LETTERA in VERSI

Newsletter di poesia

di BombaCarta


Numero dedicato a

EDITH DZIEDUSZYCKA  

La lingua che i poeti usano per comporre i loro testi è frutto di una scelta. La questione ha una base teorica nel Corso di linguistica generale (1916) di De Saussure che marca la differenza tra la langue, cioè l'aspetto condiviso del linguaggio, di carattere quindi collettivo e sociale, e la parole che è la realizzazione individuale di un segno, cioè il modo personale che uno scrittore, soprattutto un poeta, sceglie per esprimersi.

Questo avviene, di solito, nell'ambito della lingua materna, quella che ciascuno ha appreso in modo spontaneo e naturale, anche se poi l'ha arricchita con l'esperienza, la lettura, lo studio, ecc. e può far dire, come dice Giorgio Agamben nell'introduzione alla collana di poeti dialettali Ardilut (2019), che alla base di ogni testo poetico c'è sempre un bilinguismo, come «tensione interna a ogni autentico atto linguistico e segnatamente a ogni intenzione poetica». Agamben vuole ricordare a chiunque scriva poesia che senza la tensione fra due lingue, una interna all'altra, non si dà poesia e che poesia è innanzitutto questa tensione.

Per i poeti della collana Ardilut la lingua "altra" è il dialetto, ma può anche non essere un dialetto in senso proprio, purché nei confronti dell'italiano lingua-grammatica svolga la stessa funzione: ricordare e ricercare l'al di là della pagina, della letteratura, il luogo in cui la parola è libera e viva.

In definitiva si può dire che la lingua della poesia non è il sermo cotidianus, è un'altra lingua che da quello nasce in tensione dialettica e creativa.

Fino a non molti decenni fa la maggior parte delle persone in Italia era bilingue, per la capacità di usare il dialetto (per lo più solo oralmente) e la lingua nazionale, anche se nei confronti di quest'ultima i gradi di capacità e sicurezza d'uso erano molto diversificati in base alla stratificazione socio-culturale. Nella storia della nostra tradizione letteraria, sovente a questo bilinguismo si aggiungeva una terza possibilità espressiva, quella di usare il latino.

Il saper utilizzare diverse lingue tra cui scegliere quella per la propria produzione letteraria è qualcosa che è avvenuto da sempre, come testimonia quanto Aulo Gellio dice a proposito del poeta latino delle origini Quinto Ennio: Quintus Ennius tria corda habere sese dicebat, quod loqui Graece et Osce et Latine sciret (Quinto Ennio diceva di avere tre anime in quanto parlava greco, osco e latino, in Noctes Atticae 17.17). Ennio conosceva tre lingue, ma scelse di essere poeta in latino. Così fu per lui e per molti altri che, al tempo dell'antica Roma, pur non essendo nati nell'Urbe, scelsero di essere poeti in latino, per ragioni di opportunità politica, di prestigio culturale e di più ampia e facile diffusione dei loro testi. Nella vasta area del Mediterraneo molti conoscevano anche il greco e così, soprattutto nella tarda classicità, molti usarono la lingua della κοινή per le loro creazioni letterarie, soprattutto per avere un più ampio pubblico.

Passarono i secoli e dall'interno del latino nacquero le lingue volgari nazionali e in Italia nel Duecento e nel Trecento vi furono molti che conoscevano il loro volgare territoriale, ma anche quelli franco-provenzali, oltre, in molti casi, al latino. Anzi, si può dire che dal Duecento al Settecento molti poeti in Italia furono bilingui, data la padronanza, accanto a quella dell'italiano, del latino che avevano tutti gli uomini di cultura in Europa, anche per facilitare i contatti tra di loro. Qualcuno, in età umanistica, in primis Angelo Poliziano, fu anche trilingue, avendo recuperato il greco antico, grazie ai maestri trasferitisi a Firenze dopo la caduta di Costantinopoli.

Nel tardo Settecento il francese usurpò il posto al latino, con gran disdegno di Ugo Foscolo che scrive al riguardo il sonetto Te nudrice alle Muse. Ma in Italia il francese svolse solo il ruolo di lingua di comunicazione tra persone colte e non creò un bilinguismo letterario, mentre dall'interno dell'italiano emersero letterariamente i dialetti, sentiti come linguaggi più vivi e autentici, dotati di maggior forza creativa ed espressiva e anche più idonei a rendere il "verosimile" romantico e poi a colorire le pagine veriste. Una lunga stagione di produzione letteraria, segnata da grandi nomi: il Porta, il Belli, e poi nel Novecento Pasolini, Zanzotto fino a quelli più vicini a noi, come Franco Loi e Franca Grisoni, tutta una serie di autori che, nell'ambito del loro bilinguismo, hanno operato una

scelta di lingua minoritaria sfruttandone tutte le possibili intensità espressive. Ma ci furono anche letterati obbligati ad usare una lingua politicamente dominante, come fu per Franz Kafka nei confronti del tedesco, o che scelsero una lingua diversa da quella materna per precise ragioni politico- patriottiche, come Aron Hector Schmitz che volle essere lo scrittore italiano Italo Svevo.

Ma ci fu anche Giovanni Pascoli che, potremmo dire ultimo umanista, volle esprimersi poeticamente anche in latino.

Oggi il mondo non ha confini, il bilinguismo, e anche il multilinguismo personale, si diffondono sempre di più per le possibilità di spostamenti, contatti, scambi e studi, per cui si diffonde la possibilità di scrivere in una delle lingue in cui si abbia piena sicurezza, scegliendo sulla base di motivazioni personali diverse che possono essere affettive e sentimentali o di opportunità, come capita ormai sovente in certe aree linguistiche minoritarie in cui , accanto alla lingua locale, i testi vengono pubblicati anche in inglese per assicurarsi una più ampia diffusione.

Uno degli esempi più significativi e interessanti di poeta plurilingue è oggi quello di Giuseppe (Joseph) Tusiani che nell'ampia produzione della sua lunga vita (1924 - 2020) ha scritto in italiano, latino e inglese, ma anche nel dialetto garganico del suo paese natio, San Marco in Lamis.

Anche noi abbiamo voluto cogliere questa particolare potenzialità della lingua della poesia, offrendo ai lettori di LETTERA in VERSI la produzione di Edith Dzieduszycka di lingua madre francese, ma poetessa sia in questa lingua che in italiano, per ragioni sentimentali e affettive, in quanto definisce «il francese materno e l'italiano matrimoniale», essendo la nostra lingua quella di suo marito nella quale inizia a scrivere quando lui si ammala e continua dopo la sua morte, quasi per un più stretto e autentico dialogo.