VIAGGIATORE SOLITARIO

di Stefano Lanuzza

Fernanda Pivano (1917-2009) - Jack Kerouac (1922-1969)


Autore, dal 1941 al 1969, di poesie, racconti e una trentina di romanzi, più della metà stampati postumi, nel 1960 Jack Kerouac pubblica Lonesome Traveller (Viaggiatore solitario, 1979; trad. di Alessandro Gebbia e Sergio Duichin) e nel 1965 Desolation Angels (Angeli di desolazione, 1983, trad. di Magda de Cristofaro).

I due libri, non inferiori per qualità espressive al più famoso On the road (1957; Sulla strada, 1959, trad. di M. De Cristofaro), sono i più intensi e poetici dell'intera produzione kerouachiana che influenza numerosi autori delle avanguardie secondo novecentesche, comprese certe opere dedicate al tema del viaggio: fino, recentemente, alla giornalista statunitense Jessica Bruder che in Nomadland (2017) racconta il nomadismo di uomini e donne, per lo più in età da pensione, che, privi di risorse economiche e senza previdenza sociale, carichi di debiti e costretti ad abbandonare le proprie case perché impossibilitati a pagarne l'affitto, sono i nuovi zingari americani, ognuno un hobo estenuato e senza speranza, vagante a piedi o su fortunosi mezzi di trasporto in lungo e in largo per gli States.

Nella sua Introduzione a Viaggiatore solitario, un'antologia di scritti uniti dal motivo dell'erranza solitaria, Kerouac si descrive dapprima come un vero hobo rotto a tutti i mestieri, mozzo sulle navi, benzinaio, muratore, cameriere, cronista di sport, portabagagli, operaio ferroviario e in ditte di traslochi, raccoglitore di cotone, giocatore di scacchi, giocatore di calcio americano, e, nel 1956, "vedetta antincendio forestale"...: una parcellizzazione identitaria adattata alla frammentarietà erratica. Particolarmente interessante in questo libro è la parte che tratta dell'hobo americano, figura già ricorrente presso autori quali Dos Passos, Steinbeck o Guthrie. Quello strano vagabondo, "Fratello Senza Casa" che, lungo strade metropolitane, scali ferroviari, sottoponti dei fiumi, boschi e sperduti 'nonluoghi', mena vita difficile anche perché la gente non sopporta i randagi. Contro di loro ci sono i cani che ringhiano e latrano, e a sorvegliarli e perseguitarli c'è la polizia: "Grandi sinistre macchine della polizia pagate dai contribuenti [...] sono pronte a piombare ogni momento sull'hobo intento alla sua idealistica ricerca di libertà".

Anche Kerouac è un incallito vagabondo, ma consapevole che prima o poi "i miei sforzi letterari sarebbero stati ricompensati dalla protezione sociale - non ero un vero hobo privo di ogni speranza": il quale, seppure cammini senza tenere conto del tempo, ha "due orologi che non si possono comprare da Tiffany, su un polso il sole, sull'altro la luna, tutti e due i cinturini sono fatti di cielo".

Deve spesso nascondersi, l'hobo, incalzato dai guardiani dei boschi e da poliziotti ignari che pure due hobo sono l'autore della Divina Commedia e la sua guida Virgilio, sono degli hobo Chaplin, Benjamin Franklin a spasso in Pennsylvania e Whitman zingaro in Louisiana. Anche il Jean Valjean dei Miserables (1862) di Hugo è un hobo; e un hobo sordo è Beethoven, hobo Einstein col suo "maglione di lana a girocollo tutto consumato", il poeta Esenin "che approfittò della Rivoluzione Russa per girare nei più remoti villaggi russi a bere distillato di patate (la sua poesia più famosa: Confessioni di un Teppista)". Hobo sono Li Po, Buddha e Gesù "strano hobo che camminava sull'acqua".

In fondo, l'hobo americano - migratore "alla Bowery a New York, a Sollay Square a Boston, a Pratt Street a Baltimore, a Madison Street a Chicago, alla 12ma Strada a Kansas City, a Larimer Street a Denver, alla South Main Street a San Francisco, allo Skid Rowe a Seattle" - è uno che solo a sé stesso fa parte, un "lebbroso mentale" che non ha bisogno di mendicare il cibo perché viene sempre sfamato da chi sa riconoscerne la nobiltà.

Se poco più che adolescente, influenzato dai Saroyan, Hemingway, F. S. Fitzgerald e Thomas Wolfe, Kerouac si assegna un destino di scrittore, a diciotto anni decide di diventare anche "un avventuriero, un viaggiatore solitario"... Un po' studia al Columbia College, ma frequentandone svogliatamente i corsi, senza conseguire nessun diploma e restando di preferenza nella propria camera "a scrivere un racconto al giorno e a leggere Louis-Ferdinand Céline" invece degli obbligati classici.

Arriva il momento che non si sente più un beat, "ma uno strano solitario pazzo mistico Cattolico"; aspirando niente più che ad allontanarsi dalla folla, a "vivere in solitudine nei boschi, tranquilla scrittura della vecchiaia, dolci speranze di Paradiso (che in ogni caso arriva per tutti...)". Rigetta la società perbenista (e feroce) - beh, lui non crede alla "facezia della 'gente rispettabile'... che [...] sta distruggendo tutti i sentimenti umani".

I viaggi trascritti in Viaggiatore solitario "coprono gli Stati Uniti dal sud alla costa orientale, fino a quella occidentale e al lontano nordovest, il Messico, il Marocco, Parigi, Londra, l'Oceano Atlantico e quello Pacifico percorsi in nave, e vi sono incluse altre città e persone interessanti. [...] una confusione di vita così come è stata vissuta da un indipendente educato senza un soldo scapestrato che va dovunque. Lo scopo e l'intenzione è semplicemente la poesia" che gli fa scrivere: "Le stelle sono parole e tutti gli innumerevoli mondi nella Via Lattea sono parole e ciò vale anche per questo mondo".

Kerouac non è il turista che viaggia in cerca di nuove comodità, ma l'errante che ovunque sta scomodo e, se non sta scomodo, non si sente a proprio agio... Se ne va: autostop, ferrovia - ed è quasi un impegno religioso andare a piedi. "Sto camminando faticosamente tra i desolati, scuri magazzini del sempre amabile porto di San Pedro". Cammina per settimane sulla strada da New York all'Ovest, poi è in Messico, contento di non stare in America dove le leggi sono sempre contro, "(non leggi per)".

Ma poi - belle muchachas nel Messico ricco di prati verdi! Né c'è 'violenza' in Messico: "questa è solo un mare di cazzate inventate dagli scrittori di Hollywood o da scrittori che sono andati in Messico per 'essere violenti'". La stessa corrida messicana non è uno spettacolo di violenza, ma un antico rito sacrificale. Il toro nero e lucente è solo come lui, solitario Jack. Dopo un breve galoppo, quel bravo toro se ne sta in un angolo e muggisce che sembra invocare aiuto. Quando viene infilzato dal matador, Jack riflette su quanto sia "doloroso vivere quando puoi morire come un toro intrappolato". Volge gli occhi alla statua insanguinata d'un crocefisso - "MonJesus", quel Cristo ha "un viso come quello di Robert Mitchum giovane"; e il toro immolato è il Cristo davanti al quale Jack s'inginocchia: "Cristo nella sua Agonia [del toro], prega per me".

Dopotutto, Kerouac, che vorrebbe integrare cattolicesimo e buddhismo, ha - scrive il gesuita Antonio Spadaro, americanista - "una forte tensione" verso la pietà per gli uomini, la salvezza dell'anima e una disperata, poetica fede nell'eternità (Nelle vene d'America, 2013)... "È il poeta più disperato che ho conosciuto," racconta la sua mallevadrice italiana Fernanda Pivano "quasi disperato come Ernest Hemingway" ("Corriere della sera", I novembre 2001).

Via per San Francisco e, dopo 275 miglia, Guadalupe; e San Jose a una cinquantina di miglia a sud di San Francisco... Ah la California, "là risplendente e wow non c'è proprio fine a tutto questo nettare". Ecco New York, che i cantanti negri chiamano "La Mela"; il caro quartiere dell'insulare Manhattan, le grandi strade, i ponti, Times Square che sembra "una grande stanza", i grattacieli, la Terza Avenue, la Settima sulla 42ma Strada con "il cesso più beat di tutta New York" (non esiste un newyorkese che non vi sia passato). E il Bronx con i cinema porno, il ponte di Brooklyn, i night club del Greenwich Village coi suonatori di un jazz troppo edulcorato e commerciale. Al Grant, per 65 centesimi puoi mangiare calamari e patate fritte, un'insalata di cavolo, salsina tartara, "uno spicchio di limone, due fette di pane di segale fresco, una pallina di burro"; e, se puoi pagare ancora dieci centesimi, ti servono "un bicchiere di raro sidro di betulla"... Brandelli di scene disarticolate in sogni lieti, regali antidepressivi della vita modesta cui non chiedi più di quanto ti dà, quella dei giorni tra sole pioggia estate inverno, ognuno diverso e inaspettato, sequela di momenti catartici di uno in vacanza da e con sé stesso, camminante beato e frugale che non cerca di prendere né di volere.

Tra un breve lavoro e l'altro, risparmia un po' di denaro che decide di sperperare intraprendendo un altro "grande glorioso viaggio per l'Europa o per qualsiasi altro posto". Nel febbraio del 1957 parte dal Brooklyn Brush Terminal per Tangeri, Marocco, unico passeggero su una nave da carico jugoslava insieme a una donna di mezza età che lui vuol credere una spia russa. La traversata è su un mare in tempesta e, all'arrivo, lo confortano il programmato incontro e le passeggiate con l'amico residente a Tangeri, "il pazzo genio" William Burroughs, lo scrittore che nel 1945 gli fa conoscere Il tramonto dell'Occidente (1918-1923) di Oswald Spengler (circa l'influenza esercitata da questo libro di filosofia della storia, cfr. il saggio di Michael D'Orso Kerouac, Spengler and the "Faustian Soul", in "Studies in American Fiction", n. 1, Spring 1983).

Con Burroughs, Kerouac consuma vino e kif con miele, e codeina hashish oppio, prima d'imbarcarsi su un postale da Tangeri fino a Marsiglia. Da qui, in spalla il fedele zaino carico di libri, parte a piedi, in autostop e con un autobus che, da Aix-en-Provence, risale a nord per Avignone Lione Digione... Giunto a Parigi di mattina presto, è già uno zonzeggiante flâneur. "Ah ma la mattina, i sobborghi di Parigi, l'alba che si stende sopra la triste Senna". Un caffè al Boulevard Diderot, il ponte di Austerlitz, lo zoo sul Quai St. Bernard, la Sorbonne, Notre-Dame "strana come un sogno perduto".

Trascorrono giorni fra passeggiate per il Boulevard St. Germain, nei Champs-Élysées e nei bassifondi della città che si animano inquieti sotto il suo sguardo curioso. L'ambiente non gli dispiace; così tenta, dapprima senza riuscirci, di trovare un alloggio economico. Cammina sul Lungo Senna, beve caffè a Les Halles, finalmente trova un stanza per tre giorni in uno scalcinato alberghetto gestito da due papponi turchi, comunque "le persone più simpatiche incontrate a Parigi".

Nevica a Pigalle, ma quando spunta il sole Jack si bea della visione di Montmartre: è qui che vorrà stare tornando un giorno a Parigi... Ma poi non importa dove uno si trovi se tutto può, senza pregiudizi, restare nella mente diventando quella "scrittura spontanea" che Kerouac elegge a personale poetica.

Beh, "dopo tutto 'sto casino, e via dicendo, arrivai al punto che avevo bisogno di un po' di solitudine". Per questo decide di fare domanda al Ministero dell'Agricoltura "per un lavoro come vedetta antincendio nel Parco Nazionale di Monte Backer nelle High Cascades del Grande Nordovest"... Comincia qui Angeli di desolazione, libro iniziato a scrivere nel 1956 e ripreso nel 1961: ispirato al Walden, or the life in the woods (Walden o la vita nei boschi, 1854) di Henry D. Thoreau (Concord, 1817 - 1862), suggerisce più tardi a Bob Dylan la canzone Desolation Row (1965), a sua volta un'imbeccata per il brano di Fabrizio de André Via della povertà (1973).

Kerouac è il Jack Duluoz trascorrente in completa solitudine nove settimane in cima alla Desolation Peak e l'improvvisata vedetta antincendio che in una baracca scrive appunti, sogni e haiku di fronte al Monte Hozomeen, solenne simbolo del Nulla e del Vuoto, illuminato di notte da un'algida stella. "Nessun uomo" scrive in Viaggiatore solitario, romanzo in cui Kerouac celebra il suo vitalismo tragico, "dovrebbe vivere senza aver sperimentato almeno una volta la sana anche se noiosa solitudine della wilderness, scoprire di dover dipendere da sé stessi e per questo tirar fuori la vera forza interiore".

Al termine dell'esperienza che lo porta a concludere come non sempre la solitudine sia una buona cosa e possa indurre tristezza e depressione, si sposta a Seattle e a San Francisco per ritrovare i compagni beatnik Ginsberg, Cassady, Orlovsky e Corso. Quindi si reca a Città del Messico e dall'eternamente mobile Burroughs. Pure amando, se non troppo la solitudine, almeno la pace vissuta in montagna, non si nasconde di essere anche avido di amicizia e di vita sociale. Pensa pure di dover tornare in Florida dalla madre, ma per il momento vuole raggiungere New York e unirsi ai suoi amici, "Irwin e Simon e Raphael e Lazarus, e ora siamo più o meno scrittori famosi tutti un po' depressi, però loro si chiedono come mai sono così depresso".

Scrittore non di madrelingua inglese, ma d'origine franco-canadese, innovativo come Joyce o Céline e al pari di loro lontano, con l'energia lirica della sua prosa evocativo-jazzistica risonante di neologismi dialettali, da ogni establishment letterario, l'ormai classico Kerouac, sparito dalle sue strade all'età di soli quarantasette anni, chissà se avrebbe meritato, lui, quel Nobel riscosso nel 2016 dal suo epigono il menestrello Bob Dylan.

Bob Dylan, Obama