TREPADRI DI NUOVO IN LIBRERIA

di Francesco Muzzioli

Le Edizioni Progetto Cultura propongono una nuova edizione del romanzo TrePadri di Enrico Meloni. Il testo, iniziato a scrivere nel 1995 e uscito nel 2002, va ricondotto al clima del primo postmodernismo e soprattutto al tipo di riscrittura intelligente del Calvino di Se una notte d'inverno un viaggiatore. Ma se calviniane sono l'idea dei capitoli alternati con un racconto-cornice intervallato da brani interpolati di varia natura (presunti documenti, scritti allografici, pastiches) e i titoli dei capitoli in endecasillabi che letti di seguito vanno a comporre una poesia, assai diversa è la ricerca che costituisce l'intreccio, dove diversi fili ‒ con una buona dose di stratificazioni storiche ‒ vengono alla fine ad annodarsi.

Il motivo conduttore è la leggenda dei "tre padri", datata all'XI° secolo: trattasi di religiosi (ma il tema del "padre" si sviluppa nel libro anche nel senso della paternità biologica) inviati a convertire un feudatario che vengono uno dopo l'altro messi a morte. È dunque una storia ripetitiva e il problema che pone è proprio come si possa liberarsi dalla "coazione a ripetere" e interrompere la sequenza dell'identico. Ciò avviene con il quarto personaggio: e dunque il testo sembrerebbe affermare la supremazia del quattro sul tre (una dialettica del quarto escluso, come ha recentemente ipotizzato Jameson nel suo commento al "quadrato semiotico").

La leggenda dei tre padri non solo è ripetitiva in sé ma è anche, nel romanzo di Meloni, più volte ripetuta con diverse varianti e angolature: essa poi costituisce, in filigrana, un modello per la vicenda dei personaggi odierni, legati in un modo o nell'altro alla ricerca, dove pure si riscontra una "linea maschile" che va a coincidere con la leggenda. E direi anche che la modalità della ripetizione concerne un certo nomadismo destinato a riconvertirsi nel tema del ritorno, come avviene nelle agnizioni che riconducono alla figura del padre perduto.

Non sto a rivelare la trama e il suo scioglimento, ma basta sapere che l'ultimo guizzo è la "dimissione del narratore" e il suo posto viene preso dal personaggio apparentemente secondario in realtà rivelatosi centrale. Quanto al tono, va notato che la narrazione dei TrePadri è rivolta al "tu" del lettore, un procedimento che contiene una buona dose di ironia, in quanto sottolinea l'artificiosità del contratto narrativo.

Una prosa tuttora intrigante, come dimostra la parte inziale che riporto qui come invito alla lettura, la pagina dove il narratore si presenta come disoccupato: anche questo è un segnale dei tempi, l'indicazione della società della fine del lavoro, un tempo ripetitivo e vuoto in attesa che la sua circolarità perversa venga spezzata.

Ecco l'abbrivio del testo:

Stratocumuli di merci esibite in vetrine luminescenti e in ogni sorta di scansia tentacolare. Ero in uno di quei templi del consumismo, perso alla ricerca di qualche sequenza video da consumare durante e dopo la solita razione di cibo, quando ho avvertito la figura di un commesso stranamente seccato. "Si decida, è ora di chiudere!"

Il mio sguardo doveva essere attonito, distratto, basito. E lui mi incalzò: "Beh?! Non sente l'annuncio con tanto di jingle della Corporation?!"

Folgorazione. Per un attimo ho colto il senso del mio es­sere fuori luogo, ma non solo dentro al punto vendita: nella città, nella Penisola, nello spazio. Solo un attimo. Era già tardi ed ero stanco. Dopo la cena e un'ordinaria dose di TV, mi ha digerito un fluttuante sopore.

Dal momento in cui ho riaperto gli occhi da un sonno che non è mai sbocciato (già sono trascorsi cinque mesi), ha avuto inizio la penosa consapevolezza di quell'umore indecifrabile che ancora oggi insidia le mie giornate. Alle nove di quella mattina non mi sono presentato al lavoro, e così

le mattine seguenti, accampando giustificazioni sempre meno plausibili. Finché un giorno dall'azienda, a cui ero le­gato da un contratto di consulenza, non mi hanno comunicato che si ritenevano soddisfatti delle mie prestazioni pregresse ma d'allora in poi, per farla breve, non avevano più bisogno di me. C'era da aspettarselo: tagliare le colla­borazioni era già nei loro piani. Forse anche nei miei, ben­ché, sia chiaro, io di piani non ne avevo mai pensati.

Smaltita l'euforia dei primi giorni ‒ sprazzi di libertà, dormite saporose fino all'una come non mi capitava da anni, l'ebbrezza di gestire le ore a piacimento ‒ mi ritrovo a fron­teggiare un flusso di tempo indefinito con il quale non ho alcuna dimestichezza. Sebbene fosse da sempre al mio fianco (così com'è al fianco di ognuno), ero troppo occupato da incombenze quotidiane e inebriato dal succedersi incal­zante di affari da smaltire, per sentirne la gravità. Ora è di­verso. Ora che abitudini, conoscenze, impegni, passatempi e ogni cosa che conferiva ordine e senso alle mie giornate, tutto è svanito, frantumato in polveri ineffabili come residui dell'esplosione di una cometa silenziosa.

Capovolgere a mio favore queste circostanze è la que­stione che mi ha assillato fino a poco fa. Non sapevo come uscirne. Poi (si fa per dire) un lampo di genio. In una parola ecco la fonte d'aria che mi consentirà di sopravvivere aspet­tando tempi migliori: bi-blio-te-ca. Cosa ci vado a fare? Beh, avrai capito che seguo un istinto. E, nella vana attesa di trovare una risposta convincente, puoi intendere questa decisione come un modo per uscire dal guscio, un modo che non sia fare spesa o pagar bollette. Troppi giorni rinta­nato in casa: non ho stimoli. Già, e perché non andare alle Maldive o a Los Angeles o sul Tetto del Mondo? Intanto non dispongo di capitali, anzi, da quando il lavoro mi ha abbandonato, non stimo per il futuro una lunga autono­mia... Scusa un momento: ho lasciato il latte sul fuoco... ac­cidenti! È traboccato e ha spento il fornello. Per fortuna una parte è rimasta nel pentolino. Chiudo il gas. Il caffè era già pronto, la brioche è sul tavolo.

Ancora una cosa mi preme dirti. Proprio in questi giorni ho maturato una convinzione, una scoperta che a me piace definire copernicana, ma, trovando il modo di porla in atto, sarebbe più simile all'uovo di Colombo. Mi spiego: quel nonsoché di bello e indefinito che ci aspettiamo debba co­glierci da un momento all'altro, in grado di ribaltare l'esito fallimentare della nostra esistenza, non arriverà mai. E al­lora, dato che non è più concepibile baloccarsi nell'attesa che il futuro ci porgerà il soccorso di una mano capace di modellare il corso della vita secondo i nostri sogni, non riu­scendo a rassegnarmi, da un po' di tempo a questa parte ho preso ad escogitare un'alternativa. Ho cominciato a credere alla possibilità di un evento, una serie di eventi, un modo nuovo di stare al mondo o quello che vuoi tu, che abbia la facoltà di intaccare la struttura del nostro passato in modo da renderlo significativo o almeno più accettabile di quanto non appaia ora ai nostri occhi. Un qualcosa, cioè, che sia capace di mutare quell'architettura di esperienze che com­pongono la nostra vita trasformandola, ad esempio, da un cadente e obbrobrioso casermone di periferia, disertato anche dai ratti, nell'armonia di un palazzo rinascimentale, peraltro in ottimo stato di conservazione.