PER LABIRINTI E SENTIERI

DEI BOSCHI DELL'ESSERCI

LA PIÙ INTRIGANTE RACCOLTA DI POESIE

DI STEFANO LANUZZA

di Ugo Piscopo

Stefano Lanuzza è sulla scena della cultura italiana dalla fine degli anni Settanta del secolo scorso un autore dalle incantevoli risorse euristiche (in prosa, in poesia, in arte, in animazioni di dibattiti mai scontati e ogni volta propositivi di ulteriori svolgimenti). Di origini siciliane, vive a Firenze e guarda al mondo come una realtà in dinamico flusso di accadimenti e di vicende dettati da forze primigenie pronte a rimescolare il tutto e a ridisegnarlo daccapo come teatro di fenomenologie molteplici e in ininterrotta evenemenzialità, anche di marca nichilistica.

Per lui il tempo è un continente ignoto, sfuggente, dalle accensioni e dai sorrisi di perfetta canaglia, ma anche di irresistibile attrazione. Soprattutto, è un declinarsi perpetuo di spiegazioni molteplici della selvosità dell'essere, che chiede a tutti e a tutto di assorbire consenzienti il suo crudele mistero, che si fa ogni volta una risata delle obiezioni e delle riserve degli individui, che osano pretendere di disegnare loro l'andamento delle vicende in svolgimento, narrate spesso con immagini di copertura. Per Lanuzza, invece, l'evento va coraggiosamente guardato in faccia da vicino come un dono e insieme una provocazione a farsi e a disfarsi per conto proprio, secondo opportunità di innervazioni nei giochi dei pieni e dei vuoti, negli scambi fra il qui e l'altrove, entro le reti del probabile dell'improbabile. Il bosco fa bosco, entro palpiti e vibrazioni che fanno bosco a loro volta, secondo un'urgenza di pienezza e di totalità e sotto gli stimoli di una umorosa e, insieme, conturbante produttività.

Di qua scaturiscono per il poeta severi ammonimenti riguardo a sogni idilliaci e a tentativi di raggiungere l'impossibile. Così, l'impossibile diventa severo ammonimento sui limiti dell'umano, che tuttavia può riscattarsi, se, in piena consapevolezza della sua fragilità e della sua relatività, si applica a scandagliare e a suggerire il dicibile dell'indicibile, a rivelare la contraddizione, aprendo gli scenari incantevoli dell'esserci, le voci segrete del silenzio, il calore del divenire. Si delineano, per tale via, contattazioni delle accensioni di luci, che appartengono a un ordine segreto della vita e sono elementi organici della faccia nascosta della stessa.

In pratica, l'umano si può riproporre e si ripropone attraverso il rischio consapevolmente accettato e vissuto in proprio. Occorre diventare vibrazioni vitali di attese e sussulti per apporti non scontati nelle pratiche del pensare e del dire per lontananze e per fughe dal detto e dal saputo, verso le frontiere dell'impossibile.

In fondo, tutta la vicenda del moderno e del postmoderno, dal secondo Ottocento in qua, in poesia da Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont in poi, è accesa da falò, è tormentata da autentiche angosce e dalla necessità di rifiutare in partenza compromissioni o banali conforti. Il paesaggio del moderno e del post è tutto connotato da interrogazioni aperte.

Entro questo flusso abita da sempre anche Lanuzza, che ha fatto sue, nel letterario e nel figurativo, molte assunzioni di impegni essenziali dello sperimentalismo, del surrealismo, del nichilismo. E' significativo che nella sua produzione letteraria abbia dato una solida centralità agli interventi di critica e/o di traduzione a uno degli scrittori più tormentati e significativi della modernità. Ecco, in materia, alcuni titoli bibliografici: Maledetto Céline. Un manuale del caos (2010), Céline della libertà. Vita, lingua e stile di un "maledetto" (2015), Louis-Ferdinad Céline. La parola irregolare (a cura di), Argotier. Louis-Ferdinand Céline, l'argot, il Novecento (2018) e altro ancora.

Lanuzza, adesso, mentre tiene in Svizzera una bellissima mostra di pittura, pubblica la sua più recente e più complessa raccolta di poesie, Bosco dell'essere (pref. di G. Tesio, nota di G. Poli, Fermenti Editrice, Milano 2021, pp. 70, €. 12.00). Dove si intrecciano e si intrigano, in un linguaggio estremamente e impeccabilmente vigilato e lavorato con padronanza ed eleganza, suoni e simboli, come in questa sequenza dedicata al falco che si addormenta nella selva:

"nero sguardo del falco, febbre dolorosa

dei suoi tarsi pietrificati sulla rosa

corrotta d'una bocca di maschera: questo

permanere nella luce che muore. E' funesto

quello stringere piume, spasmi e sangue;

mortale la sua malinconia di angue

insaziabile. Immobile violenza, vita

torva nell'occhio di idolo stilita,

dolcezza pura come la crudeltà, inerme

potenza del dolore fiorito da un germe

spaccato, gonfio di buia forza". (p. 23)

DUE TESTI DA BOSCO DELL'ESSERE

Il demone meridiano

nel cuore del meriggio è più nera

l'atarassia. È abbacinante il cielo,

e l'afa e l'arsura sono una ferriera

infuocata. S'erge il silenzio in stelo

saldo nell'ombra lunga che impregna

l'ora infera. L'eternale immobilità

di Sirio costellato nel Cane segna

febbri languenti su vaticini e calamità

di questo giorno muto e senza senno,

fatto di delirio, tormento, stupore

e incubi da svegli; col rovinoso cenno

del demone meridiano, rosso devastatore,

dio della peste, guida di cacce selvagge

per trivi e bianchi campi. Nell'ora mala,

alle dodici in punto, in cimiteri e piagge,

furie, angeli e strigi aguzzano l'ala.

Stupor Mundi

in questo campo per falchi d'alto volo

io Federico di Svevia, siciliano, schiudo

il mio pugno e il mondo. Io escludo

da me il potere del dogma e arruolo

nel mio sangue Occidente e Oriente. Travaso

nel mio cielo di ali le prime sillabe

della lingua italiana con le dolci fiabe

che i miei poeti, Giacomo, Piero, Tomaso

e Rinaldo, Pugliese, Mazzeo, mio figlio Enzo,

Stefano e Guido, tessono su amore e noia,

gelosia, passione, desiderio, ira. La gioia

voglio contro la mia malinconia. Cadenzo

così questo tempo vertiginoso e m'accovaccio

come il mio cirneco. Nei miei occhi di serpente

brilla un libero regno e qui, da me, splendente

è la vita e più rapida la morte mentre faccio

d'ogni sapere un unico sapore, una terra calda

emersa in gloria, la fulgida corona di Sicilia.

In quest'isola a forma di cuore segno la vigilia

dell'immortale prodigio dell'intelligenza salda

che non cede al dolore. Io ultimo rosso svevo,

europeo arabo e normanno, io lo Scomunicato,

anticristo, falconiere, poeta e re ho abbacinato

la storia e l'ho dissolta. Adesso è giunto l'evo

dei mercanti, del commercio, del niente consumato,

d'ogni rapina e codardia, impostura e avarizia.

Mai più tornerò. Allora scolpisco ogni delizia,

sapienza e forza nel sigillo d'un falco ambrato.