RIFLESSIONI SULLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

di Corrado Morgia

Alla vigilia della prima guerra mondiale, nel 1914, l'impero zarista aveva una estensione di 22 milioni di km quadrati, dei quali 5 in Europa, area superiore a quella di tutti gli altri 25 stati europei messi insieme. La popolazione totale superava i 170 milioni di abitanti, di cui, secondo le statistiche riportate da Giuseppe Boffa, nella sua Storia dell'Unione Sovietica (allegata a L'Unità del 7 febbraio 1990), il 14,8 % apparteneva alla classe operaia, tra cui il 3,5% di operai agricoli; il 66,7% era composto da contadini e artigiani, ma senza Kulak; il il 16,3 % da borghesia e funzionari proprietari - terrieri, di cui kulak l'11,4% e infine il 2,2% rappresentato da intellettuali. La forma dello stato era teoricamente monarchico - costituzionale, perché in seguito alla sconfitta contro il Giappone, nel 1905, dopo la prima rivoluzione, lo zar Nicola II era stato costretto a concedere una sorta di statuto e ad accettare l'esistenza di una Duma, o parlamento, eletto a suffragio ristretto, e con scarsi poteri, che dunque non scalfiva la natura autocratica del sistema, sostanzialmente ancora feudale. Lo zar infatti continuava ad essere l'Unto del Signore, quindi sovrano pressoché assoluto in un paese che aveva ereditato dall'impero bizantino, oltre alla religione ortodossa, anche la tradizione del cesaropapismo, con la totale subordinazione della chiesa al potere costituito. Inoltre stando alle cifre fornite, la grande maggioranza del paese era rappresentata dal mare della Russia contadina, una massa sterminata di contadini poveri e analfabeti, chiusi nelle loro comunità, isolati dal resto del mondo, soggiogati dalla superstizione e addirittura usciti da poco dalla servitù della gleba, abolita soltanto nel 1861 dallo zar Alessandro II con un provvedimento macchinoso che prevedeva il versamento di un riscatto da parte del contadino medesimo, per cui dopo il primo decennio del XX secolo solo poco più del 50% di questi lavoratori era riuscito ad emanciparsi. Tuttavia, grazie al capitale straniero, prevalentemente di provenienza francese, tra Ottocento e primo Novecento cominciarono ad essere costruite linee ferroviarie, ad essere incrementati i commerci e a svilupparsi alcune industrie, metallurgica, tessile, estrattiva, nelle zone di Pietroburgo, di Mosca e nel bacino del Don. Nei villaggi tuttavia rimanevano la fame e la miseria, con l'incombere di carestie e di epidemie, mali endemici aggravati dalla mancanza di abitazioni decenti e da condizioni di vita, di lavoro e appunto di alimentazione assolutamente disastrose, ben rappresentate dall'aratro di legno con cui veniva dissodata la terra, attrezzo trainato molto spesso non da un animale, ma dalla forza dell'uomo. Il quadro può essere completato dalla sottolineatura del ruolo pressoché ininfluente di una borghesia non solo scarsa numericamente, ma anche, fatta eccezione per sparute minoranze, a sua volta culturalmente e politicamente subalterna agli equilibri di potere dati o costretta, al massimo, a isolate e spesso individuali manifestazioni di insofferenza e di ribellione, subito represse con impiccagioni o con anni di galera e di lavori forzati.

Nel '14 milioni di contadini furono chiamati alle armi, trattati ovviamente come carne da macello, mandati ciecamente all'assalto dai generali zaristi contro le truppe tedesche e quindi progressivamente logorati da un conflitto interminabile, dalla stanchezza e dalle privazioni. Nel '17 dunque, dopo tre anni di "inutili stragi", i soldati, stufi di massacri, cominciarono a gettare i fucili e a tornare a casa per riprendere il lavoro dei campi, con ammutinamenti spontanei, o quasi, comuni peraltro agli eserciti di altri paesi europei in guerra.

Ma il clima complessivo si fa presto incandescente, a Pietrogrado rinasce il soviet, già sperimentato nel 1905, e ben presto viene abbattuto il potere zarista e proclamata la repubblica. Successivamente, dopo varie e alterne vicissitudini, tra cui tentativi di rivincita da parte di generali zaristi e la costituzione di un governo borghese guidato da KerenskiJ, i bolscevichi, guidati da Lenin e da Trotskij, decidono che è scoccata l'ora per la presa del potere e tra il 24 e il 25 ottobre, secondo il calendario giuliano, in realtà tra il 6 e il 7 novembre, le guardie rosse, gli operai in armi delle fabbriche della capitale, e i marinai della flotta del Baltico, occupano i punti chiavi di Pietrogrado e alle 10 del 25 (7 novembre), viene proclamato il passaggio dei poteri al comitato militare rivoluzionario. A sera, a conclusione della storica giornata, gli insorti occupano il Palazzo d'Inverno, l'antica dimora imperiale, mentre Kerenskij scappa, rifugiandosi poi all'estero. Naturalmente una sollevazione guidata dai bolscevichi, la frazione maggioritaria e rivoluzionaria del Partito operaio socialdemocratico russo, non poteva non suscitare forti opposizioni, sia all'interno del paese che all'estero; scoppia quindi una guerra civile, dove si contrappongono l'Armata Rossa e gli eserciti bianchi della reazione, sostenuti anche da interventi militari stranieri. Dal 1917 al 1922 il paese è insanguinato da uno scontro feroce, con punte di atroce crudeltà, come nel caso della "zuppa cosacca", quando i soldati della rivoluzione catturati venivano gettati vivi in enormi pentoloni pieni di acqua bollente e lì lasciati cuocere in un'orgia di terrore e di inaudita violenza.

Il pensiero va alle atrocità commesse contro i prigionieri Comunardi, esaltati da Marx, nella Parigi del maggio 1871, fucilati a migliaia, dai soldati del famigerato Thiers, al cimitero del Pére Lachaise, nei giardini del Luxembourg o nella prigione della Roquette nei giorni della "settimana di sangue".

Fatto è che l'Armata Rossa", con l'appoggio di gran parte della popolazione, riesce ad avere la meglio sugli eserciti avversari e il 30 dicembre1922 viene fondata l'URSS, l'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dissoltasi il 26 dicembre del 1991, alla cui testa si pone il partito guida, il Partito comunista russo, fondato nel 1918, che a sua volta nel 1924 lascia il posto al PCUS, Partito comunista dell'unione sovietica.

Antonio Gramsci, in un famoso articolo pubblicato sul quotidiano Avanti!, organo ufficiale del Partito socialista italiano, definì quella russa: "... la rivoluzione contro il Capitale...", alludendo proprio all'opera più importante di Carlo Marx. Il Capitale infatti, prosegue Gramsci, "... era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, prima che il proletariato potesse pensare alla sua riscossa". Con questo giudizio Gramsci voleva esaltare il momento della volontà, la decisione di un "Moderno Principe" che spinge la storia e le imprime una svolta, senza soggiacere a forme di determinismo o di meccanicismo di stampo positivistico, ma contestualmente non sottovalutava nemmeno le sofferenze che proletariato russo avrebbe patito per uscire dalla guerra e per affrontare la titanica impresa di costruire una nuova società. A sua volta Lenin era ben consapevole degli ostacoli che avrebbe dovuto superare il suo paese senza l'esportazione della rivoluzione in Occidente e in primo luogo in Germania, uno dei punti alti dello sviluppo capitalistico europeo. Testimone di ciò è il dibattito che si sviluppa nel gruppo dirigente bolscevico sulla possibilità e anche sulla difficoltà di costruire il socialismo in un solo paese, e per di più in un paese arretrato e dilaniato dalla guerra civile. Ma la rivoluzione in Occidente fallisce, e Lenin risponde a questo fallimento con la NEP, rallentando il processo di industrializzazione del paese, secondo la sua formula: "il socialismo è l'elettrificazione più i soviet", ed escogitando la NEP, la nuova politica economica, con la reintroduzione di elementi di economia di mercato e il rispetto di rapporti equilibrati tra città e campagna, contro il parere di Trotskij che intendeva invece accelerare la costruzione della grande industria proprio attraverso un maggiore sfruttamento del comparto agricolo.

Lenin muore precocemente nel '24, lasciando ai suoi eredi, tra i quali si apre una lotta per la successione da cui uscirà vincitore Stalin, molti problemi aperti, cosa di cui era perfettamente consapevole e, come dimostrano i suoi ultimi atti, anche molto preoccupato. Non è mia intenzione a questo punto proseguire nella analisi dettagliata di quel periodo, intendo invece ricordare come gli eventi di Pietrogrado suscitarono un'attenzione e un entusiasmo tra i lavoratori di tutto il mondo; la tentazione di "fare come in Russia" si diffuse in molti paesi europei.

Le popolazioni erano sfinite da anni di guerra e di patimenti e anche gli eserciti, come ho già detto, erano allo stremo. In numerose località si ebbero, vere e proprie rivolte, come a Torino nell'estate del '17, quando furono le donne a scendere in piazza per protesta, cantando, indirizzandosi ai combattenti, "prendi il fucile e gettalo per terra, vogliamo la pace, vogliamo la pace, vogliamo la pace e mai più la guerra". L'interesse verso i bolscevichi e la loro impresa era anche dovuta al fatto che ad Occidente i partiti socialisti aderenti alla Seconda Internazionale erano andati incontro a un fallimento totale, a cominciare dai tedeschi, essendosi mostrati incapaci, nonostante le precedenti solenni dichiarazioni, di opporsi efficacemente alla guerra e avendo rotto il patto di solidarietà e di unità del mondo del lavoro, accordo che avrebbe dovuto resistere alle sirene del nazionalismo, all'insegna della parola d'ordine "lavoratori di tutto il mondo unitevi".

La vittoria del comunismo rappresentava dunque una speranza di pace e di riscatto, anche contro il contestuale fallimento delle vecchie borghesie liberali e dei resti di quella aristocrazia di origine feudale che sembravano aver garantito in Europa concordia e progresso. In realtà il mito di una ascesa ininterrotta della società verso immancabili mete di sviluppo era solo un bel sogno, svanito ai primi colpi di cannone. Generali sadici e ottusi, trincee piene di escrementi e poi di polvere o di neve e di ghiaccio, secondo le stagioni, le mitragliatrici e il filo spinato, avevano fatto il resto alimentando, tra masse smisurate, un bisogno di palingenesi, di totale rinnovamento, che la rivoluzione russa sembrava loro offrire.

Le cose andarono poi diversamente, infatti sotto i colpi delle dure repliche della storia, in Occidente la rivoluzione come insurrezione, come spiega bene Antonio Gramsci nei Quaderni, era impossibile, ma ciò non toglie che quasi ovunque nacquero partiti comunisti, aderenti alla Terza Internazionale, fondata nel 1919 e sciolta nel 1943, alcuni dei quali, come quello italiano o quello francese, ebbero un ruolo molto importante nei rispettivi paesi. Nelle terre dell'ex impero zarista i comunisti dovettero affrontare, tra la diffusa ostilità della comunità internazionale,, problemi immani di ricostruzione e di edificazione di un nuovo sistema, di cui nessuno possedeva la ricetta, in un clima interno nel quale i fuochi della guerra civile in realtà non si erano mai spenti del tutto, comunque, nonostante tutte le difficoltà, l'URSS nata nel '22 sopravvive fino 1991, resistendo dunque per circa 70 anni. La Francia rivoluzionaria, con l'appendice dell'epopea napoleonica, è durata meno, ed esattamente 26 anni, dal 1789 al 1815. Ancora più brevi furono gli esiti della rivoluzione inglese del XVII secolo, infatti Carlo I fu condannato a morte nel 1649, poi viene instaurata la repubblica e Cromwell, il capo indiscusso della rivoluzione, sciolto il parlamento nel 1653, assume la carica di Lord Protettore, tuttavia soltanto due mesi dopo la sua scomparsa, è restaurata la monarchia con Carlo II Stuart.

Il cadavere di Cromwell fu allora riesumato e decapitato, il corpo gettato in una fossa comune e la testa esposta al pubblico ludibrio. Comunque le tre rivoluzioni, quella inglese, quella francese e quella russa, hanno avuto effetti molto importanti nella storia d'Europa e del pianeta tutto; hanno portato all'affermazione di diritti prima sconosciuti, quelli giuridici, quelli politici e quelli sociali e se i principi dell'89, Libertà, Eguaglianza e Fraternità, sono scolpiti in lettere d'oro nel gran libro della storia dell'incivilimento umano, anche la rivoluzione russa ha rappresentato una tappa fondamentale di questo percorso, i cui esiti, auspicabilmente positivi, non sono tuttavia garantiti, da nessuna Provvidenza, o Astuzia della Ragione che dir si voglia. Quella rivoluzione dunque continua a rappresentare un punto di riferimento per chiunque abbia a cuore la lotta contro l'asservimento e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, piaga che purtroppo è tutt'altro che risanata.

Per tutti questi motivi ritengo che valga ancora la pena di celebrare il 7 novembre come un momento in cui un popolo ha cercato di alzare la testa, di liberare sé stesso e insieme di fornire strumenti per la liberazione di tutta l'umanità, perché il comunismo ha sicuramente sbagliato, ma non è sbagliato, esso è infatti un ideale che dal Platone della Repubblica attraversa, in maniera carsica, tutta la nostra storia, comparendo e scomparendo e presentandosi in forme diverse, tra i seguaci di Gesù Cristo, tra i monaci del Medio Evo, nelle utopie rinascimentali e di martiri della Riforma protestante, presso le comunità amerinde guidate dai gesuiti, in alcuni protagonisti dell'età dell'illuminismo e infine nell'opera di Marx ed Engels..

In conclusione vorrei proporre un'ulteriore spunto di riflessione, sento infatti di poter affermare che con i personaggi che sono stati, in qualche modo, alla testa delle rispettive rivoluzioni, pnglese, francese e russa, Cromwell, Robespierre e Stalin, ma ovviamente anche Lenin, la storia deve ancora fare in conti in modo soddisfacente. Non è questione, a mio parere, di perseverare nelle condanne o di riabilitare, e quindi di giudicare o di giustificare; il problema è di capire, tenendo anche conto delle innumerevoli sofferenze, violenze e lutti causati da guerre, persecuzioni, nefandezze di ogni genere e crimini voluti e compiuti, per esempio, dai sovrani inglesi, francesi e russi.

La storia è il bancone del macellaio, diceva un grande, ma da quel bancone gronda soprattutto il sangue dei poveri, dei proletari, dei diseredati, delle donne e degli uomini che vivono e hanno vissuto del loro lavoro. Per questo credo che si debba pensare alla rivoluzione russa come al grande momento di liberazione del Novecento, l'evento che, pur tra enormi contraddizioni, ha permesso la vittoria sul nazismo e sul fascismo nella seconda guerra mondiale e ha favorito il gigantesco processo di redenzione dei popoli usciti dallo sfruttamento coloniale.

Oggi, mentre insisto nel reclamare un più approfondito ed equanime esame degli eventi e dei personaggi che ho ricordato, credo che a livello politico, a sinistra, bisognerebbe riprendere a riflettere non solo sulla esperienza originale e autonoma di un partito comunista come quello italiano (nato comunque dalla rivoluzione russa), e sulle personalità che l'hanno guidato, da Gramsci a Togliatti, da Longo a Berlinguer, ma anche, tornando alle origini, penso che occorrerebbe tornare a studiare la vicenda dei partiti socialdemocratici dell'Ottocento, recuperando, con tutti gli opportuni aggiornamenti, nomi forme organizzative e finalità di quel movimento, tenendo conto che è sempre valida l'alternativa socialismo o barbarie e che la storia attende ancora di essere liberata, infatti il modo unipolare uscito dalla caduta dell'Urss non è certo migliore di quello diviso in blocchi.