SPECIALE 100 ANNI DI PCI

RICORDANDO GRAMSCI

di Angiolo Marroni

Quanto è stato detto e scritto su Antonio Gramsci in Italia e a livello internazionale è noto.

Una bibliografia sconfinata sulla sua vita, su quella giovanile, quella universitaria, quella da giornalista, quella politica, quella da studioso.

Era sardo, un meridionale sardo, il suo essere sardo lo ha accompagnato e segnato fino alla morte.

Da glottologo qual era, si interrogava e chiedeva ai suoi amici e familiari in Sardegna la correttezza della pronuncia anche di una sola parola sarda, la sua origine.

Fu sempre vivo il suo interesse per la questione del linguaggio, capace di dare un comune sentire o anche produrre divisioni territoriali.

Se ne occupava perfino dal carcere mentre era impegnato nei suoi studi e nelle sue ricerche.

L'iconografia ufficiale nel PCI ha sempre rappresentato "Gramsci-Togliatti-Berlinguer" come la successione di tre dirigenti accomunati da una visione unitaria della politica del Partito, come una storia caratterizzata da una coerente ed unitaria progressione nel tempo.

La realtà non è questa.

Perfino in occasione della guerra 1915-18 Togliatti scelse di militarvi da volontario dal 1916 al 1918, mentre Gramsci scelse l'astensione.

Il rapporto Gramsci-Togliatti, coetanei, impegnati ad un tempo nel PSI e poi nel dar vita a Livorno al PCI, ebbe momenti in cui ci furono diversità di opinioni, anche con altri compagni a partire da Bordiga.

Assieme ad altri compagni, tra i quali Togliatti e Terracini, decise di uscire dal PSI in rapporto con l'indicazione venuta dall'Internazionale Comunista che da Mosca era guidata da Lenin.

Gramsci era nato, il 22 gennaio 1891, ad Ales, da dove poi la sua famiglia si trasferì a Ghilarza.

Famiglia povera, la cui povertà si aggravò con l'arresto del padre detenuto per cinque anni a Cagliari, condannato per irregolarità amministrative.

E così l'apporto del suo stipendio svanì.

Gramsci si ammala gravemente da bambino al sistema osseo, non cresce in altezza, subisce una malformazione alla schiena che lo ingobbisce.

Questa debolezza fisica lo segnerà per tutta la sua breve vita.

Si trasferisce a Cagliari presso il fratello ed a circa venti anni iniziò a scrivere per un giornale locale. Qui si avvicinò al socialismo ed al sindacalismo operaio.

Iniziò a studiare Salvemini e poi Marx.

Quindi in Sardegna comincia il suo impegno politico che proseguirà a Torino, dove si era trasferito, in virtù di una borsa di studio che gli consentì d'iscriversi alla facoltà universitaria di Lettere e Filosofia.

Qui incontra Togliatti, genovese, iscritto a Giurisprudenza. Ovviamente incontra altri compagni del PSI, a cui Gramsci si era iscritto.

A Torino, il primo maggio del 1919 fonda, unitamente a Togliatti, il giornale che volle chiamare "L'Ordine Nuovo", di cui diventa segretario di redazione.

Dal 1° gennaio 1921 ne diventa direttore e il giornale porta in prima pagina l'annotazione "fondato da Antonio Gramsci".

Lo dirigerà per diversi anni.

Nel 1922 viene inviato a Mosca per rappresentare il PCI nell'Internazionale Comunista. Da Mosca poi fu spostato a Vienna.

Gramsci era un dirigente aperto al dialogo, un conoscitore del pensiero e dell'elaborazione di Marx, di cui vedeva la storicità. Non a caso non si definiva un marxista e definì il marxismo "la Filosofia della Prassi", proprio per sottolinearne la storicità, l'evoluzione, l'interpretazione della realtà contro ogni dogmatismo settario.

Gramsci ebbe un crescente dissenso rispetto al pensiero politico di Amadeo Bordiga, ingegnere napoletano, al suo isolazionismo, al suo settarismo.

Nel marzo del 1930 si giunse all' espulsione di Bordiga dal PCI.

Diceva: "La Storia è un continuo divenire-è un processo dialettico".

Aveva rapporti amichevoli di reciproca stima con Piero Gobetti, quasi suo coetaneo, il quale ebbe modo di definire Gramsci "un eretico solitario".

Si è detto che sul proprio biglietto da visita avrebbe voluto scrivere di sé "contemporaneo".

Nel 1924 contribuisce a fondare "l'Unità"; "L'Ordine Nuovo" era diventato nel frattempo un quindicinale.

L'impegno di Gramsci nel Partito crebbe anche per l'arresto di gran parte del gruppo dirigente, ed a 32 anni, nel 1924, ne divenne il segretario nazionale.

Gramsci, stanco, malandato, lavora fino allo stremo, scrive articoli, viaggia, tiene riunioni, crea una scuola di Partito, produce dispense.

Gramsci ebbe il consenso, la condivisione di Lenin fino alla morte del dirigente sovietico.

Ebbe chiaro che nel momento stesso in cui ci si separava dal PSI di Turati era necessario, opportuno allearsi con esso.

Gli era evidente la necessità di collocare il PCI in un sistema di alleanze per dare una prospettiva democratica alle classi lavoratrici in Italia dinanzi all'ondata prevedibile del fascismo.

Vedeva chiaramente quali fossero le forze capitalistiche che muovevano il fascismo nonché l'appoggio, il consenso, la condivisione di massa che esso riceveva dal popolo.

Ci fu un accordo sul giudizio del fascismo da parte dell'Internazionale Comunista allora ancora guidata da Lenin.

Gramsci vedeva l'ondata fascista che montava, che si trasformò in una offensiva sostenuta anche dalla monarchia e dalla chiesa cattolica.

Di Mussolini dice che "è divenuto il dittatore della borghesia"; lo rappresenta ridicolizzandolo: "La sua dottrina è tutta nella maschera fisica, nel roteare gli occhi entro l'orbita, nel pugno chiuso sempre teso alla minaccia".

Al terzo congresso nazionale, tenutosi per motivi di sicurezza a Lione nel gennaio del 1926, fu palese la violenza distruggitrice del fascismo, la sua spinta guerrafondaia; per questo egli sempre più avvertiva la necessità delle alleanze.

In questo congresso, Gramsci, Togliatti, Scoccimarro, Camilla Ravera ebbero quasi il 90% dei voti, Bordiga poco più del 9%.

Dopo la morte di Lenin, si scatenò nel PCUS una lotta interna senza esclusione di colpi.

Il sesto congresso di quel partito, a Mosca, affermò che si era chiuso il periodo del "Fronte Unico", fu liquidato parte del gruppo dirigente e si decise la lotta senza compromessi alla socialdemocrazia, considerata un movimento opportunista, di destra, in definitiva socialfascismo.

Il mensile "Stato Operaio", diretto da Togliatti, avallò questo giudizio e scrisse: "La lotta contro l'opportunismo deve assumere anche nelle nostre file la stessa asprezza che ha assunto nelle file degli altri partiti dell'Internazionale, cioè dev'essere portata senza esitazioni fino in fondo".

Qui il dissenso di Gramsci con Togliatti, che ormai era impegnato nell'Internazionale Comunista guidata da Stalin, risultò evidente.

Sulla lotta interna che si era accesa nel PCUS, Gramsci, addolorato, angosciato, scrive ai dirigenti sovietici, sottolineando il danno che essa arrecava ai Partiti Comunisti all'estero, mostrando una lotta interna che danneggiava tutto il movimento che guardava al PCUS come una guida ed un esempio.

Questa lettera provocò una risposta di Togliatti da Mosca estremamente critica di aperto dissenso. Alla lettera di Togliatti, Gramsci risponde: "Questo tuo modo di ragionare mi ha fatto un'impressione penosissima".

Ancora una volta si appalesò una divisione profonda tra i due.

Togliatti era totalmente allineato con l'Internazionale Comunista diretta da Stalin.

Qui è opportuno ricordare letteralmente il famoso testamento di Lenin del 1922 a proposito di Stalin: "Da quando il compagno Stalin è diventato segretario generale egli riunisce nelle sue mani un enorme potere e non sono convinto che saprà sempre usarlo con dovuta cautela.

Stalin è troppo rude e questo difetto è inammissibile nella carica di segretario generale, perciò propongo ai compagni di trovare il modo di allontanare Stalin da questo posto e nominargli un successore che sia più paziente, leale, cortese, attento ai compagni e meno lunatico".

Questo duro, severo giudizio fu ignorato.

Vale la pena di ricordare che nel 1930 Togliatti prese la cittadinanza sovietica.

Nel novembre del 1924 Gramsci fu eletto alla Camera dei Deputati.

Si avvaleva dell'immunità parlamentare nei suoi viaggi politici in Italia, peraltro già praticati in precedenza, prima della sua elezione.

Nel febbraio 1925 a Roma conosce Tatiana, sua cognata e fedele amica per tutta la sua vita.

Tenne il suo primo ed ultimo discorso a Montecitorio il 26 novembre 1926, e nella sera di quel giorno venne arrestato.

Aveva 35 anni.

L'immunità parlamentare venne abolita per tutti i parlamentari su insistenza di Mussolini, che sostenne che così voleva la "Corona". Inizialmente questa grave decisione era stata prevista solo per gli aventiniani, assenteisti per loro scelta.

Gramsci, forse illudendosi, forse sottovalutando il fascismo, la sua ferocia, decise di restare in Italia, a Roma, non volle espatriare malgrado le insistenze dei suoi compagni, che lo invitavano ad uscire dall'Italia per rifugiarsi in Svizzera.

Da detenuto la sua prima destinazione fu l'isola di Ustica, dove ebbe una vita detentiva sopportabile.

Durante la detenzione qui a Ustica il Movimento Comunista Internazionale progettò il tentativo di una sua evasione ma non giunse in tempo.

A Ustica rimase soltanto 44 giorni. Da lì fu inviato a Milano, a San Vittore, 19 giorni di viaggio sempre ammanettato, spaventosi, tremendi per il suo fisico.

Da San Vittore dovette essere trasferito a Roma per partecipare al processo che iniziò il 28 maggio 1928 e terminò il 4 giugno, altro lungo e faticoso viaggio.

Ovviamente il collegio del tribunale speciale fu composto da giudici asserviti al fascismo. Gli imputati erano 22, tra questi, oltre a Gramsci, c'erano Terracini, Scoccimarro, Roveda ed altri.

Il P.M. nella sua requisitoria disse in modo enfatico e minaccioso, parlando di Gramsci, che "a questo cervello bisogna impedire di funzionare".

Fu condannato a 20 anni di carcere, accadde lo stesso per i suoi coimputati.

Gramsci fu inviato al carcere di Turi, in provincia di Bari, che raggiunse dopo12 giorni di viaggio, anche questi estremamente dolorosi.

In carcere, dopo due anni e mezzo d'insistenza, gli venne concessa finalmente la possibilità di scrivere. Continuò così a sviluppare il suo lavoro intellettuale, iniziato già quando era in libertà.

Inizia i Quaderni nel 1929.

Tale impegno l'accompagnerà anche quando, dopo 10 anni di detenzione, molto malato, gli venne concesso, anche grazie ad un'amnistia, di uscire dal carcere per curarsi prima a Formia, poi a Roma nella clinica Quisisana.

La sua salute però era decisamente compromessa: morbo di Pot, Tbc polmonare, ipertensione, crisi di angina, crisi di gotta, un evidente inarrestabile declino.

La gamma degli studi e quindi il contenuto dei suoi quaderni e delle sue lettere sono state di un'ampiezza enorme.

I suoi interessi culturali, di studioso, avevano un orizzonte vastissimo.

Soltanto per darne una panoramica, egli scrisse sui dialetti, la loro storia in Italia, le loro differenze, la loro territorialità.

E poi su Machiavelli, sui suoi scritti sulla politica e sullo Stato moderno, sul Risorgimento italiano, di cui esaminò i limiti dovuti alla scarsa, debole partecipazione delle masse popolari al processo di unificazione italiana.

Nello studio della storia dell'Azione Cattolica affrontò l'esame della partecipazione delle sensibilità, delle correnti in quel movimento, in particolare studiò il ruolo dei gesuiti, che secondo Gramsci cercavano di dare una base popolare al movimento cattolico democratico.

Esaminò criticamente anche il ruolo degli intellettuali italiani nelle varie epoche storiche, ed altro ancora poi sulla scuola, sul giornalismo.

Con Benedetto Croce si è misurato in modo costante, con l'intellettuale, con il filosofo che insieme a Gramsci ha segnato il novecento italiano.

Vale la pena di ricordare che Croce inizialmente si era avvicinato al fascismo, ma dopo l'assassinio di Matteotti se ne era allontanato, e nel 1925 pubblicò il "Manifesto degli intellettuali antifascisti".

Qui interessa in modo particolare il contributo di Gramsci all'esame della questione meridionale, che ancora oggi, irrisolta, pesa sullo sviluppo del Paese.

Ad essa Gramsci aveva già dedicato, o meglio avviato, uno studio prima ancora del suo arresto.

Aveva visto nell'arretratezza del Mezzogiorno quei limiti strutturali che aveva già individuato nel Risorgimento e nell'unificazione dell'Italia. Gli è chiaro che essa è segnata dalla pratica del trasformismo e dal paternalismo ereditati dal Risorgimento e mai estirpati.

Un evento storico, senza partecipazione di masse popolari, senza uno "spirito giacobino": un'operazione di vertice, in realtà una conquista, un'occupazione regia del Sud da parte di una potenza straniera del Nord d'Italia.

Qui Gramsci con "spirito giacobino" intende una "volontà collettiva" che, unita alla volontà politica, consente l'esercizio dell'egemonia.

Lo stato nazionale nasce con questi limiti e li conserva fino ad oggi, con una dubbia funzione degli intellettuali meridionali, spesso assenti o corrivi, soltanto una minoranza è consapevole della sua funzione nazionale.

Gramsci vede come la questione meridionale si intrecci con la questione contadina trascinata irrisolta dal Risorgimento.

A questo proposito fu indicativa la nascita nel Meridione d'Italia del brigantaggio postunitario come reazione ad una occupazione straniera priva di locale consenso popolare, politico ed intellettuale. In pratica il brigantaggio si trasformò in una resistenza disperata che durò tre-quattro anni, senza prospettive.

Un'analisi profonda della realtà italiana porta Gramsci ad allontanarsi dalla rivoluzione russa.

Gramsci vede la natura dello stato italiano, la diversità della società italiana (niente di paragonabile con quella russa), i limiti della sua origine, anche la debolezza delle forze socialdemocratiche e di quelle del PCI. Tutto ciò lo convince ad orientare il movimento comunista verso quella che chiama una "guerra di posizione" per allargare il consenso in un sistema di alleanze in cui contadini e operai potranno porre le basi per una lotta che li liberi e liberi l'Italia dell'oppressione conservatrice.

Da qui pertanto la polemica di Gramsci con l'internazionale Comunista, che aveva sostenuto e decretato la fine della fase del "fronte unico" con la socialdemocrazia definendo quest'ultima, come già detto, socialfascismo e quindi un nemico da combattere.

Nei suoi 32 quaderni attuò un esame critico della filosofia di Benedetto Croce e del suo liberalismo, pur apprezzando il giudizio severo espresso da Croce sulla diffusa concezione deterministica, fatalistica, in definitiva di stampo bordighiano, del marxismo.

Dal carcere scrisse anche centinaia di lettere di straordinario valore, oggi raccolte presso l'Istituto Gramsci unitamente ai Quaderni.

In realtà prima di Croce già Antonio Labriola, nello studio su Marx, aveva attribuito al materialismo storico "un canone per l'interpretazione della storia" e quindi contro le teorie e le interpretazioni pragmatistiche del marxismo.

Le discussioni e le lezioni che Gramsci teneva in carcere a Turi con i compagni aprirono una divisione tra questi e lui.

Le valutazioni, giuste, di Gramsci sulla situazione in Italia e sul fascismo, e la sua insistenza sul dover cercare, costruire delle alleanze, sulla necessità di battere il settarismo per sconfiggere il fascismo provocarono tra i suoi compagni in carcere una critica negativa nei suoi confronti.

Dissero che non era più comunista, che era un socialdemocratico, un crociano, un opportunista che bisognava denunciare al Partito.

Di qui la rottura dei rapporti e il suo isolamento.

Questo aggravò le sue precarie condizioni di salute, anche e soprattutto sul piano psicologico.

Mentre Togliatti, su "Lo Stato Operaio" ancora riafferma la contrarietà sua e dell'Internazionale comunista alla cosiddetta "fase di posizione", Gramsci da parte sua si oppone alla tesi del passaggio dalla dittatura fascista a quella proletaria. Bolla questa tesi come schematica ed illusoria, quindi infondata, e così accentua il suo isolamento.

A Formia, dove rimane per quasi due anni, e poi a Roma, sempre più ammalato, danneggiato nel fisico, anche se ancora lucido, sempre febbricitante, continuò a scrivere, a lavorare.

Cinque quaderni a Formia, altri quaderni a Roma.

Ma le sue forze si estinguevano inesorabilmente.

Muore a Roma all'età di quarantasei anni.

È particolarmente interessante studiare e comprendere il Togliatti di Salerno, dopo venti anni vissuti in URSS, durante i quali si era iscritto al PCUS, era diventato un dirigente dell'Internazionale comunista e aveva criticato severamente Gramsci per il suo riformismo.

Non era il Togliatti che Gramsci, a suo tempo, aveva conosciuto a Torino, né quello con cui si era dovuto confrontare quando egli era a Mosca a dirigere l'Internazionale.

Giunto in Italia, credo d'intesa con Stalin, sul finire della guerra, Togliatti afferma una svolta che si può riassumere così: unità di tutti contro il nazifascismo, governo istituzionale, patti lateranensi, amnistia, accordo PCI-PSI, via italiana al socialismo. Una svolta radicale rispetto al periodo sovietico: qui a Salerno, in definitiva, Togliatti raccoglie proprio l'eredità lasciatagli da Gramsci.

Un aneddoto: a Salerno, dove era giunto dopo un viaggio via mare lunghissimo, Togliatti viene accolto da numerosi compagni, fra i quali Marcello Marroni, dirigente del PCI a Viterbo, mio omonimo.

Al funerale di Gramsci parteciparono soltanto il fratello Carlo e la carissima amica russa Tatiana, che lo accompagnò per tutta la vita, fino alla morte.

Morì senza mai sapere che la sua mamma adorata era già morta da un anno e mezzo.

Lui le ha scritto con amore e rispetto perfino poco prima di morire, raccontandole di sé e preoccupandosi della salute di lei.

I suoi famigliari preferirono non dirgli della perdita della madre, allarmati per la sua salute.

Anche la vita sentimentale di Gramsci fu un continuo alternarsi di felicità e di tormento.

Aveva conosciuto a Mosca Giulia Schucht, una violinista russa iscritta al PCUS, la compagna della sua vita, più giovane di circa quattro anni.

La saluta a Roma nell'agosto del 1926, non la vedrà più.

Con lei ebbe due figli, Delio e Giuliano.

Non li conobbe mai davvero.

Vissero in Russia con la madre, in fondo due estranei; Giuliano tuttavia ad un suo figlio dette il nome di Antonio.

Le lettere di Gramsci alla moglie sono una testimonianza di un grande amore e di tanta disperazione.

Le assenze, le mancate risposte, i silenzi per lunghi tempi contribuirono a rendere la vita di Gramsci in carcere ancora più drammatica.

D'altra parte anche i suoi impegni politici di dirigente, in Italia e all'estero, e la lunga carcerazione contribuirono, credo, a rendere ancora più difficili, più rarefatti i rapporti con la moglie ed i figli.

Una vita breve, un esempio enorme, un grande insegnamento di coerenza, di rigore, di coraggio, di duttilità, di disinteresse personale, di impegno politico e culturale a favore dei più deboli: questo è il lascito per tutti noi di Gramsci, di cui non dovremmo mai perdere la memoria.

Ora è sepolto a Roma, nel bellissimo cimitero acattolico, detto anche "degli inglesi", vicino alla Piramide di Caio Cestio.