SPECIALE 100 ANNI DI PCI

UN NUOVO SOCIALISMO.

LA TERZA VIA OLTRE IL MODELLO SOVIETICO E LA SOCIALDEMOCRAZIA.

ENRICO BERLINGUER. *

di Paolo Ciofi

Comunista italiano e perciò rivoluzionario democratico, Berlinguer fu un grande innovatore. La questione che egli tuttora ci propone, non cancellando il significato e il valore della rottura storica rappresentata dalla rivoluzione russa dell'Ottobre 1917 e dai successivi percorsi aperti nel mondo, è quella di un'altra prospettiva, di un altro modello di società, di un altro socialismo rispetto a quelli fino ad allora conosciuti, il modello sovietico e il modello socialdemocratico. Rimasti tuttora dominanti pur in presenza di significative sperimentazioni introdotte in Paesi dell'America latina. Si può dire che Berlinguer, in particolare con la teoria e la prassi dell'eurocomunismo, ridefinisce il socialismo e il comunismo, nei contenuti e nella prospettiva di avvicinamento. Quindi va ben oltre la via italiana al socialismo tracciata da Togliatti e percorsa in piena autonomia da Luigi Longo durante la sua direzione politica.

Nella sostanza Berlinguer delinea una visione e un progetto di radicale cambiamento del mondo che oggi si ripropongono, e acquistano un significato universale perché investono il capitalismo maturo nella sua configurazione globale. Come si mette a nudo, come si smonta, come si supera il dominio totalitario del capitale? E' il tema decisivo, che in questa fase segnata dalla rivoluzione digitale riemerge con drammatica attualità di fronte all'epidemia del Covid e al sommarsi in un unico svolgimento delle crisi sanitaria, economica, sociale e ambientale. Il privatismo del capitale si è dimostrato non all'altezza del compito, e di fronte a questa stretta ha fatto fallimento. Ma la soluzione non sta in qualche arrangiamento migliorista.

È il mondo che ci spinge verso un'alternativa di società che possiamo chiamare nuovo socialismo. Bisogna avere il coraggio di prenderne atto, e di agire di conseguenza. Esaurita «la spinta propulsiva di rinnovamento» delle società emerse dalla rivoluzione del 1917, come pure la fase socialdemocratica del movimento operaio, «si tratta di aprirne un'altra e di aprirla, prima di tutto, nell'occidente capitalistico». Dunque, secondo Berlinguer, è invitabile la ricerca di una «terza via»: «la terza via appunto rispetto alle vie tradizionali della socialdemocrazia e rispetto ai modelli dell'Est europeo».

In particolare, la specificità e la gravità della crisi italiana richiedono «una nuova tappa della rivoluzione democratica e antifascista» che unisca la maggioranza degli italiani e delle italiane in uno sforzo eccezionale di lotta e di lavoro, di creatività e di cultura. In questo contesto riemerge la formula di un nuovo «compromesso storico» tra le forze democratiche, dopo il processo unitario che portò alla guerra di liberazione e alla ricomposizione territoriale dell'Italia. D'altra parte, sottolinea il segretario del Pci, per rovesciare la tendenza che spinge al declino è indispensabile introdurre «nell'assetto e nel funzionamento generale della società alcuni elementi propri del socialismo».

Ma cosa intende Berlinguer quando indica la prospettiva del socialismo? Questo è un aspetto fondamentale da chiarire. Secondo il segretario del Pci il socialismo «è la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine dello sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l'umanità». Dunque uno stato delle cose per il quale si può e si deve lottare, ma che ancora non si è realizzato in nessun luogo del pianeta.

Tutte le innovazioni introdotte da Berlinguer nella teoria e nella pratica del socialismo stanno dentro il percorso di una terza via rispetto ai modelli esistenti. Mi riferisco al pacifismo come lotta per la pace e assetto di un nuovo mondo, alla centralità della rivoluzione delle donne, al protagonismo operaio e alla rivoluzione elettronica, al rinnovamento della politica e alla questione morale, all'austerità come alternativa al consumismo, a un diverso rapporto tra Nord e Sud del mondo, alla necessità di un governo mondiale e alla democrazia come valore universale. Un vero e proprio capovolgimento dello stato di cose esistente. E al tempo steso un arsenale a disposizione di chi lo voglia usare

Sul piano mondiale, secondo Berlinguer, vi è la necessità di un nuovo internazionalismo,che non si identifichi con i confini dell'Urss e dei Paesi socialisti esistenti. Occorre allargare il campo verso i Paesi del terzo mondo, e non solo: «un movimento internazionalista, rivoluzionario, deve interpretare e portare avanti, oggi, infinite altre esigenze affinché possa unificare tutte le forze in un sistema differenziato, dinamico, universale».

Sul piano interno, il segretario del Pci solleva con forza «la questione morale». Ma non si tratta di un'impennata di orgoglioso moralismo, come qualcuno (impelagato fino al collo in detta questione) ha voluto sostenere, bensì di uno questione politica centrale che riguarda il rinnovamento dei partiti e la liberazione dello Stato dalla loro massiccia occupazione. Con il conseguente smantellamento del sistema di potere imperniato sulla Dc.

Emerge in tal modo la diversità del Pci rispetto agli altri partiti. O meglio, come sottolinea Berlinguer, sono le diversità del Pci quelle che emergono con tutta evidenza. Ma non si tratta di diversità antropologiche, come qualche buontempone scriteriato ha tentato di far credere per nascondere la sostanza. Si tratta invece di precise scelte che segnalano una qualità diversa rispetto alla politica corrente e allo stato degli altri partiti. In sintesi: non occupare lo Stato, combattere i previlegi ovunque annidati, lottare per il superamento «del meccanismo capitalistico».

Enrico Berlinguer lo ha detto con tutta chiarezza, e si è comportato di conseguenza, confermando di essere un grande dirigente rivoluzionario: «la principale diversità del nostro partito rispetto agli altri partiti sta nel fatto che i comunisti non rinunciano a lavorare nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx: non rinunciamo a costruire una "società di liberi e uguali", non rinunciamo a guidare la lotta degli uomini e delle donne per la "produzione delle condizioni della loro vita"». E' questa la sostanza della terza via. Non si poteva dire meglio. Nella pesante condizione di crisi che grava su di noi non possiamo rinunciare alla lotta per la produzione delle condizioni della nostra vita.

*Convegno di Futura Umanità per i 100 anni dalla fondazione del PCI