ANNIVERSARI

TOMASO BINGA: I SUOI PRIMI, GIOVANISSIMI 90 ANNI

di Marco Palladini

Tomaso Binga in connubio con la Maison Dior, Parigi, Musée Rodin, 2019

Pochi mesi fa in occasione della cerimonia in streaming della consegna a lei del Premio Pagliarani alla carriera, Bianca Pucciarelli Menna, in arte Tomaso Binga, non ha esitato a definirsi una 'vecchia bambina' e subito ne ha dato prova lanciandosi in una delle sue proverbiali performance di poesia sonora in cui ha coinvolto i presenti interconnessi, chiamati a farle da coro, con un'aria un po' imbarazzata, mentre lei andava tranquillamente avanti con lo sguardo ammiccante della fanciullina che ha fatto l'ennesima marachella. La medesima aria un po' stupita e un po' maliziosa Bianca-Tomaso l'aveva nel marzo di due anni fa, ai giardini del Musée Rodin di Parigi, dove alcuni suoi lavori storici - e - sono stati esposti in diretta interazione con la sfilata Autunno-Inverno 2019-2020 di Dior, a sancire il trionfale abbattimento della barriera tra l'avanguardia artistica e il 'sistema della moda' (come lo chiamava Roland Barthes). Laddove grazie a quell'apparizione, Binga-Menna a quasi 90 anni (li ha compiuti il 20 febbraio u.s.) è entrata, come mi ha detto sorniona e quasi incredula, nel mercato: ricercata da galleristi e collezionisti per le sue opere che hanno sempre fecondamente intrecciato coscienza femminista e body art, spirito teatral-performativo e ricerca verbo-visuale. L'altra metà dell'avanguardia (secondo la chiamava Lea Vergine), anche in Italia ha avuto importanti protagoniste: dalla critica Carla Lonzi a Ketty La Rocca, da Lucia Marcucci (Gruppo 70) a Mirella Bentivoglio, da Maria Lai a Carol Rama, da Carla Accardi a Giosetta Fioroni etc., ma forse soltanto in Binga-Menna mi pare si possa riscontrare uno vero spiritello neo-dadaista, una leggerezza giocosa e satirica che non si è mai attenuata, che si è riconfermata nel corso di cinque decadi come un sigillo di ribellione sorridente, di attitudine e militanza artistica nel segno di una liberazione ludica e gioiosa, mai seriosa o noiosa.


La medesima attitudine di empatia e generosità verso l'altro da sé Binga-Menna l'ha avuta nella veste di curatrice dello spazio romano "Lavatoio Contumaciale", uno scantinato in zona Flaminio dove un tempo si lavavano e sanificavano i panni delle persone infette, inaugurato col marito Filiberto Menna, uno dei più importanti studiosi e critici italiani di arte contemporanea (morto precocemente nel 1988), che dagli anni '70 ad oggi ha ospitato una quantità innumerevole di manifestazioni, mostre, installazioni, spettacoli, proiezioni, performance, letture e conferenze. Si può dire che quasi tutto il meglio dell'avanguardia artistica e poetica sia romana sia nazionale è transitato nel "Lavatoio" sotto lo sguardo sempre attento, partecipe e amichevole di Bianca-Tomaso. Che naturalmente spera, al termine di questa sventurata epochè pandemica, di poterlo riaprire e ricominciare l'attività.

È dunque con questo sguardo sempre proteso al futuro, che voglio omaggiare, io che la conosco da quasi quattro decenni, il suo imminente e non frequente traguardo anagrafico, che autorizzerebbe a chiamarla 'venerata maestra'. Ma so che lei, col suo imperituro casco di biondi capelli e le sue mises sempre fantasiose, se ne farebbe beffe, immediatamente si smarcherebbe, compitando all'istante un'ironica filastrocca (tipo 'se non mangi la minestra, poi ti becchi la maestra...'). Soltanto mille, affettuosi auguri, allora, ai suoi primi, giovanissimi novant'anni.

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La serie Omaggio ai Font(2015) di Tomaso Binga si articola in cinquantadue tavole suddivise in due gruppi denominati rispettivamente A e B; ogni gruppo è composto da ventisei tavole in formato A4, ciascuna dedicata ad un diverso tipo di font. All'origine di questo omaggio si cela l'usanza tipica giapponese che consiste nel ringraziare gli oggetti; nelle singole tavole che compongono la serie, infatti, Tomaso Binga omaggia diversi font - attraverso la tecnica del collage - presentando insieme alla formula di ringraziamento, sempre presente, l'intero alfabeto nella veste grafica propria del font oggetto dell'omaggio insieme a ritagli neri.

OperaPoesia è frutto di un lavoro a cui Binga si sta dedicando in questo tempo di distanziamento dovuto al Covid. Si tratta in realtà di una intuizione creativa a lungo 'gestata' che oggi prende forma in un lavoro che ha chiamato OperaPoesia. In questo lavoro, la creazione poetica, trasferita su supporto cartaceo, da suono si fa immagine assurgendo ad opera per effetto dell'ulteriore intervento dell'artista, che infonde all'originaria espressione poetica la dimensione materica fissandola e caricandola di nuovo significato.

* Da L'Age d'Or (febbraio