STUDI MARXISTI

SUL RAPPORTO TRA TEORIA MARXISTA

DELLO STATO E DEMOCRAZIA*

di Lorenzo Graziani

Karl Marx, il suo pensiero, i suoi scritti, le ricerche, le sue teorie, le sue intuizione, la sua attualità ed il collegamento con altri filosofi non sono materia per pochi studiosi da tempo pensionati dal tempo e dalla evoluzione storica. Marx non è sepolto in polverosi scritti. Gli studi marxisti non si sono mai fermati e proseguono con interesse crescente. A conferma di ciò, riportiamo lo scritto di un giovane ventunenne, studente alla Sapienza di Roma.

Durante il percorso di studio di Marx che comincia nel suo periodo giovanile fino al periodo di Bruxelles, abbiamo visto come nei suoi scritti una parte preponderante e degna di nota sia soprattutto quella dedicata alla descrizione "scientifica" dello stato borghese o, per meglio dire, dell'intera società borghese. Il grande merito di Marx sarà, a suo dire, proprio quello di riuscire ad individuare non tanto la composizione della società in classi, bensì come queste siano legate indissolubilmente a "determinate fasi storiche di sviluppo della produzione"1 e l'aver designato la classe proletaria ,frutto del mondo capitalistico, come classe attuativa di un processo rivoluzionario atto a sovvertire l'ordine delle cose e stabilire una nuova forma di convivenza civile fra uomini, basata questa volta su un non-Stato in cui avverrà "il salto dell'umanità dal regno della necessità al regno della libertà"2.

Marx non inserisce mai espressamente in nessuno dei suoi scritti un suo modello organizzativo dello Stato, preferisce esporre le sue teorie economico-sociali nell'ottica del materialismo storico, un metodo di indagine filosofica della realtà da lui coniato che si basa su un'osservazione critica e scientifica della realtà distinguendosi dal metodo hegeliano per un elemento fondamentale: secondo Hegel l'oggetto diventa tale solo quando entra in relazione con lo spirito umano che, riconoscendolo, gli conferisce concretezza (idea in sé per sé). Marx critica questa "filosofia speculativa", sostenendo non la completa fallacia della teoria hegeliana, bensì che quest'ultima fosse solamente "mistificata", da capovolgere, mettendo al centro del processo dialettico la struttura economico sociale, elemento chiave per comprendere i fenomeni reali. Solamente così la dialettica hegeliana potrà essere usata come arma nella lotta politica: da qui la dicitura gramsciana di "filosofia della praxis".

Se Hegel avesse preso, come punto di partenza, i soggetti reali come basi dello Stato, non avrebbe trovato necessario di soggettivare in forma mistica lo Stato. (...) Invece di concepire [i termini astratti] soltanto come predicati dei loro soggetti, Hegel fa indipendenti i predicati e li lascia poi tramutarsi, in forma mistica, nei loro soggetti. L'esistenza dei predicati è il soggetto: dunque soggetto è l'esistenza della soggettività etc. Hegel dà un'esistenza indipendente ai predicati, ma astraendoli dal loro soggetto. Dopo, il reale soggetto appare come il loro risultato, mentre invece bisogna partire dal soggetto reale e considerare la sua oggettivazione.3

Marx, anche dopo il suo distacco dai giovani hegeliani sugellato dalla pubblicazione de "La sacra famiglia", nutrirà sempre una stima nei confronti di Hegel, padre della moderna filosofia. Riprese da lui anche la divisione tra società civile e stato, rivedendone il rapporto, o meglio, rovesciandolo, seguendo la strada dell'umanesimo reale percorsa da Feuerbach nel corso della sua opera di demistificazione della religione, definendo così i campi della struttura e sovrastruttura. Anche qui quindi Marx afferma che non è la società civile ad essere un prodotto dello Stato bensì quest'ultimo ad essere generato dalla società civile. Una descrizione accurata di questo pensiero è possibile trovarla nella prefazione a "Per la critica dell'economia politica", un saggio pubblicato nel 1859 che possiamo definire precursore del Capitale per quanto riguarda i temi trattati e i metodi di indagine utilizzati. Qui Marx calca un'autobiografia dell'evoluzione del suo pensiero fino a quel momento: ricorda il suo periodo come direttore delle "Rheinische Zeitung" a Colonia, giornale borghese e progressista dissidente verso il governo prussiano, in cui si poteva già avvertire "una eco, leggermente tinta di filosofia, del socialismo e comunismo francese"4; ricordiamo l'importante articolo di Marx "Dibattiti sulla legge contro i furti di legna", pubblicato in vari numeri della Gazzetta tra ottobre e novembre 1842, in cui Marx commenta e riflette sul dibattito generatosi in quel periodo nel parlamento renano in merito al fatto se il furto di legna debba essere o no considerato tale.

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1 K. Marx, Lettera a J. Weydemeyer -5 marzo 1852

2 F.Engels, L'evoluzione del socialismo dall'utopia alla scienza

3 K.Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel,1843,p.34

4 K.Marx, Per la critica dell'economia politica,Prefazione-gennaio 1859

L'elemento assurdo sottolineato dal direttore sarà proprio come un bene considerato fino ad allora comunitario diventi frutto di dispute di proprietà, contribuendo a rendere sempre più profondo il divario tra i grandi latifondisti e gli individui5. Un altro lavoro decisivo fu la "Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico", la cui introduzione comparve nel primo ed unico numero degli "Annali franco-tedeschi" pubblicato a Parigi nel 1844 da Marx e Ruge, immediatamente chiuso a causa di dissidi interni fra i due editori.

La mia ricerca arrivò alla conclusione che tanto i rapporti giuridici quanto le forme dello Stato non possono essere compresi, né per se stessi, né per la cosiddetta evoluzione generale dello spirito umano, ma hanno le loro radici, piuttosto, nei rapporti materiali dell'esistenza il cui complesso viene abbracciato da Hegel (...) sotto il termine di "società civile"; e che l'anatomia della società civile è da cercare nell'economia politica.6

Con queste conclusioni Marx termina il suo periodo parigino a causa di un decreto di espulsione. Trasferitosi a Bruxelles, prosegue i suoi studi e arriva a teorizzare la cosiddetta "anatomia della società capitalistica", una descrizione scientifica del tessuto sociale attuale diviso, come si accennava prima, in struttura e sovrastruttura. Nella struttura sono racchiusi tutti i rapporti di produzione che necessariamente si sviluppano all'interno del tessuto sociale; legati a quest'ultimi c'è lo sviluppo delle forme produttive materiali. Questa determina una sovrastruttura che è composta da tutte quelle "ideologie" che secondo Marx sono direttamente dipendenti dalla struttura (politica, religione, giurisprudenza etc...). Qualsiasi grande stravolgimento sociale ha le sue radici all'interno del substrato economico. In sostanza, usando dei termini moderni, possiamo definire il metodo di Marx come la base del moderno "follow the money".

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5 Rheinische Zeitung n.298,300,303,305,307-ottobre/novembre 1842

6 K.Marx, Per la critica dell'economia politica,Prefazione-gennaio 1859

7 K.Marx, Sulla questione ebraica, 1844

Lo Stato come entità a sé

Come si è visto, nella moderna società borghese c'è una separazione tra la politica, quindi lo Stato, e la compagine economica insita nella società civile.

La trattazione di questo tema ci riconduce obbligatoriamente ad un altro importante articolo pubblicato da Marx negli "Annali franco-tedeschi", cioè "Sulla questione ebraica".

Quest'uomo, il membro della società civile, è ora la base, il presupposto dello Stato politico. Egli è da esso riconosciuto come tale nei diritti dell'uomo (...) L'uomo non venne perciò liberato dalla religione, egli ricevette la libertà religiosa. Egli non venne liberato dalla proprietà. Ricevette la libertà della proprietà. Egli non venne liberato dall'egoismo dell'industria, ricevette la libertà dell'industria (...) La rivoluzione politica dissolve la vita civile nelle sue parti costitutive, senza rivoluzionare queste parti stesse né sottoporle a critica. Essa si comporta verso la società civile, verso il mondo dei bisogni, del lavoro, degli interessi privati, del diritto privato, come verso il fondamento della propria esistenza, (...) come verso la sua base naturale.7

Nell'analisi di Marx è come se l'entità umana fosse scissa, emancipata, in due universi paralleli: da una parte c'è il mondo ideale dello Stato democratico, dove gli uomini sono liberi elettori con pari diritti, partecipanti attivi della vita politica; dall'altra troviamo l'individuo immerso nella società civile che si destreggia fra le leggi non scritte del capitalismo, dove l'antagonismo e la concorrenza affossano i più deboli e nel quale anche il borghese stesso teme quotidianamente per i propri interessi.

La rivoluzione francese non riuscì ad effettuare la crasi tra le due entità in cui è distinto l'individuo, tra il citoyen e il bourgeois, e creò uno stato liberal-democratico il quale si prefiggeva "Liberté, Égalité, Fraternité" senza però fare i conti con il potere economico che cominciava in quel momento a proliferare. A quel punto lo Stato, da sempre elemento di dominio delle classi oppressive sugli oppressi, torna ad essere roccaforte del potere in modo subdolo e mascherato dall'ideale democratico. Sarà per questo che Marx diffiderà del sistema democratico in senso rappresentativo, in quanto lo valuterà in un primo momento come uno strumento troppo debole per attuare una "rivoluzione permanente"8 e dopo quest'ultima, perderà completamente d'efficacia in quanto forma di esercizio di potere.

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8 Ivi

Il lavoro alienato

In un altro testo giovanile, ossia "La sacra famiglia", possiamo ritrovare elementi che aiutano a delineare il pensiero politico dell'autore. Un passaggio importante è certamente quello in cui Marx ci espone nuovamente la critica verso la visione idealistica di Stato come unico collante fra gli individui quando in realtà, essendo le sfere della vita astratta e concreta divise, gli uomini interagiscono e collaborano fra loro solamente per interesse personale.

Sono quindi la necessità naturale, le proprietà umane essenziali, per quanto alienate possano apparire, l'interesse, che tengono uniti i membri della società civile; il loro legame realeè la vita civile, e non la vita politica. 9

Qui compare dunque un elemento che si rivelerà cruciale nello sviluppo della teoria marxista: il lavoro. Questo viene visto come la base dei rapporti personali e, in un'ottica aristotelico-materialistica, è l'unico elemento che contraddistingue veramente l'uomo come essere sociale dall'animale. Lo Stato è quindi obbligatoriamente una proiezione della sfera sociale, ne è un prodotto, ed essendo la società civile sotto il dominio della borghesia, anche i diritti proclamati dal nuovo Stato democratico rispecchieranno in ogni loro forma gli interessi borghesi.

Altre riflessioni su lavoro e alienazione si ritrovano in un opera inedita di Marx, "I manoscritti economico-filosofici", scritti presumibilmente nel 1844 e pubblicati solamente nel 1932 da studiosi sovietici e rivalutati nel corso della seconda metà del novecento. Nel primo manoscritto si tratta il rapporto tra lavoro e ricchezza della nazione. Razionalmente si è portati a pensare che quando aumenta il benessere generale aumenta anche quello dell'operaio, ma questa affermazione è solo parzialmente esatta perché sì, aumenterà occupazione e salario (anche se di poco), ma di contro abbiamo che all'operaio viene richiesta una mole di lavoro maggiore, la quale progredisce di pari passo con l'aumentare dell'alienazione di quest'ultimo. L'operaio si sente così sempre più accomunato ad una macchina e non riesce mai a vedere il risultato del suo lavoro. In questa affermazione notiamo come l'alienazione sia vista in termini negativi dall'autore. Questo avviene perché, nella lingua tedesca, esistono due termini per definire in modo più specifico la qualitàdell'alienazione: Entausserung, termine positivo che intende il "farsi altro"; Entfremdung, che si può tradurre con "estraneazione", con accezione tipicamente negativa.

Nel lavoro svolto dall'operaio ritroviamo un'accezione negativa di questo termine in quanto, contrariamente all'artigiano, non viene aggiunto alcun valore all'oggetto che produce. Il lavoratore perde così la sua umanità, ritrova il piacere solamente nelle azioni comuni con gli animali. Nel mondo capitalistico ciò che è umano diventa animale, ciò che è animale diventa umano. Questa classe, proprio per il suo essere la più grande vittima della "disumanizzazione capitalistica", verrà designata da Marx come la classe rivoluzionaria per eccellenza.

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9 K.Marx-F.Engels, La sacra famiglia-1845

Il proletariato alla guida del paese

L'idea del proletariato come forza rivoluzionaria si concretizza realmente all'interno del Manifesto del Partito comunista del 1848, scritto da Marx ed Engels su commissione della Lega dei Comunisti. Il testo, diviso in quattro parti, ha lo scopo di illustrare chiaramente per la prima volta le intenzioni dei comunisti. Inizialmente era pensato per la sola propaganda interna, ma successivamente nel marzo 1848 venne pubblicato.All'interno del secondo capitolo, intitolato "Proletari e comunisti", si accosta esplicitamente la rivoluzione proletaria con la conquista della democrazia:

Abbiamo già visto sopra che il primo passo sulla strada della rivoluzione operaia consiste nel fatto che il proletariato s'eleva a classe dominante, cioè nella conquista della democrazia.10

Vediamo in questo passo come per gli autori, appoggiandosi sul significato etimologico del termine di democrazia come "potere del popolo", legittimano il capovolgimento del dominio in quanto il proletariato, essendo il componente maggioritario della società nonché frutto stesso del capitalismo, avrebbe certamente governato in modo più democratico, cioè come rappresentante della maggioranza della popolazione. Rimane comunque un dato di fatto che l'unico mezzo possibile per appropriarsi del potere sia la rivoluzione, un processo violento tramite il quale il proletariato otterrà il dominio instaurando un regime di "dittatura del proletariato" che avrà il compito di attuare determinate misure volte ad eradicare il potere economico borghese, come ad esempio la socializzazione dei mezzi di produzione e delle proprietà fondiarie, statalizzazione del sistema bancario ed eliminazione delle differenze tra parti industrializzati e rurali del paese; questo perché i contadini, o "sottoproletari", appellati molto duramente da Marx ed Engels come "putrefazione passiva dei più infimi strati della società"11, sarebbero disposti, data la confusione causata dalla rivoluzione, ad allearsi con la borghesia reazionaria.

Grazie alle misure adottate da questo Stato si riesce quindi ad abolire il contrasto fra le classi. Ma per Marx questo non è abbastanza, finché continuerà ad esistere una qualsiasi forma di Stato che, come si è visto, porta in seno la distinzione fra oppressori ed oppressi, la rivoluzione comunista non sarà mai totalmente compiuta. Per questo il passo successivo sarà proprio l'estinzione dello Stato con la costituzione di una libera associazione di cittadini, ormai coscienti del loro ruolo nella società e liberi. La distinzione tra questi due punti cruciali viene spiegata da Marx nella "Critica del programma di Gotha" del 1875,nella quale critica il programma rivoluzionario di una fazione socialdemocratica tedesca e la rimprovera di eccessivo lassismo.

Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora, che siano analoghe alle odierne funzioni dello Stato? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna. Tra la società capitalistica e la società comunista vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell'una nell'altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico transitorio, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato. Ma il programma non si occupa né di quest'ultima né del futuro Stato della società comunista. Le sue rivendicazioni politiche non contengono nulla oltre all'antica ben nota litania democratica: suffragio universale, legislazione diretta, diritto del popolo, armamento del popolo, ecc. Esse sono una pura eco del partito popolare borghese, della Lega per la pace e la libertà. Esse sono tutte rivendicazioni che, nella misura in cui non sono esagerate da una rappresentazione fantastica, sono già realizzate. Ma lo Stato in cui esse sono realizzate non si trova entro i confini del Reich tedesco, ma nella Svizzera, negli Stati Uniti, ecc. Questa specie di "Stato futuro" è uno Stato odierno benché esistente fuori "dell'ambito" del Reichtedesco. 12

Qui Marx ribadisce la sua diffidenza verso l'uso delle forme attuali di governo per conquistare il potere. Non vede alternativa alla rivoluzione, i mezzi della democrazia apparirebbero solamente come qualcosa di poco innovativo essendo già attuali in paesi più evoluti rispetto alla Germania, come ad esempio gli Stati Uniti. Traspare in questo passo la differenza di vedute tra comunisti e socialdemocratici per quanto riguarda i mezzi di conquista del dominio, argomento di cui tratteremo successivamente.

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10 K.Marx-F.Engels, Manifesto del Partito comunista, Einaudi, 2014, p.31

11 K.Marx-F.Engels, Manifesto del Partito comunista, Einaudi, 2014, p.18

12 K.Marx, Critica del programma di Gotha, 1875

Lo Stato post-rivoluzionario e la nuova società comunista

Abbiamo visto come Marx non si occupi mai in maniera diretta della descrizione dettagliata dell'organizzazione della nuova società comunista o dello "stato di transizione" per giungere ad essa. Questi punti sono circostanziali ed estremamente discutibili a seconda del paese e del periodo in cui si applicano. Essendo un "filosofo della praxis", cerca di evitare di scadere nell'utopia, come è stato fatto dagli altri filosofi socialisti che saranno oggetto di critica all'interno della terza parte del manifesto, appellati come "socialisti critico-utopisti".

L'unico testo in cui Marx si spinge in una narrazione più descrittiva e prescrittiva è proprio la "Critica del programma di Gotha" che, insieme al Manifesto, aiuta a chiarire molti punti della teoria comunista.

Come viene chiaramente affermato, verrà una società del futuro priva di classi sociali e priva di Stato (due elementi imprescindibili tra loro), dove lo sviluppo del singolo sarà la condizione dello sviluppo della società e ciascun individuo riceve in base al proprio lavoro, "la stessa quantità di lavoro che egli ha dato alla società in una forma, la riceve in un'altra"13. Vengono così superate le disparità di trattamento tipiche della società borghese, ma questa teoria presenta ancora un limite:

Ma l'uno è fisicamente o moralmente superiore all'altro, e fornisce quindi nello stesso tempo più lavoro, oppure può lavorare durante un tempo più lungo; e il lavoro, per servire come misura, dev'essere determinato secondo la durata o l'intensità, altrimenti cessa di essere misura. Questo diritto uguale è un diritto disuguale, per lavoro disuguale. Esso non riconosce nessuna distinzione di classe, perché ognuno è soltanto operaio come tutti gli altri, ma riconosce tacitamente l'ineguale attitudine individuale e quindi la capacità di rendimento come privilegi naturali. Esso è perciò, pel suo contenuto, un diritto della disuguaglianza, come ogni diritto. Il diritto può consistere soltanto, per sua natura, nell'applicazione di un'uguale misura; ma gli individui disuguali (e non sarebbero individui diversi se non fossero disuguali) sono misurabili con uguale misura solo in quanto vengono sottomessi a un uguale punto di vista, in quanto vengono considerati soltanto secondo un lato determinato: per esempio in questo caso, soltanto come operai, e si vede in loro soltanto questo, prescindendo da ogni altra cosa. Inoltre: un operaio è ammogliato, l'altro no; uno ha più figli dell'altro, ecc. ecc. Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, l'uno riceve dunque più dell'altro, l'uno è più ricco dell'altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale.

Questo metodo di retribuzione è affetto dall'errore di non calcolare le diverse dotazioni naturali degli individui che genererebbero così delle disparità sociali. La figura dell'uomo è inquadrata solamente sotto la visione di operaio senza calcolarne le reali necessità. Sarà quindi un ulteriore salto verso una forma più elevata di comunismo che eliminerà questo retaggio borghese e solamente allora "la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!"14.

Con questa affermazione ci si rende conto di come il comunismo non prenda come punto di arrivo una società grigia e piatta dove le ricchezze vengono redistribuite in modo eguale tra i lavoratori, bensì una società dinamica nella quale le ricchezze vengono redistribuite in maniera equa osservando l'uomo come individuo completo in tutte le sue parti. In più, data l'assenza di conflitti sociali, a tutti gli individui viene data piena libertà di realizzarsi, essendo la realizzazione del singolo un rafforzamento per l'intera comunità. "Con questa formazione sociale si chiude così la preistoria della società umana"15 e si entra nella storia, la politica sarà riunificata con la società civile e l'individuo potrà essere di nuovo completo.

Una critica avventata nei confronti della filosofia marxista è quella di teorizzare una società anarchica, quando in realtà lo Stato non viene abolito bensì si estingue in quanto entità politica e rimane come autorità amministrativa. Marx conduce in prima persona una battaglia dialettica nei confronti di Bakunin, esule anarchico russo, convinto del fatto che lo Stato non sia una sovrastruttura ma che esso stesso sia all'origine dell'esistenza delle classi e del dominio. Sopprimendo lo Stato tutti i problemi sociali si estinguerebbero automaticamente. Per Marx ed Engels invece, convinti del fatto che il dominio di classe si basi su specifici meccanismi economici instaurati all'interno della società civile, c'è bisogno di un rovesciamento dell'attuale società capitalistica e per fare ciò si necessita di un centro di potere ben saldo come una dittatura.

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13 Ivi

14 Ivi

15 K. Marx, Per la critica dell'economia politica, Prefazione-gennaio 1859

Oltre Marx. Dalla socialdemocrazia tedesca al comunismo moderno

Nella teoria marxista, il proletariato non sarebbe mai stato in grado di tenere in vita uno Stato con le attuali caratteristiche. Per questo l'esercizio del potere coercitivo da parte dei proletari si configurava come un momento transitorio e una "rivoluzione continua".

Si cominciarono però a sviluppare alla fine del diciannovesimo secolo correnti e partiti di stampo marxista, ma di area riformista. Il più importante sarà sicuramente la S.P.D., ossia il Partito Socialdemocratico Tedesco. Agli apici della leadership del partito troviamo Karl Kautsky, segretario di Engels, e Edward Bernstein, fondatore dell'indirizzo teorico del revisionismo che portò a scontri durante la seconda Internazionale. Nel progetto politico della S.P.D. scompare l'elemento rivoluzionario: secondo i socialdemocratici lo stato democratico porta già in sé tutte le caratteristiche necessarie ad un governo del proletariato che, attraverso riforme di natura economica e sociale, traghetterà il paese verso il socialismo. La democrazia viene quindi rivalutata come un mezzo neutrale che fornisce ai cittadini garanzie di partecipazione e rappresentanza alla vita pubblica. Qui quindi non si può più parlare di uguaglianza politica puramente formale, ma questa viene assunta come elemento pratico e sostanziale.

In una Introduzione di Engels al saggio di Marx "La guerra civile in Francia", esprime la sua opinione nei confronti della nuova deriva socialdemocratica, ribadendo le sue tesi e lodando l'esperimento della Comune di Parigi (1871) che attuò o, per lo meno, cercò di attuare i consigli dati da Marx ed Engels nel Manifesto:

La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare a governare la vecchia macchina dello Stato, che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutta la vecchia macchina repressiva già sfruttata contro di essa, e dall'altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli senza nessuna eccezione e in ogni momento revocabili.

(..) in Germania la superstizione dello Stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato è la "realizzazione dell'Idea", ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterna si realizza o si deve realizzare. Di qui una superstiziosa idolatria dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con lo Stato, idolatria che si fa strada tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che gli affari e gli interessi comuni a tutta la società non possano venir curati altrimenti che come sono stati curati fino ad ora, cioè per mezzo dello Stato e dei suoi bene istallati funzionari. E si crede d'aver già fatto un passo estremamente audace, quando ci si è liberati dalla fede nella monarchia ereditaria e si giura nella repubblica democratica. In realtà però lo Stato non è che una macchina per l'oppressione di una classe da parte di un'altra, e ciò nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel migliore dei casi un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vittorioso nella lotta per il predominio di classe e i cui lati peggiori non potrà fare a meno, subito, di eliminare nella misura del possibile, come fece la Comune, finché una nuova generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il vecchiume dello Stato.

Il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso da un salutare terrore sentendo l'espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere come è questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa era la dittatura del proletariato.16

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16 E.Engels, Introduzione all'edizione tedesca del 1891 de "La Guerra civile in Francia" di K.Marx

La dottrina socialdemocratica perciò non era ben vista dai puristi del comunismo, ma si rivelerà avere un grande seguito fin dagli inizi del novecento e sarà l'unica a sopravvivere al periodo delle grandi dittature europee che faranno confluire il fulcro del discorso post-bellico sul tema delle libertà e dei diritti degli individui, vedendo nella democrazia liberale l'unica forma di governo adatta al nuovo ordinamento repubblicano.

Anche in Italia si sviluppa una fitta rete di organizzazioni di stampo marxista. Nel 1892 a Genova, nasce il "Partito dei lavoratori italiani", composto da molti movimenti marxisti. Nel 1895 cambia nome in "Partito socialista italiano". Durante i vari governi Giolitti, l'azione di collaborazione con il Partito tende ad emarginare l'ala più estremista, contraria ad ogni compromesso. Viene fondato il quotidiano ufficiale del PSI, L'Avanti!, diretto da Benito Mussolini, cacciato in occasione della sua esplicita dichiarazione di entrare a far parte del fronte interventista contrariamente a quanto indicato dagli organi dirigenti. Tra il 1919 e il 1920 in Italia si sviluppano numerose tensioni sociali e nelle elezioni del '19 il PSI diviene il partito più votato.

Una frangia sinistra del partito, la così detta "frazione di Torino", di cui fanno parte esponenti del calibro di Gramsci, Togliatti, Terracini e Tasca, avvia la pubblicazione di una nuova rivista chiamata "Ordine Nuovo" di posizione marxista-leninista.

Durante il diciassettesimo congresso del PSI a Livorno viene votata la scissione dell'ala comunista del partito. Bordiga assieme ai compagni dell'Ordine Nuovo danno così vita durante la stessa giornata del 21 gennaio 1921 al Partito Comunista d'Italia (PcdI). Si introduce così un dissidio interno alla Sinistra italiana proprio nel momento in cui l'onda fascista sta per travolgere la Nazione.

Il PCd'I attua una forte lotta a seguito della "marcia su Roma". Per Gramsci è necessario abbandonare il sistema dello sciopero e cominciare con la fase dell'armamento del proletariato. Palmiro Togliatti riuscirà a cogliere pienamente l'essenza del fascismo, descrivendolo come un movimento con salde basi economico-sociali che sarà destinato a durare a lungo.

Nel 1926, Gramsci ed altri esponenti del PCd'I verranno catturati e condannati, a causa della messa a bando di qualsiasi partito d'opposizione dal regime, facendo così decadere l'immunità parlamentare. Nonostante le operazioni di soppressione attuate da Mussolini, il Partito sopravvive e sarà un grande protagonista nella storia della Resistenza durante la Seconda guerra Mondiale.

Nel 1944 nasce il PCI del secondo dopoguerra guidato da Palmiro Togliatti.

Nasce così l'esigenza, alla luce del devastante periodo dittatoriale che l'Italia si è appena lasciata alle spalle, di costruire un partito che abbia come base i valori democratici.

Una dittatura, anche se socialisteggiante, si risolve sempre, nei riguardi della massa che la subisce, in null'altro che in un cambio di padrone17

L'esigenza della democrazia nasce dalla considerazione che in una società socialista gli abusi di potere sono altrettanto possibili che in una società capitalista.18

Nel saggio "Quale socialismo?", Norberto Bobbio tiene un'analisi di come le criticità dell'impostazione marxista originaria per il raggiungimento del socialismo siano ormai diventate evidenti, di come le funzioni ormai demandate allo stato siano diventate così tecniche che il problema del socialismo deve prima scontrarsi con quello della burocrazia, elemento che con il progresso delle tecnologie e l'ingente mole di nuovi servizi che lo Stato è tenuto a garantire tende a spostare il potere politico dagli attuali organi politici verso gli uffici.

17 N.Bobbio,Quale socialismo? RCS Quotidiani,2011,p.91

18 Ivi,p.123

19 Ivi,p.119

Altro nodo cruciale è quello dell'URSS, nella quale lo "Stato transitorio" ha assunto le forme di uno Stato dispotico permanente, senza riuscire ad attuare l'ultima fase della vera società comunista. Questi errori secondo Bobbio sono dovuti all'ossessione da parte degli intellettuali socialisti di voler trovare a tutti i costi una teoria dello Stato all'interno della letteratura marxista, quando in realtà non c'è. Questo ha determinato il ritardo degli sviluppi del pensiero socialista. Per l'autore "se esistono ragioni di preferibilità del metodo democratico sull'autocratico, queste ragioni valgono anche, e soprattutto, per una società di transizione al socialismo."19 La democrazia non va quindi vista come una minaccia, bensì, richiamando un'espressione di Togliatti, come una "democrazia aperta al socialismo" in cui si riesca a rendere i valori della libertà da formali a reali. Un'altra questione posta è se invece non ci debba essere un ribaltamento di questo binomio, "e cioè che il socialismo è il mezzo e la democrazia il fine, come chi dicesse che la democrazia reale o integrale può essere realizzata soltanto attraverso una riforma della società"20

Del problema democratico nello stato socialista si è occupato anche Achille Occhetto, esponente e ultimo segretario del PCI che ne ha decretato la trasformazione in PDS, in un suo articolo sul periodico Rinascita. D'accordo con Bobbio anche lui afferma come "non ci si possa limitare a gettare un ponte all'indietro, verso l'ortodossia marxista e leninista"21 date le sconfitte dei movimenti operai durante il biennio, che implicano una necessaria riflessione sul come si debba governare a discapito del chi indicato da Marx. Va quindi, per Occhetto, ripresa la nozione di democrazia progressiva elaborata da Togliatti in merito ad un allargamento della democrazia come prodotto consapevole dell'azione proletaria e quindi attuare una "transizione al socialismo come trasformazione rivoluzionaria graduale"22. Rimane il punto fermo che lo Stato si collochi all'interno del processo economico e produttivo del Paese, al fine di dettarne in modo democratico la direzione e le metodologie e di garantirne il processo di socializzazione.

Per quanto riguarda il superamento del limite dell'apparato burocratico sempre più stringente, l'autore ci ripropone il problema come soluzione, ossia l'utilizzo dei moderni mezzi come strumento per arrivare, coinvolgere ed istruire la popolazione sulle materie più tecniche in maniera capillare e rapida. Sarà questo elemento che permetterà di raggiungere una condizione di democrazia mista che, presumibilmente, porterebbe all'avvento del socialismo, facendo sì che la democrazia ne diventi elemento fondante e valore del proletariato fino a giungere ad un momento in cui, non sentendo i cittadini più bisogno dello stato, questo si estinguerà automaticamente.

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20 Ivi,p.151

21 A.Ochhetto, Sul concetto di "democrazia mista", in "Rinascita", n.2, XXXIII, 9 gennaio 1976, pp. 7-8

22 Ibidem

I limiti del socialismo democratico nel nostro mondo oramai tecnologicamente avanzato si vanno a racchiudere nella sfera dei limiti umani. Le potenzialità di un'espansione verso una democratica socialista sono ormai diventata molteplici, mettendo in luce il vero limite che si riduce alla sola sfera della volontà della classe dirigente di attuare un cambiamento così radicale, nel timore di vedersi drasticamente ridotto il proprio potere decisionale.

*Tesina per il corso di laurea in filosofia - Università La Sapienza - Roma