SPECIALE FASCISMO ANTIFASCISMO GRAMSCI

DICIANNOVISMO E D’INTORNI

di Aldo Pirone

Con il termine di "Diciannovismo", titolo di un saggio storico di Pietro Nenni edito nel 1962, si suole indicare quel clima torbido e violento che, all'indomani della fine della Grande guerra, avvolse l'Italia. Una temperie in cui umori antiborghesi e rivoluzionari sembrarono contrassegnare sia i nuovi movimenti nazionalistici di destra sia quelli più genuini del socialismo massimalista. I primi si coagularono nel movimento dei "fasci di combattimento" fondati il 23 marzo in Piazza San Sepolcro a Milano nel Circolo dell'Alleanza Industriale. Il dominus della riunione fu Mussolini ma ad essa parteciparono interventisti di sinistra, futuristi, ex arditi, repubblicani e sindacalisti rivoluzionari, La sua impronta, oggi la definiremmo politicamente trasversale, venne subito delineata dal futuro "duce" del fascismo: "Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente". Il programma che scaturì da quella riunione era d'impronta socialisteggiante, antiborghese e anticlericale. Ma a dare un solido connotato di destra antisocialista e antidemocratico furono alcuni fattori costitutivi: l'arditismo interventista e nazionalista e il ceto sociale piccolo borghese di cui esso era l'espressione. La nebbia demagogica e populista fu subito diradata dai fatti. Dopo appena tre settimane, il 15 aprile, i "fasci di combattimento" sansepolcristi, guidati da Ferruccio Vecchi, Filippo Tommaso Marinetti e Mario Chiesa, si trovarono in piazza a fronteggiare una manifestazione socialista e poi a dare l'assalto all'Avanti, quotidiano del PSI, che incendiarono. Mussolini, pur non avendo programmato la prodezza, se ne assunse subito la responsabilità: "Il primo episodio della guerra civile ci è stato. Doveva esserci in questa città dalle fiere impetuosissime passioni. Noi dei fasci non abbiamo preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo tutta la responsabilità morale dell'episodio". Il nerbo dell'azione squadrista erano stati gli ex arditi nazionalisti delle trincee diventati fascisti. Si mostrò subito, perciò, che al servizio degli umori eversivi, antiborghesi e antiparlamentari c'era una massa di uomini allenati alla violenza della guerra, dello scontro armato, del corpo a corpo.

A fornire involontariamente armi propagandistiche alla violenza fascista fu anche l'azione parolaia accesamente rivoluzionaria dei socialisti massimalisti che non seppero guidare le agitazioni operaie e bracciantili esplose subito dopo la fine del conflitto, dando loro obiettivi concreti e generali di rinnovamento democratico della società italiana. Indulsero anche in una violenta polemica antiparlamentare e antiborghese - Gramsci, cinque anni dopo, definì quell'atteggiamento "la turpe demagogia delle fiere massimaliste" - che ebbe solo il risultato di spaventare una borghesia già reazionaria di suo e terrorizzata dal timore che rivoluzione bolscevica russa stesse per ripetersi in Italia. Un timore che, dal punto di vista dei reazionari, sembrava confermato dalla parola d'ordine "Fare come in Russia" che guidò in quel 1919 l'inizio prorompente delle agitazioni operaie e popolari, almeno nella loro parte maggioritaria non solo in Italia ma in quasi tutta Europa. Sull'onda delle suggestioni indotte dalla Rivoluzione d'ottobre, una parte grande del socialismo europeo, e in Italia prevalente, invece di impostare la lotta sul terreno di uno sviluppo quantitativo e qualitativo della democrazia preferì, a imitazione della Russia dei soviet, perseguire un regime di tipo sovietico proclamando a gran voce come obiettivi immediati (XVI Congresso 5-8 ottobre 1919 a Bologna) la rivoluzione, la dittatura del proletariato, l'abbattimento violento dello Stato borghese. Errore grave del PSI, dilaniato fra massimalisti e riformisti, fu anche quello di non farsi paladino in quel frangente politico dei sacrifici sostenuti in guerra dalle masse contadine e operaie, unificandole verso obiettivi di riforme sociali strutturali: la terra, la conquista di avanzati diritti del lavoro, la sicurezza sociale, la democratizzazione degli apparati dello Stato, una politica estera non nazionalista ecc. che era l'unico modo per far avanzare concretamente la causa del socialismo. Invece indulsero in una polemica retrospettiva contro l'interventismo facendo, è il caso di dire, di tutt'erba un fascio, urtando i sentimenti di orgoglio nazionale che erano propri non solo di chi la guerra l'aveva insensatamente voluta, la casta monarchica e reazionaria borghese, ma anche di chi, soprattutto i fanti contadini, l'aveva fatta pur non avendola voluta. Alle elezioni politiche il vento di rivolta sociale gonfiò le vele del PSI che, con il con il 32,4%, risultò primo ma non maggioritario, mentre scendeva in campo per la prima volta una consistente forza cattolica: il Partito popolare di Don Sturzo. E fu il cosiddetto "biennio rosso" fatto di scioperi, agitazioni, manifestazioni sociali e politiche, - culminate nella occupazione delle fabbriche nel settembre del 1920 - che ebbero l'effetto, senza una guida accorta e responsabile e senza una strategia realistica, solo di incrementare le voglie reazionarie del ceto proprietario. Un ceto per di più ammaliato dalla campagna nazionalista e fascista sulla cosiddetta "Vittoria mutilata" che culminò nell'avventura di Fiume condotta da D'Annunzio fornitore privilegiato di epiteti alla polemica antiparlamentare, antidemocratica e antimoderata, prima e dopo la guerra; un vero precursore del fascismo. Suoi furono gli inviti ai nazionalisti a passare alle maniere forti contro la maggioranza parlamentare che nella primavera del 1915 non era propensa alla guerra: "Con bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno - disse in un comizio il 13 maggio - si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell'ex-cancelliere tedesco [...] Codesto servidorame di bassa mano teme i colpi, ha paura delle busse, ha spavento del castigo corporale. Io ve li raccomando. Vorrei poter dire: io ve li consegno. I più maneschi di voi saranno della città e della salute pubblica benemeretissimi".

Ce l'aveva con Giolitti, definito "il mestatore di Dronero", che perorava la causa della neutralità. Poi, dopo il conflitto, se la prese con Nitti divenuto Presidente del Consiglio che non approvava l'avventura fiumana, chiamandolo spregiativamente "cagoia". La violenza del linguaggio, l'insulto e il dileggio dell'avversario furono uno degli aspetti del nazionalismo reazionario coltivato da D'Annunzio e poi dai fascisti che impregnò l'aria diciannovista. Ma non furono solo parole. Nel 1920, un suo luogotenente, Guido Keller, aviatore, dopo il Trattato di Rapallo che faceva di Fiume uno stato indipendente, mostrò lo scontento dei legionari fiumani producendosi nel lancio di un pitale su Montecitorio; tanto per far capire quale considerazione si avesse dell'istituzione democratica e rappresentativa dalle parti del Vate.

A mettere definitivamente fine alle ambiguità diciannoviste dei "fasci di combattimento" fu l'intervento della classe proprietaria che li trasse da ogni tentazione rivoluzionaria antiborghese facendoli diventare, in piena continuità con la loro genetica predisposizione, la sua milizia armata. Bande di energumeni neri dedite a uccidere e bastonare i leader socialisti e comunisti, popolari e liberali, repubblicani e democratici, che li osteggiavano, e a distruggere con la violenza le organizzazioni popolari: camere del lavoro, case del popolo, leghe bracciantili e cooperative, bianche e rosse, sedi socialiste, comuniste e del Partito popolare. Cominciarono gli agrari a finanziare le spedizioni punitive delle squadracce fasciste nella valle Padana, là dove il conflitto di classe fra contadini (mezzadri, coloni, braccianti) e agrari era più acuto e l'albero del socialismo più forte. Poi passarono ai centri urbani, dove furono foraggiati e finanziati dal ceto industriale. Sempre, però, sia nelle campagne che nelle città, protetti dallo Stato monarchico abituato in tutti i suoi apparati militari a considerare gli operai e i contadini il vero pericolo da fronteggiare anche con l'aiuto delle camicie nere. Contro i lavoratori fu scatenata, disse Gramsci, la "più atroce e difficile guerriglia che mai classe operaia abbia dovuto combattere".

TOSTO F. Senza parole - 2017

Intanto la sinistra si scindeva. A Livorno i comunisti di Bordiga prendevano il largo abbandonando il PSI; credevano di essere alla vigilia della rivoluzione proletaria, invece erano nel pieno della reazione fascista. Ai mali di un massimalismo parolaio e di un riformismo economicista senza strategia economica e politica si aggiunse, così, il settarismo comunista. La dura realtà pratica del "primum vivere" s'impose subito ai comunisti ed ebbe la prevalenza sui sogni rivoluzionari soviettisti che però sopravvissero per molti anni ancora, con ritorni al settarismo più cupo di cui fu espressione la teoria del "socialfascismo", nei confronti di socialisti e socialdemocratici, imposta dal Komintern staliniano sul finire degli anni '20. Sarà Gramsci a gettare i primi semi di una riflessione autocritica sui tre anni appena trascorsi dalla scissione di Livorno. Divenuto capo del partito, il 15 marzo del 1924 sull'Ordine Nuovo in un articolo intitolato "Contro il pessimismo" ebbe a scrivere: "fummo sconfitti, perché la maggioranza del proletariato organizzato politicamente ci diede torto, non venne con noi, quantunque noi avessimo dalla nostra parte l'autorità e il prestigio dell'Internazionale che erano grandissimi e sui quali ci eravamo fidati [...] Fummo - bisogna dirlo - travolti dagli avvenimenti, fummo, senza volerlo, un aspetto della dissoluzione generale della società italiana, diventata un crogiolo incandescente dove tutte le tradizioni, tutte le formazioni storiche, tutte le idee prevalenti si fondevano qualche volta senza residuo: avevamo una consolazione alla quale ci siamo tenacemente attaccati, che nessuno si salvava, che noi potevamo affermare di aver previsto matematicamente il cataclisma, quando gli altri si cullavano nella più beata e idiota delle illusioni".Certo i comunisti furono un po' più accorti degli altri, se non altro perché operavano in semi clandestinità, ma non tanto da prevedere, con il varo delle leggi "fascistissime" del novembre del '26, la repentina definitiva instaurazione del regime, l'abolizione della libera stampa, la defenestrazione dal Parlamento di ogni opposizione. A trarli in inganno fu l'analisi sbagliata e settaria sulla prospettiva politica nelle Tesi approvate al III Congresso in quel di Lione nel gennaio del 1926. In quel documento, per altro pregevole per l'analisi storica sulle forze motrici della rivoluzione in Italia e per la presa in considerazione degli obiettivi intermedi nella lotta rivoluzionaria (per altro in modo tatticistico e sempre con il fine di smascherare i partiti borghesi e i socialisti massimalisti), si descrivevano le altre forze antifasciste come "una catena di forze reazionarie, la quale partendo dal fascismo comprende i gruppi antifascisti che non hanno grandi basi di massa (liberali), quelli che hanno una base nei contadini e nella piccola borghesia (democratici, combattenti, popolari, repubblicani), e in parte anche negli operai (partito riformista), e quelli che avendo una base proletaria tendono a mantenere le masse operaie in una condizione di passività e far loro seguire la politica di altre classi (partito massimalista) [ ... ] anche il gruppo che dirige la Confederazione del lavoro deve essere considerato a questa stregua, cioè come il veicolo di una influenza disgregatrice di altre classi sopra i lavoratori". Perciò "La funzione della opposizione borghese democratica è invece quella di collaborare col fascismo nell'impedire la riorganizzazione della classe operaia [...] In questo senso un compromesso tra fascismo e opposizione borghese è in atto [...] La possibilità di ricorso della borghesia e del fascismo stesso al sistema della reazione celata dalla apparenza di un 'governo di sinistra' deve quindi essere continuamente presente nelle nostre prospettive, (divisione di funzioni fra fascismo e democrazia. (Tesi del V congresso mondiale del Komintern)".

Leggendo quest'analisi allucinata si comprende bene perché Gramsci, che quelle Tesi aveva redatto insieme a Togliatti, poi cadde, l'8 novembre, nelle mani del nemico.

Ma torniamo al "diciannovismo". Ci sono alcuni che hanno voluto accostare il clima politico che oggi vive l'Italia con quello del 1919. Le tensioni, la violenza del linguaggio e l'insulto verso gli avversari che dominano la politica e i social network. La demagogia populista e il nazionalismo (sovranismo) risorgente, la polemica antiparlamentare, l'irrazionalismo (contro i vaccini per esempio) e le ricorrenti pulsioni per la "democrazia illiberale", potrebbero far somigliare da vicino i portatori di simili attributi agli squadristi dei "fasci di combattimento" diciannovisti descritti da Longanesi: "facinorosi, violenti, spostati, ammazzasette [...] vaghi fanatici che s'agitano senza sapere il perché, contro quel che non conoscono, più per un naturale bisogno di esaltarsi e d'inveire che d'altro: incapaci di vedere chiaro nelle idee proprie, condannano quelle altrui". Ma è meglio sfuggire alle facili suggestioni e rimanere sul terreno solido dell'analisi storico-politica.

Al di là delle somiglianze esteriori, più che allarmanti ovviamente, vediamo i punti di distinzione. L'Italia non esce da una guerra vittoriosa e non è stata "mutilata" di alcuna vittoria. Non c'è stata alcuna rivoluzione bolscevica in Russia. Non ci sono agitazioni e conati rivoluzionari in giro per L'Europa. La borghesia proprietaria non teme alcuna espropriazione o dittatura del proletariato dietro l'angolo. Non c'è alcuna massa allenata alla guerra pronta a essere arruolata in funzione antipopolare e antiproletaria.

Cosa c'è in giro?

C'è il rancore sociale di lavoratori e ceto medio rigettati indietro dalla globalizzazione neoliberista che però gonfiano le vele alla destra nazionalista e sovranista antieuropea un po' in tutta l'area euroatlantica. In Italia, nello specifico, ci sono vaste masse popolari che hanno abbandonato la sinistra diventata elitaria e subalterna al verbo neoliberista. C'è la violenza del linguaggio, l'insulto, l'irrazionalità diffusa favoriti dall'uso dell'anonimato sui social network. C'è il tracimare in fasce e territori tradizionalmente di sinistra dell'egoismo sociale, della paura per il diverso, dell'odio verso lo straniero immigrato. La polemica antiparlamentare, però, non è quella della destra dannunziana e reazionaria è quella contro la "casta" parlamentare, in particolare di sinistra, che non avendo fatto il proprio dovere e avendo cessato di svolgere la propria missione è stata percepita come privilegiata, non meritevole di quei trattamenti economici che risultano odiosi a chi ha avuto precarizzati il lavoro, il reddito, la famiglia, la vita.

C'è, dunque, uno spostamento a destra, sicuramente preoccupante, di larghe masse popolari e delle periferie sociali, che nel 1919 stavano contro la reazione fascista. La classe borghese finanziaria ha già debellato il suo avversario di classe con le politiche economiche neoliberiste. L'ha già frantumato e disperso con la rivoluzione tecnologica privandolo della sua concentrazione nella grande fabbrica. La democrazia è già stata devitalizzata con la scomparsa dei grandi partiti di massa e popolari.

La "veduta corta" ha preso il sopravvento sia nell'economia sovrastata dalla finanziarizzazione che nella politica sovrastata dalla propaganda, dove i politici pensano prevalentemente alla resa immediata e personale del loro agire. Quella che si profila, tra la demagogia populista e le pulsioni xenofobe sovraniste imperanti, è una "democratura" conservatrice chiusa a ogni progresso e giustizia sociale.

La differenza fondamentale tra il diciannovismo del secolo scorso e quello supposto di oggi, fatte tutte le debite distinzioni e fuori di ogni meccanica analogia storicamente e politicamente fuorviante, è che allora c'era un soggetto politico, il socialismo, che fu battuto con la violenza e anche per gli errori di massimalismo e settarismo compiuti mentre avanzava la reazione fascista. Un soggetto politico che comunque non aveva subito, per dirla con Gramsci, la "rottura della connessione sentimentale" con le masse operaie e bracciantili che maggioritariamente vi aderivano. Socialisti e comunisti, ma anche repubblicani e democratici, popolari e liberali di sinistra, perdettero tutto ma non l'onore. Tanto è vero che, poi, poterono ripresentarsi venti anni dopo per dirigere e animare la Resistenza antifascista e costruire la nuova Italia democratica e repubblicana.

Oggi è il soggetto politico a dover essere ricostruito insieme, altra differenza dal secolo scorso, a quello sociale e produttivo che la rivoluzione tecnologica e l'offensiva neoliberista hanno precarizzato e disperso. Tuttavia forze sociali su cui far leva ci sono, movimenti giovanili e femminili progressisti cominciano a farsi sentire e a manifestarsi con un'impronta internazionalista. E' dalla loro maturazione che possono venire le forze nuove, non cariche del fardello delle sconfitte disonoranti del passato recente, in grado di esprimere a un soggetto politico progressista nuovo di egual valore ed efficacia di quello che nel secolo scorso si chiamò, in senso lato, socialista e comunista.

Tutto ciò è urgente e possibile se non si abbellisce la realtà dello stato in cui versa la sinistra italiana, se l'intelligenza nell'analisi sullo stato dell'arte rimane pessimista, che è il solo modo per rendere realistico l'ottimismo della volontà sul che fare. Questo comporta l'assunzione di un abito di serietà e di coerenza fra quel che si dice e quel che si fa; il rigetto di una politica della narrazione favolistica sostituita dall'"analisi concreta della situazione concreta"; l'assunzione di una prassi politica nutrita da forti ideali e valori; il perseguimento del potere per inverare quegli ideali e quei valori, non la predica ipocrita di questi ultimi solo per raggiungere il potere, dopo di che chi s'è visto s'è visto. Non vi è altro modo per debellare la demagogia populista, la violenza oratoria, l'esibizione propagandistica di se stessi, l'egolatria diffusa, il rancore contro tutto e contro tutti, la xenofobia e il razzismo.

L'insegnamento immediatamente politico da trarre dal diciannovismo del secolo scorso è duplice: a) lavorare per unire tutte le forze democratiche anti sovraniste e antinazionaliste; b) connettere questa unità al perseguimento di una politica economica e sociale di chiara e coraggiosa impronta neokeynesiana e ambientalista, opposta a quella neoliberista. Sul piano nazionale ed europeo. Con la consapevolezza che i due elementi sono tra loro politicamente inscindibili.

Il resto sono solo chiacchiere vuote, "come i costumi smessi delle feste di ieri".