STRINGHE DI MEMORIA BIOPOETICA

PER CARLO BORDINI (1938-2020) *

di Marco Palladini

Ha scritto la sorella Silvia, storica dell'arte, che "Carlo era molto amato, come persona oltre che come poeta". È assolutamente vero ed è una cosa assai rara in un ambiente poetico-letterario italico contraddistinto da tante piccole tribù autoreferenziali e non di rado spocchiose, percorso da piccole e grandi invidie e miserie anche umane. Ecco, Carlo era trasversale e ammirato e amato da tutti (o quasi) non solo e non tanto perché si teneva sovranamente distante da tali meschinerie e dalle polemichette sterili, ma perché nei suoi comportamenti e nei suoi testi esponeva impavidamente le proprie ferite d'anima, le proprie fragilità, i propri languori e contraddizioni. Come scrive nei suoi versi: "La mia ricerca di sofferenza / è una mia ricerca di identità (...) / Sto per comprendere che il ruolo della vittima mi si confà (...) / Ecco, questo è il problema: la bontà. Io trovo della bontà / in queste persone che soffrono (...)".

Carlo era un ossimoro vivente: tanto appariva, cioè era gentile, disponibile, generoso, pronto ad ascoltare, proclive agli altri, quanto nei suoi testi confessava durezze, insensibilità, vergogne, viltà di fuga, pensieri non di rado suicidari, sia pure temperati da ironia e disincanto. Del resto, l'ossimoro appare anche nei suoi titoli: I costruttori di vulcani (la raccolta delle sue poesie 1975-2010, pubblicata da Luca Sossella Editore), ma chi può realmente costruire un vulcano, così come un fulmine o un terremoto? Oppure Memorie di un rivoluzionario timido (2016, racconto catafratto della sua vicenda di militante trotskysta): ma può un rivoluzionario essere timido, senza depotenziare in partenza l'intrepida carica utopica-ideologica che vuole incarnare? Lo sguardo di Carlo era sempre ancipite, vedere il rovescio delle cose era in lui un atto naturale.

A proposito di sguardo, quello di Carlo era costantemente indirizzato ai margini, ai 'piccoli bordi' (nomen omen) del vivere e dell'arte, a partire dall'antologia, curata con Antonio Veneziani, Dal fondo. La poesia dei marginali, pubblicata da Savelli nel 1978 e riedita da Avagliano nel 2007. Penso, altresì, allo sguardo attento che ha avuto per figure artistiche erratiche e devianti come, ad esempio, l'attrice-autrice Rossella Or, di cui ha sostenuto e promosso la produzione lirica. (Quando dirigevo Le Reti di Dedalus, mi inviò le poesie di Rossella trascritte da lui al computer, perché lei era rimasta alla scrittura a mano, e fu la prima volta, credo, che questi testi furono presentati in pubblico).

Carlo, in ogni caso, non era soltanto "un poeta", o meglio nel suo essere poeta convergevano il suo essere uno storico, un intellettuale, un critico, un militante politico che pure da ex non aveva mai cessato di pensare politicamente, da antico comunista eretico, da persona controcorrente. Ancora pochi giorni prima di morire suscitò un vespaio in rete con una sua mail del 30 ottobre u.s. in cui polemizzando con un articolo di Flores D'Arcais relativo ai recenti attentati terroristici islamisti in Francia, così si esprimeva: "Sono contrario al fondamentalismo musulmano perché è un estremismo... Ma c'è un fatto: anche la posizione di Charlie Hebdo è una posizione estremista. Charlie Hebdo è colonialista e razzista, Assistiamo dunque alla lotta tra due estremismi. Soffiare sul fuoco è un crimine. Si dirà: ma noi non usiamo il coltello. È vero: noi siamo più civili. Noi bombardiamo". Gli scrissi in privato che reputare i vignettisti di Charlie Hebdo pure loro responsabili dei bombardamenti in Siria, piuttosto che in Irak o in Iran, mi pareva anche quella una posizione estremista, al di là delle simpatie o meno per la 'gauche caviar' di Charlie Hebdo. Però, capivo il senso politico profondo del suo ragionamento: che il jihadismo dell'Isis o di Al Qaeda si sprigiona storicamente dall'enorme serbatoio di astio, risentimento, dolore e frustrazione delle moltitudini arabe o musulmane verso l'Occidente responsabile di politiche di rapina economica e di repressione militare. E che nessun occidentale può ritenersi innocente o immacolato davanti a questo squilibrio, a questo 'scambio ineguale', perché il nostro benessere (anche relativo) si nutre esattamente del vasto malessere degli altri. Ecco, sino alla fine, sino all'ultimo respiro Carlo ha coltivato un pensiero eterodosso, non pacificato, del tutto estraneo alla paccottiglia del politicamente corretto.

Del resto, rifletto sul fatto che Carlo nel suo posizionamento politico militante aveva scelto di stare con i trotskysti (uno dei suoi testi capitali è appunto Poema a Trotsky) che, anche nella galassia della sinistra extraparlamentare degli anni '60 e '70 (io c'ero), venivano percepiti come una setta a parte, come un gruppo antico e liminare che non si confondeva né si alleava con gli altri, che ai cortei si metteva sempre in coda, come a rimarcare la propria diversità. Ecco, io credo che la primigenia 'differenza' trotskysta abbia contato non poco nella sua progressiva maturazione di poeta, da un lato sul versante di un esistenzialismo critico di matrice autobiografica, non di rado nel senso, avrebbe detto Thomas Bernhard, di uno 'squartamento' di sé; dall'altro lato sul versante di una poesia civile-politica per nulla ovvia e conciliante. Penso ad un testo come Per Bill Clinton in cui osservava come la politica 'liberal' circa i diritti civili o quelli degli omosessuali non attenuava per niente la politica estera aggressiva e imperialista degli Stati Uniti, commentando così: "... Hai tutte le / caratteristiche di un progressista, le cose / che porti avanti vengono / direttamente dal '68; ma allora il / '68 in fondo era questo, il modo di creare una / società più coesa, meno autoritaria, per rompere / i coglioni agli altri?". E così, ecco sistemata la falsa coscienza del sessantottismo giunto al potere.

Uno squisito atto biopoetico mi è sembrato, alcuni anni fa, il matrimonio di Carlo con Myra Jara, una poetessa peruviana, scoperta da lui e di lui più giovane di circa mezzo secolo. Ricordo di averli visti insieme la prima volta a Toffia quando lui era venuto a trovare una comune amica, Simona Cigliana, per affittare la sua seconda casa per l'estate, per potere scrivere in pace. Carlo e Myra non stavano ancora ufficialmente insieme, ma c'era tra di loro un'aria di leggerezza, di complicità, di giocosità che gli faceva tranquillamente oltrepassare la macroscopica differenza d'età. L'amore ha una forza pulsionale che non può arrestarsi sulla soglia anagrafica. Se non rammento male, si erano incontrati in Germania dove lei studiava ancora e, poi, Myra lo aveva seguito in Italia per una vacanza che in seguito si è tramutata in una permanenza, anche se lei libera e ondivaga e irrequieta ha continuato a spostarsi in Europa e in America Latina. Un amore tra poeti non può essere riguardato con le consuete dinamiche degli sposalizi borghesi. Si nutre di altro, di idealità e consonanze che si corroborano pure a distanza, che sono effettualmente l'amour de loin dei poeti trobadorici medievali, un amore che gode di uno stato di "non possesso". E io rammemoro diverse poesie di Carlo dedicate a Myra, colme di ironia, affetto, stupore e sorpresa, che manifestavano comunque il sentimento di una imprevista felicità arrivata in una età già senile.

"Perché / voglio / essere / mangiato / da / te? / Forse perché / sai / mangiare / meglio?". Mangiamola la poesia di Carlo, mastichiamola e rimastichiamola meglio. Perché è una poesia che fa pensare, che disturba anche, che sollecita l'intelligenza del vivere, ossia la comprensione dell'esserci oltre le banalità del senso comune e delle visioni dominanti. Perché è la poesia di uno dei migliori autori dell'ultimo mezzo secolo, anche se il canone ufficiale non lo comprende. Per fortuna, aggiungerei.

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Piccoli bordi

a Carlo Bordini

I piccoli bordi della poesia

metabolizzano sornioni le tempeste del quotidiano

e consentono con chi si rifiuta di credere

che un altro mondo è impossibile

I piccoli bordi della poesia

eludono gli imperativi del maschio alfa

ed esulano dai graffianti graffiti dei romanoti

poeti stradaioli del Trullo o di Torpignattara

I piccoli bordi della poesia

accolgono le femminili anime in fuga (pure da sé)

ed offrono loro un temporaneo riparo e ristoro

I piccoli bordi della poesia

coltivano memorie timide e stabiliscono

confini comuni con chi non alzò mai bandiera bianca

nel circostante, antropico paesaggio epocalittico

I piccoli bordi della poesia

forniscono i codici di accesso alle fragilità mirabili

di adolescenti perenni e ai sorprendenti segreti

delle aurorali storie d'amore

I piccoli bordi della poesia

ti conducono nel cerchio di conniventi sconosciuti

e di volti confusi e collusi con il sentimento

del vorrei, ma proprio non posso farne a meno

I piccoli bordi della poesia

sostano placidamente sul limitare della foresta

dove ascoltano con piacere le sfumature politonali

di innumeri grida animali

I piccoli bordi della poesia

come i ricordi producono scenari che forse

non sono mai stati e smarriscono le distinzioni

tra il reale che si dilegua e il visionario che si impone

I piccoli bordi della poesia

ti allontanano dalle patologie del mondo anaffettivo

e segnano lo spazio per l'insaziabile desiderio

di stare nel giuoco infinito della creazione festante

I piccoli bordi della poesia

suscitano parecchio allarme nella prosa

della volgare grammatica sociale, perché conoscono

lo scarto incolmabile tra la cosalità e il verbale

I piccoli bordi della poesia

fanno scattare un cortocircuito tra il sapere del corpo

e il sopore della mente che evade nel perturbante

I piccoli bordi della poesia

oscillano tra il panico delle moltitudini iperconnesse

con il tutto e subito, e la serena lentezza

un poco esangue dei soggetti idiosincratici

I piccoli bordi della poesia

si liquefano a poco a poco, finché insondabile

la poesia si dissolve completamente nel profondo

mare in sé che è il vivere e risplendere nascosti.

* Da "L'Age d'Or" - dicembre 2020