Antonietta Gnerre

Quello che non so di me

Prefazione di Alessandro Zaccuri

di Gualberto Alvino

Latiano, InternoPoesia, 2021

Poetessa (Il silenzio della luna, Menna 1994; Anime di foglie, Delta 3 1996; Fiori di vetro. Restauri di solitudine, Fara 2007; Preghiere di una poetessa, Fara 2008; Pigmenti, L'Arca felice 2010; I ricordi dovuti, Le Gemme 2015), saggista (si ricordi almeno Meditazione poetica e teologica in Mario Luzi, Delta 3 2008), infaticabile operatrice culturale (è presidente del Premio Internazionale Prata e direttore artistico della Festa dei Libri e dei Fumetti di Avella), Antonietta Gnerre dà alle stampe una silloge entusiasticamente accolta, tra gli altri, da Vincenzo Guarracino, secondo il quale la poesia è per la scrittrice irpina «un modo di essere, un'attitudine a resistere e reagire al Male, ammaliati dal fuoco del "miracolo di un'alba", di un perenne ricominciamento, nella fedeltà a se stessi, a "ciò che non cambia", al "punto esatto dell'amore", luminoso e indifferibile come la freccia di Zenone: "vivi nella corrispondenza / di questo abbandono", come si dichiara in un testo della prima sezione, da cui presente-passato-futuro si protendono verso l'infinita possibilità delle "direzioni", alla coltivazione della propria anima bella non meno che al consenso di una viva sensibilità civile, quale è quella che leggiamo nell'elegia Era innocente, che conclude e sigilla il libro nel nome del giovane afroamericano George Stinney ucciso sulla sedia elettrica nel 1929» («Avvenire», 20 agosto 2021).

Referto pienamente condivisibile. Ma non si aderisce volentieri agli avvisi del prefatore: «La poesia di Gnerre è tendenzialmente, ma non esclusivamente, poesia in prima persona, così da poter dare voce a una più vasta comunità di affetti che solo sulla pagina riesce a trovare piena espressione. Ed è poesia femminile, di una femminilità vissuta con orgoglio e senza compiacimenti». Cui si dovranno opporre almeno due osservazioni d'ordine generale: a) è possibile - Novecento docet - «dar voce a una più vasta comunità di affetti» anche mercé la riduzione dell'io o il suo totale azzeramento, scansando così l'ipertrofia della voce lirica e la conseguente, ineluttabile profusione egocentrico-sentimentale; b) la poesia tollera distinzioni di genere esclusivamente in sede tematica, non già a livello formale. E il modo di formare della poetessa irpina presenta più d'un motivo d'interesse a prescindere da ogni categorizzazione. Qualche prelievo basti a darne conto.

Siano le numerose anafore, con mansioni non di pura cantabilità ma di sostegno al corso ritmico del pensiero:

Se ho pianto è perché sono stata al buio...

Se ho pianto è perché le preghiere...

Se ho pianto è perché da ragazzina...

Mi parli delle nuvole...

Mi parli delle nuvole...

Mi dichiaro colpevole dei miei anni...

Mi dichiaro colpevole dei miei anni...

Mi dichiaro colpevole dei miei anni...

Credo nel pane della vita...

Credo nel pane dei secoli...

Credo nell'odore del pane...

Gli enjambements fortissimi, in cui l'urgenza concettuale giunge a scavalcare una strofa per invadere la successiva:

ho giurato

che avrei guardato in silenzio // la bellezza dei germogli svanire

di nuovo in questo mondo // là dove c'incontravamo da bambine

mi chiede di svegliarmi. // Di guardare ciò che t'appartiene.

I punti enfatici, con effetti di frammentazione prosodica:

Anch'io avrei voluto badare la terra.

Risvegliarmi nel vento

Impareranno a chiamare per nome

le spighe che dormono.

A proteggerle dalla morte che le osserva.

Poi l'attesa del volo contenuta in metri di filo,

l'erba sotto i piedi.

La forza della mano destra

Ora le mie guance sono fredde.

Fredde come i rami

ferma accanto al grano, alla rosa.

Con le spalle verso la terra

quando non sapevi parlare.

Quando non conoscevi i numeri

Pensieri che diventano un esercito di pensieri.

Che forse un giorno prenderanno

altre direzioni.

Nessuno ha spiato i nostri sguardi,

le stagioni degli abbracci.

I verbi degli aceri in un giardino.

Raccontano all'universo

la posizione esatta di tutti gli alberi.

Di tutti gli esseri umani che sono nati.

Sono la figlia del ramo che ti parla.

Quella che cerca di stare con te

I versi lunghi e lunghissimi, che imprimono al dettato un andamento prosastico in contrasto con i versi brevi e brevissimi di tono intensamente lirico e sovente elegiaco:

Ora ogni forma vivente passa nell'imbuto del presente

L'esito del vento scivola tra gli attacchi delle navi

nell'essenza del balsamo marino mi chiede di svegliarmi

Forse perché ho impiegato troppo tempo per ritornare

Gli alberi apparivano dietro le pareti della mia casa

Credo nel pane della vita e in quello della rinascita

La forza di seguire il suo profumo è la moltiplicazione

c'è la mia bocca, un luogo ordinato in fila dall'autunno.

Vista, dunque, l'energia e la complessità formale di questa silloge, è forse lecito discorrere di poesia femminile?