SILVANAYA FOOTBALL CLUB

racconto

di Marco Onofrio

FABIO TOSTO "NARRAZIONE SENZA ASCOLTO" - 2016

Estadio Bombonera "Oscar Mendoza": leggo a fatica la scritta, sbiadita e mezza cancellata, su una targa di marmo annerito, apposta al muro di cinta. Vi giocava una squadra che qualche anno fa arrivò a militare in massima divisione, per poi decadere miseramente. Colori sociali: rosa e blu. Maglia a strisce verticali; pantaloncini bianchi; calzettoni neri con bordo rosa-blu. Il presidente-fondatore, tale Gabriel Jimenez Parisi, l'aveva chiamata così in onore di sua figlia, morta in circostanze tragiche (investita da un'auto) all'età di soli cinque anni: Silvanaya Anita Marisol Jimenez Parisi.

Era un uomo grasso e triste, dal volto placido, ma aveva l'eruzione incorporata, ovvero fuoco - più che sangue - nelle vene, pronto a divampare ogni momento: vulcanico, caliente, generoso... il collo taurino, la camicia che, d'estate, gli si incollava addosso di sudore, sbottonata sul petto villoso... orologio e catene d'oro massiccio, ventre prominente, pantaloni beige a rischio di scoppiare. Quando s'incazzava con gli arbitri - e non c'era niente di più facile - dava uno spettacolo pirotecnico che da solo valeva il biglietto: bisognava tenerlo in quattro, e nerboruti, per impedirgli di scendere in campo, dalla tribuna d'onore, a picchiare il bastardissimo "hijo de puta" (così gridava, furente, con la schiuma alla bocca, mentre i tifosi intorno fischiavano a spaccatimpano, o ululavano, come selvaggi sul piede di guerra).

Più e più volte, per motivi di intemperanza disciplinare e ordine pubblico, avevano squalificato il campo o penalizzato in classifica la squadra, dandole partite perse a tavolino... senza contare, poi, le inibizioni, i deferimenti, le multe, le sospensioni varie e multiformi che si era beccato (non sempre meritandole, però) lui, "El Presidente", col suo modo di fare e di esternare.

La recinzione dello stadio è divelta. Sui muri, lungo le tribune, variopinti Tazebao anni Settanta, che inneggiano al "Che", con la bandiera del Cile e scritte del tipo "Hasta la victoria" o "El pueblo unido".

Lo stadio è dismesso e abbandonato all'incuria: cade letteralmente a pezzi. Qualche striscione scolorito che penzola dall'alto, qualche straccio di bandiera rosa-blu.

Entro in campo.

L'erba è incolta e spelacchiata. Numerose le buche e le gibbosità. Gli spalti sono vuoti e, ciononostante, odo urla sparute, qua e là, echi di fantasmi e di riflessi, attimi passati. Scrosci di applausi, non so se di scherno o di giubilo. Forse mi riconoscono: forse mi hanno confuso per uno dei vecchi e pugnaci "silvanaydi"...

Ecco, ho raggiunto il cerchio del centrocampo, all'altezza del disco di battuta. Qui cominciavano, le epiche partite. Qui i capitani, mormorando in mezzo ai denti cortesissimi improperi, promettendosi battaglia, si stringevano la mano e si scambiavano sorrisi e gagliardetti... Qui, infine, passarono le migliori squadre del tempo.

Corro verso una delle porte. È infissa nel muro di cinta che delimita il campo: sembra l'accesso di un garage o di un'autofficina. I pali e la traversa son fatti di muro che sporge. Tigrati di strisce giallo-nere. Dentro, il pavimento d'erba. La rete molle che pende, quasi del tutto strappata. È una grotta delimitata di pieno. Dietro la rete, la "stanza" della porta si perde nell'oscurità, baluginante di cunicoli interni, di plessi, di anfratti, di angiporti, di atri e padiglioni a non finire... Gli spogliatoi, forse?

Dal muro della traversa, all'altezza degli incroci, due lampade incastonate, protette con una piccola gabbia metallica verniciata di rosso: forse le boe di avvistamento, o luci di segnalazione (a indicar di sagoma il bersaglio), per le doti balistiche dei cannonieri in campo?

Contemplo la linea di gesso della porta. Scrostata, sbiadita, consumata.

Fin qui: pugno di mosche.

Da qui in poi: gol, verità, ragione, dimostrazione, gaudio, estasi, trionfo.

Potenza e atto: Aristotele docet. Come far che non sia stato, un gol subìto? E come fare che poi sia, un gol mancato? Il triplice fischio invera e inchioda per sempre, archiviandone le risultanze effettive, tutte le faccende potenziali, ancora fluide e aperte al divenire, sino a quel momento. Ma poi è fatta, qualunque sia l'esito: ci sarà sempre un'altra partita, certo, per rifarsi della sconfitta o rendere conferma alla vittoria... ma quella ormai è andata, non si può cambiare.

Come strappare gli acini dal vino in cui, ormai, son stati tramutati? Come tornare all'uva?

L'infinito aperto del divenire è un nulla che è tutto, in potenza; il finito chiuso del divenuto, ovvero la realtà, è - specularmente - un tutto che si rivela nulla, fintanto che non s'apre al divenire: ma allora cambia, si trasforma altro da sé, continua poi a finirsi in qualcos'altro.

Mi volto verso il campo, per guardarlo dalla prospettiva del portiere. Mi accorgo solo adesso che è un campo rovesciato (ma come è possibile?)... le due porte, cioè, si dirimpettano al centro della larghezza. È un rettangolo che si sfruttava al contrario: un campo larghissimo e cortissimo?

Ma forse... adesso ricordo, sì... l'ho letto da qualche parte: cambiarono il posto delle porte! Una notte, in modo inaspettato: a mo' di avvertimento, di intimidazione. In coincidenza, guarda caso, con il progressivo e inesorabile declino della squadra.

Oscar Jimenez, stanco di essere il presidente "barricadero", votato alle battaglie col Palazzo, finì per lasciarsi travolgere dagli eventi. Già da tempo in grosse difficoltà economiche, cedette infine alle lusinghe del calcioscommesse, alle cifre spaventose offerte dai narcotrafficanti. La squadra arrancava sempre più, e in campo accadevano cose strane, incredibili, sospette. Ma la cosa più strana e assurda era che lui, proprio lui, sì, non s'incazzava più con gli arbitri - e tutti lo notavano meravigliati... Assisteva inerte alle partite, con lo sguardo spento, fisso nel vuoto: un'espressione da bue spacciato, prima del mattatoio.

Fino al patatrac.

Fu quando la squadra, ormai retrocessa, ebbe un colpo di coda letale, un estremo impeto d'orgoglio, andando a rovinare la festa di chi avrebbe dovuto laurearsi Campeon proprio all'ultima giornata, e proprio sul campo della derelitta e inoffensiva Silvanaya. Jimenez era stato invitato, più e più volte, a farsi da parte, a non rompere i coglioni, insomma: ad agevolare, sino al compimento degli eventi, gli interessi plurimiliardari del sistema. Cifre a nove zeri, di cui qualcosa sarebbe infine toccato anche a lui, se tutto fosse andato come previsto, senza intoppi: briciole, certo, ma pur sempre qualcosa. Jimenez aveva dato la sua parola d'onore. Figurarsi così lo stupore quando, la mattina del grande e triste giorno, alle prime luci dell'alba, lo svegliò la telefonata del custode del campo che, con voce trafelata, lo avvertiva dell'avvenuto sabotaggio: dell'incursione da parte di ignoti che, nottetempo, avevano spostato le porte nel senso della larghezza del campo... ed erano certo segnali funesti, da non stare per niente tranquilli.

"Hijos de puta" - esclamò come ai bei tempi il Presidente.

Dunque lo minacciavano, nonostante tutte le assicurazioni. Cos'altro si voleva da lui, ancora?

Ma forse - comprese di lì a poco (a mente più fredda) - si trattava di un'altra parrocchia di scommettitori; e questi lo invitavano a farli trottare anzichenò, i giocatori... che la Silvanaya facesse risultato, quel giorno, cosicché la squadra seconda in classifica, a ridosso di un punto, potesse compiere il sorpasso decisivo... Altrimenti...

Jimenez capì di essere tra due fuochi, vittima predestinata. Maledisse di cuore il calendario (che gli aveva destinato una partita del genere all'ultima giornata) e si diresse di corsa allo stadio. Lì, smoccolando copiosamente, aiutò il custode a rimettere le porte al proprio posto. Bisognava fare in fretta: nessuno doveva accorgersi di nulla. Nel giro di un'ora tutto fu come prima.

La partita, quel pomeriggio, scivolò lungo i binari di un esasperante e a dir poco scandaloso 0-0, fatto di finte baruffe a centrocampo (giusto per dare l'impressione, e non farsi richiamare all'ordine dall'arbitro), alternate a fasi di "melina". Si capì ben presto che le carte erano state ulteriormente truccate: spareggio doveva essere, altro che no! Tra la capolista, ad impattare con la Silvanaya, e la seconda, a vincer facile - già 4-0 alla fine del primo tempo... Era quella la soluzione più comoda per tutti, in grado di far raddoppiare la posta delle scommesse e il volume dei soldi in gioco.

Figurarsi cosa dovette succedere quando al 90' Perfumo, la guizzante ala destra della Silvanaya, stufo delle ripetute e gratuite provocazioni da parte del marcatore avversario ("Sei una checca", lo aveva sbeffeggiato sin dai primi minuti), decise di inventarsi un'azione strepitosa che, dopo uno slalom fra cinque stupefatti "birilli" (stavano a guardarlo con l'aria di dire "Ma che fa: è impazzito?" - e tuttavia non riuscivano a prenderlo sul serio; cominciarono a preoccuparsi solo al penultimo dribbling) concluse con una saetta alle spalle del portiere!

L'arbitro, costernato, proprio non poté annullare (il gol era pulitissimo, oltre che splendido), e la Silvanaya finì col vincerla, quella dannata stramaledetta partita (l'ultima della sua storia).

Il titolo - per la cronaca - andò agli ex secondi in classifica; i quali, avendo totalizzato un tennistico 6-1, si ritrovarono loro malgrado, grazie alla prodezza di Perfumo, protagonisti di un inatteso e importuno sorpasso al fotofinish!

Ne venne un tatanai, un'iradiddio. Non subito, però. Al punto che, i primi tempi, Jimenez arrivò a pensare di averla fatta franca. Ma era la classica quiete anzi la tempesta. Il primo a rimetterci fu Perfumo: gli sabotarono i freni della macchina, andò a fracassarsi contro un muro, uscendone vivo per miracolo, sì, ma con la spina dorsale spezzata, destinato a vita sulla carrozzella. Quello stesso giorno, quasi in contemporanea, Jimenez venne circondato da quattro sicari e imbottito di piombo. La Silvanaya, emanazione fisica e legale del suo vulcanico presidente, cessò di esistere in quel preciso attimo di morte. Fallimento e radiazione vennero da sé, in modo conseguente e naturale.

Rimase in piedi solo lo stadio; dove peraltro, da allora, più nessun incontro si giocò: abbandonato all'incuria del tempo, che tutto corrode e mangia e cancella: alle sue mani invisibili di formidabile demolitore. Ma prima i narcotrafficanti spostarono di nuovo le porte, a eterna memoria del loro incalcolabile potere e della fine riservata ad ogni sprovveduto oppositore. Un monumento alla malavita, insomma: alla radice maligna che alligna e serpe silenziosa, al cuore umano.

Così va il mondo...