuziali, ma alle alghe

secche sotto i rovi

e gabbiani e un'altra alba

perchè il viaggio ideale dell'uomo deve giungere

fino alla patria

di una nuova terra, a un oceano

mai prima solcato.

Non vi è chi non ritrovi in questa prospettiva il riflesso dell'esortazione dantesca nel suo Ulisse.19 Se però è pur vero che nel poema di Mc Leish è palese il riferimento a Dante e a Cavafis per quanto riguarda il fondamentale destino e compimento dell'essere umano nella maggiore conoscenza da acquisire lunga l'avventura della vita sulla terra, non meno appare chiaro il modo in cui l'autore medievale e quello moderno si differenziano nell'orizzonte valoriale del concetto della destinazione dell'eroe che è sempre l'uomo: Kavafis vede nel ritorno alla sorgente la perfetta chiusura del cerchio, il percorso di una somma empirica sublimizzata nella ricchezza della cognizione e dell'esperienza pathica, mentre Dante(e Mc Leish, tramite il suo Elpenore) intende proiettare l'uomo oltre i limiti umani, ad una dimensione della perfezione conoscitiva sovrumana e trascendentale, quasi una sfida alla suprema sapienza divina. Così va l'uomo "sempre avanti"

inalzando il suo fumo,

crèpino dèi e profeti!20

Elpenore qui crea il "proprio" Ulisse e gli dà coscienza e sostanza.21 Per se stesso null'altro che una tomba, addirittura anche anonima,22 ma almeno con il simbolo della sua fatica terrena, il remo, piantato ritto nella sabbia, unico "segno", unica ma sufficiente indicazione per i posteri che lì è sepolto Elpenore e solo Elpenore23, quasi uno spazio archetipico.

o o o

Jorgos Seferis nell'illuminante lettera-saggio inviata a Jorgos Katsìmbalis, che lo aveva pregato di scrivere un testo che potesse fornire una certa "interpretazione autentica"24 del poemetto "Tordo" in aiuto ai lettori interessati, scriveva nel dicembre del 1949:25

"Sarei apparso forse più esplicito se il lettore avesse considerato alcuni punti del mio precedente lavoro, dove Elpenore si presenta sia come carattere personale che come carattere collettivo. Per quanto io possa ricordarmi, adesso, comincerei dalla "Svolta". Gli "insipienti e sazi" che hanno mangiato i buoi del Sole, sono Elpenori".

Già: uno dei primi componimenti di questa raccolta, dal titolo per più versi significativo, edita ad Atene nel maggio del 1931, porta il titolo "I compagni nell'Ade". Si tratta ovviamente dei compagni di Ulisse che, ingordi e sacrileghi, per soddisfare la loro fame arretrata non esitano a sgozzare gli animali sacri andando in tal modo incontro alla vendetta divina:

Ed essendoci rimasto solo pane secco

che cocciutaggine

mangiare in riva al mare

del Sole i pigri buoi

ciascuno come un castello

per combatterlo

quarant'anni e finir

per diventare un eroe e una stella

avevamo fame sul dorso della terra,

e dopo aver mangiato a sazietà

ci siamo sdraiati quaggiù

insipienti e sazi.

Collettivamente dunque i segni distintivi del carattere elpenoreo, edonismo, materialità e stolidezza, oltre che una certa dose di incosciente ma non meno colpevole ingenuità, si ritrovano, chiara trasposizione morfologica, nel comportamento di questo manipolo di scalmanati famelici incapaci di dominare gli impulsi del corpo e secondare la voce della ragione, comunque essa si fosse manifestata

Peraltro, Elpenori sono, secondo Seferis, anche gli Argonauti,26 fatalisticamente sottomessi al destino del viaggio, alla fine del quale

i loro remi

indicano il luogo dove dormono sulla spiaggia

e insignificanti, cosicchè

nessuno li ricorda. Giustizia.

considerato che la non-memoria è direttamente proporzionale alla totale mancanza di "consistenza" autoreferenziale.

"Ed è giusto che nessuno li ricordi: non sono eroi, sono Elpenori", dice Seferis: un'altra collettiva caratterizzazione elpinorea per uomini di pochissimo conto, anche se "bravi ragazzi". rigorosamente senza alcuna personalità, sempre identici a se stessi nella loro negatività e sempre con lo "sguardo abbassato" sui remi e sugli scalmi con i quali le loro anime s'identificano.

Seferis, credo, provi una sincera simpatia per loro, che colloca in una particolare "categoria", intermedia tra "gli eroi omerici e i Tersiti":27 uomini che suscitano affettuosa compassione, "mediocri e sprecati" come sono, dediti alle fallaci felicità dei sensi e inconsapevoli della loro costituzionale insensataggine.

In Seferis sono i moderni argonauti, quelli che riflettono i tempi storici nei quali vivono, tempi instabili e mediocri, in un viaggio votato al fallimento nell'universale insensibilità(erano gli anni che "preparavano" le dinamiche foriere dell'orribile macello della seconda guerra mondiale - tutti argomenti che nulla hanno a che vedere con gli eroi del mito e la loro gloria sempiterna.

In ogni modo, la figura di Elpenore trova la sua più completa fisionomia in quelle poesie di Seferis dove viene "narrata" come carattere personale.

Sin dal 1935 evidente eco degli antichi versi:

un certo Elpenore, il più giovane

(Odissea, XI, 552)

si trova nel componimento "Bottiglia nel mare":28

Qui in mezzo ai ciottoli abbiamo trovato una moneta

e ce la siamo giocata ai dadi.

Il più giovane l'ha vinta e s'è perduto.

Di nuovo abbiamo salpato coi remi spezzati.

Anche se nessuna esplicita menzione v'è del nome di Elpenore(o almeno non ancora), l'allusione non necessita di alcuna prova: è il più giovane, il più fortunato/sfortunato, colui che "si perderà" nelle maglie dell'incoscienza e della volubilità. E più tardi, nella poesia "Racconto"29 sarà sempre lui,

l'uomo che va piangendo

nessuno sa dire perchè

........................................

Altri mentre passava l'hanno

udito parlare da solo

di specchi infranti anni addietro

di infrante sembianze negli specchi

(specchi) che poi diventeranno "statue piegate"30 quando ogni speranza di reviviscenza dell'amore starà per morire definitivamente nella memoria e nell'inutile aspettativa, e la disambiguata "vacuità" della persona Elpenore è incontrovertibile:

non rappresenta nulla

in pratica come ogni cosa a cui ci si è troppo assuefatti, divenuta semplicemente insanabile ipostasi elusiva.

E ancora ritornerà,31 quattro anni dopo32 sempre infelice simbolo di scapataggine e ignavia, che pure desta nostalgia e pietà

mio caro Elpenore! Mio stupido, povero Elpenore!

Così, questa insistente presenza dell'anti-eroe omerico nella poesia seferiana giunge al suo apice, articolandosi in varie direzioni e intensità, e finalmente si compendia in modo pregnante nel poemetto che rappresenta una delle migliori espressioni dell'arte poetica di Seferis: il "Tordo", titolo che riproduce il nome del relitto di una piccola nave naufragata nei pressi dell'isola di Poros, lungo le coste dell'Argolide nel Peloponneso.

L' "idea" di Elpenore (e di Circe) fa la sua apparizione subito nella prima delle tre sezioni del poemetto, dal sottotitolo "La casa vicino al mare", nel contesto di un viaggio nella memoria che il narratore(non altro che Odisseo) compie al ritorno in una casa una volta familiare e cara ed ora "con molte finestre aperte", nuda e dispettosa perchè spogliata della sua anima vivificatrice.33

E' preannunciato un arrivo:

sto pensando

che qualcuno si appresta a venire, che lo stanno abbigliando

con vestiti candidi e neri con gioielli multicolori

qualcuno che è morto

e si prepara a venire per salutarmi

dove è più che plausibile che quel "qualcuno" sia proprio Elpenore, se è vero che è Elpenore colui che, nei primi versi della seconda parte del poemetto, il giorno prima era stato visto

fermarsi davanti alla porta

sotto la mia finestra.

E poi c'è anche una donna, sicuramente Circe, attraverso la quale l'incontro tra i due uomini può aver luogo, giacchè è un incontro che avviene nell'ambito del mondo dei morti e Circe ne costituisce l'ideale tramite e consigliere: una Circe astratta, impersonale, indispensabile elemento connettivo tra Ulisse ed Elpenore (la relazione tra questi ultimi palesemente si giustifica in pieno grazie al reciproco collegamento con Circe).

E' la donna che viene dai caldi porti del sud - Smirne, Rodi, Siracusa, Alessandria - ,34 colma di aromi, di frutti e di erbe preziose, altera e indifferente35 per quelli che dormono, inebetiti dall'ubriacatura dei sensi, "sotto la scala", fors'anche tramutati in maiali. Insomma, una donna fatale, certamente molto bella, non obbligatoriamente una maga, per la quale Seferis "riscopre" due aggettivi antichi tratti da Esiodo, Omero ed Eschilo:36 "dagli occhi vividi/ dal cinto profondo": ελικοβλέφαρη/βαθύζωνη.

La seconda parte del poemetto è divisa in due sezioni dal titolo rispettivamente "Il voluttuoso Elpenore" e "La radio": la prima è dedicata interamente ad Elpenore, mentre nella seconda Odisseo riprende direttamente il monologo della persona narrante.

Elpenore vi appare, memore di passate focose sensazioni, alla ricerca disperata di un nuovo approccio con Circe, l'indimenticabile sensualità: "sensuale e timido, maldestramente" - dice Seferis37 - "tutto il contrario dell' 'irresistibile seduttore,' si sforza con similitudini e circonlocuzioni di parlarle dell'amore dei corpi".

E' l'ultima volta che i due s'incontrano. Elpenore è ancora vivo, è "poco prima di cadere e rompersi l'osso del collo", è ancora e tuttora ingenuamente ardente, nel sangue ancora il ricordo delle lascivie tra le braccia della donna("Elpenore non ha potuto dimenticare quella lussuria. La sua nostalgia per il ritorno si richiama al porcile", dice Seferis).

D.N. Maronitis ha ben intravisto in questa connotativa posizione fisica e in questo immutabile stato d'animo di Elpenore "l'incarnazione della molle natura del sentimentalismo e della fragile mente". E' così dunque che, mentre "Odisseo non resiste alla voluttà, ma pure la penetra e la esaurisce, i suoi compagni all'inverso la voluttà li assorbe e li esaurisce".38 Naturalmente di questi compagni del tutto inaffidabili negli assorbenti sconvolgimenti carnali e mentali della voluttà Elpenore costituisce l'esempio più flagrante e persuasivo.39

In ultima analisi la lotta è impari. Ci si rende subito conto che Elpenore, nel suo fatale spaesamento sentimentale, ne uscirà sconfitto, un po' per la totale, ostile indifferenza della donna(Circe) e un po' per il genere di discorsi che egli le rivolge, di un lirismo fuori luogo e tempo che va a cozzare, frantumandosi, sul freddo, addirittura volgare, si potrebbe precisare, realismo di lei: "guardava con impazienza / là dove stavano friggendo del pesce: come una gatta".

Al chiaro di luna

le statue si piegano talvolta come le canne

in mezzo a frutti vivi - le statue:

..................................................................

si piegano: diventano lievi, con un peso umano

è poetico Elpenore, ma

Le statue stanno nel museo

risponde Circe, pedestre e quasi gelida, sicuramente insofferente; inutile, giacchè il suo "spasimante" non demorde, riprende nuova lena, in un altro estuoso flusso di malcelata brama di piacere, insiste nel ricordare la pressante incombenza delle statue:

No, ti perseguitano, come puoi non vederlo?

voglio dire, con le loro membra spezzate,

col loro aspetto d'una volta, che non hai conosciuto,

ma pure hai presente.

ed è in questa evocazione del passato che quasi impercettibilmente viene ad insinuarsi dolceamaro un senso di nostalgia nel quale però la figura di Elpenore sbiadisce e implicitamente prende tacita consistenza, vagamente si addensa concretandosi l'immagine di Ulisse dalle mille esperienze e nella indistruttibile memoria di esse:

Come quando giunto

alla fine della tua giovinezza ti trovi ad amare

una donna ancora rimasta bella, e nuda avendola

tenuta nel meriggio temi continuamente

la memoria che si desta nel tuo amplesso:

temi che il bacio non ti tradisca rivelandoti

ad altri letti ormai lontani nel passato,

che potrebbero però farsi incantesimo

tanto ma tanto facilmente e risuscitare

sembianze nello specchio, corpi un tempi vivi:

la loro voluttà!

Sulla scena non c'è più solo il giovane, il ragazzo quasi, Elpenore, ma anche la contrastiva figura del maturo, carico di ferite e di illusioni Odisseo: e le due personae, credo, alternandosi si confondono, una proietta ed elide l'altra, l'una balugina attraverso l'altra. Ancora Elpenore si fa avanti, ancora per poco, con le ultime "fantasie filosofiche" sullo sfacelo umano, "l'inconfessabile paura del sonno" precursore della morte e gli eventi da esorcizzare perchè non desiderati.

Non conclude. E allora, decisamente e definitivamente Circe:

Le statue stanno nel museo.

Buonanotte.

e le ultime parole, come in sospensione, di Elpenore, svaniscono nel nulla, il consuntivo di un'ipotesi piuttosto onirica: per forza anche lui: "buonanotte", e poi a incamminarsi su per la salita "verso l'Orsa", mentre lei, padrona di se stessa, vincitrice, sempre frivola, va a mescolarsi nel turbine indistinto dei rumori e delle voci che la radio diffonde nella notte:

Qui si divisero. Lui si avviò

su per la salita che conduce verso l'Orsa

e lei s'incamminò in direzione della spiaggia illuminata

dove l'onda annega nello strepito della radio.

Seferis non specifica dove si dirige Elpenore. Conoscendo la sua fine, si può dedurre che egli proceda verso il suo ineluttabile destino, lassù, sul piano attico del palazzo di Circe. Quanto a quest'ultima, la direzione che prende non fa che confermare la sua naturale tendenza e natura verso la banalità e volgarità mondana, una situazione triviale, rozzamente umana, bassamente materica. Poco prima non era proprio lei che "guardava con impazienza/là dove friggevano del pesce"?

Con una parola singolarmente espressiva e scritta in lettere maiuscole, ΨΥΧΑΜΟΙΒΟΣ40, che si riferisce alla guerra ("ha schiacciante prevalenza la guerra") finisce la seconda sezione della seconda parte del "Tordo",41 un complesso di quattro strofe da otto versi ciascuna, in forma di canzone (non è forse il grammofono che riempie il luogo di insulsi rumori/musica-parole?), dove Ulisse schematizza la storia del suo lungo viaggio, interminabile storia di perdite e di consunzioni(compagni, navi, la propria casa, la propria anima, il proprio corpo, la propria vita), fasi successive di una eterna tragedia che si conclude con la gelida, orribile frase "...in modo schiacciante sovrasta. La guerra...", mentre la radio annuncia febbrile: "con virulenza gli eventi si sviluppano" e "non rimane più tempo".

Elpenore riappare all'inizio della terza parte del poemetto, dal sottotitolo "Il naufragio del 'Tordo'".42

Il relitto del "Tordo" ricrea l'immagine e l'idea del naufragio che conduce Odisseo all'Aldilà, nell'Ade per conoscere il destino riservatogli dagli dèi. Elpenore lo ha preceduto e per primo accorre all'apparire di Ulisse43. Qui e adesso giunge al termine il rapporto tra i due "esuli" dalla guerra. Elpenore si perderà nell'Erebo, ma prima compie il gesto della generosità, con la decisività della "giustizia dei morti":

Questo legno che la mia fronte refrigerava

quando il meriggio infiammava le vene

in mani straniere fiorirà. Prendilo, te lo regalo:

guarda, è legno di limone...

è la verga, il ramo di limone con il quale Circe colpiva gli uomini tramutandoli in porci, o piuttosto uomini-porci, ed Elpenore la possiede, estremo, mortale ricordo di Circe e nel contempo estrema, struggente nostalgia di Elpenore per una indimenticata inebriante condizione sensuale (non necessariamente solo erotico-amorosa) come perenne infuocato sigillo nella mente e nel corpo.44

Ed è per questa "giustizia dei morti"- che non può più invidiare le "mani straniere" che a loro volta prenderanno [il legno] per rinfrescare la fronte del nuovo possessore45- che Elpenore ne fa dono a Ulisse, uomo ed eroe, carnalmente sensuale e possessivo, a sua volta non meno erotico, anzi erotico tanto da dominare l'erotismo e non esserne dominato. Ed è altresì nella costante tensione verso la luce dell'umanità e dell'eternità che, in parallelo, chiuderà la terza parte del "Tordo" attraverso le parole non di Tiresia, ma di Socrate, la cima della filosofia, l'apostolo della giustizia, la vittima per eccellenza dell'ingiustizia umana.

A questo punto, constatata e documentata l'innegabile attrazione esercitata su Seferis dal personaggio di Elpenore attraverso gli evocativi codici semantici che emana, tanto che il poeta si direbbe non abbia potuto far a meno di inserirne espliciti o sottintesi accenni perfino in molte composizioni anteriori al "Tordo", in quest'ultimo poi concludendo ampiamente il lungo colloquio sentimentale, viene spontaneo di chiedersi se eventualmente possa riscontrarsi nell'uomo-Seferis un parallelo o, meglio, un pendant con la figura elpinorea.

Lo stesso poeta ci viene in soccorso46 in modo espresso e incontrovertibile chiudendo definitivamente un "dubbio" che a molti sembrerebbe abbia posto non poche perplessità. Dice Seferis: "Ho anche l'impressione che alcuni si lascino persuadere che Elpenore sia io... 'Elpenore rappresenta una situazione tanto indipendente da me quanto i personaggi di un romanzo...' Elpenore sono io come Bouvard o Pécuchet è Flaubert. Partecipo a questa natura, come ogni uomo partecipa alle sue creature, o meglio, tanto per ricordare la parola di Keats...Elpenore mi appartiene come appartiene al camaleonte il colore che mostra. Talvolta ho compassione per lui, però più spesso sento una grande contrarietà per le cose molli che egli rappresenta e che sentiamo intorno a noi come un'acqua stagnante".

o o o

Anche Jannis Ritsos, sia pure con molto ritardo rispetto a Seferis e a Sinòpulos,47 nella seconda serie delle sue "Testimonianze" include un nucleo di poesie nelle quali utilizza diversi riferimenti mitologici e omerici.48

Nulla si sa sulle ragioni di un così tardivo accesso al cosiddetto "metodo mitologico" che già molto prima Kavafis aveva inaugurato nei suoi componimenti e poi fu ripreso da Pound, da T.S. Eliot e, in Grecia, da Sinopulos e sopra tutto da Seferis. Probabilmente ostacoli ideologici e partitici potrebbero aver non poco influito su questo apparente disinteresse di Ritsos verso tematiche non rientranti in determinate direttive politiche e coinvolgenti precisi, peculiari impasti linguistici, ma che pur sempre costituiscono(e comunque hanno sempre costituito nella letteratura greca) inesauribile fonte di meditazione e d'insegnamento.

Diametralmente opposta a quella di Seferis si pone la collocazione di Ritsos nel delineare la "storia" di Elpenore, pur avviandosi sulle tracce della originaria lezione odisseica:

E costui, che udendo i passi dei compagni

allontanarsi sui ciottoli, ubbriaco come era,

anzichè scendere la scala che aveva salito, saltò in avanti

rompendosi il collo, per primo giunse

davanti al varco nero. E nemmeno gli sono serviti

i responsi di Tiresia. E neanche ha sfiorato

il sangue del montone nero. La sola cosa che aveva chiesto

era un cubito di terra sulla spiaggia di Eea

e che piantassero lì il suo remo - quello che vogava

accanto ai suoi compagni. Onore, dunque, e gloria

al bel pallìcaro. Lo hanno definito sventato. Ma anche lui

non è stato forse utile secondo le sue forze

nel loro grande viaggio? Già per questo il Poeta

ne fa distinta menzione, anche se con un certo disprezzo,

ma per ciò stesso forse con più amore.

(Non-eroe)

L'affetto di Ritsos per il suo Elpenore non è "poetico", come si potrebbe riscontrare in Seferis e prima ancora in Pound, ma profondamente, direi visceralmente umano, come una sensibile, sofferta comprensione, anzi una perfetta giustificazione, "senza fini di lucro", che eleva la figura del giovane sfortunato sul più alto piedistallo di merito e di stima.

Ecco perchè "onore...e gloria" alla natura semplice, autentica, vera del "non eroe", non artefatta o sofisticata o comunque alterata da inconfessate convenienze, necessità, circostanze e interessi.

E' indulgente Ritsos. E' ironico Ritsos. Dicendo "lo hanno definito sventato" chissà a chi abbia voluto riferirsi? A Omero? Non avrebbe senso. A Seferis, piuttosto? Potrebbe benissimo essere, ove si consideri che motivi sopra tutto ideologici hanno tenuto i due uomini abbastanza lontani l'uno dall'altro. E l'indulgenza di Ritsos va nettamente ai più deboli, a quelli che il destino trascina e precipita, che pagano le scelte dei più forti e riscuotono le peggiori conseguenze. D'altra parte la sua ironia flagella i "favoriti dagli dèi", i fortunati della sorte che volontariamente ignorano il valore della ricchezza e del potere in loro possesso:

e chi non sarebbe entrato

nel bagno, a farsi insaponare, a farsi spalmare di unguenti dalle serve,

e farsi condurre nelle lenzuola di seta della padrona

e alle sue mammelle di seta? E poi quello che ti viene a dire:

vigliacchi, sventati e sopra tutto 'i maiali'!

(Euriloco)

implicitamente disconoscendo e screditando l'ingiustificabile alterigia dei possenti, indegni titolari di un dominio unicamente fondato sulla volontà di superiori più possenti. E ancora una volta l'allusivo "quello che ti viene a dire". E' indubbio che il destinatario di "lo hanno"("Non-eroe") e "quello"("Euriloco") non può essere che la stessa persona.

Si tratta semplicemente di poggiare sulle letture e presumere chi sia.

E non solo giustifica, Ritsos, la fragilità e la futile sensualità di Elpenore, ma anche, e con più accentuata comprensione, i comportamenti perfino sacrileghi dei compagni, assillati da incombenze che il loro stato di costituzionale debolezza e dipendenza esaspera insopportabilmente, tutti "Elpenori" senza scampo:


Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

della nave il vino e la farina finirono, parecchio pazientarono,

qualcosa pescarono con gli ami - cose da nulla - come saziarsi? Alla fine

non rimase che sgozzare le mucche del sole dalle larghe fronti:

che importa se muggivano

come veri buoi le carni agli spiedi e camminavano

le pelli scoiate

(Perdono)

e tutto ciò perchè

Se anche noi avessimo il favore degli dèi e se ci avessero regalato

quell'erba con la radice nera e i fiori

lattei...

...................................................................................

...chi sarebbe rimasto quaggiù, nelle navi

solo e afflitto, a intagliare sulla chiglia rondini

o pulire le sue unghie col temperino?

(Euriloco)

In un certo modo Elpenore è il "rappresentante" e l'"immagine" dei suoi compagni. Il suo(e il loro) non-eroismo non può e non deve essere oggetto di ipocrita biasimo e di boriosa compassione, giacchè tutto

apparteneva al destino - inevitabile,

come si usa dire.

(Perdono)

cosicchè è del tutto illogico e ingiusto, e perciò stesso inammissibile, ignorare nel personaggio l'inequivoco presupposto dell' immanenza del destino per colpevolizzare una sua certa tipologia umana, che potrebbe anche costuituire un retaggio extra-antropico, anche attribuendo a sua colpa le "passività" della sua natura.

Entro questo ordine di idee, la concezione di Ritsos, sia pure nel brevissimo ciclo poetico in cui viene esposta, si propone come l'esatto opposto della ideazione seferiana, concettualmente più articolata, nondimeno, mi pare, assai dogmatica e conforme ad una filosofia della umana "consistenza" piuttosto "aristocratica" e per così dire disincantata, molto lontana, anche se forse non appositamente,49 dalla collocazione ritsosiana "popolare" e vivamente partecipe.

Infine, sembrerebbe che non sia da escludere che Ritsos, nel comporre le tre poesie or ora passate in rassegna(Non-eroe, Perdono e Euriloco) abbia avuto presente o si sia in parte ispirato al pensiero del primo "scopritore" di Elpenore nei tempi moderni, Ezra Pound, e al suo Canto XX, col quale effettivamente lo legano singolari analogie:

Quale il loro guadagno con Odisseo,

andati alla morte dentro il turbine

e dopo tante inutili imprese,

vivendo con carne rubata, incatenati al tavolo dei remi,

tutto ciò perchè lui si godesse una bella fama

e giacesse tutta la notte con la dea?

I loro nomi non sono stati incisi sul bronzo

..........................................................................

E cosa gli hanno dato?

Cera per le orecchie

veleno e cera per le orecchie

e una tomba salmastra nel prato dei tori.

Così, i compagni di Ulisse diventano piuttosto compagni di Elpenore, il loro destino è segnato, fatalmente vanno incontro alla perdizione semplicemente come "carne bovina di Apollo in conserva". Della loro vita il solo guadagno e la sola soddisfazione sono stati che almeno:

Se ne sono andati, comunque, sazi - chi potrebbe biasimarli?

(Perdono)

in tal modo il riscontro con Elpenore è quasi perfetto: anche essi "non sono eroi, sono Elpenori"!

E' vero che la "frequentazione elpenorea" di Ritsos è brevissima, ma non per questo meno sostanziale. Tra Ritsos, Elpenore e i suoi compagni, che non sono i compagni di Ulisse, è evidente una precisa parentela ideologica: anche questi "compagni" sono gli antenati dei contemporanei compagni proletari, anch'essi devastati dalla cattiva sorte, in balia del destino dei più potenti e dei più ricchi. In questa concezione Ritsos è assolutamente originale.

Più sopra si è anticipato che il primo non solo a ridar nuova vita in Grecia alla figura di Elpenore, ma anche ad "adottarla" e mantenerla nella sua poesia durante il più lungo periodo di anni(più di 30) nell'immagine di un personaggio carismatico ed emblematico per eccellenza in un processo di successive metamorfosi ontologiche e umane, è stato Takis Sinòpulos: il suo rapporto col rematore omerico iniziatosi nel 1944 si conclude praticamente nel 1975, pochi anni prima della sua morte(1981).

In Sinopulos Elpenore fa parte integrante, anzi meglio è il centro focale di una interminabile "meditazione di morte" durata un'intera esistenza attraverso una continua, coinvolgente evoluzione di varianti e di tematiche connessioni: un impianto iterativo di vitali referti introspettivi. Si direbbero delle "variazioni sul tema". O quello che lo stesso Sinopulos chiama "Scala di Morte" quale "successione di situazioni"50 verso un compimento che chiarisca il significato della vita nella sostanza della morte.

Nel 1944 dunque, cioè tre anni prima che Seferis desse alle stampe il poemetto "Tordo" e ivi si soffermasse a lungo nel racconto del personaggio Elpenore, al quale comunque, in verità, si era già riferito nella poesia Stratis il marinaio tra gli agapanti scritta a Transvaal nel 1942 e poi inclusa nella raccolta "Giornale di bordo II"(1945),51 Takis Sinopulos pubblica la fondamentale, per gli ulteriori sviluppi nel tempo e nel pensiero, poesia Elpenore,52 dando così principio alla stagione poetica incentrata su quella che potrebbe indubbiamente definirsi, unico caso nella letteratura, come autentica "meditazione elpenorea", dapprima innestata in una visione individuale di questa figura più che altro mitica ma nondimeno nel contempo così attuale da apparire reale e comune, e poi proiettata nella molteplicità di una polimorfica rifrazione di caratteri umani paralleli che variamente si riflettono nell'originario "modello Elpenore".

In tal modo questi in Sinopulos "non solo cambia di nome, di aspetto, di sesso e di scenario, ma bacchicamente si smembra e si trasforma in una composita ΝΕΚΥΙΑ di "ignoti".53

La poesia Elpenore, - a mio parere una delle più belle poesie di Sinopulos - piena di intensa commozione e tenero sentimento, costituisce l'imprescindibile impalcatura che sostiene il conseguente sviluppo identificativo del personaggio lungo una fitta galleria di repliche caratteriali dominanti pressochè l'intero panorama produttivo del poeta.

Vale la pena riportarne interamente i 40 versi:

ELPENORE

Elpenore, come venisti...

OMERO

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

E' stato uno della scorta a scorgerlo

non il più anziano: guardate, quello deve essere Elpenore.

Volgemmo subito lo sguardo. Strano che ci siamo ricordati

dopo che la memoria s'era inaridita come fiume in estate.

Davvero era lui Elpenore in mezzo ai cipressi neri

accecato dal sole e dai pensieri

che scavava la sabbia con le dita mozze.

E allora gli gridai con voce gioiosa: Elpenore!

Elpenore, come d'un tratto ti sei trovato in questo luogo?

eri morto col ferro nero conficcato nei fianchi

lo scorso inverno e sulle tue labbra vedemmo il sangue denso

mentre si prosciugava il tuo cuore accanto allo scalmo di legno.

Con un remo spezzato ti piantammo in fondo alla riva

per poter udire il mormorio del vento il boato del mare.

E adesso come sei così vivo? come ti sei trovato in questo paese

accecato dagli amari pensieri?

Non si voltò a guardare. Non udì. E allora di nuovo gridai

profondamente impaurito: Elpenore, che avevi per amuleto

un vello di lepre appeso al collo, Elpenore

perduto negli immensi capoversi della storia

io ti chiamo e il mio petto come caverna echeggia

come arrivasti amico d'una volta come potesti

raggiungere la nave tenebrosa che ci conduce

morti erranti sotto il sole rispondi

se in cuor tuo desideri venire con noi, rispondi.

Non si voltò a guardare. Non udì. S'addensò il silenzio tutt'intorno.

Scavando incessantemente la luce infossava la terra.

Il mare i cipressi la riva pietrificati

in una mortale immobilità. E solo lui, Elpenore,

che cercavamo con tanta insistenza nei vecchi manoscritti

tormentato dall'amarezza della sua perenne solitudine

col sole che cadeva nei vuoti dei suoi pensieri

accecato scavando la sabbia con le dita mozze

si allontanava come una visione lentamente svaniva

nell'azzurro senz'ali senza suoni deserto ètere.

Un racconto di grandissimo impatto emotivo, una vera e propria creazione di elevato respiro epico nel quale il mito di Elpenore risalta di nuova vita.

Tutti i precedenti autori hanno più o meno seguito, quasi obbligatoriamente, un filo conduttore, quasi una specie di cordone ombelicale, che li legava all'idea omerica, in certo modo prevista come condicio sine qua non, giustificazione teorica e malleveria di autenticità poetica.

Non così Sinopulos. Egli "costruisce" il suo Elpenore in una versione assolutamente personale, meglio dire personalizzata, indipendente da ogni determinante influsso, ne crea un'immagine unica e originale per introiezione tensiva- un personaggio che nel corso del tempo sarà matrice non di duplicati puri e semplici, ma di varianti ontologiche ognuna con la propria diversità di esperienze, ma tutte unite dall'invisibile filo conduttore della primordiale natura elpenorea nella sua immutabile tragicità forse ancor più esaltata dall'incombenza di tempi particolarmente sinistri e luttuosi come erano quelli dal 1944 fino ai primi anni '70.

Non bisogna dimenticare che l'Elpenore di Sinopulos più che una determinata figura di origine mitica o fantastica o romanzesca o pseudo-storica, è una genuina creatura del generale "paesaggio di morte" che si estende su tutta la vocazione poetica di Sinopulos stesso, fors'anche un suo alter ego, una sua controfigura nel teatro metamorfosico della vita, attraverso una serie di "ruoli umani" espressi nei diversi personaggi che la poesia vivifica di linfa vitale.

Nell'"Elpenore" di Sinopulos il narratore apparentemente non è Odisseo, nè un compagno, senza però escludere del tutto che possa anche essere uno di questi: la acronica anonimia non preclude nessuna soluzione.

Il luogo dove avviene l'incontro con Elpenore non sono gli Inferi, l'Ade, ma un generico "paesaggio di morte": appunto, quello stesso "paesaggio di morte" che il poeta porta sempre con sè e sente di "coltivare" tutta la vita nell'anima. Ugualmente non è Ulisse che si accorge di Elpenore, ma "qualcuno della scorta", un altro anonimo. E per la prima volta Elpenore non parla: "Elpenore e il Silenzio", come dirà Sinopulos in un'altra poesia54 riferita alla costante presenza elpenorea. Quanto alla morte di Elpenore, certamente la tipologia di questo personaggio creato da Sinopulos non poteva accogliere la "tradizionale" fine narrata nel poema omerico, nè le analoghe versioni adottate da Pound, Seferis e in parte Giraudoux. E' presumibile che l'Elpenore sinopuliano sia morto combattendo sulla nave "col ferro nero conficcato nei fianchi".

Un nuovo Elpernore sorge, così, negli scorci visionari di Sinopulos: la realtà di un fantasma che in seguito prismaticamente si frantumerà in altre, parallele diramazioni personificative per così dire diegetiche, rivelatori narrativi appunto (ancora nei "Canti") nei quali Elpenore rivivrà la vita contemporanea al poeta, sarà l'incarnazione di altri, moderni non-eroi, nomi di una vita o di un istante.

Dice Sinopulos55 chiarendo in modo perfetto tutta la struttura del suo "percorso elpinoreo": "Da tempo ho cercato di acquisire familiarità con tutte quelle susseguenti quasi consecvutive situazioni che avrei potuto definire Scala di morte. Perchè rifiuto la morte in quanto confine o come evento definitivo. Arriva prima che ce ne rendiamo conto e finisce - finisce? - molto dopo di quel che supponiamo. In questo Intermedio ho incontrato Elpenore, Eleni, Jàkovos, Bìlias, Fìlippos, Ioanna."

Nella "Cena funebre per Elpenore",56 in una atmosfera dove "l'austero Silenzio/a passi lenti errava nel deserto/salone sbarrato" Sinopulos ricostruisce poi quella che potrebbe considerarsi una moderna ΝΕΚΥΙΑ, un viaggio tra i morti, ma forse altresì il lampo di una visione atroce e sovrumana:

vidi tutt'intorno

una folla di figure morte che guardavano fissamente

. nel profondo.

Come nell'Ade, anche qui la silenziosa fissità dello sguardo. Anime in pena si accalcano semplicemente per vedere il visitatore: il contenuto dello sguardo non ha bisogno di parole per esprimersi.

Il narratore rivolge quasi la stessa domanda:57

Bilias, come ti sei trovato qui? come sei venuto in un'ora come questa?

Bilias è Elpenore, e viceversa. Una identificazione che non è anacronismo, ma proiezione nel tempo della emblematica figura antica. Bilias è la premessa di Elpenore, perchè il tramite della memoria fa emergere subito il simulacro del "defunto amico Elpenore":

così nella mia mente turbata s'ingigantì il suo simulacro

e tutto vivo balzò davanti ai miei occhi Elpenore.

Non è chiaro se questa volta Elpenore effettivamente parli o se sia invece l'idea della cupa voce che si fa sentire: ed è cordoglio e rammarico che dolcemente esprimono il loro rimprovero: anche qui Elpenore è stato dimenticato, ma non per la sepoltura

neanche una cena funebre

nemmeno una messa di suffragio promettesti per Elpenore.

Continua ancora amara la mia morte

e ancor più amara e tenebrosa mi tormenta

via via che il tempo trascorre. Lìberami, amico.

Lacrima il visitatore-narratore. Lo sguardo gli si appanna. Ma quando si asciuga gli occhi e si guarda intorno, non c'è più nessuno: "e quando...alzai lo sguardo per guardare Elpenore, non vidi nulla!" Sparita la folla di anime. Non rimane che il vuoto e una "luce imbellettata e mortalmente torbida". E' cessata la trasformazione, ogni configurazione identitaria. Il mondo di Elpenore crolla e si annulla nel rinnovato "paesaggio di morte".

Così Sinopulos, nel generale processo trasformativo della sua poesia, crea identificazioni con moderni personaggi, anche stranieri, una serie di epifanici mitopoietici palinsesti:

ritornerà Parnell dissi

di sicuro ritornerà

(Canto IV)

e ancora:

e guardai e lì stava Parnell, pallido, no ma

biondo Elpenore giocando coi suoi dadi d'argento58

(Canto V)

In tal modo il quasi omofono Parnell-Elpenore riappare in una relazione vita-morte assolutamente fluida nella quale, stavolta, un'eco omerica fa capolino rinnovando per un attimo l'evento mortale che spense Elpenore:

Giocando qui ti pietrificherai tièniti Elpenore

alla mia mano ti tirerò ma mentre

la mia mano l'ebbe afferrato dall'osso

del collo il sangue zampillò

bruciante di violenza.

(Canto V)

E altrove è Elpenore-Stephen,59 "compagno del moderno Ulisse", a fare la sua apparizione-trasformazione, un tutt'uno con

il biondo Elpenore

osso spezzato nella deserta quiete meridiana

(Canto VIII)

e più tardi la metamorfosi continua:

mi chiamano Jàkovos.

Poco fa camminavo. E non sapevo.

Chi sono io che devo sapere?60

e potrebbe essere anche Fìlipos che

non ritornerà

in questa immobile pianura61

La presenza di Elpenore nella poesia e nel pensiero di Sinopulos non si esaurisce praticamente mai, ove si consideri che gran parte dei suoi personaggi, emergenti nel turbine tragico e sanguinoso seguito alla guerra civile, ripropone in chiave contemporanea una interdiscorsiva articolata personizzazione della mitologia elpenorea.

Viene invece facilmente da pensare che per Sinopulos Elpenore sia enormemente più di un semplice, anche se duraturo, argomento per poetare e sviluppare ispirazioni ancorate a tragici vissuti e insistenti, languenti ferite.

In realtà ribadirei il concetto di un Elpenore creato da Sinopulos stesso proprio come una specie di sua dimensione speculare attraverso la quale finalmente l'autore riesce a sopportare l'esperienza esistenziale nel suo lungo e accidentato trascorrere. In questi termini ed entro questa cornice è molto plausibile configurare la presenza di Elpenore nella poesia di Sinopulos piuttosto come confortante parentesi di umana spontaneità e pietà.

In Seferis, come in Omero e in Pound, Elpenore muore una volta per tutte, rimane insepolto, quindi incompiuto, e l'unica cosa che chiede è di essere sepolto, insomma di "finire" definitivamente. Non vi sono possibilità, e men che meno eventualità di proseguire una vita nella memoria: non c'è nessuna ragione perchè questo accada, checchè ne dica, certamente a titolo consolatorio, il poeta americano

A man of no fortune and with a name to come

(Pound, Canto I)

chiaramente in tal senso riflettendo gli antichi versi, di per sè contradditori:

ΑΝΔΡΟΣ ΔΥΣΤΗΝΟΙΟ ΚΑΙ ΕΣΣΟΜΕΝΟΙΣΙ ΠΥΘΕΣΘΑΙ

(Odissea, XI, 76)

Del tutto diverso, anzi diametralmente opposto, è invece l'accostamento di Sinopulos, e in parte anche di Giraudoux, alla figura di Elpenore, e il "trattamento" degli elementi personali che ne trae.

Credo che sia correttamente realistico il sospetto, o meglio la certezza che l'Elpenore di Sinopulos, questo suo diuturno, interminabile rivivere in tanti successivi personaggi, greci e stranieri, e gli eventi tormentosi che animano lo spazio e il tempo della corrispondente espressione poetica quasi fino al termine della vita del poeta, rappresentino per quest'ultimo la costante e determinante àncora di salvataggio, quasi incarni il privilegiato referente che, nella sua ingenua umanità e naturale, si direbbe innocente sensualità, si pone quale schermo protettore e rifugio dove può attenuarsi il drammatico contrasto con il circostante "paesaggio di morte" e risolversi in idonea sia pure temporanea oasi di consolazione.

Attraverso la vita e la morte di Bìlias, Fanny, Eleni, Max, Ben, Konstandinos, Fìlipos, Ioanna, Jeràssimos, Petros, Magda e tanti altri - tutta una processione di ombre, morti della guerra, superstiti della morte - Elpenore concreta la propria immagine contemporanea, nello stesso tempo in cui tutti questi personaggi entrano nella mitica dimensione di un'altra odissea, odisseici compagni di Sinopulos, liriche propaggini di una "stagione all'inferno", come narrata nella convulsa62 "Cena funebre"(1972)63 e proseguita nella tecnicamente perfetta "Cronaca"(1975), prospetticamente rapportata ad una concatenazione di riferimenti cronici, vivi e persistenti nella vita del poeta.

Tutte trasformazioni di Elpenore. Tutte complicazioni genetiche e implicazioni ontologiche di Elpenore. Molto prima però(1953) Elpenore compare per l'ultima volta "di persona" nella poesia di Sinopulos. Nella poesia VI dei "Canti" la presenza "personale" di Elpenore si collega con l'"Elpenore", prima poesia della raccolta "Intermedio"(1951), chiudendo un cerchio ermeneutico in modo completo, sulla riva del mare e sulla sabbia della riva:

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

(Intermedio, Elpenore)

e la sua immagine riflessa:

Sulla sabbia della spiaggia - anzi più in basso

sotto i pini la brezza a sussurrare

quell'ora in mezzo ai pini la brezza

e il nitido silenzio.

(Canti, Canto VI)

nella poesia che porta il sottotitolo "Elpenore nella sabbia della riva": ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ.

Tra le due composizioni una straordinaria analogia. In un certo modo una poesia come variante dell'altra: due poesie come due specchi uno di fronte all'altro.

E se nella prima leggiamo:

guardate, quello deve essere Elpenore

nella seconda l'azione diventa più diretta:

Allora lo vidi là

nella prima Elpenore è

cieco dal sole e dai pensieri

nella seconda egli

non parlava pensava numeri vuoti della solitudine.

L'atmosfera in entrambi i componimenti è mortifera, in un Ade non definito, forse anche in qualche parte della terra destinata alla consunzione eterna del corpo.

Da una parte

tra i neri cipressi

e dall'altra

in mezzo ai pini.

Nel Canto VI il sito terreno trasforma l'Ade, è un luogo familiare, è la Patria dell'anima dove è "inevitabile l'equilibrio [tra] amarezza e oblio...sommando...illusioni o inutili guadagni." Nell'Elpenore invece il paesaggio è ostile, ostico, estraneo, non partecipe alla presenza umana.

Ma è proprio in questo ultimo clima che Elpenore è "così vivo", anche se "cieco dall'amarezza", mentre per assurdo là dove è "la brezza e il nitido silenzio" Elpenore sta "lentamente morendo" col corpo "biondo qua e là divenuto verde". E alla fine Sinopulos in parte riecheggerà Seferis quando definisce "voluttuoso"(o "sensuale") l'ondeggiamento sopra la pelle dell'acqua marina che copre le membra senza vita ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ. Il "voluttuoso" (o "sensuale") Elpenore ormai sepolto nelle sabbie della riva si amplia nella natura del "voluttuoso" (o "sensuale") ondeggiamento del mare sopra quelle sabbie.

Alla fine non rimane che l'alone di Elpenore e il Silenzio!

Con Elpenore Sinopulos trova il filo conduttore per una meditazione sulla morte così ampia e articolata da irradiarsi nelle cento metamorfosi che frammentano la "realtà Elpenore" in altrettante "realtà" dell' esperienza contemporanea.

Forse un rapporto "criptico" tra Sinopulos ed Elpenore non può escludersi a priori e non è ugualmente da escludere che una linea interiore colleghi i due in maniera che non sarebbe esagerato considerate genetica, ove si pensi che la "riapparizione" in letteratura di Elpenore(1917: con Pound) coincise perfettamente nel tempo con la nascita di Sinopulos(1917)!

Una coincidenza "strana", è vero, ma tanto vera e sopra tutto tanto integrata nella avventura umana e terrena di Takis Sinopulos.

Ma l'idea di Elpenore non si estingue, non cessa di ispirare. Ancora si propaga.

Sarà, alcuni anni più tardi(1984) quella stessa meditazione sinopuliana della morte che suggellerà l'opera poetica di Alexis Traianòs64 nella raccolta intitolata appunto La Sindrome di Elpenore65, pubblicata dall'autore esattamente poco prima del suo suicidio.

L'attesa prima dell'estremo passo, quando già "il caos si misura solo col caos",66 si svolge nel climatico infausto squallore di un'altra ΝΕΚΥΙΑ, discesa negli inferi di una insostenibile allucinazione che svela la putredine dei corpi e lo sbandamento della mente:

aspettando che aggiorni

assediato dall'ebbrezza

.......................................

aspetto il tempo

pronto a volare

con questo volo della follia67

immobile rimanendo in

questa notte

di stricnina e distruzione.68

L'eterna discesa negli inferi di Elpenore racchiusa nell'angoscia di un improbabile seppellimento, e quindi di un appagante acquietamento, e l'affanno di un'esistenza gratuita in "una biografia che se verrà scritta/nessuno la capirà",69 sono i termini condizionanti della riflessione di Traianòs, un ultimo elpenore condotto alle più tragiche estreme conseguenze nel mondo che per caso gli tocca vivere ogni giorno sempre più morendo.

E' la nudità del deserto elpenoreo che si trasforma nella spettrale moderna ΝΕΚΥΙΑ a dismisura dilatandosi attraverso l'insistente peregrinare lungo le invariabili coordinate della morte.

In questo modo Traianòs può attingere l'ultimo confine della dissoluzione e l'assoluta tragedia della vita.

Concludendo, un'ultima nel tempo interpretazione elpenorea troviamo, e non possiamo omettere, nel poeta cipriota Christos Mavrìs.

"Elpenore, 1974": è il titolo della sua composizione70 (41 versi, quasi quanto quelli di Sinopulos e quelli complessivi di Omero), inserita nel tragico e luttuoso clima che dilaga con l'invasione militare turca del luglio-agosto appunto 1974, un evento di disastrose conseguenze, vivo tuttora nelle componenti di una quaestio insolvibile, piaga mai rimarginata.

Certamente balza una visione assolutamente insolita e originale del personaggio intravisto in mezzo alla fosca moltitudine dei "dispersi" nelle convulsioni belliche di quelle giornate di morte:

...ti cercavamo nei registri dei dispersi

e ti trovo qui, dove sono i tuoi diletti compagni,

attraverso un discorso caotico, introdotto da una persona di imprevista valenza, una madre, la madre(!), un personaggio nuovo nella "mitologia" elpenorea, sebbene di prima familiarità, inutilmente in attesa di un ritorno liberatore ma istintivamente consapevole della presenza filiale

bianca striscia la

sua testa...che baluginava nel fondo

lungo la riva del mare

tanto da sfociare in urlante angoscia ("Elpenoreee!") nella stretta di un paesaggio disforico: "Elpenore, mio stolido ragazzo, sventurato...la tua mitraglia dove sta?"

Un'altra dimensione dunque, si direbbe inferina, dove lo spettrale anti-eroe viene coinvolto nelle eroiche ore della resistenza cipriota, ancora però con le sue ossa che stridono in una fascia, "portato sopra"per un'inversa anabasi dall'Ade su "una scala di pietra", ancora alla ricerca di un riposo anelato e introvabile, ancora una "scala" della morte:

a scavar un cùbito di spazio-sepolcro

per deporvi la mia sbacchiata spoglia.

Mavrìs pone così il "man of no fortune"" su un piano di singolare emozionalità prima che si dissolva in fumo nelle mortali rifrazioni della guerra - un'altra, diacronica trasformazione di una figura ormai divenuta densamente emblematica, addirittura di irradiante leggendaria caratura.

Crescenzio Sangiglio

N O T E

1) La seconda è quella narrata nel Canto XXIV dell'Odissea.

2) cfr. Homer's Odyssey, a cura di W.Walter Merry e James Riddell, Oxford, 1876.

3) N.Vaghenàs, Il poeta e il danzatore, Atene, 1979.

4) Virgilio, Eneide, VI, vv. 337-381.

5) Ibid. vv. 233-235.

6) Jannis Ritsos, Testimonianze, Serie II, Atene, 1986.

7) G.P. Savvidis, Metamorfosi di Elpenore, Atene, 1990.

8) "Ingannevoli ideali", in N. Vaghenàs, op. cit.

9) E.Pound, Hugh Selwyn Mauberlay, London, 1920.

10) G. Daniìl, Il "Tordo" di Seferis e Ezra Pound, in Νεοελληνικός Λόγος (Parola Neoellenica), 1973.

11) Quasi trent'anni più tardi Jorgos Seferis, che riprenderà il tema di Elpenore(v. infra), così si esprimerà in una "lettera" per il "Tordo"(poi Una sceneggiatura per il "Tordo", in Saggi II(1948-1971), Atene, 1974, 19926): "...farci riflettere come gli uomini dell'instabilità, delle peregrinazioni e delle guerre, sebbene possano mutarsi e alterarsi secondo la grandiosità e il valore,(...) si muovono sempre in mezzo ai medesimi mostri e alle medesime ansie. Così....basta sapere che i tipici caratteri si sono modificati secondo il passaggio del tempo e le diverse condizioni del nostro mondo - le quali altro non sono che le condizioni di ognuno che tende al raggiungimento dell'espressione".

12) E' quello che, nella poesia di Seferis per Ulisse ed Elpenore, constata peraltro Edmund Keeley("mentre vediamo i navigatori omerici entrare anacronisticamente nella scena contemporanea che il poeta ha allestito davanti ai nostri occhi") in Mito e voce nella poesia greca contemporanea, Princeton, 1983.

13) J. Giraudoux, Elpénor, Paris, 1919, 1926.10

14) J. Seferis, Una sceneggiatura per il "Tordo" in Saggi II(1948-1971), 1974. 19926.

15) Dice Giraudoux: "quattro volte(la nave) girò su se stessa...poi affondò e tutti galleggiarono sopra l'abisso come uccelli marini" e non si può non ricordare la tremenda descrizione dantesca:

Tre volte il fè girar con tutte l'acque:

alla quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, come altrui piacque,

infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso.

Inferno, XXVI, vv. 139-142

16) cfr J.Seferis, op.cit.

17) A. McLeish, Collected Poems, Boston, 1962.

18) cfr. N. Vaghenàs, op. cit.

19) D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXVI, vv. 116-120.

20) A. McLeish, Elpenor 1933 in op. cit.

21) E viceversa, come con molta acutezza analizza G.P. Savvidis, op.cit., "Ulisse ha cristallizzato tutti gli elementi negativi del proprio carattere (compresa la sua intensa sensualità) nell'inversa persona di Elpenore, "fatale" per eccellenza (nel senso inteso da Vàrnalis), compagno arrendevole e di conseguenza capro espiatorio.

22) McLeish, op. cit.

23) Contrariamente all'Elpenore di Omero e poi a quello di Pound, che anelano ad una concreta futura memoria del loro nome, anche se ciò potrebbe apparire un non-senso data l'inconsistenza esistenziale di Elpenore.

24) Anche se un tale fine esclude lo stesso Seferis (v. Nota 17).

25) J. Seferis, cit. Una lettera per il "Tordo", Rivista Angloellenica, IV, lug.-ago. 1950, poi Una sceneggiatura...

26) J. Seferis, Romanzo, IV,ed. Κασταλία (Castalia), Atene, 1935.

27) v. J. Seferis, Una sceneggiatura...

28) J. Seferis, Romanzo, XII, ibid.

29) J. Seferis, Giornale di bordo I , Τυπογραφία Σ.Ν.Ταρουσόπουλος(ed. S.N.Tarussopulos), Atene, 1940.

30) J. Seferis, Tordo, ed. Ικαρος (Ikaros), Atene, 1947.

31) Si vedrà più sotto il commento di Seferis, una specie di "apologia" nell'esporre il costante rapporto che lo lega al "personaggio Elpenore" che così spesso ritorna nella sua poesia, fino a costituirne uno dei principali e più sentiti riferimenti emblematici.

32) J. Seferis, in Giornale di bordo II, ed. Η 'Αγκυρα (L'Ancora), Alessandria d'Egitto, 1949

33) Il tema della casa più volte occuperà la meditazione seferiana. Vedi in Romanzo, poesie I e VII; in Il Sig. Stratis il marinaio, testo n. IV; "Efebo"; in Giornale di bordo I, poesia Piazza San Michele e Il ritorno dell'emigrante; in Giornale di bordo II, poesie Stratìs il marinaio tra gli agapanti, Grilli, Ultima stagione.

34) Non può non colpire la corrispondenza con l'eliotiano Jerusalem Athens Alexandria/Vienna London in The Waste land, vv. 374-375. In entrambe le circostanze è palese l'intenzione di rievocare la rinomanza di capitali rese illustri da superbe civiltà nel corso della storia dell'umanità (v. G. Peron, Per una lettura parallela di T.S. Eliot e G. Seferis in Memoria di Seferis, Olschki, Firenze, 1976).

35) E la sua indifferenza apparirà in tutta la sua durezza nella seconda parte del poemetto, prima sezione sottotitolata "Il voluttuoso Elpenore".

36) Esiodo, Theog., 16; Omero, Il., I 594 e Od., III 154; Eschilo, Pers., 155.

37) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

38) D.M. Maronitis, La poesia di Jorgos Seferis, ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1984.

39) D'altronde è questa stessa fragilità e inaffidabilità dei suoi compagni che costringe Ulisse a vietar loro di udire il canto delle sirene tappando loro con la cera le orecchie: canto e tentazione troppo violenti, sensazioni troppo fascinose e penetranti che solo un forte, un dominatore della voluttà può senza danno somatizzare e trasformare in fruttuosa esperienza.

40) Seferis costruisce il termine sulla falsariga dell'antico «χρυσαμοιβός»(v. Eschilo, Agamemnone, 438), con un significato si direbbe metafisico: "cambiavalute di anime".

41) L'interpretazione che del termine ψυχαμοιβός propone Vitti (in Ghiorgos Seferis, La Nuova Italia, Firenze, 1978) non mi sembra corretta: "permuta d'anime il dio fa", una circonlocuzione impropria, non constatandosi nel termine greco un qualsiasi significato di "permuta", scambio, baratto (che senso avrebbe "scambio di anime"?). Peraltro il ψυχαμοιβός, soggetto che agisce in Seferis, diventa in Vitti pemuta, oggetto di azione. Infine, la presenza di un "dio" in ψυχαμοιβός mi sembra poco, per non dire affatto accettabile.

42) Sarebbe forse più corretto dire "Il relitto del 'Tordo'", non solo perchè in greco ναυάγιο indica anche i "resti" di una nave affondata, ma sopra tutto perchè a Seferis più che il naufragio in sé e per sé di quella piccola nave ritengo interessino i "resti" appena emergenti dall'acqua di quella nave, appunto il suo relitto-simbolo.

43) Ancora Vitti (in op. cit.) stranamente dichiara di non "essere in grado di sapere" chi pronnuncia le parole di offerta della verga di limone. E poi equivoca affermando che quel dato personaggio (chiamiamolo X) offre quella verga al "poeta", cioè a Seferis! Ovviamente non si capisce cosa c'entri Seferis in questa offerta che avviene nell'oltretomba! E sembra assai tirata per i capelli la tesi secondo cui il personaggio che profferisce le parole ("questo legno..."ecc. ecc.) dovrebbe effettivamente essere un personaggio caro a Seferis a cui ne è rimasto il ricordo "in quella particolare associazione con il ramo di limone e il gesto dell'offerta".

44) "Mi sembra che voler vedere Elpenore in questo personaggio sia del tutto fuorviante" dice Vitti addirittura "a dispetto dell'interpretazione di Seferis". In tal caso è possibile che Vitti conoscesse qualcosa che Seferis stesso ignorava!

45) cfr. A. Arghiriu, Proposte per il "Tordo", in vol. Per Seferis - dedica ai trenta anni della "Svolta", ed. Φ. Κωνσταντινίδης(F. Konstantinidis), Atene, 1961; ristampa ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1981.

46) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

47) Takis Sinòpulos è il primo autore della letteratura greca contemporanea a riproporre in poesia nel 1944 il personaggio di Elpenore, continuando fino al 1975 una feconda e sofferta frequentazione con la "realtà elpenorea".

48) J. Ritsos, op. cit.

49) G.P. Savvidis, op. cit. e anche i due ultimi versi della poesia "Euriloco" di Ritsos (v. supra).

50) Preambolo ad un poema (Ioanna) in riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

51) Per la verità una prima versione fotocopiata del Giornale di bordo II era comparsa in Alessandria d'Egitto nel 1944. Non essendo però a stampa, non potrebbe considerarsi come edizione vera e propria.

52) Riv. Φιλολογικά Χρονικά (Cronache letterarie), II, 17-19, 15 ottobre 1944. La poesia sarà in seguito inserita nella prima raccolta di Sinopulos, Intermedio, ed. privata, Atene, 1951.

53) G.P. Savvidis, op. cit. Questo autore riscontra altresì un'interessante corrispondenza a contrariis con Aristotelis Valaoritis (1824-1879) la cui opera poetica però potrebbe definirsi una Νέκυια di "famosi", più che altro ciò inteso come "risarcimento" morale per l'ingratitudine riscossa in vita.

54) Nella raccolta Canti (Άσματα), ed. privata, Atene, 1953.

55) In riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

56) In Intermedio, ed.privata, Atene, 1951.

57) cfr. Omero, Od., XI, vv. 57-58: "Nelle tenebre senza sole Elpenore, come venisti? come scendesti/tu, a piedi, prima della nave che mi condusse quaggiù?"

58) Secondo le annotazioni dello stesso Sinopulos in calce alla raccolta "Canti", il riferimento a Parnell(Charles-Stewart Parnell, 1846-1891, uomo politico irlandese sostenitore dell'indipendenza irlandese) è dovuto ad una "incontrollabile correlazione anagrammatica" col nome di Elpenore.

59) Stephen Dedalus, principale personaggio dell'Ulisse di Joyce.

60) In Intermedio II, ed. Δίφρος (Difros), Atene, 1957.

61) Poesia Fìlippos, ibid.

62) Percorsa da febbrili ritmi sintattico-logici con gli ossessionanti "venne", "allora giunse", "passi arrivarono e partirono", "e allora uscì", "vennero", "e apparve", ecc.

63) Forse una più o meno cosciente "rivisitazione" della Cena funebre ellenica(1945) di Anghelos Sikelianòs, sia pure con una attinenza tematica fondamentalmente vaga e sfuggente.

64) Importante esponente della generazione del '70.Parafrasando Manzoni, potremmo cominciare col chiederci: Elpènore, chi era costui?

E' probabile che, a chi abbia compiuto studi liceali classici, questo nome possa anche non suonare nuovo ed essere altresì rimasto un certo, magari nebuloso, ricordo di questa, in fondo più che secondaria figura omerica, fors'anche addirittura negativamente collegata con la indimenticabile "sfaticata" dell'apprendimento degli antichi autori classici greci.

Davvero, tra tutti i personaggi dell'Odissea, strana la sorte di questo Elpènore, anche lui comunque rappresentativo di una tipica "natura" umana, un carattere esemplare e modello, come peraltro in Omero si riscontra nella maggior parte dei suoi reali o fantastici, storici o mitologici protagonisti o meno. E strana sorte perchè dall'iniziale racconto omerico (tra il X e l' VIII sec. a.C.) e lungo un successivo silenzio di almeno 26 secoli, all'improvviso, nel secondo quarto del 1900, il suo nome come per incanto riemerge e inizia, si direbbe, una seconda vita, una progrediente narrazione, stavolta ricca di sviluppi fin quasi al 2000, come eponimo attore o come personificazione, nelle opere letterarie di poeti e romanzieri europei e americani.

Sicuramente è per lo meno singolare la reviviscenza proprio di un personaggio in fin dei conti assai ambiguo, di nessun particolare peso specifico a scapito di altri che, in entrambi i poemi omerici, si presentano forniti di ben altre qualità, oltre che di incomparabilmente maggior impatto emotivo ed attrattiva popolare.

Tant'è. La figura di Elpenore fa la sua prima apparizione e trova spazio in tre Canti dell'Odissea: nel X, XI e XII, in una panoramica che va dalla circostanza della sua morte al suo incontro con Ulisse nell'Ade fino alla sua sepoltura in riva al mare. Tre riferimenti precisi a "un tale Elpenore", per complessivi 47 versi, sembrerebbero troppi, sproporzionati rispetto all'importanza del personaggio, se non si tenesse conto del fatto che l'episodio di Elpenore trova in pratica la sua piena giustificazione sia nel significato dell'incontro di Ulisse con Circe, che nella simbolizzazione della particolare ospitalità di Circe e infine nel viaggio di Ulisse tra i morti(la prima Νέκυια).1

E' ovvio che senza Ulisse, senza Circe e senza il percorso negli Inferi Elpenore non avrebbe potuto esistere. Nella loro triplice interconnessione quindi Elpenore viene perfettamente "incastonato", acquisendo una propria storia compiuta, pur essa emblematica, nonostante la "scarsezza qualitativa" in sè e per sè in quanto essere umano.

La partenza di Ulisse e compagni dall'isola di Circe non potrebbe effettuarsi se prima non avviene l'incontro nell'Ade con l'indovino Tiresia, che dovrà predire le circostanze del viaggio di ritorno ad Itaca.

Cominciano i preparativi e Ulisse incita il suo equipaggio a por fine agli ozi nella reggia di Circe.

E lì, allora, che

un certo Elpenore, di tutti il più giovane, che in guerra

valoroso non s'era mostrato, nè buon comprendonio aveva,

nella sua ubbriachezza cercando frescura in qualche parte

lontano dai compagni volle sdraiarsi nella soffitta di Circe.

E lassù il calpestio dei compagni che partivano

udendo e le loro voci, d'un tratto, svegliandosi balzò in piedi,

ma nello stordimento della mente non ricordò

di scendere la scala alta che aveva salito

e dalla linea del tetto precipitando il collo

gli si spezzò e la sua anima nell'Ade discese.

(Odissea, X , vv.552-560)

Peggior ingresso in scena per Elpenore non avrebbe potuto immaginarsi! Un' apparizione non proprio eroica, come d'altronde tutt'altro che eroico era stato, secondo le parole del poeta, il suo comportamento in guerra, cioè nella battaglia davanti a Troia.

Appare chiara, quindi, nel racconto omerico, la configurazione eminentemente antieroica di Elpenore, non tanto a causa della sua giovane età, quanto piuttosto dovuta ad un fatto che oggi si definirebbe "genetico".

In ogni modo il lungo abbandono alle mollezze e gallorie nel palazzo di Circe non può non aver esercitato un nefasto influsso sulla salute psicologica di un essere per costituzione fragile, debole e ingenuo come è l'Elpenore odisseico, il cui comportamento, in genere superficiale, non potrebbe che trovarsi accentuato e aggravato dal "poco comprendonio" che lo distingue, cosa che potrebbe anche, a rigore, suscitare una qualche pietosa simpatia, ma non certo ammirazione o rispetto.

Quando Ulisse scende nell'Ade per ottenere il responso profetico di Tiresia, la prima anima che gli viene incontro ansiosa è quella di Elpenore, la cui morte sembra essere da tutti ignorata, apparentemente nessuno dei compagni essendosene accorto di alcunchè.

Esclama Ulisse sorpreso:

Nella tenebra senza sole, Elpenore, come giungesti? come

qui scendesti prima della nave che mi portò quaggiù?

(Odissea, XI, vv.57-58)

E' un'anima in pena, perchè la sua spoglia mortale non era stata ancora tumulata. E una sola cosa chiede ad Ulisse, ma fondamentale e assolutamente indispensabile nella pratica vocazione religiosa:

...ricordati di me:

senza pianto e sepoltura, disinteressandoti, non lasciarmi partendo

....................................................................................

ma inceneriscimi con le armi ch'erano mie quando ero vivo

e lì, in riva al mare, un sepolcro appresta

a me sfortunato, che mi ricordino le future progenie.

E quando ciò avrai fatto, un remo conficca nella tomba,

quello che avevo in vita vogando coi compagni.

(Odissea, XI, vv. 71-78)

ciò che Ulisse si affretta a compiere ritornando a Eea, prima di riprendere il viaggio verso Itaca

Ora, a parte da ogni giudizio sulla organicità o meno dell'episodio di Elpenore che alcuni2 considerano aggiunta successiva, in un'epoca in cui il tema della "discesa tra i morti", la Νέκυια, veniva recitato come testo poetico autonomo,3 - il che a mio parere sembrerebbe poco plausibile nel caso specifico data l'insistenza del poeta antico nel trattare la "storia" di Elpenore nel corpo di ben tre canti, ciò che avrebbe comportato per l'autore posteriore la necessità di estrapolare addirittura tre "frammenti" per costruirne una unitaria "poesia autonoma" - quello che maggiormente interessa nell'analisi del testo omerico è piuttosto evidenziare la "tipologia umana", i codici semiotici che la personalità di Elpenore rivela e che costituiscono, per così dire, il suo precipuo segno distintivo.

Elpenore è l'unico, tra tutti i compagni di Ulisse, a trovarsi ancora, mentre gli altri erano già affacendati nei preparativi della partenza, in stato di ebbrezza, prolungando quindi indebitamente un'acquiescenza all'edonismo, un'ultima "coda" che poi si tradurrà in tragedia.

I versi di Omero sul modo di essere e comportarsi di Elpenore rivelano certamente poca considerazione, per non dire un malcelato discredito. Così come delineato, Elpenore è l'uomo dappoco, con una buona dose di sciocchezza e avventatezza, unicamente istintivo, poco affidabile e incapace di dominare e sopra tutto superare le situazioni incomode. Palesemente appare il contrario di Euriloco. E non brilla neppure per valore guerriero. Insomma, il tipico non-eroe, la negazione della dignità umana e l'esaltazione dell'irrazionale, incontentabile edonismo:

ΑΣΕ ΜΕ ΔΑΙΜΟΝΟΣ ΑΙΣΑ ΚΑΚΗ ΚΑΙ ΑΘΕΣΦΑΤΟΣ ΟΙΝΟΣ

(Odissea, XI, v. 61)

Un confronto con il virgiliano Palinuro4, o un rimando che per astrazione potrebbe anche apparire operativo e attraente, non credo sia propriamente proponibile, troppo diversi essendo gli esiti figurali dei due personaggi nelle vicende della loro vita terrena e nella loro morte, anche se il poeta latino nei tratti del suo Palinuro aveva forse inteso semanticamente avvicinarsi in certo modo alla figura di Elpenore. Al contrario sembrerebbe più valida l'esistenza di elementi comuni tra la sepoltura del trombettiere Miseno5 e quella di Elpenore: anche Miseno non era stato sepolto e la sua tomba manifestamente "fotografa" la tomba di Elpenore.

o o o

Dopo Omero nessuno si ricorderà più di Elpenore. La sua presenza nella letteratura ritornerà nel 1917, quando Ezra Loomis Pound nel Canto I rifarà il percorso omerico di Elpenore seguendone quasi fedelmente le tracce.

Con l'interpretazione di Pound viene inaugurata una nuova stagione e visione di questo "minimo", ma nondimeno emblematico personaggio odisseico, che si dilaterà in ampi confronti e parallelismi simbolici, talora giungendo anche a radicali diversificazioni testuali in una metamorfica tematico-argomentativa recensione, pur nel mantenimento della generale significazione ideale del personaggio originario.

Nella poesia di Pound Ulisse racconta il viaggio, ma sopra tutto la permanenza nell'Ade, intesa a ricevere da Tiresia la previsione del suo ritorno al patrio suolo.

Anche qui il primo a farsi avanti, in mezzo a "giovani e vecchi che molto ebbero a soffrire:/ anime macchiate da lacrime recenti, tènere vergini,/ molti uomini, feriti dalle punte di rame delle lance,/...ancora con le armi insanguinate", è Elpenore, "il nostro amico Elpenore": un'esclamazione di affetto, fors'anche di comprensione, che leggermente attenua(discostandosene) il velato scherno e l'ironia - "un certo disprezzo", dirà più tardi Jannis Ritsos6 - del testo omerico.

Il poeta moderno vede Elpenore con occhio pietoso("compassionevole spirito"): è un essere umano sfortunato, che nessuno protegge e quindi facile a precipitarsi nella rovina e nella morte. L'unica sua colpa: il troppo vino, che ha reso probabilmente più decisiva la caduta e la rottura dell'"osso del collo...sopra il muro".

La prova della simpatia per questo Elpenore in fondo tragicamente innocente e incapace di gestirsi, sta tutta nel verso conclusivo dell'incontro con Odisseo, un verso epigrammatico, si direbbe apodittico, che dà principio ad una nuova collocazione etica del personaggio e presagisce per lui un'altra esistenza nell'avvenire, una specie di immortalità che in Omero apparirebbe assolutamente improbabile, anche se adombrata nell'auspicio che rivelano le parole di Elpenore("che mi ricordino le future progenie").

Questi diventa così

un uomo sventurato, con un nome per il futuro.

E' questo l'epitaffio che Elpenore chiede a Ulisse di incidere sulla sua sepoltura in riva al mare. Ed è un verso profetico di Pound, giacchè costituirà il punto di partenza di un cospicuo e duraturo interesse letterario per la figura del personaggio omerico che giungerà fin quasi ai primi del XXI secolo, provocando nel contempo la nascita e lo sviluppo di tutta una "filologia elpenorea" nella quale il carattere di tale personaggio si riprodurrà nell'interpretazione di non poche varianti fisico-psicologiche dell'uomo antico riflesso nelle contingenze della vita dei tempi moderni e contemporanei.

Al riguardo è stata pertinentemente messa in risalto7 la coincidenza tra la "natura non eroica" dell'Elpenore odisseico e i "tempi non eroici"(praticamente gli anni successivi al primo conflitto mondiale) durante i quali è avvenuta la sua reviviscenza "europea". Non solo. Alla non eroicità del personaggio e dei tempi potrebbe parimenti aggiungersi la parallela "fame di edonismo" riscontrabile in entrambi, una irrefrenabile tendenza verso ogni possibile esperienza voluttuosa al di fuori delle convenzionali misure sociali ed etico-religiose.

Simbolo dell'uomo incapace di superare le offerte e proposte terrestri di capziose delizie,8 e condannato a trovarsi nella stessa sorte di Elpenore è in fondo anche il personaggio di Mauberley nell'omonima opera dello stesso Pound:9 una mediocrità che nulla varrà ad elevare alla suprema dignità artistica rimanendo nel limbo di una insignificanza senza scampo.

Nel poema del poeta americano(IV, 20-25) i lineamenti di Hugh Selwyn Mauberley corrispondono a chiari tratti a quelli dell'Elpenore omerico e non è nullamente da escludere che abbiano altresì fornito la più caratteristica traccia per la definizione dàtane poi da Seferis nel sottotitolo alla seconda parte del Tordo, "Il sensuale Elpenore"(e non escluderei anche il più intenso "Il voluttuoso Elpenore" ).

I versi di Pound sono rivelatori:

e sopra il remo

leggi questo:

"Ho vissuto,

ma non esisto più:

qui è stato trascinato

un Edonista."

così che l'immagine che ne scaturisce appare ed è la copia perfetta dello sfortunato e irriflessivo compagno odisseico.10

Certo, l'analogia che potrebbe individuarsi in questo confronto - come alcune altre che in prosieguo saranno passate in rassegna - con la tipologia umana delineata nell'Odissea e poi nel XX sec. divenuta paradigmatica, potrebbe a prima vista apparire poco pertinente nella comparazione di personae così lontane l'una dall'altra nel tempo e nello spazio. Sennonchè, a scanso di equivoci, va subito notato che essa(analogia) si realizza compiutamente solo in quanto il contenuto psicologico-comportamentale del personaggio moderno trae linfa e tradisce intime ideologiche connessioni con l'antica creazione. Pertanto, di conseguenza, va evidentemente ignorata, perchè deviante e non concludente, sia ogni attinenza a connotati di immagine esterna rapportati unicamente a diverse contingenze locali e temporali lontane tra di loro sia ogni identificazione puramente episodica, per privilegiare invece un accostamento basato sopra tutto su corrispondenze di destino e correlati itinerari psicologico-sentimentali dei personaggi.11

Nel 1919, due anni dopo l'introduzione nella letteratura europea della "storia" di Elpenore da parte di Ezra Pound, la lezione è raccolta la Jean Giraudoux che pubblica la novella "Elpénor" in cui la medesima tematica viene riproposta ed allargata a nuovi risvolti.

Lo scrittore francese vi offre una visione del tutto innovante e originale attraverso implicazioni di vita che permettono la formazione di interessanti anacronismi,12 talchè la specifica struttura odisseica rinasce a novella esistenza in certo modo diventando immediatezza ed attualità.

L'intero tessuto del racconto di Giraudoux13 pur mantenendo una certa linea di contatto con l'atmosfera e con alcuni punti di riferimento del testo antico, si muove in un mondo affatto particolare attraverso azioni ed eventi insoliti, enunciati di singolare novità e apofantici percorsi di riflessione.

L'avventura di Elpenore emerge molto più complessa: due interi capitoli ne snodano le sequenze figurali, in cui addirittura Elpenore e Odisseo giungono a confondersi e sostituirsi a vicenda in un gioco di trasformazioni personali nel quale gli dèi non dovrebbero essere del tutto estranei.

Anche qui Elpenore fa il suo ingresso in scena in maniera piuttosto disastrosa nel momento in cui Ulisse e compagni si preparano a salpare per scendere negli Inferi all'incontro di Tiresia: è sempre vivo, maldestro e babbeo, tanto da meritarsi l'incondizionato disprezzo, decisamente diretto, non solo da parte di Euriloco, astuto, cinico e gradasso, ma anche di un nuovo personaggio che vi fa la sua apparizione, Perìmide, geloso, calcolatore e subdolo.

"Sempre primo nelle scappate, ultimo ad imbarcarsi...il primo ad essere tramutato in maiale": caratteristiche che non si discostano troppo dalla descrizione omerica, e inoltre fuori misura allocco, al punto da costituire per ciò stesso un costante pericolo per tutti gli altri. "E' alla fonte di ogni nostra disgrazia" dice Giraudoux, e più tardi Seferis, riprendendo la sostanza di tale concetto, non esiterà ad affermare: "non dimentichiamo che gente come questa, semplice e senza malizia appunto perchè docile, è spesso il miglior veicolo del male che altrove ha la sua sorgente."14

Ulisse non intende di certo portarsi un tipo come Elpenore nell'Ade e per ciò ordina di farlo ubbriacare e lasciarlo in cima al palazzo di Circe.

Giraudoux qui chiaramente innova.

La partenza della nave coincide con la morte (la prima morte) di Elpenore, precipitato dal terrazzo(in questo particolare la "versione" di Giraudoux coincide con quelle di Omero e di Pound). E all'arrivo di Ulisse nell'Ade l'ombra di Elpenore è già lì, con una differenza però importante oltre che sorprendente: molto stranamente Ulisse non scorge nell'ombra che gli si para davanti la figura di Elpenore, ma quella del figlio Telemaco! E' anche vero però che questa "confusione" viene in certo modo "indotta" dal fatto che l'ombra che si accanisce nel tormentare Ulisse investendolo addirittura come una "nebbia", gli suggerisce essa stessa una presenza del figlio: "non riconosci tuo figlio?".

A questo punto in Giraudoux, per la prima volta nella "storia letteraria" di Elpenore, verrebbe a configurarsi tra quest'ultimo e Odisseo l'esistenza di un rapporto che non è semplicemente quello normale tra due compagni di viaggio(o di avventura), ma qualcosa di più personale, che presupporrebbe una qualche relazione affettiva: ricordandogli di "suo figlio", Elpenore non credo che abbia voluto far credere ad Ulisse di essere davvero "suo figlio Telemaco" cercando di trarlo in inganno, ma solo qualcuno che Ulisse stesso in passato aveva forse "adottato", per affetto o/e per protezione della sua fragilità, e sentito come un figlio, come suo figlio!

Questo, per parte di Elpenore, giacchè Ulisse non pare proprio, contrariamente al racconto odisseico, apprezzare l'incontro con quel suo ex compagno: "Vattene! O che vuoi?".

Inutile attacco verbale. Elpenore anela ed esige la sepoltura, l'estremo atto di pietà per pervenire finalmente all'eterna quiete, atto che rispetto ad Ulisse assume l'inderogabilità di un dovere.

Ma la vita di Elpenore appare ed è molteplice. L'assurdità e inammissibilità del suo cadavere nel palazzo di Circe spinge questa a chiedere a Zeus di risuscitare Elpenore per una nuova vita così da poter egli, a suo tempo, morire lontano dall'isola della maga. Ancora una volta l'interpretazione di Jean Giraudoux crea dinamiche e circostanze del tutto nuove: così Elpenore rivive, scende dalla pira pronta a bruciare il suo corpo morto e si associa agli altri compagni e a Ulisse nel viaggio di ritorno ad Itaca.

E' fatale l'approdo all'isola del Sole e il massacro dei "buoi sacri". La seconda morte di Elpenore, aggrappato a Ulisse dopo il naufragio vendicatore del dio, avviene nel mare. Elpenore è sempre vanitoso e sciocco, cosicchè, " lusingato dalla adulazione, nel suo entusiasmo apre le braccia, si distacca da Ulisse e...cola a picco".

Ulisse si salverà e15 approderà, un'altra identità estroflessa, all'isola dei Feaci. Ma è davvero Ulisse? In realtà la sorpresa è in agguato. Un altro capovolgimento: le personae si confondono tra di loro: tra morte e vita i confini svaniscono, Ulisse sparisce ed è Elpenore che incontra Nausicaa ed è ospite di Alcinoo.

La terza morte di Elpenore, che sarà quella definitiva, si compirà nel regno dei Feaci, quando egli, trasformato da Apollo in Marsia e tanto immedesimatosi nel personaggio da diventare arrogante e ingiuriare gli dèi, viene da Apollo stesso squartato e la sua pelle appesa ad un albero.

E' il momento in cui i Feaci scorgono al posto del "piccolo" Elpenore il "gigante" Odisseo. Elpenore non c'è più.

E sta qui il fascino del concentrico impianto semiotico di Giraudoux: sono le ambivalenze metamorfiche dei personaggi come una rifrazione eterotopica nella spazialità del tempo.

Dato quanto precede, pertanto, non può sfuggire all'attenzione come in Giraudoux il carattere di Elpenore si discosti diametralmente dal carattere, in fondo stereotipato, di tutti gli altri autori che hanno inserito nella loro creazione poetica tale personaggio. Così, Giraudoux nella "giostra" delle tre morti di Elpenore ha dato vita ad una figura assolutamente nuova, pur muovendosi in un ampio campo di reminiscenza sia omerica che più ampiamente mitologica. Originali e distintivi sono i connotati di Elpenore nella fantastica carrellata delle sue avventure, dove la sua immagine si pone in ogni momento in bilico con quella di Ulisse, in ciò traducendo l'intima correlazione che lega i due attraverso le loro opposte qualità/difetti, in una prismatica definizione caratteriale umana.

In parte la simpatia di Giraudoux verso il suo Elpenore troveremo, venticinque anni dopo, nel medesimo sentimento con il quale Seferis tratteggerà il suo Elpenore.

Nel 1922 James Joyce pubblica il romanzo Ulisse.

Certo, il contesto joyciano di questo "Ulisse" si è già alquanto allontanato dal modello omerico, seguendo una trama ampiamente diluita in termini variamente generali, così da essere in pratica insostenibile qualsiasi tentativo di individuarvi sicuri e costanti parallelismi semasiologici con l'antico protagonista, tanto l'entroterra fenomenico che adotta diverge di propria vita.

Nondimeno un personaggio, non tra i principali, potrebbe a rigore consentire l'idea di una qualche attinenza con la figura elpenorea: Paddy Dignam tratteggia un carattere assai prossimo a quello di Elpenore, sia pure in una versione corrispondente ai tempi in cui si svolge l'azione del romanzo, cioè un Elpenore moderno.

Anche per l'eroe dello scrittore dublinese un eccesso lo condurrà alla morte, un eccesso di edonismo, un eccesso di ebbrezza dei sensi: il troppo alcol, come il "troppo vino" e la cattiva sorte provocano la sua morte nel componimento di Pound. E sarà ugualmente una morte improvvisa e istantanea, come in un sonno, elemento che Pound non adotta esplicitamente, ma è invece ben presente nel canto omerico.

Dice Joyce:

- Un brav'uomo, come si deve, disse il sig. Dedalus. Se n'è andato di colpo.

- E' scoppiato, disse Martin Cunningham. Il cuore.

.............................................................................................

- Poveraccio, una morte improvvisa, disse (il sig. Power).

- La migliore morte, disse il sig. Bloom.

.............................................................................................

- Senza soffrire, disse. In un botto. Come morire nel sonno.

(Ulisse, 6o episodio, Ade)

Altrettanto Elpenore, che muore quando meno se l'aspetta, una botta e via! E nel sonno, giacchè il suo spirito era ancora immerso nel sonno, oltre che nello stordimento dell'ubbriachezza, quando precipitava dalla scala.

Vi è una compassione, e pure un certo spirito affettivo, nelle parole di questo dialogo. Joyce non disprezza il suo "Elpenore", malgrado la futilità di cui dà prova e l'imprevidenza del suo comportamento. Diversi anni più tardi lo stesso compatimento e la stessa indulgenza esprimerà Jorgos Seferis per il suo Elpenore, anche se in separata sede d'interpretazione rileverà la concreta esistenza di una pesante negatività in un simile tipo di uomo,16 nei termini che vedremo più sotto.

Passeranno più di un decennio per ritrovare in poesia il "mito" di Elpenore. Nel 1933 ancora un poeta americano, Archibald Mc Leish, assumerà a protagonista di un suo testo poetico lo sfortunato e avventato non-eroe odisseico, in un monologo parenetico indirizzato nell'Ade a Ulisse, unico mortale ad esservi disceso da vivo.17

E' un Elpenore assolutamente diverso da quelli per così dire "tradizionali" sinora incontrati, un essere (un'anima) perfettamente consapevole della morte, anzi esperto di morte, sua e dell'umanità, tragicamente pessimista e dolorosamente lucido nella constatazione del "marciume dei tempi". Il suo "intervento" rivela una mente attiva, vigile, conscia della realtà dei fatti e delle loro conseguenze. In sostanza, nulla a che vedere con il modello originale e le "trascrizioni" novecentesche dei precedenti autori.

A giusto titolo è stata riscontrata in questo Elpenore una spiccata analogia con il "narratore" dell'"Itaca" di Kavafis:18 un uomo saggio che ben conosce l'inconsistenza delle umane aspettative:

Le vie marine si estinguono,

e solo vecchie signore

rievocando tuniche scarlatte

sperano di ritornare ai loti

ed ha altresì ben chiaro il significato del cammino da seguire:

La sola strada è dritto avanti

fino alla conquista della natura incontaminata e della genuina terrestrità "facendo rotta verso la Stella Vespertina".

Ad un Odisseo "che escogita cavalli e macchine" va un consiglio del tutto rivoluzionario, in pratica all'estremo opposto di ogni logica rapportata all'idea del nostos: il ritorno dovrà essere

No ad Itaca,

non più alle stanze nuziali, ma alle alghe

secche sotto i rovi

e gabbiani e un'altra alba

perchè il viaggio ideale dell'uomo deve giungere

fino alla patria

di una nuova terra, a un oceano

mai prima solcato.

Non vi è chi non ritrovi in questa prospettiva il riflesso dell'esortazione dantesca nel suo Ulisse.19 Se però è pur vero che nel poema di Mc Leish è palese il riferimento a Dante e a Cavafis per quanto riguarda il fondamentale destino e compimento dell'essere umano nella maggiore conoscenza da acquisire lunga l'avventura della vita sulla terra, non meno appare chiaro il modo in cui l'autore medievale e quello moderno si differenziano nell'orizzonte valoriale del concetto della destinazione dell'eroe che è sempre l'uomo: Kavafis vede nel ritorno alla sorgente la perfetta chiusura del cerchio, il percorso di una somma empirica sublimizzata nella ricchezza della cognizione e dell'esperienza pathica, mentre Dante(e Mc Leish, tramite il suo Elpenore) intende proiettare l'uomo oltre i limiti umani, ad una dimensione della perfezione conoscitiva sovrumana e trascendentale, quasi una sfida alla suprema sapienza divina. Così va l'uomo "sempre avanti"

inalzando il suo fumo,

crèpino dèi e profeti!20

Elpenore qui crea il "proprio" Ulisse e gli dà coscienza e sostanza.21 Per se stesso null'altro che una tomba, addirittura anche anonima,22 ma almeno con il simbolo della sua fatica terrena, il remo, piantato ritto nella sabbia, unico "segno", unica ma sufficiente indicazione per i posteri che lì è sepolto Elpenore e solo Elpenore23, quasi uno spazio archetipico.

o o o

Jorgos Seferis nell'illuminante lettera-saggio inviata a Jorgos Katsìmbalis, che lo aveva pregato di scrivere un testo che potesse fornire una certa "interpretazione autentica"24 del poemetto "Tordo" in aiuto ai lettori interessati, scriveva nel dicembre del 1949:25

"Sarei apparso forse più esplicito se il lettore avesse considerato alcuni punti del mio precedente lavoro, dove Elpenore si presenta sia come carattere personale che come carattere collettivo. Per quanto io possa ricordarmi, adesso, comincerei dalla "Svolta". Gli "insipienti e sazi" che hanno mangiato i buoi del Sole, sono Elpenori".

Già: uno dei primi componimenti di questa raccolta, dal titolo per più versi significativo, edita ad Atene nel maggio del 1931, porta il titolo "I compagni nell'Ade". Si tratta ovviamente dei compagni di Ulisse che, ingordi e sacrileghi, per soddisfare la loro fame arretrata non esitano a sgozzare gli animali sacri andando in tal modo incontro alla vendetta divina:

Ed essendoci rimasto solo pane secco

che cocciutaggine

mangiare in riva al mare

del Sole i pigri buoi

ciascuno come un castello

per combatterlo

quarant'anni e finir

per diventare un eroe e una stella

avevamo fame sul dorso della terra,

e dopo aver mangiato a sazietà

ci siamo sdraiati quaggiù

insipienti e sazi.

Collettivamente dunque i segni distintivi del carattere elpenoreo, edonismo, materialità e stolidezza, oltre che una certa dose di incosciente ma non meno colpevole ingenuità, si ritrovano, chiara trasposizione morfologica, nel comportamento di questo manipolo di scalmanati famelici incapaci di dominare gli impulsi del corpo e secondare la voce della ragione, comunque essa si fosse manifestata

Peraltro, Elpenori sono, secondo Seferis, anche gli Argonauti,26 fatalisticamente sottomessi al destino del viaggio, alla fine del quale

i loro remi

indicano il luogo dove dormono sulla spiaggia

e insignificanti, cosicchè

nessuno li ricorda. Giustizia.

considerato che la non-memoria è direttamente proporzionale alla totale mancanza di "consistenza" autoreferenziale.

"Ed è giusto che nessuno li ricordi: non sono eroi, sono Elpenori", dice Seferis: un'altra collettiva caratterizzazione elpinorea per uomini di pochissimo conto, anche se "bravi ragazzi". rigorosamente senza alcuna personalità, sempre identici a se stessi nella loro negatività e sempre con lo "sguardo abbassato" sui remi e sugli scalmi con i quali le loro anime s'identificano.

Seferis, credo, provi una sincera simpatia per loro, che colloca in una particolare "categoria", intermedia tra "gli eroi omerici e i Tersiti":27 uomini che suscitano affettuosa compassione, "mediocri e sprecati" come sono, dediti alle fallaci felicità dei sensi e inconsapevoli della loro costituzionale insensataggine.

In Seferis sono i moderni argonauti, quelli che riflettono i tempi storici nei quali vivono, tempi instabili e mediocri, in un viaggio votato al fallimento nell'universale insensibilità(erano gli anni che "preparavano" le dinamiche foriere dell'orribile macello della seconda guerra mondiale - tutti argomenti che nulla hanno a che vedere con gli eroi del mito e la loro gloria sempiterna.

In ogni modo, la figura di Elpenore trova la sua più completa fisionomia in quelle poesie di Seferis dove viene "narrata" come carattere personale.

Sin dal 1935 evidente eco degli antichi versi:

un certo Elpenore, il più giovane

(Odissea, XI, 552)

si trova nel componimento "Bottiglia nel mare":28

Qui in mezzo ai ciottoli abbiamo trovato una moneta

e ce la siamo giocata ai dadi.

Il più giovane l'ha vinta e s'è perduto.

Di nuovo abbiamo salpato coi remi spezzati.

Anche se nessuna esplicita menzione v'è del nome di Elpenore(o almeno non ancora), l'allusione non necessita di alcuna prova: è il più giovane, il più fortunato/sfortunato, colui che "si perderà" nelle maglie dell'incoscienza e della volubilità. E più tardi, nella poesia "Racconto"29 sarà sempre lui,

l'uomo che va piangendo

nessuno sa dire perchè

........................................

Altri mentre passava l'hanno

udito parlare da solo

di specchi infranti anni addietro

di infrante sembianze negli specchi

(specchi) che poi diventeranno "statue piegate"30 quando ogni speranza di reviviscenza dell'amore starà per morire definitivamente nella memoria e nell'inutile aspettativa, e la disambiguata "vacuità" della persona Elpenore è incontrovertibile:

non rappresenta nulla

in pratica come ogni cosa a cui ci si è troppo assuefatti, divenuta semplicemente insanabile ipostasi elusiva.

E ancora ritornerà,31 quattro anni dopo32 sempre infelice simbolo di scapataggine e ignavia, che pure desta nostalgia e pietà

mio caro Elpenore! Mio stupido, povero Elpenore!

Così, questa insistente presenza dell'anti-eroe omerico nella poesia seferiana giunge al suo apice, articolandosi in varie direzioni e intensità, e finalmente si compendia in modo pregnante nel poemetto che rappresenta una delle migliori espressioni dell'arte poetica di Seferis: il "Tordo", titolo che riproduce il nome del relitto di una piccola nave naufragata nei pressi dell'isola di Poros, lungo le coste dell'Argolide nel Peloponneso.

L' "idea" di Elpenore (e di Circe) fa la sua apparizione subito nella prima delle tre sezioni del poemetto, dal sottotitolo "La casa vicino al mare", nel contesto di un viaggio nella memoria che il narratore(non altro che Odisseo) compie al ritorno in una casa una volta familiare e cara ed ora "con molte finestre aperte", nuda e dispettosa perchè spogliata della sua anima vivificatrice.33

E' preannunciato un arrivo:

sto pensando

che qualcuno si appresta a venire, che lo stanno abbigliando

con vestiti candidi e neri con gioielli multicolori

qualcuno che è morto

e si prepara a venire per salutarmi

dove è più che plausibile che quel "qualcuno" sia proprio Elpenore, se è vero che è Elpenore colui che, nei primi versi della seconda parte del poemetto, il giorno prima era stato visto

fermarsi davanti alla porta

sotto la mia finestra.

E poi c'è anche una donna, sicuramente Circe, attraverso la quale l'incontro tra i due uomini può aver luogo, giacchè è un incontro che avviene nell'ambito del mondo dei morti e Circe ne costituisce l'ideale tramite e consigliere: una Circe astratta, impersonale, indispensabile elemento connettivo tra Ulisse ed Elpenore (la relazione tra questi ultimi palesemente si giustifica in pieno grazie al reciproco collegamento con Circe).

E' la donna che viene dai caldi porti del sud - Smirne, Rodi, Siracusa, Alessandria - ,34 colma di aromi, di frutti e di erbe preziose, altera e indifferente35 per quelli che dormono, inebetiti dall'ubriacatura dei sensi, "sotto la scala", fors'anche tramutati in maiali. Insomma, una donna fatale, certamente molto bella, non obbligatoriamente una maga, per la quale Seferis "riscopre" due aggettivi antichi tratti da Esiodo, Omero ed Eschilo:36 "dagli occhi vividi/ dal cinto profondo": ελικοβλέφαρη/βαθύζωνη.

La seconda parte del poemetto è divisa in due sezioni dal titolo rispettivamente "Il voluttuoso Elpenore" e "La radio": la prima è dedicata interamente ad Elpenore, mentre nella seconda Odisseo riprende direttamente il monologo della persona narrante.

Elpenore vi appare, memore di passate focose sensazioni, alla ricerca disperata di un nuovo approccio con Circe, l'indimenticabile sensualità: "sensuale e timido, maldestramente" - dice Seferis37 - "tutto il contrario dell' 'irresistibile seduttore,' si sforza con similitudini e circonlocuzioni di parlarle dell'amore dei corpi".

E' l'ultima volta che i due s'incontrano. Elpenore è ancora vivo, è "poco prima di cadere e rompersi l'osso del collo", è ancora e tuttora ingenuamente ardente, nel sangue ancora il ricordo delle lascivie tra le braccia della donna("Elpenore non ha potuto dimenticare quella lussuria. La sua nostalgia per il ritorno si richiama al porcile", dice Seferis).

D.N. Maronitis ha ben intravisto in questa connotativa posizione fisica e in questo immutabile stato d'animo di Elpenore "l'incarnazione della molle natura del sentimentalismo e della fragile mente". E' così dunque che, mentre "Odisseo non resiste alla voluttà, ma pure la penetra e la esaurisce, i suoi compagni all'inverso la voluttà li assorbe e li esaurisce".38 Naturalmente di questi compagni del tutto inaffidabili negli assorbenti sconvolgimenti carnali e mentali della voluttà Elpenore costituisce l'esempio più flagrante e persuasivo.39

In ultima analisi la lotta è impari. Ci si rende subito conto che Elpenore, nel suo fatale spaesamento sentimentale, ne uscirà sconfitto, un po' per la totale, ostile indifferenza della donna(Circe) e un po' per il genere di discorsi che egli le rivolge, di un lirismo fuori luogo e tempo che va a cozzare, frantumandosi, sul freddo, addirittura volgare, si potrebbe precisare, realismo di lei: "guardava con impazienza / là dove stavano friggendo del pesce: come una gatta".

Al chiaro di luna

le statue si piegano talvolta come le canne

in mezzo a frutti vivi - le statue:

..................................................................

si piegano: diventano lievi, con un peso umano

è poetico Elpenore, ma

Le statue stanno nel museo

risponde Circe, pedestre e quasi gelida, sicuramente insofferente; inutile, giacchè il suo "spasimante" non demorde, riprende nuova lena, in un altro estuoso flusso di malcelata brama di piacere, insiste nel ricordare la pressante incombenza delle statue:

No, ti perseguitano, come puoi non vederlo?

voglio dire, con le loro membra spezzate,

col loro aspetto d'una volta, che non hai conosciuto,

ma pure hai presente.

ed è in questa evocazione del passato che quasi impercettibilmente viene ad insinuarsi dolceamaro un senso di nostalgia nel quale però la figura di Elpenore sbiadisce e implicitamente prende tacita consistenza, vagamente si addensa concretandosi l'immagine di Ulisse dalle mille esperienze e nella indistruttibile memoria di esse:

Come quando giunto

alla fine della tua giovinezza ti trovi ad amare

una donna ancora rimasta bella, e nuda avendola

tenuta nel meriggio temi continuamente

la memoria che si desta nel tuo amplesso:

temi che il bacio non ti tradisca rivelandoti

ad altri letti ormai lontani nel passato,

che potrebbero però farsi incantesimo

tanto ma tanto facilmente e risuscitare

sembianze nello specchio, corpi un tempi vivi:

la loro voluttà!

Sulla scena non c'è più solo il giovane, il ragazzo quasi, Elpenore, ma anche la contrastiva figura del maturo, carico di ferite e di illusioni Odisseo: e le due personae, credo, alternandosi si confondono, una proietta ed elide l'altra, l'una balugina attraverso l'altra. Ancora Elpenore si fa avanti, ancora per poco, con le ultime "fantasie filosofiche" sullo sfacelo umano, "l'inconfessabile paura del sonno" precursore della morte e gli eventi da esorcizzare perchè non desiderati.

Non conclude. E allora, decisamente e definitivamente Circe:

Le statue stanno nel museo.

Buonanotte.

e le ultime parole, come in sospensione, di Elpenore, svaniscono nel nulla, il consuntivo di un'ipotesi piuttosto onirica: per forza anche lui: "buonanotte", e poi a incamminarsi su per la salita "verso l'Orsa", mentre lei, padrona di se stessa, vincitrice, sempre frivola, va a mescolarsi nel turbine indistinto dei rumori e delle voci che la radio diffonde nella notte:

Qui si divisero. Lui si avviò

su per la salita che conduce verso l'Orsa

e lei s'incamminò in direzione della spiaggia illuminata

dove l'onda annega nello strepito della radio.

Seferis non specifica dove si dirige Elpenore. Conoscendo la sua fine, si può dedurre che egli proceda verso il suo ineluttabile destino, lassù, sul piano attico del palazzo di Circe. Quanto a quest'ultima, la direzione che prende non fa che confermare la sua naturale tendenza e natura verso la banalità e volgarità mondana, una situazione triviale, rozzamente umana, bassamente materica. Poco prima non era proprio lei che "guardava con impazienza/là dove friggevano del pesce"?

Con una parola singolarmente espressiva e scritta in lettere maiuscole, ΨΥΧΑΜΟΙΒΟΣ40, che si riferisce alla guerra ("ha schiacciante prevalenza la guerra") finisce la seconda sezione della seconda parte del "Tordo",41 un complesso di quattro strofe da otto versi ciascuna, in forma di canzone (non è forse il grammofono che riempie il luogo di insulsi rumori/musica-parole?), dove Ulisse schematizza la storia del suo lungo viaggio, interminabile storia di perdite e di consunzioni(compagni, navi, la propria casa, la propria anima, il proprio corpo, la propria vita), fasi successive di una eterna tragedia che si conclude con la gelida, orribile frase "...in modo schiacciante sovrasta. La guerra...", mentre la radio annuncia febbrile: "con virulenza gli eventi si sviluppano" e "non rimane più tempo".

Elpenore riappare all'inizio della terza parte del poemetto, dal sottotitolo "Il naufragio del 'Tordo'".42

Il relitto del "Tordo" ricrea l'immagine e l'idea del naufragio che conduce Odisseo all'Aldilà, nell'Ade per conoscere il destino riservatogli dagli dèi. Elpenore lo ha preceduto e per primo accorre all'apparire di Ulisse43. Qui e adesso giunge al termine il rapporto tra i due "esuli" dalla guerra. Elpenore si perderà nell'Erebo, ma prima compie il gesto della generosità, con la decisività della "giustizia dei morti":

Questo legno che la mia fronte refrigerava

quando il meriggio infiammava le vene

in mani straniere fiorirà. Prendilo, te lo regalo:

guarda, è legno di limone...

è la verga, il ramo di limone con il quale Circe colpiva gli uomini tramutandoli in porci, o piuttosto uomini-porci, ed Elpenore la possiede, estremo, mortale ricordo di Circe e nel contempo estrema, struggente nostalgia di Elpenore per una indimenticata inebriante condizione sensuale (non necessariamente solo erotico-amorosa) come perenne infuocato sigillo nella mente e nel corpo.44

Ed è per questa "giustizia dei morti"- che non può più invidiare le "mani straniere" che a loro volta prenderanno [il legno] per rinfrescare la fronte del nuovo possessore45- che Elpenore ne fa dono a Ulisse, uomo ed eroe, carnalmente sensuale e possessivo, a sua volta non meno erotico, anzi erotico tanto da dominare l'erotismo e non esserne dominato. Ed è altresì nella costante tensione verso la luce dell'umanità e dell'eternità che, in parallelo, chiuderà la terza parte del "Tordo" attraverso le parole non di Tiresia, ma di Socrate, la cima della filosofia, l'apostolo della giustizia, la vittima per eccellenza dell'ingiustizia umana.

A questo punto, constatata e documentata l'innegabile attrazione esercitata su Seferis dal personaggio di Elpenore attraverso gli evocativi codici semantici che emana, tanto che il poeta si direbbe non abbia potuto far a meno di inserirne espliciti o sottintesi accenni perfino in molte composizioni anteriori al "Tordo", in quest'ultimo poi concludendo ampiamente il lungo colloquio sentimentale, viene spontaneo di chiedersi se eventualmente possa riscontrarsi nell'uomo-Seferis un parallelo o, meglio, un pendant con la figura elpinorea.

Lo stesso poeta ci viene in soccorso46 in modo espresso e incontrovertibile chiudendo definitivamente un "dubbio" che a molti sembrerebbe abbia posto non poche perplessità. Dice Seferis: "Ho anche l'impressione che alcuni si lascino persuadere che Elpenore sia io... 'Elpenore rappresenta una situazione tanto indipendente da me quanto i personaggi di un romanzo...' Elpenore sono io come Bouvard o Pécuchet è Flaubert. Partecipo a questa natura, come ogni uomo partecipa alle sue creature, o meglio, tanto per ricordare la parola di Keats...Elpenore mi appartiene come appartiene al camaleonte il colore che mostra. Talvolta ho compassione per lui, però più spesso sento una grande contrarietà per le cose molli che egli rappresenta e che sentiamo intorno a noi come un'acqua stagnante".

o o o

Anche Jannis Ritsos, sia pure con molto ritardo rispetto a Seferis e a Sinòpulos,47 nella seconda serie delle sue "Testimonianze" include un nucleo di poesie nelle quali utilizza diversi riferimenti mitologici e omerici.48

Nulla si sa sulle ragioni di un così tardivo accesso al cosiddetto "metodo mitologico" che già molto prima Kavafis aveva inaugurato nei suoi componimenti e poi fu ripreso da Pound, da T.S. Eliot e, in Grecia, da Sinopulos e sopra tutto da Seferis. Probabilmente ostacoli ideologici e partitici potrebbero aver non poco influito su questo apparente disinteresse di Ritsos verso tematiche non rientranti in determinate direttive politiche e coinvolgenti precisi, peculiari impasti linguistici, ma che pur sempre costituiscono(e comunque hanno sempre costituito nella letteratura greca) inesauribile fonte di meditazione e d'insegnamento.

Diametralmente opposta a quella di Seferis si pone la collocazione di Ritsos nel delineare la "storia" di Elpenore, pur avviandosi sulle tracce della originaria lezione odisseica:

E costui, che udendo i passi dei compagni

allontanarsi sui ciottoli, ubbriaco come era,

anzichè scendere la scala che aveva salito, saltò in avanti

rompendosi il collo, per primo giunse

davanti al varco nero. E nemmeno gli sono serviti

i responsi di Tiresia. E neanche ha sfiorato

il sangue del montone nero. La sola cosa che aveva chiesto

era un cubito di terra sulla spiaggia di Eea

e che piantassero lì il suo remo - quello che vogava

accanto ai suoi compagni. Onore, dunque, e gloria

al bel pallìcaro. Lo hanno definito sventato. Ma anche lui

non è stato forse utile secondo le sue forze

nel loro grande viaggio? Già per questo il Poeta

ne fa distinta menzione, anche se con un certo disprezzo,

ma per ciò stesso forse con più amore.

(Non-eroe)

L'affetto di Ritsos per il suo Elpenore non è "poetico", come si potrebbe riscontrare in Seferis e prima ancora in Pound, ma profondamente, direi visceralmente umano, come una sensibile, sofferta comprensione, anzi una perfetta giustificazione, "senza fini di lucro", che eleva la figura del giovane sfortunato sul più alto piedistallo di merito e di stima.

Ecco perchè "onore...e gloria" alla natura semplice, autentica, vera del "non eroe", non artefatta o sofisticata o comunque alterata da inconfessate convenienze, necessità, circostanze e interessi.

E' indulgente Ritsos. E' ironico Ritsos. Dicendo "lo hanno definito sventato" chissà a chi abbia voluto riferirsi? A Omero? Non avrebbe senso. A Seferis, piuttosto? Potrebbe benissimo essere, ove si consideri che motivi sopra tutto ideologici hanno tenuto i due uomini abbastanza lontani l'uno dall'altro. E l'indulgenza di Ritsos va nettamente ai più deboli, a quelli che il destino trascina e precipita, che pagano le scelte dei più forti e riscuotono le peggiori conseguenze. D'altra parte la sua ironia flagella i "favoriti dagli dèi", i fortunati della sorte che volontariamente ignorano il valore della ricchezza e del potere in loro possesso:

e chi non sarebbe entrato

nel bagno, a farsi insaponare, a farsi spalmare di unguenti dalle serve,

e farsi condurre nelle lenzuola di seta della padrona

e alle sue mammelle di seta? E poi quello che ti viene a dire:

vigliacchi, sventati e sopra tutto 'i maiali'!

(Euriloco)

implicitamente disconoscendo e screditando l'ingiustificabile alterigia dei possenti, indegni titolari di un dominio unicamente fondato sulla volontà di superiori più possenti. E ancora una volta l'allusivo "quello che ti viene a dire". E' indubbio che il destinatario di "lo hanno"("Non-eroe") e "quello"("Euriloco") non può essere che la stessa persona.

Si tratta semplicemente di poggiare sulle letture e presumere chi sia.

E non solo giustifica, Ritsos, la fragilità e la futile sensualità di Elpenore, ma anche, e con più accentuata comprensione, i comportamenti perfino sacrileghi dei compagni, assillati da incombenze che il loro stato di costituzionale debolezza e dipendenza esaspera insopportabilmente, tutti "Elpenori" senza scampo:


Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

della nave il vino e la farina finirono, parecchio pazientarono,

qualcosa pescarono con gli ami - cose da nulla - come saziarsi? Alla fine

non rimase che sgozzare le mucche del sole dalle larghe fronti:

che importa se muggivano

come veri buoi le carni agli spiedi e camminavano

le pelli scoiate

(Perdono)

e tutto ciò perchè

Se anche noi avessimo il favore degli dèi e se ci avessero regalato

quell'erba con la radice nera e i fiori

lattei...

...................................................................................

...chi sarebbe rimasto quaggiù, nelle navi

solo e afflitto, a intagliare sulla chiglia rondini

o pulire le sue unghie col temperino?

(Euriloco)

In un certo modo Elpenore è il "rappresentante" e l'"immagine" dei suoi compagni. Il suo(e il loro) non-eroismo non può e non deve essere oggetto di ipocrita biasimo e di boriosa compassione, giacchè tutto

apparteneva al destino - inevitabile,

come si usa dire.

(Perdono)

cosicchè è del tutto illogico e ingiusto, e perciò stesso inammissibile, ignorare nel personaggio l'inequivoco presupposto dell' immanenza del destino per colpevolizzare una sua certa tipologia umana, che potrebbe anche costuituire un retaggio extra-antropico, anche attribuendo a sua colpa le "passività" della sua natura.

Entro questo ordine di idee, la concezione di Ritsos, sia pure nel brevissimo ciclo poetico in cui viene esposta, si propone come l'esatto opposto della ideazione seferiana, concettualmente più articolata, nondimeno, mi pare, assai dogmatica e conforme ad una filosofia della umana "consistenza" piuttosto "aristocratica" e per così dire disincantata, molto lontana, anche se forse non appositamente,49 dalla collocazione ritsosiana "popolare" e vivamente partecipe.

Infine, sembrerebbe che non sia da escludere che Ritsos, nel comporre le tre poesie or ora passate in rassegna(Non-eroe, Perdono e Euriloco) abbia avuto presente o si sia in parte ispirato al pensiero del primo "scopritore" di Elpenore nei tempi moderni, Ezra Pound, e al suo Canto XX, col quale effettivamente lo legano singolari analogie:

Quale il loro guadagno con Odisseo,

andati alla morte dentro il turbine

e dopo tante inutili imprese,

vivendo con carne rubata, incatenati al tavolo dei remi,

tutto ciò perchè lui si godesse una bella fama

e giacesse tutta la notte con la dea?

I loro nomi non sono stati incisi sul bronzo

..........................................................................

E cosa gli hanno dato?

Cera per le orecchie

veleno e cera per le orecchie

e una tomba salmastra nel prato dei tori.

Così, i compagni di Ulisse diventano piuttosto compagni di Elpenore, il loro destino è segnato, fatalmente vanno incontro alla perdizione semplicemente come "carne bovina di Apollo in conserva". Della loro vita il solo guadagno e la sola soddisfazione sono stati che almeno:

Se ne sono andati, comunque, sazi - chi potrebbe biasimarli?

(Perdono)

in tal modo il riscontro con Elpenore è quasi perfetto: anche essi "non sono eroi, sono Elpenori"!

E' vero che la "frequentazione elpenorea" di Ritsos è brevissima, ma non per questo meno sostanziale. Tra Ritsos, Elpenore e i suoi compagni, che non sono i compagni di Ulisse, è evidente una precisa parentela ideologica: anche questi "compagni" sono gli antenati dei contemporanei compagni proletari, anch'essi devastati dalla cattiva sorte, in balia del destino dei più potenti e dei più ricchi. In questa concezione Ritsos è assolutamente originale.

Più sopra si è anticipato che il primo non solo a ridar nuova vita in Grecia alla figura di Elpenore, ma anche ad "adottarla" e mantenerla nella sua poesia durante il più lungo periodo di anni(più di 30) nell'immagine di un personaggio carismatico ed emblematico per eccellenza in un processo di successive metamorfosi ontologiche e umane, è stato Takis Sinòpulos: il suo rapporto col rematore omerico iniziatosi nel 1944 si conclude praticamente nel 1975, pochi anni prima della sua morte(1981).

In Sinopulos Elpenore fa parte integrante, anzi meglio è il centro focale di una interminabile "meditazione di morte" durata un'intera esistenza attraverso una continua, coinvolgente evoluzione di varianti e di tematiche connessioni: un impianto iterativo di vitali referti introspettivi. Si direbbero delle "variazioni sul tema". O quello che lo stesso Sinopulos chiama "Scala di Morte" quale "successione di situazioni"50 verso un compimento che chiarisca il significato della vita nella sostanza della morte.

Nel 1944 dunque, cioè tre anni prima che Seferis desse alle stampe il poemetto "Tordo" e ivi si soffermasse a lungo nel racconto del personaggio Elpenore, al quale comunque, in verità, si era già riferito nella poesia Stratis il marinaio tra gli agapanti scritta a Transvaal nel 1942 e poi inclusa nella raccolta "Giornale di bordo II"(1945),51 Takis Sinopulos pubblica la fondamentale, per gli ulteriori sviluppi nel tempo e nel pensiero, poesia Elpenore,52 dando così principio alla stagione poetica incentrata su quella che potrebbe indubbiamente definirsi, unico caso nella letteratura, come autentica "meditazione elpenorea", dapprima innestata in una visione individuale di questa figura più che altro mitica ma nondimeno nel contempo così attuale da apparire reale e comune, e poi proiettata nella molteplicità di una polimorfica rifrazione di caratteri umani paralleli che variamente si riflettono nell'originario "modello Elpenore".

In tal modo questi in Sinopulos "non solo cambia di nome, di aspetto, di sesso e di scenario, ma bacchicamente si smembra e si trasforma in una composita ΝΕΚΥΙΑ di "ignoti".53

La poesia Elpenore, - a mio parere una delle più belle poesie di Sinopulos - piena di intensa commozione e tenero sentimento, costituisce l'imprescindibile impalcatura che sostiene il conseguente sviluppo identificativo del personaggio lungo una fitta galleria di repliche caratteriali dominanti pressochè l'intero panorama produttivo del poeta.

Vale la pena riportarne interamente i 40 versi:

ELPENORE

Elpenore, come venisti...

OMERO

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

E' stato uno della scorta a scorgerlo

non il più anziano: guardate, quello deve essere Elpenore.

Volgemmo subito lo sguardo. Strano che ci siamo ricordati

dopo che la memoria s'era inaridita come fiume in estate.

Davvero era lui Elpenore in mezzo ai cipressi neri

accecato dal sole e dai pensieri

che scavava la sabbia con le dita mozze.

E allora gli gridai con voce gioiosa: Elpenore!

Elpenore, come d'un tratto ti sei trovato in questo luogo?

eri morto col ferro nero conficcato nei fianchi

lo scorso inverno e sulle tue labbra vedemmo il sangue denso

mentre si prosciugava il tuo cuore accanto allo scalmo di legno.

Con un remo spezzato ti piantammo in fondo alla riva

per poter udire il mormorio del vento il boato del mare.

E adesso come sei così vivo? come ti sei trovato in questo paese

accecato dagli amari pensieri?

Non si voltò a guardare. Non udì. E allora di nuovo gridai

profondamente impaurito: Elpenore, che avevi per amuleto

un vello di lepre appeso al collo, Elpenore

perduto negli immensi capoversi della storia

io ti chiamo e il mio petto come caverna echeggia

come arrivasti amico d'una volta come potesti

raggiungere la nave tenebrosa che ci conduce

morti erranti sotto il sole rispondi

se in cuor tuo desideri venire con noi, rispondi.

Non si voltò a guardare. Non udì. S'addensò il silenzio tutt'intorno.

Scavando incessantemente la luce infossava la terra.

Il mare i cipressi la riva pietrificati

in una mortale immobilità. E solo lui, Elpenore,

che cercavamo con tanta insistenza nei vecchi manoscritti

tormentato dall'amarezza della sua perenne solitudine

col sole che cadeva nei vuoti dei suoi pensieri

accecato scavando la sabbia con le dita mozze

si allontanava come una visione lentamente svaniva

nell'azzurro senz'ali senza suoni deserto ètere.

Un racconto di grandissimo impatto emotivo, una vera e propria creazione di elevato respiro epico nel quale il mito di Elpenore risalta di nuova vita.

Tutti i precedenti autori hanno più o meno seguito, quasi obbligatoriamente, un filo conduttore, quasi una specie di cordone ombelicale, che li legava all'idea omerica, in certo modo prevista come condicio sine qua non, giustificazione teorica e malleveria di autenticità poetica.

Non così Sinopulos. Egli "costruisce" il suo Elpenore in una versione assolutamente personale, meglio dire personalizzata, indipendente da ogni determinante influsso, ne crea un'immagine unica e originale per introiezione tensiva- un personaggio che nel corso del tempo sarà matrice non di duplicati puri e semplici, ma di varianti ontologiche ognuna con la propria diversità di esperienze, ma tutte unite dall'invisibile filo conduttore della primordiale natura elpenorea nella sua immutabile tragicità forse ancor più esaltata dall'incombenza di tempi particolarmente sinistri e luttuosi come erano quelli dal 1944 fino ai primi anni '70.

Non bisogna dimenticare che l'Elpenore di Sinopulos più che una determinata figura di origine mitica o fantastica o romanzesca o pseudo-storica, è una genuina creatura del generale "paesaggio di morte" che si estende su tutta la vocazione poetica di Sinopulos stesso, fors'anche un suo alter ego, una sua controfigura nel teatro metamorfosico della vita, attraverso una serie di "ruoli umani" espressi nei diversi personaggi che la poesia vivifica di linfa vitale.

Nell'"Elpenore" di Sinopulos il narratore apparentemente non è Odisseo, nè un compagno, senza però escludere del tutto che possa anche essere uno di questi: la acronica anonimia non preclude nessuna soluzione.

Il luogo dove avviene l'incontro con Elpenore non sono gli Inferi, l'Ade, ma un generico "paesaggio di morte": appunto, quello stesso "paesaggio di morte" che il poeta porta sempre con sè e sente di "coltivare" tutta la vita nell'anima. Ugualmente non è Ulisse che si accorge di Elpenore, ma "qualcuno della scorta", un altro anonimo. E per la prima volta Elpenore non parla: "Elpenore e il Silenzio", come dirà Sinopulos in un'altra poesia54 riferita alla costante presenza elpenorea. Quanto alla morte di Elpenore, certamente la tipologia di questo personaggio creato da Sinopulos non poteva accogliere la "tradizionale" fine narrata nel poema omerico, nè le analoghe versioni adottate da Pound, Seferis e in parte Giraudoux. E' presumibile che l'Elpenore sinopuliano sia morto combattendo sulla nave "col ferro nero conficcato nei fianchi".

Un nuovo Elpernore sorge, così, negli scorci visionari di Sinopulos: la realtà di un fantasma che in seguito prismaticamente si frantumerà in altre, parallele diramazioni personificative per così dire diegetiche, rivelatori narrativi appunto (ancora nei "Canti") nei quali Elpenore rivivrà la vita contemporanea al poeta, sarà l'incarnazione di altri, moderni non-eroi, nomi di una vita o di un istante.

Dice Sinopulos55 chiarendo in modo perfetto tutta la struttura del suo "percorso elpinoreo": "Da tempo ho cercato di acquisire familiarità con tutte quelle susseguenti quasi consecvutive situazioni che avrei potuto definire Scala di morte. Perchè rifiuto la morte in quanto confine o come evento definitivo. Arriva prima che ce ne rendiamo conto e finisce - finisce? - molto dopo di quel che supponiamo. In questo Intermedio ho incontrato Elpenore, Eleni, Jàkovos, Bìlias, Fìlippos, Ioanna."

Nella "Cena funebre per Elpenore",56 in una atmosfera dove "l'austero Silenzio/a passi lenti errava nel deserto/salone sbarrato" Sinopulos ricostruisce poi quella che potrebbe considerarsi una moderna ΝΕΚΥΙΑ, un viaggio tra i morti, ma forse altresì il lampo di una visione atroce e sovrumana:

vidi tutt'intorno

una folla di figure morte che guardavano fissamente

. nel profondo.

Come nell'Ade, anche qui la silenziosa fissità dello sguardo. Anime in pena si accalcano semplicemente per vedere il visitatore: il contenuto dello sguardo non ha bisogno di parole per esprimersi.

Il narratore rivolge quasi la stessa domanda:57

Bilias, come ti sei trovato qui? come sei venuto in un'ora come questa?

Bilias è Elpenore, e viceversa. Una identificazione che non è anacronismo, ma proiezione nel tempo della emblematica figura antica. Bilias è la premessa di Elpenore, perchè il tramite della memoria fa emergere subito il simulacro del "defunto amico Elpenore":

così nella mia mente turbata s'ingigantì il suo simulacro

e tutto vivo balzò davanti ai miei occhi Elpenore.

Non è chiaro se questa volta Elpenore effettivamente parli o se sia invece l'idea della cupa voce che si fa sentire: ed è cordoglio e rammarico che dolcemente esprimono il loro rimprovero: anche qui Elpenore è stato dimenticato, ma non per la sepoltura

neanche una cena funebre

nemmeno una messa di suffragio promettesti per Elpenore.

Continua ancora amara la mia morte

e ancor più amara e tenebrosa mi tormenta

via via che il tempo trascorre. Lìberami, amico.

Lacrima il visitatore-narratore. Lo sguardo gli si appanna. Ma quando si asciuga gli occhi e si guarda intorno, non c'è più nessuno: "e quando...alzai lo sguardo per guardare Elpenore, non vidi nulla!" Sparita la folla di anime. Non rimane che il vuoto e una "luce imbellettata e mortalmente torbida". E' cessata la trasformazione, ogni configurazione identitaria. Il mondo di Elpenore crolla e si annulla nel rinnovato "paesaggio di morte".

Così Sinopulos, nel generale processo trasformativo della sua poesia, crea identificazioni con moderni personaggi, anche stranieri, una serie di epifanici mitopoietici palinsesti:

ritornerà Parnell dissi

di sicuro ritornerà

(Canto IV)

e ancora:

e guardai e lì stava Parnell, pallido, no ma

biondo Elpenore giocando coi suoi dadi d'argento58

(Canto V)

In tal modo il quasi omofono Parnell-Elpenore riappare in una relazione vita-morte assolutamente fluida nella quale, stavolta, un'eco omerica fa capolino rinnovando per un attimo l'evento mortale che spense Elpenore:

Giocando qui ti pietrificherai tièniti Elpenore

alla mia mano ti tirerò ma mentre

la mia mano l'ebbe afferrato dall'osso

del collo il sangue zampillò

bruciante di violenza.

(Canto V)

E altrove è Elpenore-Stephen,59 "compagno del moderno Ulisse", a fare la sua apparizione-trasformazione, un tutt'uno con

il biondo Elpenore

osso spezzato nella deserta quiete meridiana

(Canto VIII)

e più tardi la metamorfosi continua:

mi chiamano Jàkovos.

Poco fa camminavo. E non sapevo.

Chi sono io che devo sapere?60

e potrebbe essere anche Fìlipos che

non ritornerà

in questa immobile pianura61

La presenza di Elpenore nella poesia e nel pensiero di Sinopulos non si esaurisce praticamente mai, ove si consideri che gran parte dei suoi personaggi, emergenti nel turbine tragico e sanguinoso seguito alla guerra civile, ripropone in chiave contemporanea una interdiscorsiva articolata personizzazione della mitologia elpenorea.

Viene invece facilmente da pensare che per Sinopulos Elpenore sia enormemente più di un semplice, anche se duraturo, argomento per poetare e sviluppare ispirazioni ancorate a tragici vissuti e insistenti, languenti ferite.

In realtà ribadirei il concetto di un Elpenore creato da Sinopulos stesso proprio come una specie di sua dimensione speculare attraverso la quale finalmente l'autore riesce a sopportare l'esperienza esistenziale nel suo lungo e accidentato trascorrere. In questi termini ed entro questa cornice è molto plausibile configurare la presenza di Elpenore nella poesia di Sinopulos piuttosto come confortante parentesi di umana spontaneità e pietà.

In Seferis, come in Omero e in Pound, Elpenore muore una volta per tutte, rimane insepolto, quindi incompiuto, e l'unica cosa che chiede è di essere sepolto, insomma di "finire" definitivamente. Non vi sono possibilità, e men che meno eventualità di proseguire una vita nella memoria: non c'è nessuna ragione perchè questo accada, checchè ne dica, certamente a titolo consolatorio, il poeta americano

A man of no fortune and with a name to come

(Pound, Canto I)

chiaramente in tal senso riflettendo gli antichi versi, di per sè contradditori:

ΑΝΔΡΟΣ ΔΥΣΤΗΝΟΙΟ ΚΑΙ ΕΣΣΟΜΕΝΟΙΣΙ ΠΥΘΕΣΘΑΙ

(Odissea, XI, 76)

Del tutto diverso, anzi diametralmente opposto, è invece l'accostamento di Sinopulos, e in parte anche di Giraudoux, alla figura di Elpenore, e il "trattamento" degli elementi personali che ne trae.

Credo che sia correttamente realistico il sospetto, o meglio la certezza che l'Elpenore di Sinopulos, questo suo diuturno, interminabile rivivere in tanti successivi personaggi, greci e stranieri, e gli eventi tormentosi che animano lo spazio e il tempo della corrispondente espressione poetica quasi fino al termine della vita del poeta, rappresentino per quest'ultimo la costante e determinante àncora di salvataggio, quasi incarni il privilegiato referente che, nella sua ingenua umanità e naturale, si direbbe innocente sensualità, si pone quale schermo protettore e rifugio dove può attenuarsi il drammatico contrasto con il circostante "paesaggio di morte" e risolversi in idonea sia pure temporanea oasi di consolazione.

Attraverso la vita e la morte di Bìlias, Fanny, Eleni, Max, Ben, Konstandinos, Fìlipos, Ioanna, Jeràssimos, Petros, Magda e tanti altri - tutta una processione di ombre, morti della guerra, superstiti della morte - Elpenore concreta la propria immagine contemporanea, nello stesso tempo in cui tutti questi personaggi entrano nella mitica dimensione di un'altra odissea, odisseici compagni di Sinopulos, liriche propaggini di una "stagione all'inferno", come narrata nella convulsa62 "Cena funebre"(1972)63 e proseguita nella tecnicamente perfetta "Cronaca"(1975), prospetticamente rapportata ad una concatenazione di riferimenti cronici, vivi e persistenti nella vita del poeta.

Tutte trasformazioni di Elpenore. Tutte complicazioni genetiche e implicazioni ontologiche di Elpenore. Molto prima però(1953) Elpenore compare per l'ultima volta "di persona" nella poesia di Sinopulos. Nella poesia VI dei "Canti" la presenza "personale" di Elpenore si collega con l'"Elpenore", prima poesia della raccolta "Intermedio"(1951), chiudendo un cerchio ermeneutico in modo completo, sulla riva del mare e sulla sabbia della riva:

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

(Intermedio, Elpenore)

e la sua immagine riflessa:

Sulla sabbia della spiaggia - anzi più in basso

sotto i pini la brezza a sussurrare

quell'ora in mezzo ai pini la brezza

e il nitido silenzio.

(Canti, Canto VI)

nella poesia che porta il sottotitolo "Elpenore nella sabbia della riva": ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ.

Tra le due composizioni una straordinaria analogia. In un certo modo una poesia come variante dell'altra: due poesie come due specchi uno di fronte all'altro.

E se nella prima leggiamo:

guardate, quello deve essere Elpenore

nella seconda l'azione diventa più diretta:

Allora lo vidi là

nella prima Elpenore è

cieco dal sole e dai pensieri

nella seconda egli

non parlava pensava numeri vuoti della solitudine.

L'atmosfera in entrambi i componimenti è mortifera, in un Ade non definito, forse anche in qualche parte della terra destinata alla consunzione eterna del corpo.

Da una parte

tra i neri cipressi

e dall'altra

in mezzo ai pini.

Nel Canto VI il sito terreno trasforma l'Ade, è un luogo familiare, è la Patria dell'anima dove è "inevitabile l'equilibrio [tra] amarezza e oblio...sommando...illusioni o inutili guadagni." Nell'Elpenore invece il paesaggio è ostile, ostico, estraneo, non partecipe alla presenza umana.

Ma è proprio in questo ultimo clima che Elpenore è "così vivo", anche se "cieco dall'amarezza", mentre per assurdo là dove è "la brezza e il nitido silenzio" Elpenore sta "lentamente morendo" col corpo "biondo qua e là divenuto verde". E alla fine Sinopulos in parte riecheggerà Seferis quando definisce "voluttuoso"(o "sensuale") l'ondeggiamento sopra la pelle dell'acqua marina che copre le membra senza vita ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ. Il "voluttuoso" (o "sensuale") Elpenore ormai sepolto nelle sabbie della riva si amplia nella natura del "voluttuoso" (o "sensuale") ondeggiamento del mare sopra quelle sabbie.

Alla fine non rimane che l'alone di Elpenore e il Silenzio!

Con Elpenore Sinopulos trova il filo conduttore per una meditazione sulla morte così ampia e articolata da irradiarsi nelle cento metamorfosi che frammentano la "realtà Elpenore" in altrettante "realtà" dell' esperienza contemporanea.

Forse un rapporto "criptico" tra Sinopulos ed Elpenore non può escludersi a priori e non è ugualmente da escludere che una linea interiore colleghi i due in maniera che non sarebbe esagerato considerate genetica, ove si pensi che la "riapparizione" in letteratura di Elpenore(1917: con Pound) coincise perfettamente nel tempo con la nascita di Sinopulos(1917)!

Una coincidenza "strana", è vero, ma tanto vera e sopra tutto tanto integrata nella avventura umana e terrena di Takis Sinopulos.

Ma l'idea di Elpenore non si estingue, non cessa di ispirare. Ancora si propaga.

Sarà, alcuni anni più tardi(1984) quella stessa meditazione sinopuliana della morte che suggellerà l'opera poetica di Alexis Traianòs64 nella raccolta intitolata appunto La Sindrome di Elpenore65, pubblicata dall'autore esattamente poco prima del suo suicidio.

L'attesa prima dell'estremo passo, quando già "il caos si misura solo col caos",66 si svolge nel climatico infausto squallore di un'altra ΝΕΚΥΙΑ, discesa negli inferi di una insostenibile allucinazione che svela la putredine dei corpi e lo sbandamento della mente:

aspettando che aggiorni

assediato dall'ebbrezza

.......................................

aspetto il tempo

pronto a volare

con questo volo della follia67

immobile rimanendo in

questa notte

di stricnina e distruzione.68

L'eterna discesa negli inferi di Elpenore racchiusa nell'angoscia di un improbabile seppellimento, e quindi di un appagante acquietamento, e l'affanno di un'esistenza gratuita in "una biografia che se verrà scritta/nessuno la capirà",69 sono i termini condizionanti della riflessione di Traianòs, un ultimo elpenore condotto alle più tragiche estreme conseguenze nel mondo che per caso gli tocca vivere ogni giorno sempre più morendo.

E' la nudità del deserto elpenoreo che si trasforma nella spettrale moderna ΝΕΚΥΙΑ a dismisura dilatandosi attraverso l'insistente peregrinare lungo le invariabili coordinate della morte.

In questo modo Traianòs può attingere l'ultimo confine della dissoluzione e l'assoluta tragedia della vita.

Concludendo, un'ultima nel tempo interpretazione elpenorea troviamo, e non possiamo omettere, nel poeta cipriota Christos Mavrìs.

"Elpenore, 1974": è il titolo della sua composizione70 (41 versi, quasi quanto quelli di Sinopulos e quelli complessivi di Omero), inserita nel tragico e luttuoso clima che dilaga con l'invasione militare turca del luglio-agosto appunto 1974, un evento di disastrose conseguenze, vivo tuttora nelle componenti di una quaestio insolvibile, piaga mai rimarginata.

Certamente balza una visione assolutamente insolita e originale del personaggio intravisto in mezzo alla fosca moltitudine dei "dispersi" nelle convulsioni belliche di quelle giornate di morte:

...ti cercavamo nei registri dei dispersi

e ti trovo qui, dove sono i tuoi diletti compagni,

attraverso un discorso caotico, introdotto da una persona di imprevista valenza, una madre, la madre(!), un personaggio nuovo nella "mitologia" elpenorea, sebbene di prima familiarità, inutilmente in attesa di un ritorno liberatore ma istintivamente consapevole della presenza filiale

bianca striscia la

sua testa...che baluginava nel fondo

lungo la riva del mare

tanto da sfociare in urlante angoscia ("Elpenoreee!") nella stretta di un paesaggio disforico: "Elpenore, mio stolido ragazzo, sventurato...la tua mitraglia dove sta?"

Un'altra dimensione dunque, si direbbe inferina, dove lo spettrale anti-eroe viene coinvolto nelle eroiche ore della resistenza cipriota, ancora però con le sue ossa che stridono in una fascia, "portato sopra"per un'inversa anabasi dall'Ade su "una scala di pietra", ancora alla ricerca di un riposo anelato e introvabile, ancora una "scala" della morte:

a scavar un cùbito di spazio-sepolcro

per deporvi la mia sbacchiata spoglia.

Mavrìs pone così il "man of no fortune"" su un piano di singolare emozionalità prima che si dissolva in fumo nelle mortali rifrazioni della guerra - un'altra, diacronica trasformazione di una figura ormai divenuta densamente emblematica, addirittura di irradiante leggendaria caratura.

Crescenzio Sangiglio

N O T E

1) La seconda è quella narrata nel Canto XXIV dell'Odissea.

2) cfr. Homer's Odyssey, a cura di W.Walter Merry e James Riddell, Oxford, 1876.

3) N.Vaghenàs, Il poeta e il danzatore, Atene, 1979.

4) Virgilio, Eneide, VI, vv. 337-381.

5) Ibid. vv. 233-235.

6) Jannis Ritsos, Testimonianze, Serie II, Atene, 1986.

7) G.P. Savvidis, Metamorfosi di Elpenore, Atene, 1990.

8) "Ingannevoli ideali", in N. Vaghenàs, op. cit.

9) E.Pound, Hugh Selwyn Mauberlay, London, 1920.

10) G. Daniìl, Il "Tordo" di Seferis e Ezra Pound, in Νεοελληνικός Λόγος (Parola Neoellenica), 1973.

11) Quasi trent'anni più tardi Jorgos Seferis, che riprenderà il tema di Elpenore(v. infra), così si esprimerà in una "lettera" per il "Tordo"(poi Una sceneggiatura per il "Tordo", in Saggi II(1948-1971), Atene, 1974, 19926): "...farci riflettere come gli uomini dell'instabilità, delle peregrinazioni e delle guerre, sebbene possano mutarsi e alterarsi secondo la grandiosità e il valore,(...) si muovono sempre in mezzo ai medesimi mostri e alle medesime ansie. Così....basta sapere che i tipici caratteri si sono modificati secondo il passaggio del tempo e le diverse condizioni del nostro mondo - le quali altro non sono che le condizioni di ognuno che tende al raggiungimento dell'espressione".

12) E' quello che, nella poesia di Seferis per Ulisse ed Elpenore, constata peraltro Edmund Keeley("mentre vediamo i navigatori omerici entrare anacronisticamente nella scena contemporanea che il poeta ha allestito davanti ai nostri occhi") in Mito e voce nella poesia greca contemporanea, Princeton, 1983.

13) J. Giraudoux, Elpénor, Paris, 1919, 1926.10

14) J. Seferis, Una sceneggiatura per il "Tordo" in Saggi II(1948-1971), 1974. 19926.

15) Dice Giraudoux: "quattro volte(la nave) girò su se stessa...poi affondò e tutti galleggiarono sopra l'abisso come uccelli marini" e non si può non ricordare la tremenda descrizione dantesca:

Tre volte il fè girar con tutte l'acque:

alla quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, come altrui piacque,

infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso.

Inferno, XXVI, vv. 139-142

16) cfr J.Seferis, op.cit.

17) A. McLeish, Collected Poems, Boston, 1962.

18) cfr. N. Vaghenàs, op. cit.

19) D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXVI, vv. 116-120.

20) A. McLeish, Elpenor 1933 in op. cit.

21) E viceversa, come con molta acutezza analizza G.P. Savvidis, op.cit., "Ulisse ha cristallizzato tutti gli elementi negativi del proprio carattere (compresa la sua intensa sensualità) nell'inversa persona di Elpenore, "fatale" per eccellenza (nel senso inteso da Vàrnalis), compagno arrendevole e di conseguenza capro espiatorio.

22) McLeish, op. cit.

23) Contrariamente all'Elpenore di Omero e poi a quello di Pound, che anelano ad una concreta futura memoria del loro nome, anche se ciò potrebbe apparire un non-senso data l'inconsistenza esistenziale di Elpenore.

24) Anche se un tale fine esclude lo stesso Seferis (v. Nota 17).

25) J. Seferis, cit. Una lettera per il "Tordo", Rivista Angloellenica, IV, lug.-ago. 1950, poi Una sceneggiatura...

26) J. Seferis, Romanzo, IV,ed. Κασταλία (Castalia), Atene, 1935.

27) v. J. Seferis, Una sceneggiatura...

28) J. Seferis, Romanzo, XII, ibid.

29) J. Seferis, Giornale di bordo I , Τυπογραφία Σ.Ν.Ταρουσόπουλος(ed. S.N.Tarussopulos), Atene, 1940.

30) J. Seferis, Tordo, ed. Ικαρος (Ikaros), Atene, 1947.

31) Si vedrà più sotto il commento di Seferis, una specie di "apologia" nell'esporre il costante rapporto che lo lega al "personaggio Elpenore" che così spesso ritorna nella sua poesia, fino a costituirne uno dei principali e più sentiti riferimenti emblematici.

32) J. Seferis, in Giornale di bordo II, ed. Η 'Αγκυρα (L'Ancora), Alessandria d'Egitto, 1949

33) Il tema della casa più volte occuperà la meditazione seferiana. Vedi in Romanzo, poesie I e VII; in Il Sig. Stratis il marinaio, testo n. IV; "Efebo"; in Giornale di bordo I, poesia Piazza San Michele e Il ritorno dell'emigrante; in Giornale di bordo II, poesie Stratìs il marinaio tra gli agapanti, Grilli, Ultima stagione.

34) Non può non colpire la corrispondenza con l'eliotiano Jerusalem Athens Alexandria/Vienna London in The Waste land, vv. 374-375. In entrambe le circostanze è palese l'intenzione di rievocare la rinomanza di capitali rese illustri da superbe civiltà nel corso della storia dell'umanità (v. G. Peron, Per una lettura parallela di T.S. Eliot e G. Seferis in Memoria di Seferis, Olschki, Firenze, 1976).

35) E la sua indifferenza apparirà in tutta la sua durezza nella seconda parte del poemetto, prima sezione sottotitolata "Il voluttuoso Elpenore".

36) Esiodo, Theog., 16; Omero, Il., I 594 e Od., III 154; Eschilo, Pers., 155.

37) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

38) D.M. Maronitis, La poesia di Jorgos Seferis, ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1984.

39) D'altronde è questa stessa fragilità e inaffidabilità dei suoi compagni che costringe Ulisse a vietar loro di udire il canto delle sirene tappando loro con la cera le orecchie: canto e tentazione troppo violenti, sensazioni troppo fascinose e penetranti che solo un forte, un dominatore della voluttà può senza danno somatizzare e trasformare in fruttuosa esperienza.

40) Seferis costruisce il termine sulla falsariga dell'antico «χρυσαμοιβός»(v. Eschilo, Agamemnone, 438), con un significato si direbbe metafisico: "cambiavalute di anime".

41) L'interpretazione che del termine ψυχαμοιβός propone Vitti (in Ghiorgos Seferis, La Nuova Italia, Firenze, 1978) non mi sembra corretta: "permuta d'anime il dio fa", una circonlocuzione impropria, non constatandosi nel termine greco un qualsiasi significato di "permuta", scambio, baratto (che senso avrebbe "scambio di anime"?). Peraltro il ψυχαμοιβός, soggetto che agisce in Seferis, diventa in Vitti pemuta, oggetto di azione. Infine, la presenza di un "dio" in ψυχαμοιβός mi sembra poco, per non dire affatto accettabile.

42) Sarebbe forse più corretto dire "Il relitto del 'Tordo'", non solo perchè in greco ναυάγιο indica anche i "resti" di una nave affondata, ma sopra tutto perchè a Seferis più che il naufragio in sé e per sé di quella piccola nave ritengo interessino i "resti" appena emergenti dall'acqua di quella nave, appunto il suo relitto-simbolo.

43) Ancora Vitti (in op. cit.) stranamente dichiara di non "essere in grado di sapere" chi pronnuncia le parole di offerta della verga di limone. E poi equivoca affermando che quel dato personaggio (chiamiamolo X) offre quella verga al "poeta", cioè a Seferis! Ovviamente non si capisce cosa c'entri Seferis in questa offerta che avviene nell'oltretomba! E sembra assai tirata per i capelli la tesi secondo cui il personaggio che profferisce le parole ("questo legno..."ecc. ecc.) dovrebbe effettivamente essere un personaggio caro a Seferis a cui ne è rimasto il ricordo "in quella particolare associazione con il ramo di limone e il gesto dell'offerta".

44) "Mi sembra che voler vedere Elpenore in questo personaggio sia del tutto fuorviante" dice Vitti addirittura "a dispetto dell'interpretazione di Seferis". In tal caso è possibile che Vitti conoscesse qualcosa che Seferis stesso ignorava!

45) cfr. A. Arghiriu, Proposte per il "Tordo", in vol. Per Seferis - dedica ai trenta anni della "Svolta", ed. Φ. Κωνσταντινίδης(F. Konstantinidis), Atene, 1961; ristampa ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1981.

46) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

47) Takis Sinòpulos è il primo autore della letteratura greca contemporanea a riproporre in poesia nel 1944 il personaggio di Elpenore, continuando fino al 1975 una feconda e sofferta frequentazione con la "realtà elpenorea".

48) J. Ritsos, op. cit.

49) G.P. Savvidis, op. cit. e anche i due ultimi versi della poesia "Euriloco" di Ritsos (v. supra).

50) Preambolo ad un poema (Ioanna) in riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

51) Per la verità una prima versione fotocopiata del Giornale di bordo II era comparsa in Alessandria d'Egitto nel 1944. Non essendo però a stampa, non potrebbe considerarsi come edizione vera e propria.

52) Riv. Φιλολογικά Χρονικά (Cronache letterarie), II, 17-19, 15 ottobre 1944. La poesia sarà in seguito inserita nella prima raccolta di Sinopulos, Intermedio, ed. privata, Atene, 1951.

53) G.P. Savvidis, op. cit. Questo autore riscontra altresì un'interessante corrispondenza a contrariis con Aristotelis Valaoritis (1824-1879) la cui opera poetica però potrebbe definirsi una Νέκυια di "famosi", più che altro ciò inteso come "risarcimento" morale per l'ingratitudine riscossa in vita.

54) Nella raccolta Canti (Άσματα), ed. privata, Atene, 1953.

55) In riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

56) In Intermedio, ed.privata, Atene, 1951.

57) cfr. Omero, Od., XI, vv. 57-58: "Nelle tenebre senza sole Elpenore, come venisti? come scendesti/tu, a piedi, prima della nave che mi condusse quaggiù?"

58) Secondo le annotazioni dello stesso Sinopulos in calce alla raccolta "Canti", il riferimento a Parnell(Charles-Stewart Parnell, 1846-1891, uomo politico irlandese sostenitore dell'indipendenza irlandese) è dovuto ad una "incontrollabile correlazione anagrammatica" col nome di Elpenore.

59) Stephen Dedalus, principale personaggio dell'Ulisse di Joyce.

60) In Intermedio II, ed. Δίφρος (Difros), Atene, 1957.

61) Poesia Fìlippos, ibid.

62) Percorsa da febbrili ritmi sintattico-logici con gli ossessionanti "venne", "allora giunse", "passi arrivarono e partirono", "e allora uscì", "vennero", "e apparve", ecc.

63) Forse una più o meno cosciente "rivisitazione" della Cena funebre ellenica(1945) di Anghelos Sikelianòs, sia pure con una attinenza tematica fondamentalmente vaga e sfuggente.

64) Importante esponente della generazione del '70.

65) A. Traianòs, La sindrome di Elpenore, ed. ύψιλον/βιβλία (ipsilon/libri), Atene, 1984.

66) Poesia Because, ibid.

67) Poesia Sindrome di Elpenore o Pronto,.ibid.

68) Poesia Notte di stricnina, ibid.

69) Poesia Un giorno non tornerai, ibid.

70) Christos Mavrìs, Il grande oppositore, Lefkossìa, 1993

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65) A. Traianòs, La sindrome di Elpenore, ed. ύψιλον/βιβλία (ipsilon/libri), Atene, 1984.

66) Poesia Because, ibid.

67) Poesia Sindrome di Elpenore o Pronto,.ibid.

68) Poesia Notte di stricnina, ibid.

69) Poesia Un giorno non tornerai, ibid.

70) Christos Mavrìs, Il grande oppositore, Lefkossìa, 1993

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Esclama Ulisse sorpreso:

Nella tenebra senza sole, Elpenore, come giungesti? come

qui scendesti prima della nave che mi portò quaggiù?

(Odissea, XI, vv.57-58)

E' un'anima in pena, perchè la sua spoglia mortale non era stata ancora tumulata. E una sola cosa chiede ad Ulisse, ma fondamentale e assolutamente indispensabile nella pratica vocazione religiosa:

...ricordati di me:

senza pianto e sepoltura, disinteressandoti, non lasciarmi partendo

....................................................................................

ma inceneriscimi con le armi ch'erano mie quando ero vivo

e lì, in riva al mare, un sepolcro appresta

a me sfortunato, che mi ricordino le future progenie.

E quando ciò avrai fatto, un remo conficca nella tomba,

quello che avevo in vita vogando coi compagni.

(Odissea, XI, vv. 71-78)

ciò che Ulisse si affretta a compiere ritornando a Eea, prima di riprendere il viaggio verso Itaca

Ora, a parte da ogni giudizio sulla organicità o meno dell'episodio di Elpenore che alcuni2 considerano aggiunta successiva, in un'epoca in cui il tema della "discesa tra i morti", la Νέκυια, veniva recitato come testo poetico autonomo,3 - il che a mio parere sembrerebbe poco plausibile nel caso specifico data l'insistenza del poeta antico nel trattare la "storia" di Elpenore nel corpo di ben tre canti, ciò che avrebbe comportato per l'autore posteriore la necessità di estrapolare addirittura tre "frammenti" per costruirne una unitaria "poesia autonoma" - quello che maggiormente interessa nell'analisi del testo omerico è piuttosto evidenziare la "tipologia umana", i codici semiotici che la personalità di Elpenore rivela e che costituiscono, per così dire, il suo precipuo segno distintivo.

Elpenore è l'unico, tra tutti i compagni di Ulisse, a trovarsi ancora, mentre gli altri erano già affacendati nei preparativi della partenza, in stato di ebbrezza, prolungando quindi indebitamente un'acquiescenza all'edonismo, un'ultima "coda" che poi si tradurrà in tragedia.

I versi di Omero sul modo di essere e comportarsi di Elpenore rivelano certamente poca considerazione, per non dire un malcelato discredito. Così come delineato, Elpenore è l'uomo dappoco, con una buona dose di sciocchezza e avventatezza, unicamente istintivo, poco affidabile e incapace di dominare e sopra tutto superare le situazioni incomode. Palesemente appare il contrario di Euriloco. E non brilla neppure per valore guerriero. Insomma, il tipico non-eroe, la negazione della dignità umana e l'esaltazione dell'irrazionale, incontentabile edonismo:

ΑΣΕ ΜΕ ΔΑΙΜΟΝΟΣ ΑΙΣΑ ΚΑΚΗ ΚΑΙ ΑΘΕΣΦΑΤΟΣ ΟΙΝΟΣ

(Odissea, XI, v. 61)

Un confronto con il virgiliano Palinuro4, o un rimando che per astrazione potrebbe anche apparire operativo e attraente, non credo sia propriamente proponibile, troppo diversi essendo gli esiti figurali dei due personaggi nelle vicende della loro vita terrena e nella loro morte, anche se il poeta latino nei tratti del suo Palinuro aveva forse inteso semanticamente avvicinarsi in certo modo alla figura di Elpenore. Al contrario sembrerebbe più valida l'esistenza di elementi comuni tra la sepoltura del trombettiere Miseno5 e quella di Elpenore: anche Miseno non era stato sepolto e la sua tomba manifestamente "fotografa" la tomba di Elpenore.

o o o

Dopo Omero nessuno si ricorderà più di Elpenore. La sua presenza nella letteratura ritornerà nel 1917, quando Ezra Loomis Pound nel Canto I rifarà il percorso omerico di Elpenore seguendone quasi fedelmente le tracce.

Con l'interpretazione di Pound viene inaugurata una nuova stagione e visione di questo "minimo", ma nondimeno emblematico personaggio odisseico, che si dilaterà in ampi confronti e parallelismi simbolici, talora giungendo anche a radicali diversificazioni testuali in una metamorfica tematico-argomentativa recensione, pur nel mantenimento della generale significazione ideale del personaggio originario.

Nella poesia di Pound Ulisse racconta il viaggio, ma sopra tutto la permanenza nell'Ade, intesa a ricevere da Tiresia la previsione del suo ritorno al patrio suolo.

Anche qui il primo a farsi avanti, in mezzo a "giovani e vecchi che molto ebbero a soffrire:/ anime macchiate da lacrime recenti, tènere vergini,/ molti uomini, feriti dalle punte di rame delle lance,/...ancora con le armi insanguinate", è Elpenore, "il nostro amico Elpenore": un'esclamazione di affetto, fors'anche di comprensione, che leggermente attenua(discostandosene) il velato scherno e l'ironia - "un certo disprezzo", dirà più tardi Jannis Ritsos6 - del testo omerico.

Il poeta moderno vede Elpenore con occhio pietoso("compassionevole spirito"): è un essere umano sfortunato, che nessuno protegge e quindi facile a precipitarsi nella rovina e nella morte. L'unica sua colpa: il troppo vino, che ha reso probabilmente più decisiva la caduta e la rottura dell'"osso del collo...sopra il muro".

La prova della simpatia per questo Elpenore in fondo tragicamente innocente e incapace di gestirsi, sta tutta nel verso conclusivo dell'incontro con Odisseo, un verso epigrammatico, si direbbe apodittico, che dà principio ad una nuova collocazione etica del personaggio e presagisce per lui un'altra esistenza nell'avvenire, una specie di immortalità che in Omero apparirebbe assolutamente improbabile, anche se adombrata nell'auspicio che rivelano le parole di Elpenore("che mi ricordino le future progenie").

Questi diventa così

un uomo sventurato, con un nome per il futuro.

E' questo l'epitaffio che Elpenore chiede a Ulisse di incidere sulla sua sepoltura in riva al mare. Ed è un verso profetico di Pound, giacchè costituirà il punto di partenza di un cospicuo e duraturo interesse letterario per la figura del personaggio omerico che giungerà fin quasi ai primi del XXI secolo, provocando nel contempo la nascita e lo sviluppo di tutta una "filologia elpenorea" nella quale il carattere di tale personaggio si riprodurrà nell'interpretazione di non poche varianti fisico-psicologiche dell'uomo antico riflesso nelle contingenze della vita dei tempi moderni e contemporanei.

Al riguardo è stata pertinentemente messa in risalto7 la coincidenza tra la "natura non eroica" dell'Elpenore odisseico e i "tempi non eroici"(praticamente gli anni successivi al primo conflitto mondiale) durante i quali è avvenuta la sua reviviscenza "europea". Non solo. Alla non eroicità del personaggio e dei tempi potrebbe parimenti aggiungersi la parallela "fame di edonismo" riscontrabile in entrambi, una irrefrenabile tendenza verso ogni possibile esperienza voluttuosa al di fuori delle convenzionali misure sociali ed etico-religiose.

Simbolo dell'uomo incapace di superare le offerte e proposte terrestri di capziose delizie,8 e condannato a trovarsi nella stessa sorte di Elpenore è in fondo anche il personaggio di Mauberley nell'omonima opera dello stesso Pound:9 una mediocrità che nulla varrà ad elevare alla suprema dignità artistica rimanendo nel limbo di una insignificanza senza scampo.

Nel poema del poeta americano(IV, 20-25) i lineamenti di Hugh Selwyn Mauberley corrispondono a chiari tratti a quelli dell'Elpenore omerico e non è nullamente da escludere che abbiano altresì fornito la più caratteristica traccia per la definizione dàtane poi da Seferis nel sottotitolo alla seconda parte del Tordo, "Il sensuale Elpenore"(e non escluderei anche il più intenso "Il voluttuoso Elpenore" ).

I versi di Pound sono rivelatori:

e sopra il remo

leggi questo:

"Ho vissuto,

ma non esisto più:

qui è stato trascinato

un Edonista."

così che l'immagine che ne scaturisce appare ed è la copia perfetta dello sfortunato e irriflessivo compagno odisseico.10

Certo, l'analogia che potrebbe individuarsi in questo confronto - come alcune altre che in prosieguo saranno passate in rassegna - con la tipologia umana delineata nell'Odissea e poi nel XX sec. divenuta paradigmatica, potrebbe a prima vista apparire poco pertinente nella comparazione di personae così lontane l'una dall'altra nel tempo e nello spazio. Sennonchè, a scanso di equivoci, va subito notato che essa(analogia) si realizza compiutamente solo in quanto il contenuto psicologico-comportamentale del personaggio moderno trae linfa e tradisce intime ideologiche connessioni con l'antica creazione. Pertanto, di conseguenza, va evidentemente ignorata, perchè deviante e non concludente, sia ogni attinenza a connotati di immagine esterna rapportati unicamente a diverse contingenze locali e temporali lontane tra di loro sia ogni identificazione puramente episodica, per privilegiare invece un accostamento basato sopra tutto su corrispondenze di destino e correlati itinerari psicologico-sentimentali dei personaggi.11

Nel 1919, due anni dopo l'introduzione nella letteratura europea della "storia" di Elpenore da parte di Ezra Pound, la lezione è raccolta la Jean Giraudoux che pubblica la novella "Elpénor" in cui la medesima tematica viene riproposta ed allargata a nuovi risvolti.

Lo scrittore francese vi offre una visione del tutto innovante e originale attraverso implicazioni di vita che permettono la formazione di interessanti anacronismi,12 talchè la specifica struttura odisseica rinasce a novella esistenza in certo modo diventando immediatezza ed attualità.

L'intero tessuto del racconto di Giraudoux13 pur mantenendo una certa linea di contatto con l'atmosfera e con alcuni punti di riferimento del testo antico, si muove in un mondo affatto particolare attraverso azioni ed eventi insoliti, enunciati di singolare novità e apofantici percorsi di riflessione.

L'avventura di Elpenore emerge molto più complessa: due interi capitoli ne snodano le sequenze figurali, in cui addirittura Elpenore e Odisseo giungono a confondersi e sostituirsi a vicenda in un gioco di trasformazioni personali nel quale gli dèi non dovrebbero essere del tutto estranei.

Anche qui Elpenore fa il suo ingresso in scena in maniera piuttosto disastrosa nel momento in cui Ulisse e compagni si preparano a salpare per scendere negli Inferi all'incontro di Tiresia: è sempre vivo, maldestro e babbeo, tanto da meritarsi l'incondizionato disprezzo, decisamente diretto, non solo da parte di Euriloco, astuto, cinico e gradasso, ma anche di un nuovo personaggio che vi fa la sua apparizione, Perìmide, geloso, calcolatore e subdolo.

"Sempre primo nelle scappate, ultimo ad imbarcarsi...il primo ad essere tramutato in maiale": caratteristiche che non si discostano troppo dalla descrizione omerica, e inoltre fuori misura allocco, al punto da costituire per ciò stesso un costante pericolo per tutti gli altri. "E' alla fonte di ogni nostra disgrazia" dice Giraudoux, e più tardi Seferis, riprendendo la sostanza di tale concetto, non esiterà ad affermare: "non dimentichiamo che gente come questa, semplice e senza malizia appunto perchè docile, è spesso il miglior veicolo del male che altrove ha la sua sorgente."14

Ulisse non intende di certo portarsi un tipo come Elpenore nell'Ade e per ciò ordina di farlo ubbriacare e lasciarlo in cima al palazzo di Circe.

Giraudoux qui chiaramente innova.

La partenza della nave coincide con la morte (la prima morte) di Elpenore, precipitato dal terrazzo(in questo particolare la "versione" di Giraudoux coincide con quelle di Omero e di Pound). E all'arrivo di Ulisse nell'Ade l'ombra di Elpenore è già lì, con una differenza però importante oltre che sorprendente: molto stranamente Ulisse non scorge nell'ombra che gli si para davanti la figura di Elpenore, ma quella del figlio Telemaco! E' anche vero però che questa "confusione" viene in certo modo "indotta" dal fatto che l'ombra che si accanisce nel tormentare Ulisse investendolo addirittura come una "nebbia", gli suggerisce essa stessa una presenza del figlio: "non riconosci tuo figlio?".

A questo punto in Giraudoux, per la prima volta nella "storia letteraria" di Elpenore, verrebbe a configurarsi tra quest'ultimo e Odisseo l'esistenza di un rapporto che non è semplicemente quello normale tra due compagni di viaggio(o di avventura), ma qualcosa di più personale, che presupporrebbe una qualche relazione affettiva: ricordandogli di "suo figlio", Elpenore non credo che abbia voluto far credere ad Ulisse di essere davvero "suo figlio Telemaco" cercando di trarlo in inganno, ma solo qualcuno che Ulisse stesso in passato aveva forse "adottato", per affetto o/e per protezione della sua fragilità, e sentito come un figlio, come suo figlio!

Questo, per parte di Elpenore, giacchè Ulisse non pare proprio, contrariamente al racconto odisseico, apprezzare l'incontro con quel suo ex compagno: "Vattene! O che vuoi?".

Inutile attacco verbale. Elpenore anela ed esige la sepoltura, l'estremo atto di pietà per pervenire finalmente all'eterna quiete, atto che rispetto ad Ulisse assume l'inderogabilità di un dovere.

Ma la vita di Elpenore appare ed è molteplice. L'assurdità e inammissibilità del suo cadavere nel palazzo di Circe spinge questa a chiedere a Zeus di risuscitare Elpenore per una nuova vita così da poter egli, a suo tempo, morire lontano dall'isola della maga. Ancora una volta l'interpretazione di Jean Giraudoux crea dinamiche e circostanze del tutto nuove: così Elpenore rivive, scende dalla pira pronta a bruciare il suo corpo morto e si associa agli altri compagni e a Ulisse nel viaggio di ritorno ad Itaca.

E' fatale l'approdo all'isola del Sole e il massacro dei "buoi sacri". La seconda morte di Elpenore, aggrappato a Ulisse dopo il naufragio vendicatore del dio, avviene nel mare. Elpenore è sempre vanitoso e sciocco, cosicchè, " lusingato dalla adulazione, nel suo entusiasmo apre le braccia, si distacca da Ulisse e...cola a picco".

Ulisse si salverà e15 approderà, un'altra identità estroflessa, all'isola dei Feaci. Ma è davvero Ulisse? In realtà la sorpresa è in agguato. Un altro capovolgimento: le personae si confondono tra di loro: tra morte e vita i confini svaniscono, Ulisse sparisce ed è Elpenore che incontra Nausicaa ed è ospite di Alcinoo.

La terza morte di Elpenore, che sarà quella definitiva, si compirà nel regno dei Feaci, quando egli, trasformato da Apollo in Marsia e tanto immedesimatosi nel personaggio da diventare arrogante e ingiuriare gli dèi, viene da Apollo stesso squartato e la sua pelle appesa ad un albero.

E' il momento in cui i Feaci scorgono al posto del "piccolo" Elpenore il "gigante" Odisseo. Elpenore non c'è più.

E sta qui il fascino del concentrico impianto semiotico di Giraudoux: sono le ambivalenze metamorfiche dei personaggi come una rifrazione eterotopica nella spazialità del tempo.

Dato quanto precede, pertanto, non può sfuggire all'attenzione come in Giraudoux il carattere di Elpenore si discosti diametralmente dal carattere, in fondo stereotipato, di tutti gli altri autori che hanno inserito nella loro creazione poetica tale personaggio. Così, Giraudoux nella "giostra" delle tre morti di Elpenore ha dato vita ad una figura assolutamente nuova, pur muovendosi in un ampio campo di reminiscenza sia omerica che più ampiamente mitologica. Originali e distintivi sono i connotati di Elpenore nella fantastica carrellata delle sue avventure, dove la sua immagine si pone in ogni momento in bilico con quella di Ulisse, in ciò traducendo l'intima correlazione che lega i due attraverso le loro opposte qualità/difetti, in una prismatica definizione caratteriale umana.

In parte la simpatia di Giraudoux verso il suo Elpenore troveremo, venticinque anni dopo, nel medesimo sentimento con il quale Seferis tratteggerà il suo Elpenore.

Nel 1922 James Joyce pubblica il romanzo Ulisse.

Certo, il contesto joyciano di questo "Ulisse" si è già alquanto allontanato dal modello omerico, seguendo una trama ampiamente diluita in termini variamente generali, così da essere in pratica insostenibile qualsiasi tentativo di individuarvi sicuri e costanti parallelismi semasiologici con l'antico protagonista, tanto l'entroterra fenomenico che adotta diverge di propria vita.

Nondimeno un personaggio, non tra i principali, potrebbe a rigore consentire l'idea di una qualche attinenza con la figura elpenorea: Paddy Dignam tratteggia un carattere assai prossimo a quello di Elpenore, sia pure in una versione corrispondente ai tempi in cui si svolge l'azione del romanzo, cioè un Elpenore moderno.

Anche per l'eroe dello scrittore dublinese un eccesso lo condurrà alla morte, un eccesso di edonismo, un eccesso di ebbrezza dei sensi: il troppo alcol, come il "troppo vino" e la cattiva sorte provocano la sua morte nel componimento di Pound. E sarà ugualmente una morte improvvisa e istantanea, come in un sonno, elemento che Pound non adotta esplicitamente, ma è invece ben presente nel canto omerico.

Dice Joyce:

- Un brav'uomo, come si deve, disse il sig. Dedalus. Se n'è andato di colpo.

- E' scoppiato, disse Martin Cunningham. Il cuore.

.............................................................................................

- Poveraccio, una morte improvvisa, disse (il sig. Power).

- La migliore morte, disse il sig. Bloom.

.............................................................................................

- Senza soffrire, disse. In un botto. Come morire nel sonno.

(Ulisse, 6o episodio, Ade)

Altrettanto Elpenore, che muore quando meno se l'aspetta, una botta e via! E nel sonno, giacchè il suo spirito era ancora immerso nel sonno, oltre che nello stordimento dell'ubbriachezza, quando precipitava dalla scala.

Vi è una compassione, e pure un certo spirito affettivo, nelle parole di questo dialogo. Joyce non disprezza il suo "Elpenore", malgrado la futilità di cui dà prova e l'imprevidenza del suo comportamento. Diversi anni più tardi lo stesso compatimento e la stessa indulgenza esprimerà Jorgos Seferis per il suo Elpenore, anche se in separata sede d'interpretazione rileverà la concreta esistenza di una pesante negatività in un simile tipo di uomo,16 nei termini che vedremo più sotto.

Passeranno più di un decennio per ritrovare in poesia il "mito" di Elpenore. Nel 1933 ancora un poeta americano, Archibald Mc Leish, assumerà a protagonista di un suo testo poetico lo sfortunato e avventato non-eroe odisseico, in un monologo parenetico indirizzato nell'Ade a Ulisse, unico mortale ad esservi disceso da vivo.17

E' un Elpenore assolutamente diverso da quelli per così dire "tradizionali" sinora incontrati, un essere (un'anima) perfettamente consapevole della morte, anzi esperto di morte, sua e dell'umanità, tragicamente pessimista e dolorosamente lucido nella constatazione del "marciume dei tempi". Il suo "intervento" rivela una mente attiva, vigile, conscia della realtà dei fatti e delle loro conseguenze. In sostanza, nulla a che vedere con il modello originale e le "trascrizioni" novecentesche dei precedenti autori.

A giusto titolo è stata riscontrata in questo Elpenore una spiccata analogia con il "narratore" dell'"Itaca" di Kavafis:18 un uomo saggio che ben conosce l'inconsistenza delle umane aspettative:

Le vie marine si estinguono,

e solo vecchie signore

rievocando tuniche scarlatte

sperano di ritornare ai loti

ed ha altresì ben chiaro il significato del cammino da seguire:

La sola strada è dritto avanti

fino alla conquista della natura incontaminata e della genuina terrestrità "facendo rotta verso la Stella Vespertina".

Ad un Odisseo "che escogita cavalli e macchine" va un consiglio del tutto rivoluzionario, in pratica all'estremo opposto di ogni logica rapportata all'idea del nostos: il ritorno dovrà essere

No ad Itaca,

non più alle stanze nuziali, ma alle alghe

secche sotto i rovi

e gabbiani e un'altra alba

perchè il viaggio ideale dell'uomo deve giungere

fino alla patria

di una nuova terra, a un oceano

mai prima solcato.

Non vi è chi non ritrovi in questa prospettiva il riflesso dell'esortazione dantesca nel suo Ulisse.19 Se però è pur vero che nel poema di Mc Leish è palese il riferimento a Dante e a Cavafis per quanto riguarda il fondamentale destino e compimento dell'essere umano nella maggiore conoscenza da acquisire lunga l'avventura della vita sulla terra, non meno appare chiaro il modo in cui l'autore medievale e quello moderno si differenziano nell'orizzonte valoriale del concetto della destinazione dell'eroe che è sempre l'uomo: Kavafis vede nel ritorno alla sorgente la perfetta chiusura del cerchio, il percorso di una somma empirica sublimizzata nella ricchezza della cognizione e dell'esperienza pathica, mentre Dante(e Mc Leish, tramite il suo Elpenore) intende proiettare l'uomo oltre i limiti umani, ad una dimensione della perfezione conoscitiva sovrumana e trascendentale, quasi una sfida alla suprema sapienza divina. Così va l'uomo "sempre avanti"

inalzando il suo fumo,

crèpino dèi e profeti!20

Elpenore qui crea il "proprio" Ulisse e gli dà coscienza e sostanza.21 Per se stesso null'altro che una tomba, addirittura anche anonima,22 ma almeno con il simbolo della sua fatica terrena, il remo, piantato ritto nella sabbia, unico "segno", unica ma sufficiente indicazione per i posteri che lì è sepolto Elpenore e solo Elpenore23, quasi uno spazio archetipico.

o o o

Jorgos Seferis nell'illuminante lettera-saggio inviata a Jorgos Katsìmbalis, che lo aveva pregato di scrivere un testo che potesse fornire una certa "interpretazione autentica"24 del poemetto "Tordo" in aiuto ai lettori interessati, scriveva nel dicembre del 1949:25

"Sarei apparso forse più esplicito se il lettore avesse considerato alcuni punti del mio precedente lavoro, dove Elpenore si presenta sia come carattere personale che come carattere collettivo. Per quanto io possa ricordarmi, adesso, comincerei dalla "Svolta". Gli "insipienti e sazi" che hanno mangiato i buoi del Sole, sono Elpenori".

Già: uno dei primi componimenti di questa raccolta, dal titolo per più versi significativo, edita ad Atene nel maggio del 1931, porta il titolo "I compagni nell'Ade". Si tratta ovviamente dei compagni di Ulisse che, ingordi e sacrileghi, per soddisfare la loro fame arretrata non esitano a sgozzare gli animali sacri andando in tal modo incontro alla vendetta divina:

Ed essendoci rimasto solo pane secco

che cocciutaggine

mangiare in riva al mare

del Sole i pigri buoi

ciascuno come un castello

per combatterlo

quarant'anni e finir

per diventare un eroe e una stella

avevamo fame sul dorso della terra,

e dopo aver mangiato a sazietà

ci siamo sdraiati quaggiù

insipienti e sazi.

Collettivamente dunque i segni distintivi del carattere elpenoreo, edonismo, materialità e stolidezza, oltre che una certa dose di incosciente ma non meno colpevole ingenuità, si ritrovano, chiara trasposizione morfologica, nel comportamento di questo manipolo di scalmanati famelici incapaci di dominare gli impulsi del corpo e secondare la voce della ragione, comunque essa si fosse manifestata

Peraltro, Elpenori sono, secondo Seferis, anche gli Argonauti,26 fatalisticamente sottomessi al destino del viaggio, alla fine del quale

i loro remi

indicano il luogo dove dormono sulla spiaggia

e insignificanti, cosicchè

nessuno li ricorda. Giustizia.

considerato che la non-memoria è direttamente proporzionale alla totale mancanza di "consistenza" autoreferenziale.

"Ed è giusto che nessuno li ricordi: non sono eroi, sono Elpenori", dice Seferis: un'altra collettiva caratterizzazione elpinorea per uomini di pochissimo conto, anche se "bravi ragazzi". rigorosamente senza alcuna personalità, sempre identici a se stessi nella loro negatività e sempre con lo "sguardo abbassato" sui remi e sugli scalmi con i quali le loro anime s'identificano.

Seferis, credo, provi una sincera simpatia per loro, che colloca in una particolare "categoria", intermedia tra "gli eroi omerici e i Tersiti":27 uomini che suscitano affettuosa compassione, "mediocri e sprecati" come sono, dediti alle fallaci felicità dei sensi e inconsapevoli della loro costituzionale insensataggine.

In Seferis sono i moderni argonauti, quelli che riflettono i tempi storici nei quali vivono, tempi instabili e mediocri, in un viaggio votato al fallimento nell'universale insensibilità(erano gli anni che "preparavano" le dinamiche foriere dell'orribile macello della seconda guerra mondiale - tutti argomenti che nulla hanno a che vedere con gli eroi del mito e la loro gloria sempiterna.

In ogni modo, la figura di Elpenore trova la sua più completa fisionomia in quelle poesie di Seferis dove viene "narrata" come carattere personale.

Sin dal 1935 evidente eco degli antichi versi:

un certo Elpenore, il più giovane

(Odissea, XI, 552)

si trova nel componimento "Bottiglia nel mare":28

Qui in mezzo ai ciottoli abbiamo trovato una moneta

e ce la siamo giocata ai dadi.

Il più giovane l'ha vinta e s'è perduto.

Di nuovo abbiamo salpato coi remi spezzati.

Anche se nessuna esplicita menzione v'è del nome di Elpenore(o almeno non ancora), l'allusione non necessita di alcuna prova: è il più giovane, il più fortunato/sfortunato, colui che "si perderà" nelle maglie dell'incoscienza e della volubilità. E più tardi, nella poesia "Racconto"29 sarà sempre lui,

l'uomo che va piangendo

nessuno sa dire perchè

........................................

Altri mentre passava l'hanno

udito parlare da solo

di specchi infranti anni addietro

di infrante sembianze negli specchi

(specchi) che poi diventeranno "statue piegate"30 quando ogni speranza di reviviscenza dell'amore starà per morire definitivamente nella memoria e nell'inutile aspettativa, e la disambiguata "vacuità" della persona Elpenore è incontrovertibile:

non rappresenta nulla

in pratica come ogni cosa a cui ci si è troppo assuefatti, divenuta semplicemente insanabile ipostasi elusiva.

E ancora ritornerà,31 quattro anni dopo32 sempre infelice simbolo di scapataggine e ignavia, che pure desta nostalgia e pietà

mio caro Elpenore! Mio stupido, povero Elpenore!

Così, questa insistente presenza dell'anti-eroe omerico nella poesia seferiana giunge al suo apice, articolandosi in varie direzioni e intensità, e finalmente si compendia in modo pregnante nel poemetto che rappresenta una delle migliori espressioni dell'arte poetica di Seferis: il "Tordo", titolo che riproduce il nome del relitto di una piccola nave naufragata nei pressi dell'isola di Poros, lungo le coste dell'Argolide nel Peloponneso.

L' "idea" di Elpenore (e di Circe) fa la sua apparizione subito nella prima delle tre sezioni del poemetto, dal sottotitolo "La casa vicino al mare", nel contesto di un viaggio nella memoria che il narratore(non altro che Odisseo) compie al ritorno in una casa una volta familiare e cara ed ora "con molte finestre aperte", nuda e dispettosa perchè spogliata della sua anima vivificatrice.33

E' preannunciato un arrivo:

sto pensando

che qualcuno si appresta a venire, che lo stanno abbigliando

con vestiti candidi e neri con gioielli multicolori

qualcuno che è morto

e si prepara a venire per salutarmi

dove è più che plausibile che quel "qualcuno" sia proprio Elpenore, se è vero che è Elpenore colui che, nei primi versi della seconda parte del poemetto, il giorno prima era stato visto

fermarsi davanti alla porta

sotto la mia finestra.

E poi c'è anche una donna, sicuramente Circe, attraverso la quale l'incontro tra i due uomini può aver luogo, giacchè è un incontro che avviene nell'ambito del mondo dei morti e Circe ne costituisce l'ideale tramite e consigliere: una Circe astratta, impersonale, indispensabile elemento connettivo tra Ulisse ed Elpenore (la relazione tra questi ultimi palesemente si giustifica in pieno grazie al reciproco collegamento con Circe).

E' la donna che viene dai caldi porti del sud - Smirne, Rodi, Siracusa, Alessandria - ,34 colma di aromi, di frutti e di erbe preziose, altera e indifferente35 per quelli che dormono, inebetiti dall'ubriacatura dei sensi, "sotto la scala", fors'anche tramutati in maiali. Insomma, una donna fatale, certamente molto bella, non obbligatoriamente una maga, per la quale Seferis "riscopre" due aggettivi antichi tratti da Esiodo, Omero ed Eschilo:36 "dagli occhi vividi/ dal cinto profondo": ελικοβλέφαρη/βαθύζωνη.

La seconda parte del poemetto è divisa in due sezioni dal titolo rispettivamente "Il voluttuoso Elpenore" e "La radio": la prima è dedicata interamente ad Elpenore, mentre nella seconda Odisseo riprende direttamente il monologo della persona narrante.

Elpenore vi appare, memore di passate focose sensazioni, alla ricerca disperata di un nuovo approccio con Circe, l'indimenticabile sensualità: "sensuale e timido, maldestramente" - dice Seferis37 - "tutto il contrario dell' 'irresistibile seduttore,' si sforza con similitudini e circonlocuzioni di parlarle dell'amore dei corpi".

E' l'ultima volta che i due s'incontrano. Elpenore è ancora vivo, è "poco prima di cadere e rompersi l'osso del collo", è ancora e tuttora ingenuamente ardente, nel sangue ancora il ricordo delle lascivie tra le braccia della donna("Elpenore non ha potuto dimenticare quella lussuria. La sua nostalgia per il ritorno si richiama al porcile", dice Seferis).

D.N. Maronitis ha ben intravisto in questa connotativa posizione fisica e in questo immutabile stato d'animo di Elpenore "l'incarnazione della molle natura del sentimentalismo e della fragile mente". E' così dunque che, mentre "Odisseo non resiste alla voluttà, ma pure la penetra e la esaurisce, i suoi compagni all'inverso la voluttà li assorbe e li esaurisce".38 Naturalmente di questi compagni del tutto inaffidabili negli assorbenti sconvolgimenti carnali e mentali della voluttà Elpenore costituisce l'esempio più flagrante e persuasivo.39

In ultima analisi la lotta è impari. Ci si rende subito conto che Elpenore, nel suo fatale spaesamento sentimentale, ne uscirà sconfitto, un po' per la totale, ostile indifferenza della donna(Circe) e un po' per il genere di discorsi che egli le rivolge, di un lirismo fuori luogo e tempo che va a cozzare, frantumandosi, sul freddo, addirittura volgare, si potrebbe precisare, realismo di lei: "guardava con impazienza / là dove stavano friggendo del pesce: come una gatta".

Al chiaro di luna

le statue si piegano talvolta come le canne

in mezzo a frutti vivi - le statue:

..................................................................

si piegano: diventano lievi, con un peso umano

è poetico Elpenore, ma

Le statue stanno nel museo

risponde Circe, pedestre e quasi gelida, sicuramente insofferente; inutile, giacchè il suo "spasimante" non demorde, riprende nuova lena, in un altro estuoso flusso di malcelata brama di piacere, insiste nel ricordare la pressante incombenza delle statue:

No, ti perseguitano, come puoi non vederlo?

voglio dire, con le loro membra spezzate,

col loro aspetto d'una volta, che non hai conosciuto,

ma pure hai presente.

ed è in questa evocazione del passato che quasi impercettibilmente viene ad insinuarsi dolceamaro un senso di nostalgia nel quale però la figura di Elpenore sbiadisce e implicitamente prende tacita consistenza, vagamente si addensa concretandosi l'immagine di Ulisse dalle mille esperienze e nella indistruttibile memoria di esse:

Come quando giunto

alla fine della tua giovinezza ti trovi ad amare

una donna ancora rimasta bella, e nuda avendola

tenuta nel meriggio temi continuamente

la memoria che si desta nel tuo amplesso:

temi che il bacio non ti tradisca rivelandoti

ad altri letti ormai lontani nel passato,

che potrebbero però farsi incantesimo

tanto ma tanto facilmente e risuscitare

sembianze nello specchio, corpi un tempi vivi:

la loro voluttà!

Sulla scena non c'è più solo il giovane, il ragazzo quasi, Elpenore, ma anche la contrastiva figura del maturo, carico di ferite e di illusioni Odisseo: e le due personae, credo, alternandosi si confondono, una proietta ed elide l'altra, l'una balugina attraverso l'altra. Ancora Elpenore si fa avanti, ancora per poco, con le ultime "fantasie filosofiche" sullo sfacelo umano, "l'inconfessabile paura del sonno" precursore della morte e gli eventi da esorcizzare perchè non desiderati.

Non conclude. E allora, decisamente e definitivamente Circe:

Le statue stanno nel museo.

Buonanotte.

e le ultime parole, come in sospensione, di Elpenore, svaniscono nel nulla, il consuntivo di un'ipotesi piuttosto onirica: per forza anche lui: "buonanotte", e poi a incamminarsi su per la salita "verso l'Orsa", mentre lei, padrona di se stessa, vincitrice, sempre frivola, va a mescolarsi nel turbine indistinto dei rumori e delle voci che la radio diffonde nella notte:

Qui si divisero. Lui si avviò

su per la salita che conduce verso l'Orsa

e lei s'incamminò in direzione della spiaggia illuminata

dove l'onda annega nello strepito della radio.

Seferis non specifica dove si dirige Elpenore. Conoscendo la sua fine, si può dedurre che egli proceda verso il suo ineluttabile destino, lassù, sul piano attico del palazzo di Circe. Quanto a quest'ultima, la direzione che prende non fa che confermare la sua naturale tendenza e natura verso la banalità e volgarità mondana, una situazione triviale, rozzamente umana, bassamente materica. Poco prima non era proprio lei che "guardava con impazienza/là dove friggevano del pesce"?

Con una parola singolarmente espressiva e scritta in lettere maiuscole, ΨΥΧΑΜΟΙΒΟΣ40, che si riferisce alla guerra ("ha schiacciante prevalenza la guerra") finisce la seconda sezione della seconda parte del "Tordo",41 un complesso di quattro strofe da otto versi ciascuna, in forma di canzone (non è forse il grammofono che riempie il luogo di insulsi rumori/musica-parole?), dove Ulisse schematizza la storia del suo lungo viaggio, interminabile storia di perdite e di consunzioni(compagni, navi, la propria casa, la propria anima, il proprio corpo, la propria vita), fasi successive di una eterna tragedia che si conclude con la gelida, orribile frase "...in modo schiacciante sovrasta. La guerra...", mentre la radio annuncia febbrile: "con virulenza gli eventi si sviluppano" e "non rimane più tempo".

Elpenore riappare all'inizio della terza parte del poemetto, dal sottotitolo "Il naufragio del 'Tordo'".42

Il relitto del "Tordo" ricrea l'immagine e l'idea del naufragio che conduce Odisseo all'Aldilà, nell'Ade per conoscere il destino riservatogli dagli dèi. Elpenore lo ha preceduto e per primo accorre all'apparire di Ulisse43. Qui e adesso giunge al termine il rapporto tra i due "esuli" dalla guerra. Elpenore si perderà nell'Erebo, ma prima compie il gesto della generosità, con la decisività della "giustizia dei morti":

Questo legno che la mia fronte refrigerava

quando il meriggio infiammava le vene

in mani straniere fiorirà. Prendilo, te lo regalo:

guarda, è legno di limone...

è la verga, il ramo di limone con il quale Circe colpiva gli uomini tramutandoli in porci, o piuttosto uomini-porci, ed Elpenore la possiede, estremo, mortale ricordo di Circe e nel contempo estrema, struggente nostalgia di Elpenore per una indimenticata inebriante condizione sensuale (non necessariamente solo erotico-amorosa) come perenne infuocato sigillo nella mente e nel corpo.44

Ed è per questa "giustizia dei morti"- che non può più invidiare le "mani straniere" che a loro volta prenderanno [il legno] per rinfrescare la fronte del nuovo possessore45- che Elpenore ne fa dono a Ulisse, uomo ed eroe, carnalmente sensuale e possessivo, a sua volta non meno erotico, anzi erotico tanto da dominare l'erotismo e non esserne dominato. Ed è altresì nella costante tensione verso la luce dell'umanità e dell'eternità che, in parallelo, chiuderà la terza parte del "Tordo" attraverso le parole non di Tiresia, ma di Socrate, la cima della filosofia, l'apostolo della giustizia, la vittima per eccellenza dell'ingiustizia umana.

A questo punto, constatata e documentata l'innegabile attrazione esercitata su Seferis dal personaggio di Elpenore attraverso gli evocativi codici semantici che emana, tanto che il poeta si direbbe non abbia potuto far a meno di inserirne espliciti o sottintesi accenni perfino in molte composizioni anteriori al "Tordo", in quest'ultimo poi concludendo ampiamente il lungo colloquio sentimentale, viene spontaneo di chiedersi se eventualmente possa riscontrarsi nell'uomo-Seferis un parallelo o, meglio, un pendant con la figura elpinorea.

Lo stesso poeta ci viene in soccorso46 in modo espresso e incontrovertibile chiudendo definitivamente un "dubbio" che a molti sembrerebbe abbia posto non poche perplessità. Dice Seferis: "Ho anche l'impressione che alcuni si lascino persuadere che Elpenore sia io... 'Elpenore rappresenta una situazione tanto indipendente da me quanto i personaggi di un romanzo...' Elpenore sono io come Bouvard o Pécuchet è Flaubert. Partecipo a questa natura, come ogni uomo partecipa alle sue creature, o meglio, tanto per ricordare la parola di Keats...Elpenore mi appartiene come appartiene al camaleonte il colore che mostra. Talvolta ho compassione per lui, però più spesso sento una grande contrarietà per le cose molli che egli rappresenta e che sentiamo intorno a noi come un'acqua stagnante".

o o o

Anche Jannis Ritsos, sia pure con molto ritardo rispetto a Seferis e a Sinòpulos,47 nella seconda serie delle sue "Testimonianze" include un nucleo di poesie nelle quali utilizza diversi riferimenti mitologici e omerici.48

Nulla si sa sulle ragioni di un così tardivo accesso al cosiddetto "metodo mitologico" che già molto prima Kavafis aveva inaugurato nei suoi componimenti e poi fu ripreso da Pound, da T.S. Eliot e, in Grecia, da Sinopulos e sopra tutto da Seferis. Probabilmente ostacoli ideologici e partitici potrebbero aver non poco influito su questo apparente disinteresse di Ritsos verso tematiche non rientranti in determinate direttive politiche e coinvolgenti precisi, peculiari impasti linguistici, ma che pur sempre costituiscono(e comunque hanno sempre costituito nella letteratura greca) inesauribile fonte di meditazione e d'insegnamento.

Diametralmente opposta a quella di Seferis si pone la collocazione di Ritsos nel delineare la "storia" di Elpenore, pur avviandosi sulle tracce della originaria lezione odisseica:

E costui, che udendo i passi dei compagni

allontanarsi sui ciottoli, ubbriaco come era,

anzichè scendere la scala che aveva salito, saltò in avanti

rompendosi il collo, per primo giunse

davanti al varco nero. E nemmeno gli sono serviti

i responsi di Tiresia. E neanche ha sfiorato

il sangue del montone nero. La sola cosa che aveva chiesto

era un cubito di terra sulla spiaggia di Eea

e che piantassero lì il suo remo - quello che vogava

accanto ai suoi compagni. Onore, dunque, e gloria

al bel pallìcaro. Lo hanno definito sventato. Ma anche lui

non è stato forse utile secondo le sue forze

nel loro grande viaggio? Già per questo il Poeta

ne fa distinta menzione, anche se con un certo disprezzo,

ma per ciò stesso forse con più amore.

(Non-eroe)

L'affetto di Ritsos per il suo Elpenore non è "poetico", come si potrebbe riscontrare in Seferis e prima ancora in Pound, ma profondamente, direi visceralmente umano, come una sensibile, sofferta comprensione, anzi una perfetta giustificazione, "senza fini di lucro", che eleva la figura del giovane sfortunato sul più alto piedistallo di merito e di stima.

Ecco perchè "onore...e gloria" alla natura semplice, autentica, vera del "non eroe", non artefatta o sofisticata o comunque alterata da inconfessate convenienze, necessità, circostanze e interessi.

E' indulgente Ritsos. E' ironico Ritsos. Dicendo "lo hanno definito sventato" chissà a chi abbia voluto riferirsi? A Omero? Non avrebbe senso. A Seferis, piuttosto? Potrebbe benissimo essere, ove si consideri che motivi sopra tutto ideologici hanno tenuto i due uomini abbastanza lontani l'uno dall'altro. E l'indulgenza di Ritsos va nettamente ai più deboli, a quelli che il destino trascina e precipita, che pagano le scelte dei più forti e riscuotono le peggiori conseguenze. D'altra parte la sua ironia flagella i "favoriti dagli dèi", i fortunati della sorte che volontariamente ignorano il valore della ricchezza e del potere in loro possesso:

e chi non sarebbe entrato

nel bagno, a farsi insaponare, a farsi spalmare di unguenti dalle serve,

e farsi condurre nelle lenzuola di seta della padrona

e alle sue mammelle di seta? E poi quello che ti viene a dire:

vigliacchi, sventati e sopra tutto 'i maiali'!

(Euriloco)

implicitamente disconoscendo e screditando l'ingiustificabile alterigia dei possenti, indegni titolari di un dominio unicamente fondato sulla volontà di superiori più possenti. E ancora una volta l'allusivo "quello che ti viene a dire". E' indubbio che il destinatario di "lo hanno"("Non-eroe") e "quello"("Euriloco") non può essere che la stessa persona.

Si tratta semplicemente di poggiare sulle letture e presumere chi sia.

E non solo giustifica, Ritsos, la fragilità e la futile sensualità di Elpenore, ma anche, e con più accentuata comprensione, i comportamenti perfino sacrileghi dei compagni, assillati da incombenze che il loro stato di costituzionale debolezza e dipendenza esaspera insopportabilmente, tutti "Elpenori" senza scampo:


Che farci? - erano uomini. Quando nella stiva

della nave il vino e la farina finirono, parecchio pazientarono,

qualcosa pescarono con gli ami - cose da nulla - come saziarsi? Alla fine

non rimase che sgozzare le mucche del sole dalle larghe fronti:

che importa se muggivano

come veri buoi le carni agli spiedi e camminavano

le pelli scoiate

(Perdono)

e tutto ciò perchè

Se anche noi avessimo il favore degli dèi e se ci avessero regalato

quell'erba con la radice nera e i fiori

lattei...

...................................................................................

...chi sarebbe rimasto quaggiù, nelle navi

solo e afflitto, a intagliare sulla chiglia rondini

o pulire le sue unghie col temperino?

(Euriloco)

In un certo modo Elpenore è il "rappresentante" e l'"immagine" dei suoi compagni. Il suo(e il loro) non-eroismo non può e non deve essere oggetto di ipocrita biasimo e di boriosa compassione, giacchè tutto

apparteneva al destino - inevitabile,

come si usa dire.

(Perdono)

cosicchè è del tutto illogico e ingiusto, e perciò stesso inammissibile, ignorare nel personaggio l'inequivoco presupposto dell' immanenza del destino per colpevolizzare una sua certa tipologia umana, che potrebbe anche costuituire un retaggio extra-antropico, anche attribuendo a sua colpa le "passività" della sua natura.

Entro questo ordine di idee, la concezione di Ritsos, sia pure nel brevissimo ciclo poetico in cui viene esposta, si propone come l'esatto opposto della ideazione seferiana, concettualmente più articolata, nondimeno, mi pare, assai dogmatica e conforme ad una filosofia della umana "consistenza" piuttosto "aristocratica" e per così dire disincantata, molto lontana, anche se forse non appositamente,49 dalla collocazione ritsosiana "popolare" e vivamente partecipe.

Infine, sembrerebbe che non sia da escludere che Ritsos, nel comporre le tre poesie or ora passate in rassegna(Non-eroe, Perdono e Euriloco) abbia avuto presente o si sia in parte ispirato al pensiero del primo "scopritore" di Elpenore nei tempi moderni, Ezra Pound, e al suo Canto XX, col quale effettivamente lo legano singolari analogie:

Quale il loro guadagno con Odisseo,

andati alla morte dentro il turbine

e dopo tante inutili imprese,

vivendo con carne rubata, incatenati al tavolo dei remi,

tutto ciò perchè lui si godesse una bella fama

e giacesse tutta la notte con la dea?

I loro nomi non sono stati incisi sul bronzo

..........................................................................

E cosa gli hanno dato?

Cera per le orecchie

veleno e cera per le orecchie

e una tomba salmastra nel prato dei tori.

Così, i compagni di Ulisse diventano piuttosto compagni di Elpenore, il loro destino è segnato, fatalmente vanno incontro alla perdizione semplicemente come "carne bovina di Apollo in conserva". Della loro vita il solo guadagno e la sola soddisfazione sono stati che almeno:

Se ne sono andati, comunque, sazi - chi potrebbe biasimarli?

(Perdono)

in tal modo il riscontro con Elpenore è quasi perfetto: anche essi "non sono eroi, sono Elpenori"!

E' vero che la "frequentazione elpenorea" di Ritsos è brevissima, ma non per questo meno sostanziale. Tra Ritsos, Elpenore e i suoi compagni, che non sono i compagni di Ulisse, è evidente una precisa parentela ideologica: anche questi "compagni" sono gli antenati dei contemporanei compagni proletari, anch'essi devastati dalla cattiva sorte, in balia del destino dei più potenti e dei più ricchi. In questa concezione Ritsos è assolutamente originale.

Più sopra si è anticipato che il primo non solo a ridar nuova vita in Grecia alla figura di Elpenore, ma anche ad "adottarla" e mantenerla nella sua poesia durante il più lungo periodo di anni(più di 30) nell'immagine di un personaggio carismatico ed emblematico per eccellenza in un processo di successive metamorfosi ontologiche e umane, è stato Takis Sinòpulos: il suo rapporto col rematore omerico iniziatosi nel 1944 si conclude praticamente nel 1975, pochi anni prima della sua morte(1981).

In Sinopulos Elpenore fa parte integrante, anzi meglio è il centro focale di una interminabile "meditazione di morte" durata un'intera esistenza attraverso una continua, coinvolgente evoluzione di varianti e di tematiche connessioni: un impianto iterativo di vitali referti introspettivi. Si direbbero delle "variazioni sul tema". O quello che lo stesso Sinopulos chiama "Scala di Morte" quale "successione di situazioni"50 verso un compimento che chiarisca il significato della vita nella sostanza della morte.

Nel 1944 dunque, cioè tre anni prima che Seferis desse alle stampe il poemetto "Tordo" e ivi si soffermasse a lungo nel racconto del personaggio Elpenore, al quale comunque, in verità, si era già riferito nella poesia Stratis il marinaio tra gli agapanti scritta a Transvaal nel 1942 e poi inclusa nella raccolta "Giornale di bordo II"(1945),51 Takis Sinopulos pubblica la fondamentale, per gli ulteriori sviluppi nel tempo e nel pensiero, poesia Elpenore,52 dando così principio alla stagione poetica incentrata su quella che potrebbe indubbiamente definirsi, unico caso nella letteratura, come autentica "meditazione elpenorea", dapprima innestata in una visione individuale di questa figura più che altro mitica ma nondimeno nel contempo così attuale da apparire reale e comune, e poi proiettata nella molteplicità di una polimorfica rifrazione di caratteri umani paralleli che variamente si riflettono nell'originario "modello Elpenore".

In tal modo questi in Sinopulos "non solo cambia di nome, di aspetto, di sesso e di scenario, ma bacchicamente si smembra e si trasforma in una composita ΝΕΚΥΙΑ di "ignoti".53

La poesia Elpenore, - a mio parere una delle più belle poesie di Sinopulos - piena di intensa commozione e tenero sentimento, costituisce l'imprescindibile impalcatura che sostiene il conseguente sviluppo identificativo del personaggio lungo una fitta galleria di repliche caratteriali dominanti pressochè l'intero panorama produttivo del poeta.

Vale la pena riportarne interamente i 40 versi:

ELPENORE

Elpenore, come venisti...

OMERO

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

E' stato uno della scorta a scorgerlo

non il più anziano: guardate, quello deve essere Elpenore.

Volgemmo subito lo sguardo. Strano che ci siamo ricordati

dopo che la memoria s'era inaridita come fiume in estate.

Davvero era lui Elpenore in mezzo ai cipressi neri

accecato dal sole e dai pensieri

che scavava la sabbia con le dita mozze.

E allora gli gridai con voce gioiosa: Elpenore!

Elpenore, come d'un tratto ti sei trovato in questo luogo?

eri morto col ferro nero conficcato nei fianchi

lo scorso inverno e sulle tue labbra vedemmo il sangue denso

mentre si prosciugava il tuo cuore accanto allo scalmo di legno.

Con un remo spezzato ti piantammo in fondo alla riva

per poter udire il mormorio del vento il boato del mare.

E adesso come sei così vivo? come ti sei trovato in questo paese

accecato dagli amari pensieri?

Non si voltò a guardare. Non udì. E allora di nuovo gridai

profondamente impaurito: Elpenore, che avevi per amuleto

un vello di lepre appeso al collo, Elpenore

perduto negli immensi capoversi della storia

io ti chiamo e il mio petto come caverna echeggia

come arrivasti amico d'una volta come potesti

raggiungere la nave tenebrosa che ci conduce

morti erranti sotto il sole rispondi

se in cuor tuo desideri venire con noi, rispondi.

Non si voltò a guardare. Non udì. S'addensò il silenzio tutt'intorno.

Scavando incessantemente la luce infossava la terra.

Il mare i cipressi la riva pietrificati

in una mortale immobilità. E solo lui, Elpenore,

che cercavamo con tanta insistenza nei vecchi manoscritti

tormentato dall'amarezza della sua perenne solitudine

col sole che cadeva nei vuoti dei suoi pensieri

accecato scavando la sabbia con le dita mozze

si allontanava come una visione lentamente svaniva

nell'azzurro senz'ali senza suoni deserto ètere.

Un racconto di grandissimo impatto emotivo, una vera e propria creazione di elevato respiro epico nel quale il mito di Elpenore risalta di nuova vita.

Tutti i precedenti autori hanno più o meno seguito, quasi obbligatoriamente, un filo conduttore, quasi una specie di cordone ombelicale, che li legava all'idea omerica, in certo modo prevista come condicio sine qua non, giustificazione teorica e malleveria di autenticità poetica.

Non così Sinopulos. Egli "costruisce" il suo Elpenore in una versione assolutamente personale, meglio dire personalizzata, indipendente da ogni determinante influsso, ne crea un'immagine unica e originale per introiezione tensiva- un personaggio che nel corso del tempo sarà matrice non di duplicati puri e semplici, ma di varianti ontologiche ognuna con la propria diversità di esperienze, ma tutte unite dall'invisibile filo conduttore della primordiale natura elpenorea nella sua immutabile tragicità forse ancor più esaltata dall'incombenza di tempi particolarmente sinistri e luttuosi come erano quelli dal 1944 fino ai primi anni '70.

Non bisogna dimenticare che l'Elpenore di Sinopulos più che una determinata figura di origine mitica o fantastica o romanzesca o pseudo-storica, è una genuina creatura del generale "paesaggio di morte" che si estende su tutta la vocazione poetica di Sinopulos stesso, fors'anche un suo alter ego, una sua controfigura nel teatro metamorfosico della vita, attraverso una serie di "ruoli umani" espressi nei diversi personaggi che la poesia vivifica di linfa vitale.

Nell'"Elpenore" di Sinopulos il narratore apparentemente non è Odisseo, nè un compagno, senza però escludere del tutto che possa anche essere uno di questi: la acronica anonimia non preclude nessuna soluzione.

Il luogo dove avviene l'incontro con Elpenore non sono gli Inferi, l'Ade, ma un generico "paesaggio di morte": appunto, quello stesso "paesaggio di morte" che il poeta porta sempre con sè e sente di "coltivare" tutta la vita nell'anima. Ugualmente non è Ulisse che si accorge di Elpenore, ma "qualcuno della scorta", un altro anonimo. E per la prima volta Elpenore non parla: "Elpenore e il Silenzio", come dirà Sinopulos in un'altra poesia54 riferita alla costante presenza elpenorea. Quanto alla morte di Elpenore, certamente la tipologia di questo personaggio creato da Sinopulos non poteva accogliere la "tradizionale" fine narrata nel poema omerico, nè le analoghe versioni adottate da Pound, Seferis e in parte Giraudoux. E' presumibile che l'Elpenore sinopuliano sia morto combattendo sulla nave "col ferro nero conficcato nei fianchi".

Un nuovo Elpernore sorge, così, negli scorci visionari di Sinopulos: la realtà di un fantasma che in seguito prismaticamente si frantumerà in altre, parallele diramazioni personificative per così dire diegetiche, rivelatori narrativi appunto (ancora nei "Canti") nei quali Elpenore rivivrà la vita contemporanea al poeta, sarà l'incarnazione di altri, moderni non-eroi, nomi di una vita o di un istante.

Dice Sinopulos55 chiarendo in modo perfetto tutta la struttura del suo "percorso elpinoreo": "Da tempo ho cercato di acquisire familiarità con tutte quelle susseguenti quasi consecvutive situazioni che avrei potuto definire Scala di morte. Perchè rifiuto la morte in quanto confine o come evento definitivo. Arriva prima che ce ne rendiamo conto e finisce - finisce? - molto dopo di quel che supponiamo. In questo Intermedio ho incontrato Elpenore, Eleni, Jàkovos, Bìlias, Fìlippos, Ioanna."

Nella "Cena funebre per Elpenore",56 in una atmosfera dove "l'austero Silenzio/a passi lenti errava nel deserto/salone sbarrato" Sinopulos ricostruisce poi quella che potrebbe considerarsi una moderna ΝΕΚΥΙΑ, un viaggio tra i morti, ma forse altresì il lampo di una visione atroce e sovrumana:

vidi tutt'intorno

una folla di figure morte che guardavano fissamente

. nel profondo.

Come nell'Ade, anche qui la silenziosa fissità dello sguardo. Anime in pena si accalcano semplicemente per vedere il visitatore: il contenuto dello sguardo non ha bisogno di parole per esprimersi.

Il narratore rivolge quasi la stessa domanda:57

Bilias, come ti sei trovato qui? come sei venuto in un'ora come questa?

Bilias è Elpenore, e viceversa. Una identificazione che non è anacronismo, ma proiezione nel tempo della emblematica figura antica. Bilias è la premessa di Elpenore, perchè il tramite della memoria fa emergere subito il simulacro del "defunto amico Elpenore":

così nella mia mente turbata s'ingigantì il suo simulacro

e tutto vivo balzò davanti ai miei occhi Elpenore.

Non è chiaro se questa volta Elpenore effettivamente parli o se sia invece l'idea della cupa voce che si fa sentire: ed è cordoglio e rammarico che dolcemente esprimono il loro rimprovero: anche qui Elpenore è stato dimenticato, ma non per la sepoltura

neanche una cena funebre

nemmeno una messa di suffragio promettesti per Elpenore.

Continua ancora amara la mia morte

e ancor più amara e tenebrosa mi tormenta

via via che il tempo trascorre. Lìberami, amico.

Lacrima il visitatore-narratore. Lo sguardo gli si appanna. Ma quando si asciuga gli occhi e si guarda intorno, non c'è più nessuno: "e quando...alzai lo sguardo per guardare Elpenore, non vidi nulla!" Sparita la folla di anime. Non rimane che il vuoto e una "luce imbellettata e mortalmente torbida". E' cessata la trasformazione, ogni configurazione identitaria. Il mondo di Elpenore crolla e si annulla nel rinnovato "paesaggio di morte".

Così Sinopulos, nel generale processo trasformativo della sua poesia, crea identificazioni con moderni personaggi, anche stranieri, una serie di epifanici mitopoietici palinsesti:

ritornerà Parnell dissi

di sicuro ritornerà

(Canto IV)

e ancora:

e guardai e lì stava Parnell, pallido, no ma

biondo Elpenore giocando coi suoi dadi d'argento58

(Canto V)

In tal modo il quasi omofono Parnell-Elpenore riappare in una relazione vita-morte assolutamente fluida nella quale, stavolta, un'eco omerica fa capolino rinnovando per un attimo l'evento mortale che spense Elpenore:

Giocando qui ti pietrificherai tièniti Elpenore

alla mia mano ti tirerò ma mentre

la mia mano l'ebbe afferrato dall'osso

del collo il sangue zampillò

bruciante di violenza.

(Canto V)

E altrove è Elpenore-Stephen,59 "compagno del moderno Ulisse", a fare la sua apparizione-trasformazione, un tutt'uno con

il biondo Elpenore

osso spezzato nella deserta quiete meridiana

(Canto VIII)

e più tardi la metamorfosi continua:

mi chiamano Jàkovos.

Poco fa camminavo. E non sapevo.

Chi sono io che devo sapere?60

e potrebbe essere anche Fìlipos che

non ritornerà

in questa immobile pianura61

La presenza di Elpenore nella poesia e nel pensiero di Sinopulos non si esaurisce praticamente mai, ove si consideri che gran parte dei suoi personaggi, emergenti nel turbine tragico e sanguinoso seguito alla guerra civile, ripropone in chiave contemporanea una interdiscorsiva articolata personizzazione della mitologia elpenorea.

Viene invece facilmente da pensare che per Sinopulos Elpenore sia enormemente più di un semplice, anche se duraturo, argomento per poetare e sviluppare ispirazioni ancorate a tragici vissuti e insistenti, languenti ferite.

In realtà ribadirei il concetto di un Elpenore creato da Sinopulos stesso proprio come una specie di sua dimensione speculare attraverso la quale finalmente l'autore riesce a sopportare l'esperienza esistenziale nel suo lungo e accidentato trascorrere. In questi termini ed entro questa cornice è molto plausibile configurare la presenza di Elpenore nella poesia di Sinopulos piuttosto come confortante parentesi di umana spontaneità e pietà.

In Seferis, come in Omero e in Pound, Elpenore muore una volta per tutte, rimane insepolto, quindi incompiuto, e l'unica cosa che chiede è di essere sepolto, insomma di "finire" definitivamente. Non vi sono possibilità, e men che meno eventualità di proseguire una vita nella memoria: non c'è nessuna ragione perchè questo accada, checchè ne dica, certamente a titolo consolatorio, il poeta americano

A man of no fortune and with a name to come

(Pound, Canto I)

chiaramente in tal senso riflettendo gli antichi versi, di per sè contradditori:

ΑΝΔΡΟΣ ΔΥΣΤΗΝΟΙΟ ΚΑΙ ΕΣΣΟΜΕΝΟΙΣΙ ΠΥΘΕΣΘΑΙ

(Odissea, XI, 76)

Del tutto diverso, anzi diametralmente opposto, è invece l'accostamento di Sinopulos, e in parte anche di Giraudoux, alla figura di Elpenore, e il "trattamento" degli elementi personali che ne trae.

Credo che sia correttamente realistico il sospetto, o meglio la certezza che l'Elpenore di Sinopulos, questo suo diuturno, interminabile rivivere in tanti successivi personaggi, greci e stranieri, e gli eventi tormentosi che animano lo spazio e il tempo della corrispondente espressione poetica quasi fino al termine della vita del poeta, rappresentino per quest'ultimo la costante e determinante àncora di salvataggio, quasi incarni il privilegiato referente che, nella sua ingenua umanità e naturale, si direbbe innocente sensualità, si pone quale schermo protettore e rifugio dove può attenuarsi il drammatico contrasto con il circostante "paesaggio di morte" e risolversi in idonea sia pure temporanea oasi di consolazione.

Attraverso la vita e la morte di Bìlias, Fanny, Eleni, Max, Ben, Konstandinos, Fìlipos, Ioanna, Jeràssimos, Petros, Magda e tanti altri - tutta una processione di ombre, morti della guerra, superstiti della morte - Elpenore concreta la propria immagine contemporanea, nello stesso tempo in cui tutti questi personaggi entrano nella mitica dimensione di un'altra odissea, odisseici compagni di Sinopulos, liriche propaggini di una "stagione all'inferno", come narrata nella convulsa62 "Cena funebre"(1972)63 e proseguita nella tecnicamente perfetta "Cronaca"(1975), prospetticamente rapportata ad una concatenazione di riferimenti cronici, vivi e persistenti nella vita del poeta.

Tutte trasformazioni di Elpenore. Tutte complicazioni genetiche e implicazioni ontologiche di Elpenore. Molto prima però(1953) Elpenore compare per l'ultima volta "di persona" nella poesia di Sinopulos. Nella poesia VI dei "Canti" la presenza "personale" di Elpenore si collega con l'"Elpenore", prima poesia della raccolta "Intermedio"(1951), chiudendo un cerchio ermeneutico in modo completo, sulla riva del mare e sulla sabbia della riva:

Paesaggio di morte. Il mare pietrificato i neri cipressi

la spiaggia avvallata devastata dalla salsedine e dalla luce

gli scogli scavati l'inesorabile sole di sopra,

nè un fluire d'acqua nè un'ala d'uccello

solo denso smisurato silenzio senza rughe.

(Intermedio, Elpenore)

e la sua immagine riflessa:

Sulla sabbia della spiaggia - anzi più in basso

sotto i pini la brezza a sussurrare

quell'ora in mezzo ai pini la brezza

e il nitido silenzio.

(Canti, Canto VI)

nella poesia che porta il sottotitolo "Elpenore nella sabbia della riva": ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ.

Tra le due composizioni una straordinaria analogia. In un certo modo una poesia come variante dell'altra: due poesie come due specchi uno di fronte all'altro.

E se nella prima leggiamo:

guardate, quello deve essere Elpenore

nella seconda l'azione diventa più diretta:

Allora lo vidi là

nella prima Elpenore è

cieco dal sole e dai pensieri

nella seconda egli

non parlava pensava numeri vuoti della solitudine.

L'atmosfera in entrambi i componimenti è mortifera, in un Ade non definito, forse anche in qualche parte della terra destinata alla consunzione eterna del corpo.

Da una parte

tra i neri cipressi

e dall'altra

in mezzo ai pini.

Nel Canto VI il sito terreno trasforma l'Ade, è un luogo familiare, è la Patria dell'anima dove è "inevitabile l'equilibrio [tra] amarezza e oblio...sommando...illusioni o inutili guadagni." Nell'Elpenore invece il paesaggio è ostile, ostico, estraneo, non partecipe alla presenza umana.

Ma è proprio in questo ultimo clima che Elpenore è "così vivo", anche se "cieco dall'amarezza", mentre per assurdo là dove è "la brezza e il nitido silenzio" Elpenore sta "lentamente morendo" col corpo "biondo qua e là divenuto verde". E alla fine Sinopulos in parte riecheggerà Seferis quando definisce "voluttuoso"(o "sensuale") l'ondeggiamento sopra la pelle dell'acqua marina che copre le membra senza vita ΠΑΡΑ ΘΙΝ'ΑΛΟΣ. Il "voluttuoso" (o "sensuale") Elpenore ormai sepolto nelle sabbie della riva si amplia nella natura del "voluttuoso" (o "sensuale") ondeggiamento del mare sopra quelle sabbie.

Alla fine non rimane che l'alone di Elpenore e il Silenzio!

Con Elpenore Sinopulos trova il filo conduttore per una meditazione sulla morte così ampia e articolata da irradiarsi nelle cento metamorfosi che frammentano la "realtà Elpenore" in altrettante "realtà" dell' esperienza contemporanea.

Forse un rapporto "criptico" tra Sinopulos ed Elpenore non può escludersi a priori e non è ugualmente da escludere che una linea interiore colleghi i due in maniera che non sarebbe esagerato considerate genetica, ove si pensi che la "riapparizione" in letteratura di Elpenore(1917: con Pound) coincise perfettamente nel tempo con la nascita di Sinopulos(1917)!

Una coincidenza "strana", è vero, ma tanto vera e sopra tutto tanto integrata nella avventura umana e terrena di Takis Sinopulos.

Ma l'idea di Elpenore non si estingue, non cessa di ispirare. Ancora si propaga.

Sarà, alcuni anni più tardi(1984) quella stessa meditazione sinopuliana della morte che suggellerà l'opera poetica di Alexis Traianòs64 nella raccolta intitolata appunto La Sindrome di Elpenore65, pubblicata dall'autore esattamente poco prima del suo suicidio.

L'attesa prima dell'estremo passo, quando già "il caos si misura solo col caos",66 si svolge nel climatico infausto squallore di un'altra ΝΕΚΥΙΑ, discesa negli inferi di una insostenibile allucinazione che svela la putredine dei corpi e lo sbandamento della mente:

aspettando che aggiorni

assediato dall'ebbrezza

.......................................

aspetto il tempo

pronto a volare

con questo volo della follia67

immobile rimanendo in

questa notte

di stricnina e distruzione.68

L'eterna discesa negli inferi di Elpenore racchiusa nell'angoscia di un improbabile seppellimento, e quindi di un appagante acquietamento, e l'affanno di un'esistenza gratuita in "una biografia che se verrà scritta/nessuno la capirà",69 sono i termini condizionanti della riflessione di Traianòs, un ultimo elpenore condotto alle più tragiche estreme conseguenze nel mondo che per caso gli tocca vivere ogni giorno sempre più morendo.

E' la nudità del deserto elpenoreo che si trasforma nella spettrale moderna ΝΕΚΥΙΑ a dismisura dilatandosi attraverso l'insistente peregrinare lungo le invariabili coordinate della morte.

In questo modo Traianòs può attingere l'ultimo confine della dissoluzione e l'assoluta tragedia della vita.

Concludendo, un'ultima nel tempo interpretazione elpenorea troviamo, e non possiamo omettere, nel poeta cipriota Christos Mavrìs.

"Elpenore, 1974": è il titolo della sua composizione70 (41 versi, quasi quanto quelli di Sinopulos e quelli complessivi di Omero), inserita nel tragico e luttuoso clima che dilaga con l'invasione militare turca del luglio-agosto appunto 1974, un evento di disastrose conseguenze, vivo tuttora nelle componenti di una quaestio insolvibile, piaga mai rimarginata.

Certamente balza una visione assolutamente insolita e originale del personaggio intravisto in mezzo alla fosca moltitudine dei "dispersi" nelle convulsioni belliche di quelle giornate di morte:

...ti cercavamo nei registri dei dispersi

e ti trovo qui, dove sono i tuoi diletti compagni,

attraverso un discorso caotico, introdotto da una persona di imprevista valenza, una madre, la madre(!), un personaggio nuovo nella "mitologia" elpenorea, sebbene di prima familiarità, inutilmente in attesa di un ritorno liberatore ma istintivamente consapevole della presenza filiale

bianca striscia la

sua testa...che baluginava nel fondo

lungo la riva del mare

tanto da sfociare in urlante angoscia ("Elpenoreee!") nella stretta di un paesaggio disforico: "Elpenore, mio stolido ragazzo, sventurato...la tua mitraglia dove sta?"

Un'altra dimensione dunque, si direbbe inferina, dove lo spettrale anti-eroe viene coinvolto nelle eroiche ore della resistenza cipriota, ancora però con le sue ossa che stridono in una fascia, "portato sopra"per un'inversa anabasi dall'Ade su "una scala di pietra", ancora alla ricerca di un riposo anelato e introvabile, ancora una "scala" della morte:

a scavar un cùbito di spazio-sepolcro

per deporvi la mia sbacchiata spoglia.

Mavrìs pone così il "man of no fortune"" su un piano di singolare emozionalità prima che si dissolva in fumo nelle mortali rifrazioni della guerra - un'altra, diacronica trasformazione di una figura ormai divenuta densamente emblematica, addirittura di irradiante leggendaria caratura.

Crescenzio Sangiglio

N O T E

1) La seconda è quella narrata nel Canto XXIV dell'Odissea.

2) cfr. Homer's Odyssey, a cura di W.Walter Merry e James Riddell, Oxford, 1876.

3) N.Vaghenàs, Il poeta e il danzatore, Atene, 1979.

4) Virgilio, Eneide, VI, vv. 337-381.

5) Ibid. vv. 233-235.

6) Jannis Ritsos, Testimonianze, Serie II, Atene, 1986.

7) G.P. Savvidis, Metamorfosi di Elpenore, Atene, 1990.

8) "Ingannevoli ideali", in N. Vaghenàs, op. cit.

9) E.Pound, Hugh Selwyn Mauberlay, London, 1920.

10) G. Daniìl, Il "Tordo" di Seferis e Ezra Pound, in Νεοελληνικός Λόγος (Parola Neoellenica), 1973.

11) Quasi trent'anni più tardi Jorgos Seferis, che riprenderà il tema di Elpenore(v. infra), così si esprimerà in una "lettera" per il "Tordo"(poi Una sceneggiatura per il "Tordo", in Saggi II(1948-1971), Atene, 1974, 19926): "...farci riflettere come gli uomini dell'instabilità, delle peregrinazioni e delle guerre, sebbene possano mutarsi e alterarsi secondo la grandiosità e il valore,(...) si muovono sempre in mezzo ai medesimi mostri e alle medesime ansie. Così....basta sapere che i tipici caratteri si sono modificati secondo il passaggio del tempo e le diverse condizioni del nostro mondo - le quali altro non sono che le condizioni di ognuno che tende al raggiungimento dell'espressione".

12) E' quello che, nella poesia di Seferis per Ulisse ed Elpenore, constata peraltro Edmund Keeley("mentre vediamo i navigatori omerici entrare anacronisticamente nella scena contemporanea che il poeta ha allestito davanti ai nostri occhi") in Mito e voce nella poesia greca contemporanea, Princeton, 1983.

13) J. Giraudoux, Elpénor, Paris, 1919, 1926.10

14) J. Seferis, Una sceneggiatura per il "Tordo" in Saggi II(1948-1971), 1974. 19926.

15) Dice Giraudoux: "quattro volte(la nave) girò su se stessa...poi affondò e tutti galleggiarono sopra l'abisso come uccelli marini" e non si può non ricordare la tremenda descrizione dantesca:

Tre volte il fè girar con tutte l'acque:

alla quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giù, come altrui piacque,

infin che 'l mar fu sopra noi rinchiuso.

Inferno, XXVI, vv. 139-142

16) cfr J.Seferis, op.cit.

17) A. McLeish, Collected Poems, Boston, 1962.

18) cfr. N. Vaghenàs, op. cit.

19) D. Alighieri, Divina Commedia, Inferno, XXVI, vv. 116-120.

20) A. McLeish, Elpenor 1933 in op. cit.

21) E viceversa, come con molta acutezza analizza G.P. Savvidis, op.cit., "Ulisse ha cristallizzato tutti gli elementi negativi del proprio carattere (compresa la sua intensa sensualità) nell'inversa persona di Elpenore, "fatale" per eccellenza (nel senso inteso da Vàrnalis), compagno arrendevole e di conseguenza capro espiatorio.

22) McLeish, op. cit.

23) Contrariamente all'Elpenore di Omero e poi a quello di Pound, che anelano ad una concreta futura memoria del loro nome, anche se ciò potrebbe apparire un non-senso data l'inconsistenza esistenziale di Elpenore.

24) Anche se un tale fine esclude lo stesso Seferis (v. Nota 17).

25) J. Seferis, cit. Una lettera per il "Tordo", Rivista Angloellenica, IV, lug.-ago. 1950, poi Una sceneggiatura...

26) J. Seferis, Romanzo, IV,ed. Κασταλία (Castalia), Atene, 1935.

27) v. J. Seferis, Una sceneggiatura...

28) J. Seferis, Romanzo, XII, ibid.

29) J. Seferis, Giornale di bordo I , Τυπογραφία Σ.Ν.Ταρουσόπουλος(ed. S.N.Tarussopulos), Atene, 1940.

30) J. Seferis, Tordo, ed. Ικαρος (Ikaros), Atene, 1947.

31) Si vedrà più sotto il commento di Seferis, una specie di "apologia" nell'esporre il costante rapporto che lo lega al "personaggio Elpenore" che così spesso ritorna nella sua poesia, fino a costituirne uno dei principali e più sentiti riferimenti emblematici.

32) J. Seferis, in Giornale di bordo II, ed. Η 'Αγκυρα (L'Ancora), Alessandria d'Egitto, 1949

33) Il tema della casa più volte occuperà la meditazione seferiana. Vedi in Romanzo, poesie I e VII; in Il Sig. Stratis il marinaio, testo n. IV; "Efebo"; in Giornale di bordo I, poesia Piazza San Michele e Il ritorno dell'emigrante; in Giornale di bordo II, poesie Stratìs il marinaio tra gli agapanti, Grilli, Ultima stagione.

34) Non può non colpire la corrispondenza con l'eliotiano Jerusalem Athens Alexandria/Vienna London in The Waste land, vv. 374-375. In entrambe le circostanze è palese l'intenzione di rievocare la rinomanza di capitali rese illustri da superbe civiltà nel corso della storia dell'umanità (v. G. Peron, Per una lettura parallela di T.S. Eliot e G. Seferis in Memoria di Seferis, Olschki, Firenze, 1976).

35) E la sua indifferenza apparirà in tutta la sua durezza nella seconda parte del poemetto, prima sezione sottotitolata "Il voluttuoso Elpenore".

36) Esiodo, Theog., 16; Omero, Il., I 594 e Od., III 154; Eschilo, Pers., 155.

37) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

38) D.M. Maronitis, La poesia di Jorgos Seferis, ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1984.

39) D'altronde è questa stessa fragilità e inaffidabilità dei suoi compagni che costringe Ulisse a vietar loro di udire il canto delle sirene tappando loro con la cera le orecchie: canto e tentazione troppo violenti, sensazioni troppo fascinose e penetranti che solo un forte, un dominatore della voluttà può senza danno somatizzare e trasformare in fruttuosa esperienza.

40) Seferis costruisce il termine sulla falsariga dell'antico «χρυσαμοιβός»(v. Eschilo, Agamemnone, 438), con un significato si direbbe metafisico: "cambiavalute di anime".

41) L'interpretazione che del termine ψυχαμοιβός propone Vitti (in Ghiorgos Seferis, La Nuova Italia, Firenze, 1978) non mi sembra corretta: "permuta d'anime il dio fa", una circonlocuzione impropria, non constatandosi nel termine greco un qualsiasi significato di "permuta", scambio, baratto (che senso avrebbe "scambio di anime"?). Peraltro il ψυχαμοιβός, soggetto che agisce in Seferis, diventa in Vitti pemuta, oggetto di azione. Infine, la presenza di un "dio" in ψυχαμοιβός mi sembra poco, per non dire affatto accettabile.

42) Sarebbe forse più corretto dire "Il relitto del 'Tordo'", non solo perchè in greco ναυάγιο indica anche i "resti" di una nave affondata, ma sopra tutto perchè a Seferis più che il naufragio in sé e per sé di quella piccola nave ritengo interessino i "resti" appena emergenti dall'acqua di quella nave, appunto il suo relitto-simbolo.

43) Ancora Vitti (in op. cit.) stranamente dichiara di non "essere in grado di sapere" chi pronnuncia le parole di offerta della verga di limone. E poi equivoca affermando che quel dato personaggio (chiamiamolo X) offre quella verga al "poeta", cioè a Seferis! Ovviamente non si capisce cosa c'entri Seferis in questa offerta che avviene nell'oltretomba! E sembra assai tirata per i capelli la tesi secondo cui il personaggio che profferisce le parole ("questo legno..."ecc. ecc.) dovrebbe effettivamente essere un personaggio caro a Seferis a cui ne è rimasto il ricordo "in quella particolare associazione con il ramo di limone e il gesto dell'offerta".

44) "Mi sembra che voler vedere Elpenore in questo personaggio sia del tutto fuorviante" dice Vitti addirittura "a dispetto dell'interpretazione di Seferis". In tal caso è possibile che Vitti conoscesse qualcosa che Seferis stesso ignorava!

45) cfr. A. Arghiriu, Proposte per il "Tordo", in vol. Per Seferis - dedica ai trenta anni della "Svolta", ed. Φ. Κωνσταντινίδης(F. Konstantinidis), Atene, 1961; ristampa ed. Ερμής(Ermìs), Atene, 1981.

46) J. Seferis in cit. Una sceneggiatura...

47) Takis Sinòpulos è il primo autore della letteratura greca contemporanea a riproporre in poesia nel 1944 il personaggio di Elpenore, continuando fino al 1975 una feconda e sofferta frequentazione con la "realtà elpenorea".

48) J. Ritsos, op. cit.

49) G.P. Savvidis, op. cit. e anche i due ultimi versi della poesia "Euriloco" di Ritsos (v. supra).

50) Preambolo ad un poema (Ioanna) in riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

51) Per la verità una prima versione fotocopiata del Giornale di bordo II era comparsa in Alessandria d'Egitto nel 1944. Non essendo però a stampa, non potrebbe considerarsi come edizione vera e propria.

52) Riv. Φιλολογικά Χρονικά (Cronache letterarie), II, 17-19, 15 ottobre 1944. La poesia sarà in seguito inserita nella prima raccolta di Sinopulos, Intermedio, ed. privata, Atene, 1951.

53) G.P. Savvidis, op. cit. Questo autore riscontra altresì un'interessante corrispondenza a contrariis con Aristotelis Valaoritis (1824-1879) la cui opera poetica però potrebbe definirsi una Νέκυια di "famosi", più che altro ciò inteso come "risarcimento" morale per l'ingratitudine riscossa in vita.

54) Nella raccolta Canti (Άσματα), ed. privata, Atene, 1953.

55) In riv. Κοχλίας (Chiocciola), II, 14, aprile 1947.

56) In Intermedio, ed.privata, Atene, 1951.

57) cfr. Omero, Od., XI, vv. 57-58: "Nelle tenebre senza sole Elpenore, come venisti? come scendesti/tu, a piedi, prima della nave che mi condusse quaggiù?"

58) Secondo le annotazioni dello stesso Sinopulos in calce alla raccolta "Canti", il riferimento a Parnell(Charles-Stewart Parnell, 1846-1891, uomo politico irlandese sostenitore dell'indipendenza irlandese) è dovuto ad una "incontrollabile correlazione anagrammatica" col nome di Elpenore.

59) Stephen Dedalus, principale personaggio dell'Ulisse di Joyce.

60) In Intermedio II, ed. Δίφρος (Difros), Atene, 1957.

61) Poesia Fìlippos, ibid.

62) Percorsa da febbrili ritmi sintattico-logici con gli ossessionanti "venne", "allora giunse", "passi arrivarono e partirono", "e allora uscì", "vennero", "e apparve", ecc.

63) Forse una più o meno cosciente "rivisitazione" della Cena funebre ellenica(1945) di Anghelos Sikelianòs, sia pure con una attinenza tematica fondamentalmente vaga e sfuggente.

64) Importante esponente della generazione del '70.

65) A. Traianòs, La sindrome di Elpenore, ed. ύψιλον/βιβλία (ipsilon/libri), Atene, 1984.

66) Poesia Because, ibid.

67) Poesia Sindrome di Elpenore o Pronto,.ibid.

68) Poesia Notte di stricnina, ibid.

69) Poesia Un giorno non tornerai, ibid.

70) Christos Mavrìs, Il grande oppositore, Lefkossìa, 1993

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