MARIO LUNETTA

TRE TESTI RITROVATI 

Pubblichiamo qui alcuni testi tratti dall'archivio di Mario Lunetta, probabilmente inediti e comunque rari. Una dichiarazione di poetica e un testo in versi dedicato a Mario Budetta, artista con cui Mario collaborava spesso e in più un bel saggio sulle parole, uscito con altro titolo nella raccolta Depistaggi (2010). FRANCESCO MUZZIOLI.

DICHIARAZIONE DI POETICA

Credo che non si possa onestamente sfuggire alla proposizione di Walter Benjamin, che nei materiali preparatori del suo libro "Passagen-Werk" parla della moderna età borghese come di un inferno: "Età moderna, età dell'inferno. Le pene infernali sono di volta in volta l'ultima novità in questo campo. Non si tratta del fatto che accade 'sempre lo stesso' (a fortiori, il discorso non è qui sull'eterno ritorno), ma del fatto che il volto del mondo, il suo capo macroscopico proprio in ciò che è più nuovo non cambia mai, ma che questo 'nuovo' in tutte le sue componenti rimane sempre lo stesso. Ciò costituisce l'eternità dell'inferno e il piacere innovativo dei sadici".

"Organizzare il pessimismo", come voleva il grande pensatore tedesco, mi pare ancor oggi un compito non secondario dello scrittore e dell'intellettuale. E, a proposito della critica letteraria, oggi nel nostro paese così depressa e (per triste ragioni di mercato editoriale) quasi superflua ai fini del battage, è ovvio che la necessità della consapevolezza risulta ancora assolutamente primaria.

In questo senso, sono convinto che anche la poesia degna del nome contenga dentro di sé la propria autocritica, appunto come voleva Baudelaire; e che, dissolto l'effetto-aura che tende a proiettarla in un'improbabile eternità, essa debba funzionare come luogo della contraddizione, dell'implacato conflitto non soltanto dei segni ma del giudizio nei confronti della realtà in cui prende corpo e senso: com'è del resto di ogni "Werk", di ogni lavoro umano. Niente irenismo, quindi: e, al contrario, onesta tendenziosità (proprio nel senso del nesso benjaminiano "qualità-tendenza"); e ricerca di una costante tensione del linguaggio il più possibile serrato all'interno del campo "autonomia-eteronomia".

E' chiaro che ogni testualità letteraria che non si misuri col groviglio e la complessità del reale, tende alla falsa purezza dell'"aura" astratta: il che coincide con una certa percentuale di irresponsabilità e di chiusura gnoseologico-formale. Una sorta di indisponibilità, e, al limite, di mutismo molto chiacchierino. E' in questo senso che, in ambito di ciò che tradizionalmente passa sotto il vecchio nome di "poesia civile" o di "poesia politica", mi pare più pregnante adottare il termine di "poesia dialettica".

Per quanto mi riguarda, la categoria della "contraddizione" non è un mero "principium", ma una strategia pratica. Un materialista non può esimersi dal perseguirne anche le incongruenze e le aporie col massimo di lucidità di cui è capace, al fine di farle esplodere e rinnovarne la necessità ulteriore in termini di linguaggio che avanza (non che è "avanzato" da chissà quali banchetti o gozzoviglie).

COLLERA ROSSA

                   a Cosimo Budetta


È una collera

rossa, una mossa,

una fredda scossa

mancina, una trina

avventata,

un'alata torpedo,

un flauto

da citaredo

senza magìa,

un cenno da spia,

una dolce malìa,

un assalto

al cielo d'asfalto,

uno spiedo,

il viottolo cieco

di troppe vite,

è l'eco chiarissima

di qualche frammento

di musica persa,

l'intento, l'accento

serrato

di un corso binario,

un timido ossario,

un rigo di diario

sconnesso,

è un sacco dipinto,

un labirinto,

uno spartito cucito:

è la mitraglietta

del mite Budetta.

Ma dove finisce

e dove comincia?

È sguincia

la secca ferita,

è una collera

rossa, una glossa

da decifrare,

è un'ala,

un bengala svanito,

un mito

da cicala,

una fiala che ubriaca,

un'amaca,

qui dentro, nel sole,

fissando la luna,

con la neve

che sale, animale

bianco,

e la collera rossa

ora vola

e canta sotterra,

arriva

veloce il messaggio,

si allunga,

si fa verticale,

è un occhio che vede,

una spada,

elastica strada:

è la mitraglietta

del mite Budetta.


Accademia Platonica, dic. 04

ATTENZIONE ALLE PAROLE

Attenzione alle parole, ragazzi: trattasi di ordigni esplosivi a tempo, il cui timer va sempre regolato senza negligenze. In questi anni in cui la cosiddetta dignità dell'uomo sembra scesa a livelli da sottoscala, più che da caverna, anche la dignità delle parole è sottoposta a una devastazione esiziale. È il bello della pubblicità, che è a suo modo una tortura delle parole, e uno svuotamento del loro senso. Tormento: da torquere mentem a fini di assoggettamento e di riduzione della vittima alla volontà deltormentatore. Bene, ai nostri giorni truccati in cui le centrali che producono senso-consenso mistificano perfino l'aria che respiriamo, anche le parole subiscono il loro tormento. Mai come ora la loro funzione è stata forzata a mansioni servili, di puro supporto prossenetico per il consumo. È il giogo mercimonioso indotto dalla mercificazione universale, in un cosmo in cui il valore di scambio ha soppiantato del tutto il valore d'uso, e dove quindi le parole sono cose informi, da sistemare nei format previsti: messaggi promozionali, spot, réclame. La vecchia, ricca, elastica ma insieme ferrea ambiguità del verbo è scaduta a servizio equivoco per scopi piuttosto inconfessabili. Le frasi si sono fatte "messaggini". I lemmi hanno perso certezza, sembrano più instabili di ballerini claudicanti. E - specularmente - mai come oggi, in un mondo brutalmente de-valorizzato, si è tanto parlato di "valori", fino a giungere al vertice di uno slogan politico come "L'Italia dei valori", che ha l'aria di essere stato concepito da un promoter un po' fané del tutto privo di senso dello humour.

Consideriamo, con la pedanteria che ci distingue, alcune parole che corrono incautamente per tutte le plaghe mediatiche, vocali, a stampa, eteree - e cerchiamo di individuarne la torsione di cui poco sopra si diceva.

Democrazia. Ne sono piene le bocche, pubbliche e private: e non mi risulta sia ormai qualcosa di troppo diverso da un prodotto di esportazione da imporre con la violenza a popoli che non sanno che farsene, almeno nelle forme imposte dal democratico esportatore. Eppure il termine, ancorché sputtanato, continua a correre la cavallina su tutti gli ippodromi propagandistici, saltando graziosamente qualsiasi ostacolo, e nascondendo nel sottopancia l'attributo che odiernamente per comprovate brutalizzazioni lo completa (democrazia sì, ma autoritaria).

Patria. In tanti ci siamo illusi che davvero non se ne parlasse più. C'è stato un tempo in cui la parola si pronunciava con qualche imbarazzo, e solo i fascisti più beceri la gridavano a gola spiegata. Sembrava ormai, la pericolosissima parola, davvero una frangia residuale di epoche trascorse, di nazionalismo aggressivo e di retoricume militaresco. Nessun rapporto naturalmente, in quella dimensione esaltata, con le amare constatazioni del già amarissimo Leopardi della canzone All'Italia ("O patria mia, vedo le mura e gli archi / e le colonne e i simulacri e l'erme / torri degli avi nostri, / ma la gloria non vedo..."), che a vent'anni aveva già capito come le cose sarebbero andate a finire: a tarallucci e vino, è il caso di dire, magari con tarda consolazione di sorbetti napolitani.

Libertà. Parola-timer se altre mai, questa. Più disponibile di una professionista dell'amore, quindi infrequentabile. Più intercambiabile di una muta da sub. Più infida di un agente dei servizi segreti. Ho l'impressione che anche lei, senza l'adeguato corredo di un aggettivo precisante, funzioni ormai solo come intercalare ciarlatanesco di politici a corto di argomenti.

Mercato. Il quale viaggia solo in compagnia dell'attributo libero. Ci mancherebbe.

Guerra. Ne vogliamo parlare, mentre intanto qualcun altro si preoccupa di farla con abbondante dispendio di dollari, risorse generali e singole, vite umane, culture? Ci siamo dentro comunque: per cui, anche glissando o chiudendo occhi ed orecchie, ce l'abbiamo qui, nella mente intendo, nella costanza dei pensieri, nelle dimensioni con cui ancora riusciamo a considerare il mondo, e nel mondo noi stessi.

Stilato questo smilzo elenco di addendi, ci accorgiamo con qualche sconcerto che il risultato che li interconnette come un collante invincibile, è un'altra parola:

Dominio. E che anche in questo caso, l'appena pronunciato addendo reclama la propria appendice fisiologica: l'attributo capitalistico. Chi scrive dubita fortemente che si sia mai dato un capitalismo per così dire corretto. Ma i giorni che viviamo vedono solum la sua (per ora) ultima incarnazione, quella del neoliberismo selvaggio, nel quale è compreso il concetto di libertà e magari quello di sopraffazione, e di patria, e infine - fatalmente - di guerra. Così il cerchio, apparentemente aperto e sconnesso, si chiude in una saldatura semplicemente tremenda. Eh sì, le parole sono ordigni esplosivi a tempo, e lo sono sempre in una condizione "storicamente determinata", come si sarebbe detto tempo fa. E bisogna trattarle senza negligenza, per stanarne l'ideologia che sempre inevitabilmente le abita.

Visto come vanno le cose del mondo, si potrebbe avanzare con qualche approssimazione di stare vivendo una nuova Età del Ferro: un'Età però, a ben vedere, dotata di una leggerezza e un'impalpabilità inapparentabili al detto metallo: fondata sulla menzogna della fine dei conflitti tra capitale e lavoro, sulla mediatizzazione del reale, sul virtualismo globale, sull'enunciazione e sulla pratica del principio della guerra preventiva e infinita. E' la strategia di ciò che si usa ormai chiamare rivoluzione capitalistica conservatrice, attraverso cui vengono veicolati un'altra serie di omologhi: l'assuefazione alla barbarie quotidiana e domestica, l'americanizzazione del modello sociale, il contagio dei nuovi misticismi reazionari oscuramente legati all'illusorietà dell'opzione religiosa come soluzione metapolitica dei mali storici, lo spazio di pesantissima dominanza aperto alle cosiddette "emozioni" e all'emotività in genere, la commistione tra pubblico e privato: e a questo punto non sarebbe, credo, improprio, riflettere sulle responsabilità che in rapporto a questo NCO (Nuovo Caos Organizzato) hanno avuto a partire dagli anni Settanta i neoidealismi e i neospiritualismi filosofici, non solo in Italia.

Il risultato di queste scorciatoie e di questi cortocircuiti un po' troppo sbrigativi lo abbiamo sotto gli occhi, e nell'indignazione delle nostre coscienze: riduzione della civiltà e della democrazia reale; miseria del costume; moralità usa & getta. Le parole dette o stampate sono e fanno ideologia: l'ideologia del liberismo selvaggio e della globalizzazione qualunquistica. Recentissima chicca: l'appena uscito libro autobiografico di Maurizio Costanzo (Chi mi credo di essere, Mondadori) si apre con un capitolo intitolato "Da dove cazzo vengo?": gergalità finto-democratica, finto-familiare, finto-disinvolta: e invece tutta politica, tutta ideologica, sbaglio?

Mi rendo conto della pochezza dell'esempio, ma il battere sulla sfera dei sentimenti va di pari passo, anche nei programmi radio-tv a più larga audience, con l'inquinamento della parola, il suo avvilimento, la sua umiliazione: e con la sua effettiva tortura - proprio in queste ore in cui una pratica di essa nient'affatto metaforica e nient'affatto episodica ma strutturale nelle guerre coloniali (o neo) come quella irachena, mostra tutta la sua volontà di devastazione della famosa dignità dell'uomo, masticata senza tregua dalle bocche di tanti democratici col coltello fra i denti, come fosse chewing gum.

La syntaxe est une faculté de l'ame, dice quello strenuo innamorato della ragione che è Valéry, la cui polemica antimetafisica si rinviene, esplicita o implicita, in tutta la sua opera. Se per il grande poeta francese "le moi n'est rien. C'est un point fixe fictif", l'odierna Chiacchiera da cui siamo costantemente avvolti è, ben più che fittizia, falsa, perché costruisce un finto contesto, abolendo le contraddizioni del reale, camuffando di ovvietà l'imprevedibile, traducendo in una lingua posticcia (che non è più la "lingua della tribù" di Mallarmé) le aspirazioni e i desideri indotti di un popolo "tribale" di consumatori inebetiti.

E allora a questo punto, dal momento che il nostro premiato Almanacco lavora in un campo semantico che è quello della parola, della sintassi e del segno, mi prende l'ùzzolo di tracciarne uno mio, di segno, che si riconnetta alle note che precedono in ordine al concetto (e al principio) di dignità dell'uomo lungo un tratto significativo della nostra civiltà letteraria. Dal Pico della Mirandola dell'Oratio de hominis dignitate (1486) fino al Manzoni de I promessi sposi (1840-42), l'essere umano occupa nella natura un posto primario e moralmente incommensurabile con quello degli animali. Per un umanista cristiano come Pico, anche se imbevuto di suggestioni orientali, le "bestie" (ancorché non immonde) si trovano a un gradino di dignità di molto inferiore a quello occupato dall'uomo, questo "nostrum chamaeleonta"; per il cattolico Manzoni i bruti, non avendo l'anima, hanno ben poca dignità, e possono tutt'al più godere della distratta benevolenza degli uomini. Un po' come i poveri, che sono sempre anche un po' poveri di spirito, e fruiscono, per intercessione della Provvidenza, della benignità dei ricchi e potenti: come dire, godono, beati loro, della benignità borghese, appunto quella del nobile Manzoni, che è all'origine del romanzo borghese all'italiana. E' chiaro che solo un materialista può assegnare pari dignità a tutti gli esseri viventi, dall'uomo al cane, dal leone alla formica: e dignità significa in tal caso rispetto delle competenze e delle caratteristiche di ciascuno. Pico, Manzoni. Un arco che poggia su due solidissimi pilastri ideologici. Ma tra loro, per quanto occultata, permane una prima sconvolgente frattura: quella del Principe di Machiavelli, che della dignità come dato assoluto e metastorico si fa beffe, e ne tratta come di un puro e semplice rapporto di forza tra canaglie contendenti. E' l'irruzione della politica apertis verbis nel dibattito che l'Umanesimo meno ornamentale aveva aperto, e che il Concilio di Trento provvederà a tacitare, con le buone o con le cattive. Su ciò,

di cui non si può parlare, si deve tacere. L'aforisma di Wittgenstein sembra allora un atto d'accusa con bersaglio celato, e magari non vuole neppure esserlo: ma a noi fa comodo, perché no.

Quindi, Machiavelli. E poi, naturalmente, assai dopo, e dopo che la dignità dell'uomo ha continuato ad essere tranquillamente vilipesa e calpestata, ecco Leopardi: il mai veramente compreso, l'Intoccabile, il Demonio, il Cainita. Colui che ha azzerato il discorso e dissipato le fanfaluche sulla dignità dell'uomo tanto prossima alla boria nei pensatori spiritualisti dei suoi anni, quelli che, ne fa fede un testo come I nuovi credenti, dànno al poeta nomea di "empio" e di "perduto", da lui bollati nella Ginestra col verso definitivo che irride alle "magnifiche sorti e progressive"; sostituendolo, da materialista integrale, con la meditazione martellante sull'infelicità irrimediabile della condizione umana, sul caso e sul fato, sulla diversità delle civiltà della specie, che nascono col gesto violento di Caino, e non cessano di corrompersi in quel paradiso di bugie che erano al suo tempo le gazzette, e al nostro gli ineffabili media embedded. Bene. E' appunto su questo azzeramento di discorso che - a noi pare - una scrittura letteraria dotata di qualche legittimo senso (e di nessun valore) nella vacuità della koiné paratelevisiva in cui siamo immersi, è proprio obbligata a misurarsi, se vuole conservare un minimo di intelligenza e un minimo di decenza. Che è poi ciò che ancora - e di nuovo - ci piace definire con l'aggettivo antagonista