LUIGI BALLERINI,

LA POESIA IN CONTINUO MOVIMENTO

di Francesco Muzzioli


Il percorso poetico di Luigi Ballerini ha assunto ormai una grande rilevanza nel quadro e nel bilancio della poesia successiva alla neoavanguardia: non a caso nel 2019 sulla sua opera è stato tenuto a Pescara un convegno di due giorni, i cui atti sono da poco editi nel volume Il remo di Ulisse, curato dall'organizzatore del convegno Ugo Perolino e edito da Marsilio. Nel dare, in sede introduttiva, le coordinate dell'autore, Perolino scrive: «Fin dalle origini la poesia di Ballerini solleva una interrogazione radicale sulla costituzione del senso, cui l'eredità delle avanguardie novecentesche conferisce una struttura ostile a ogni chiusura, a ogni volontario ripiegamento su un ordine di significati acquisiti»; e, poche pagine dopo: «Nella sua genesi testuale la poesia coltiva un'interrogazione radi­cale e radicalmente laica sulla natura dei segni». Queste indicazioni generali sono confermate dalla nuova raccolta, già annunciata proprio nella sede del convegno, e ora data alle stampe dall'editore Aragno sotto il titolo Divieto di sosta.

Si conferma anche il carattere distintivo della scrittura di Ballerini che è la fondamentale struttura discorsiva con conservazione della sintassi ma con deroga costante alla isotopia semantica: intendo con ciò lo sviluppo improprio della frase e l'accostamento incongruo di elementi che non sono nati per stare insieme. La frase poetica comincia in un modo e finisce in un altro; una modalità che fa pensare alla retorica dell'anacoluto e le si potrebbe accostare proprio questa ripresa dell'anacoluto che trovo in un saggio di Paul de Man sull'ironia:

There's another word for this, too, which is equally valid in rhetoric-the word anacoluthon. Anacoluthon or anacoluthe is more often used in terms of syntactical patterns of tropes, or periodic sentences, where the syntax of a sentence which raises certain expectations is suddenly inter­rupted and, instead of getting what you would expect to get in terms of the syntax that has been set up, you get something completely different, a break in the syn­tactical expectations of the pattern.

Oppure, lo spostamento di senso avviene attraverso la decontestualizzazione nei confronti della frase fatta, come è appunto il "divieto di sosta" del titolo. Da intimidatoria minaccia di ammenda, il "divieto", nell'intenzione e nella pratica balleriniana, si trasforma da negativo a positivo, diventa un incentivo al movimento. Sicuramente l'autore ricorda il suo maestro Pagliarani, che diceva di suo: «il nostro daffare al momento è saltare è saltare è saltare se no sulla coda ci mettono il sale». Non a caso al Paglia sono dedicati qui alcuni testi forti e anche fortissimi (come l'aneddoto sublime di quando esce dall'incontro culturale ufficiale brontolando con la sua voce cavernosa "tutte cazzate!").

Se volete un esempio di "come agisce Ballerini", prendiamolo dal brano che apre la raccolta nella strofa che si svolge proprio attorno al divieto:

fu, in fine, il divieto di sosta, delle astuzie cadute nel grembo

di un'ansia, di una luna permalosa, dei singhiozzi a metà

prezzo di chi, scabro ed essenziale, deglutiva grammatiche

inevase, piccoli calvari a go go

Come si vede in questo passo sulle orme del "divieto di sosta" incalzano altre abolizioni che toccano, più o meno tutte, nella loro variopinta allusività, delle "pose" poetiche usuali, l'"ansia" (l'angst esistenziale), la natura (la "luna" antropomorficamente atteggiata), i "singhiozzi" (il dolorismo patetico), i "piccoli calvari" (misticismi a buon mercato, eroismi di cartapesta), con in mezzo una buona citazione montaliana, da un Mediterraneo con l'enfasi dell'"essenza". A guardar bene, un intero programma lirico messo in questione.

Tuttavia il testo di Ballerini non si risolve in una decodifica punto per punto, anzi. Al contrario, consiste proprio, come abbiamo sentito sopra, nel non fermarsi mai in alcuna chiusura del senso. Per sfuggirvi, può fare ricorso alla associazione surreale, che ancor più si evidenzia in elencazioni di questo tipo:

(...) E però attenti a Scilla, a Cariddi, ai lestrigoni,

ai lestofanti! E poi al treno, al cane, ai mesi con la erre,

ai camion in uscita, alle curve pericolose, ai carichi

pendenti, alle insidie velenose di un languore affilato,

o all'intermittenza, o alla tregua inquieta degli addii

E vedi anche questo altro ritmo incalzante, che trascina con sé le buone "opere di misericordia":

a un passo, un tiro di schioppo, a un'ora di marcia

dall'inizio del sentiero: è lì che incomincia la lusinga

che consola gli afflitti, sopporta con pazienza

le persone moleste, dà da bere agli assetati, veste

gl'ignudi e, riflettendo su improbabili premesse,

seppellisce i morti.

Oppure si ricorre all'etimologia e con grande soddisfazione alla citazione, come abbiamo visto, per l'appunto magari con alta 'escursione culturale' dai classici Dante, Foscolo e Leopardi al cinema di serie B, alla canzonetta, allo sport (qui con il soccorso di qualche nota per il lettore di scarsa memoria oppure troppo giovane per averne contezza).

Il libro comprende anche una sezione in dialetto milanese, intitolata Frammenti della trilogia germanica, che pure presenta spunti interessanti proprio nelle sue deroghe rispetto a quello che ci potremmo aspettare nella poesia dialettale: 1) invece di rivolgersi nostalgicamente al passato dell'infanzia e delle memorie familiari, qui si sta al presente, il che acquisisce termini contemporaneissimi come "bancomat" o riferimenti come «el dit american del Cattelan» davanti alla Borsa; 2) invece di conservare la purezza dell'idioma nativo, ne fa impasto plurilinguista proprio utilizzando tutta una serie di citazioni in latino, in inglese e quant'altro; 3) semmai - ma anche questo registro non è assente dalle poesie in lingua - può riemergere dalla memoria la filastrocca rimata: «vun, duu, tri, quater, cinq, ses, / sett, la Madonna de Lorett la cuntava vintisett».

Nell'insieme della raccolta, per il vero, Ballerini procede con una metrica lunga, talora una quasi-prosa, che - per quanto la critica abbia già lavorato assai bene e il convegno pescarese l'ha dimostrato - attende ancora di essere analizzata come si deve.

Certamente, questa lotta contro la solidificazione del senso è da mettere sul conto dell'ironia (e, negli atti del convegno, Beppe Cavatorta ha ben evidenziato il comico di Ballerini). Si veda, nella nuova raccolta, un passaggio chapliniano (anzi chaplinesco), che dovrebbe riferirsi, se non erro, a Luci della città:

(...) come nei film muti, dove

andirivieni è lo stesso che non ancora, e uno dei pugili

è nascosto dietro l'arbitro, mentre l'avversario che lo cerca

per cazzottarlo, gli sta di fronte, e allunga il collo e tutti

e tre si muovono all'unisono, un po' a destra e un po'

a sinistra, fino a quando i contendenti fanno un mezzo

giro, e le loro posizioni, diametralmente rovesciate, ora

le sostiene un forte con brio, un tripudio di agilità e paura,

Il punto è che tutti questi ritrovati insistono su una costruzione sintattica corretta e anzi addirittura con una struttura raziocinante dotata di modalità confermative (tipo: «io dò ragione a Pound») e ipotetiche (vedi Se: «se i vagoni, a contarli, ti viene pacco, posta, visita / o partenza, e se la fame è oscura», e via di questo passo supponendo). Ciò rende l'ambiguità o anche l'oscurità dei passaggi lontana le mille miglia dalla nebulosità simbolico-mistica dell'ermetismo.

Tra le altre cose, è sintomatico l'insorgere del discorso politico. Come avveniva in precedenza in un capolavoro quale Uscita senza strada ovvero come sbrinare una bandiera rossa, qui troviamo stigmatizzata la politica degli ex che cancellano accuratamente la propria provenienza:

tutti ex di qualcosa: dicì, pcì, piesseì, o anche di

lotta continua e potere operaio, e proprio adesso

che l'uomo - che sempre meno assomiglia al suo

fattore - gli oggetti se li fa costruire dai robot. Ex

amanti, ex fuoriusciti, ex piduisti, et spetialmente

ex messer lo frate sole, immerso in un grigiore

costipato, invalicabile, aggredito dalle volpi del

disprezzo, dal fetore agevolato di una lingua senza

traguardo. (...)

Ma come si lega la spinta politica e polemica con la forma dello slittamento semantico? Come si lega lo vediamo proprio nel brano sopra citato, dove, se all'inizio possiamo ritrovare i termini riconoscibili di vecchi partiti e di note categorie, poi a metà strada il discorso deraglia e si perde (o meglio, al contrario, si riaccorpa e si rilancia) con il meno chiaro (anche come tinta) "grigiore costipato", le metaforiche "volpi del disprezzo", e infine con la "lingua senza traguardo" che appunto dice espressamente l'impossibile recinzione del significato. Proprio perché il problema profondo della politica è la semplificazione del discorso e l'inseguimento del senso comune nella facilità dello slogan, in altre parole nel conformarsi al mito a scopo di potere, ecco allora che un discorso politico alternativo non deve produrre altre affermazioni, per quanto contrarie pur sempre formule statiche, ma essere invece il modello di un discorso in continuo movimento. La fede in un "dio randagio", che Ballerini ha enunciato altrove, si ritrova qui «sotto l'ala di un dio che non dice e non tace, ma / sparge effetti ineluttabili di senso».

E gli "effetti di senso" sono precisamente quella sorpresa e quello straniamento che accompagnano le mosse sghembe di questa eccedente prassi poetica.