PER NON TORNARE

ALLA SCUOLA COM'ERA

di Antonio Augenti

E' a conoscenza di molti che la materia dell'istruzione e della formazione, toccata dagli atti costitutivi e dai Trattati, non rientra nelle competenze dirette dell'UE. Sono previste forme di coordinamento e se ne fa oggetto di Raccomandazioni a vario titolo, ma l'autonomia dei vari paesi è fatta salva. C'è,però, da chiedersi: se il capitale umano è, come tutti sostengono, fattore primario della crescita e dello sviluppo, come mai non si tenta di adottare strategie comuni per promuoverne la qualità e l'utilizzo?

Sugli aspetti culturali dello sviluppo e sulle politiche educative,si osserva, è bene che le Istituzioni europee non abbiano molto spazio. Se si deve essere attenti perché alle nuove generazioni siano assicurati determinati standard di apprendimento e competenze adeguate ad affrontare i mutamenti sociali ed economici in atto, è certamente bene che l'UE ne raccomandi il raggiungimento, ma non più di questo.

Eppure, sugli apprendimenti, come i pedagogisti insegnano, hanno incidenza non solo fattori genetici ed evolutivi di natura cognitivo-comportamentale, più recentemente influenzati dalla ricerca condotta dalle scienze neurologiche, ma anche fattori che riconducono ai contesti culturali allargati, a quella che possiamo definire la rete complessiva di strutture, soggetti e modelli organizzativi dei quali la società è dotata. In questa prospettiva, si è soliti parlare di spazi formativi allargati, segnalando il valore aggiunto assicurato ai processi di apprendimento dal sinergico apporto dato dalle risorse diverse (istituzionali,formali,non formali,pubbliche e private) delle quali la società è dotata.

Di questa dimensione avevo parlato con l'amico U.Margiotta, un po' prima che venisse a mancare, anche per le ricerche da lui avviate con ricercatori italiani e stranieri e delle quali è traccia in progetti di lavoro formativo ancora in corso. Una prospettiva del genere vale sia per il contesto interno ai singoli paesi, sia per il livello sovranazionale, nel nostro caso europeo.

Una teorizzazione del genere, se fosse sostenuta da interventi strategici adeguati e da opportuno impiego di risorse, può essere tenuta utilmente in conto nel momento in cui l'UE adotta decisioni volte ,da una parte, a contenere gli effetti disastrosi della crisi pandemica, e, dall'altra, a rilanciare una significativa ripresa in ambito economico e sociale, oltre che culturale.

Si consideri che il quadro europeo del capitale umano continua ad essere preoccupante. Nonostante le varie Raccomandazioni adottate dal Consiglio (in particolare quella del maggio 2018),i paesi europei, ad eccezione di qualcuno (Finlandia, Svezia) sono lontani dal raggiungere gli standard di investimento in ricerca e istruzione previsti per l'anno in corso. L'Europa rischia di perdere la posizione di grande potenza economica, e di perdere terreno rispetto a potenze come gli USA, la Corea e il Giappone. Le competenze di base sono ritenute insufficienti (vedi le ricerche condotte dall'OCSE).

Ciò che viene soprattutto lamentata è la scarsa "flessibilità che hanno gli ambienti di apprendimento". Su questo punto occorre insistere, per esplorare modalità nuove da ricondurre all'esigenza di utilizzo di tutte le risorse e contesti formativi dei quali la società dispone, in una prospettiva di apprendimento permanente, come viene raccomandato.

Se è vero che la qualità degli apprendimenti e delle competenze chiave è incentivata dall'uso delle tecnologie digitali, non dobbiamo augurarci che, dopo la crisi in atto, si torni alla normalità. Non possiamo tornare alla Scuola com'era. Dobbiamo, invece, puntare ad impiegare i fondi ai quali dà accesso il testo della Next Generation EU, all'insegna di quella che potrebbe essere pensata come una grande "Comunity Education", all'interno della quale utilizzare meglio la rete in costruzione delle tecnologie digitali; e mobilitare, attraverso una più aperta, moderna e flessibile governance europea, oltre che nazionale, tutti gli ambienti