Questo racconto ha partecipato ad un Concorso
promosso qualche anno fa dalla Casa della Memoria

e dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Roma.

MARIA JATOSTI
LA VITA DAVANTI A SE'

PICCOLA STORIA DI UNA PICCOLA DONNA SENZA VOLTO

Pedala Caterina pedala, il tempo vola e presto farà buio. Il torrente romba giù a valle, il cielo brontola e un grande vento soffia da nord. Pedala Caterina, pedala. Lungo e solitario è il cammino che buca la notte. La sporta sul predellino sussulta sul terreno accidentato. Niente paura, Caterina sa di averla assicurata bene e che quello che importa sta ben nascosto sotto le verdure dell'orto, cipolle, verze, carote: giù, sotto a tutto, sul fondo. Mani strette al manubrio, busto scoccato, pedala Caterina, spinge le ginocchia al ritmo della vecchia canzone che le insegnava Nonna Agnese prima di andare a morire, la stessa, a parte il suo nome Caterina al posto di Marietina, che Giupi il matto, seduto fuori dell'uscio, biascica e zufola nell'ocarina, e quando lei passa cerca di afferrarla per la veste. "Dove te vett Caterina inscì bonura in mezz'al praa. Se ti te fusset propri sola, te vegnaressi a compagnaa...".

Ride Caterina, si strattona e corre, i piedi nudi nell'erba fresca di rosada. La vita è tutta davanti a sé. Lassù la guerra non arriva, non salgono rumori, voci, notizie. Il mondo è lontano. Tra una vallata e l'altra, c'è il fiume di mezzo, e ci sono laghi, montagne imbiancate di neve, paesi e genti foreste che, tra quei che disen la ȕ alla francese e queialtri che parlen crucco, neanca ne se capiss fra cristiani. Caterina non li ha mai visti. Nulla turba la sua meraviglia, naturale come il levarsi e il tramontare del sole, lo sgroppare veloce delle nuvole, lo sfrecciare delle rondini a primavera, l'accecare della caldana alla mietitura, l'alzarsi della nebbia che inghiotte tutto, il crepitio della fiamma nel camino, il fuoco sulla faccia, il freddo nella schiena, la fetta di polenta che toglie il gelo dallo stomaco, il sapore forte e aspro del tòcco di matusc, i fantasmi burloni di Nonna Agnese che spostano le cose in soffitta e molestano il sonno dei bambini cattivi. Il brusio della sua voce impiomba le palpebre. Caterina non ha paura di addormentarsi. La sua notte è popolata di suoni amici: un latrare di cani rimandato di valle in valle, il rugghio di un asino in amore, il bubolare stridulo dell'allocco, il frinire ossessivo dei grilli, a volte la sveglia il mugghiare rabbioso del vento tra i castagni a mezza costa o gli urlacci di papà Tomeo che stana le faine maligne dal pollaio. Tutto succede piano, un giorno dopo l'altro. Domani Il sole sorgerà dietro i boschi, la luce trapasserà i vetri opachi delle imposte e ogni cosa riprenderà il suo corso naturale. Come sempre.

Fino a quel giorno. Caterina se lo trovò davanti all'improvviso: incespicava premendosi un fianco, la faccia bianca come un patarùn, un balbettio straniero dentro la barba folta. Senza chiedere spiegazioni, Caterina smontò dalla bicicletta e, accennandogli di seguirla, lasciò la strada sterrata per imboccare il tratturo delle capre che taglia la macchia fitta alle spalle delle case e di lì sale erto alla collina, verso la vecchia porcilaia. Bestie lì non ce n'erano più da tempo ma dentro il puzzo era rimasto tutto, stagnato nello strame su cui l'uomo si stravaccò con un gemito. Non ha bisogno di parole, Caterina, per sapere cosa deve fare e per capire che quello sarà il suo segreto da non rivelare ad anima viva. Istinto, curiosità, compassione, senso dell'avventura, tutto si rimesta in un battere accelerato del cuore che di giorno in giorno le accende le guance, mette ali alle sue gambe. Un dì appresso all'altro, senza perdere animo e allegria, dritta, col naso e i capelli al vento, il segreto stretto nel cuore e sotto le verdure dell'orto nel paniere i panni puliti, le bende, le calze di lana, il quarto di pane, la fiaschetta di vino per scaldarsi e mandar giù il fortore del zincarlin pepato, col ciaro e col scuro, cunt el scigherun qui ven su, la rusada e la piova che la bagna, Caterina spinge le ginocchia e va. Dove te vett, Caterina, semper foera, cun sto fregg che non passa mai... Vèn qui a sentarti al foco, benedeta...

L'inverno è passato, papà Tomeo. Il cielo è azzurro, i campi s'arrossano di papaveri, i mandorli si tingono di rosa come le guance dello straniero che, richiusa la ferita, ripresi forze e colore, parla, spiega, racconta. Caterina trattiene il fiato e lo ascolta avida e sgomenta sapendo che il tempo delle parole volge alla fine e che presto imbraccerà il suo fucile e se ne andrà lassù, con gli altri, nei boschi, dove le cime bucano le nuvole, il vento fischia e urla la bufera...

Dove te vett Caterina. La corsa è finita. I fari gialli sventagliano il buio della strada. La bicicletta è scaraventata a terra. La canzone di Caterina muore in gola. La gola fa male. Tutte le carni fanno male. Gambe, braccia, petto, ventre... Le corde stringono, i colpi intontiscono, la testa gira, la vista si confonde, le forze l'abbandonano. Non sa più da quanto dura lo strazio del suo corpo violato. La fanciullezza è morta, è morta l'innocenza. Immagini, voci, perforano la nebbia che offusca la mente. Parla, maledeta stroya. Urla, berci, tonfi, sghignazzi, minacce... Hanno acceso un fuoco, odore di legna, di fumo... Impiccheremo tuo padre, tua madre, bruceremo la tua casa, il villaggio... Caterina non parla. Non una parola, un lamento escono dalla sua bocca scempiata. Il suo segreto è chiuso dentro di lei, in fondo in fondo, come le armi nel paniere della frutta sul predellino della bicicletta... Pedala pedala Caterina, ti insegue l'ocarina stonata di Giupi, la voce rugosa di papà Tomeo, l'ululio dei cani, il borbottare dei gufi, lo stormire del vento tra i rami, il ronzio dei pedali...

In un forsennato precipitare di passi, di voci, grida, spari isolati che echeggiano a valle, i lupi neri sono scappati. Un ultimo sfregio, quel colpo finale, quel filo rosso che dalla fronte scende tepido e dolce come un sorriso alle sue labbra. Il buio sopra di lei s'è improvvisamente squarciato, gli uomini della montagna sono scesi a liberarla. Il cielo è zeppo di stelle da affondarci le mani. prenderne una manciata e rilanciarle, libere, più in alto che si può.