SPECIALE 100 ANNI DI PCI

ALCUNE CONSIDERAZIONI SULL'OPERA

E SUL PENSIERO POLITICO DI ENRICO BERLINGUER

di Corrado Morgia

Nella prospettiva del prossimo anniversario della fondazione del Partito Comunista Italiano, che ricorre il 21 gennaio del 2021, cercherò di sviluppare alcune osservazioni sulla figura di Enrico Berlinguer senza nessuna pretesa di completezza dell'analisi o di esaurimento di un un tema così complesso e ricco di problematiche, non solo di ordine storico e politico, ma anche ideale e culturale.

Parto dal convincimento che il patrimonio di elaborazione teorica dei comunisti italiani, per esempio in relazione alle tematiche di una terza fase nella lotta per il socialismo e della crisi del modello di sviluppo capitalistico, anche in rapporto con problematiche di ordine sociale, come il persistere dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e l'aggravamento delle questioni ambientali, sia stato abbandonato troppo rapidamente dalle forze politiche di sinistra, o sedicenti tali che pure, dopo "la caduta del muro di Berlino", ne avrebbero dovuto assumere gli aspetti migliori e più duraturi, i famosi pensieri lunghi, sui quali conveniva riflettere e studiare molto di più.

Viceversa si ebbe, da parte di queste medesime forze, l'adesione acritica al neoliberismo, nel migliore dei casi recepito nella sua versione leggermente più temperata, ma comunque sempre negatrice del conflitto tra le classi, caratteristica quest'ultima di ogni società dove si produce plusvalore e in cui dunque si apre una contesa per la sua spartizione, lotta che fu particolarmente aspra negli anni settanta dell'altro secolo, quando le classi subalterne, nel fuoco di uno scontro assai aspro, ottennero risultati non di poco conto, in termini di costruzione dello stato sociale, di miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro, di aumento dei salari, di riforma del sistema pensionistico, di incremento dell'occupazione, di difesa delle istituzioni democratiche.

Enrico Berlinguer fu uno dei protagonisti di quel periodo, quando il Pci raggiunse il massimo dei consensi ed anche il massimo dei risultati consentiti nella situazione data, con una serie di riforme e di provvedimenti che fu possibile ottenere grazie a una mobilitazione straordinaria, e unitaria, del mondo del lavoro e di grandi settori della popolazione in genere.

Berlinguer fu eletto segretario del partito nel marzo del 1972, al XII congresso, dopo essere stato impegnato per circa tre anni nel ruolo di vicesegretario, incarico che gli era stato affidato al congresso di Bologna nel 1969. Rimase al vertice del Pci fino al 1984, anno della sua drammatica scomparsa, in totale quindi per quasi quindici anni, una stagione durante la quale con relazioni, comizi, interventi scritti, articoli e saggi, contribuì in modo straordinario all'avanzamento del pensiero e della riflessione dei comunisti italiani, del più grande partito comunista del mondo occidentale, partito che portò alla piena autonomia dal vecchio centro moscovita, facendone un modello cui si richiamavano tutti quei movimenti politici che non intendevano rinunciare alla lotta per finalità di tipo socialistico, senza uscire dai confini della democrazia, nel rispetto di tutte le libertà individuali, di tipo culturale, economico o religioso,

Credo anzitutto che si debbano ricordare, sia pure sommariamente, le valutazioni e i giudizi, autonomi e originali, che il partito elaborò su alcuni dei principali avvenimenti mondiali di quel periodo; l'apprezzamento del '68 come fenomeno internazionale di grande e profondo rinnovamento; il sostegno alla primavera di Praga e la condanna della sua fine violenta per l'intervento dei paesi del Patto di Varsavia; la preoccupazione per l'acutizzazione dei contrasti fra Cina e Urss; l'attenzione all'evoluzione dei paesi del cosiddetto "socialismo reale" e della funzione mondiale dell'Unione Sovietica medesima; il sostegno internazionalista alla guerra di liberazione del Vietnam; l'interesse per il travagliato processo di distensione fra le due superpotenze, per il superamento della guerra fredda, per la pace e per l'incremento di positive relazioni economiche e politiche con i paesi cosiddetti in via di sviluppo, tra i quali i "non allineati",: la proposta di un europeismo concepito in modo autonomo tra i due blocchi. E ancora il positivo rapporto con alcuni rappresentanti delle socialdemocrazie europee, come Olaf Palme, Willy Brandt e Bruno Kreisky, la preoccupazione per il permanere, e a volte il drammatico accentuarsi, di una condizione di sovranità limitata a Occidente, in special modo, nell'America Latina, vedi il caso del golpe militare in Cile, come in Italia, con la strategia della tensione e il persistere della "conventio ad axcludendum" per impedire l'ingresso del Pci nell'area di governo, con la denuncia della funzione sempre più accentuata degli Usa di Nixon e di Kissinger di gendarmi del pianeta, per mantenere lo statu quo e bloccare ogni avanzamento delle forze democratiche. Infine non si può non ricordare il grande impegno profuso in primissima persona da Berlinguer sul fronte dell'eurocomunismo, concezione e pratica politica elaborata nella fase di più acuto ristagno dell'Urss brezneviana, volta a rilanciare la lotta, insieme ai partiti comunisti francese e spagnolo, "per la realizzazione di una società socialista nei paesi di capitalismo avanzato attraverso la progressiva attuazione di riforme economiche e sociali, nel pieno rispetto delle regole previste dalle democrazie parlamentari".

Di fronte a questo groviglio di problemi, naturalmente non tutti portati a soluzione nel corso della sua segreteria, ma che comunque rendevano difficilissimo ogni avanzamento democratico a Ovest e ogni tentativo di emancipazione a Est, il ruolo di Berlinguer e del Pci, come partito, come si disse allora, di "lotta e di governo", saldamente ancorato ai principi, ai valori e alle indicazioni programmatiche della costituzione repubblicana del 1948, era dunque particolarmente complicato, viste anche le responsabilità che il crescente voto popolare e il radicamento di massa gli affidavano, come organizzazione politica non solo della classe operaia e del mondo del lavoro in genere, ma anche dei ceti intellettuali e di grandi masse femminili, tra le quali si faceva strada ormai non solo la richiesta dell'emancipazione, ma anche quello della liberazione, tema al quale Berlinguer fu particolarmente sensibile, anche in base alle intuizioni di Aldo Tortorella, dirigente particolarmente sensibile all'emergere di una nuova soggettività delle donne, che si era manifestata con il referendum sul divorzio, come anche al contributo delle competenze intellettuali e tecnico - scientifiche per rinnovare il paese e per amministrare i numerosi comuni, province e regioni, in cui il Pci era ormai forza di governo, da solo o più spesso col Psi e altre forze di sinistra.

Berlinguer ebbe un ruolo fondamentale in tutto il periodo in cui fu segretario: seppe conquistare la fiducia del patito, che non era certo facile da dirigere, così come fu capace di ottenere il rispetto degli avversari, manifestando fin da subito doti di serietà e di affidabilità, insieme a una grande passione politica e a una dedizione totale alla causa a cui si era votato. Ma credo fermamente che oltre a quelle elencate, un'altra delle virtù fondamentali di Berlinguer sia stata la coerenza, qualità che sta alla base di un pensiero politico che peraltro si sviluppa incessantemente in funzione di quei problemi che di volta in volta il partito era chiamato ad affrontare e, quando possibile, a risolvere. Affermo questo ricordando la frase che Berlinguer stesso pronunciò nell'intervista televisiva a Giovanni Minoli del 27 aprile del 1983, quando dichiarò "di essere sempre rimasto fedele agli ideali della sua gioventù", cioè cambiare il mondo e non limitarsi ad interpretarlo, secondo il celebre insegnamento di Marx contenuto nell'XI tesi su Feuerbach, senza che tale atteggiamento tuttavia volesse dire arroccamento su una identità statica ed immutabile, mentre invece, al contrario, tutta l'opera di Berlinguer è tesa a fare i conti con la storia e con le sue incessanti e a volte dure repliche.

Come è stato detto, in questo atteggiamento Berlinguer era debitore non solo verso Togliatti e Longo, dirigenti cui era stato vicino nel corso della sua formazione e maturazione giovanile, ma anche e soprattutto nei confronti di Gramsci, alla cui lezione tornò spesso, e certo non solo in ossequio alla comune origine sarda, ma per il rilievo del lascito del grande pensatore vittima del fascismo, affidato alle riflessioni e alle analisi dei Quaderni del Carcere.

A questo punto si può fare riferimento a una discussione che si aprì, all'indomani della sua scomparsa, sull'esistenza o meno di un primo e si di un secondo Berlinguer, valutazione legata al modo di interpretare il passaggio tra la fase iniziale della sua segreteria e quella conclusiva, quando decide di abbandonare la strategia del compromesso storico per inoltrarsi sulla strada di una ricerca più avanzata sui temi tra gli altri, della riforma della politica, della questione morale, della questione femminile, come ho già detto, e della riproposizione di una rinnovata centralità operaia. Ma proprio in questo quadro esprimo la convinzione, secondo una lettura che mi sembra la più aderente a sue numerose prese di posizione, politiche e teoriche, che Berlinguer forte dell'insegnamento dei suoi maestri, si sia mosso tenacemente dipanando un filo rosso che rappresenta il legame che unisce tutti i momenti della sua vita politica. Egli infatti, e questo è a mio parere il nodo centrale, si è sempre opposto al tentativo di annullare la specificità, l'originalità e, aggiungo ancora, l'eccezionalità del Partito Comunista Italiano, respingendo con determinazione, fino alla fine della sua esistenza, inviti pressanti e a volte addirittura ultimativi a modificare la natura, le basi ideali e le finalità del partito medesimo, rifiutando ovviamente il cambiamento del nome.

A tale proposito ricordo anzitutto la lunga intervista, pubblicata nel 1981 sul numero due di Critica Marxista, dal titolo "Prospettive di trasformazione e specificità comunista in Italia". Si tratta di un ampio e articolato colloquio con Aldo Tortorella, direttore del periodico, in cui Berlinguer si sofferma su vari elementi di storia, di linea politica e di proposta del partito in occasione del sessantesimo anniversario della fondazione.

Siamo di fronte a una conversazione molto ricca e impegnativa che, come è ovvio, non è possibile riassumere integralmente, proprio per la vastità e la complessità degli argomenti trattati, cercherò pertanto di riprendere i temi che ritengo più utili ai fini della mia riflessione.

A un certo punto del ragionamento Berlinguer, tra l'altro, afferma: "...anche il Pci è figlio della rivoluzione russa del '17, ma un figlio ormai adulto e autonomo..." e poi, dopo aver ricordato il carattere laico e non totalizzante del comunismo italiano, acquisizione avvenuta compiutamente nel 1966, all'XI congresso, durante la segreteria di Luigi Longo, continua: "...la verità è che ciò che ci si rimprovera oggi, come sempre, è che un partito del movimento operaio come il Pci non ha rinunciato a perseguire l'obiettivo e a lottare per un mutamento radicale della società". Quest'ultimo, lo sottolineo, è un tema sul quale Berlinguer torna insistentemente nel corso degli anni, ma che in questa sede è affrontato in modo particolarmente chiaro e deciso.

"Si vorrebbero partiti di sinistra - aggiunge il segretario - che di fatto si accontentano di limitare la loro azione... a qualche correzione marginale... (ma) la principale diversità del nostro partito... sta proprio in ciò... che noi non rinunciamo... a lavorare nella direzione indicata da due antiche e sempre vere espressioni di Marx", frasi che Berlinguer riporta in modo sintetico e per questo ancora più efficace: non rinunciamo a costruire, sostiene, "una società di liberi e uguali" e a guidare la lotta delle donne e degli uomini per "la produzione delle condizioni della loro vita". Argomenti dai quali, dico fra parentesi, si può dedurre che la più volte orgogliosamente rivendicata diversità del Pci non era qualcosa di metafisico e nemmeno di antropologico, ma un dato tutto politico, legato alle fondamentali e quindi costitutive finalità dell'azione del partito, che Berlinguer non intendeva in alcun modo oscurare e tanto meno rinunciare a perseguire tenacemente e convintamente. Poi per spiegarsi ancora meglio, egli chiarisce: "...l'obiezione che ci viene fatta è che questo nostro finalismo sarebbe un modo di voler imporre alla storia una destinazione. No, questo è il modo in cui noi stiamo nella storia... è la speranza che ci anima in quanto rivoluzionari".

Il dialogo prosegue e Berlinguer, ribadita la non autosufficienza del Pci nel promuovere quella che insiste nel definire una critica radicale alla società a lui contemporanea, e la conseguente necessità di un processo di cambiamento, riafferma l'esigenza permanente di un confronto con le più vive correnti della cultura, a livello nazionale e internazionale, interessate a modificare l'esistente, come anche con le diverse interpretazioni ed elaborazioni dei movimenti che si ispirano al marxismo. Con queste osservazioni, ci tiene a precisare, laicità non significa indifferenza "rispetto ai grandi problemi della trasformazione della società" o peggio riduzione della politica a "praticismo" o a "opportunismo" e tanto meno disinteresse verso quella che Gramsci chiamava "riforma intellettuale e morale".

Il riferimento a Gramsci porta Berlinguer ad affrontare il tema dello storicismo, argomento sul quale spesso torna, lo aveva infatti affrontato già nelle sue conclusioni al XII congresso del partito, il 15 gennaio del 1969, e che quindi appare come una concezione fondante del suo pensiero politico. Appunto già in quella sede congressuale, in cui veniva ufficializzata la sua elezione a segretario, Berlinguer proclamava, riprendendo Togliatti, la sua aderenza alla visione "...che è al centro di tutto il pensiero di Gramsci, della storicità assoluta della realtà sociale" e contestualmente dichiarava la sua adesione al marxismo inteso come "storicismo assoluto, in quanto ...dottrina capace di guidare alla comprensione di tutto il movimento della storia e al dominio di questo movimento da parte degli uomini associati".

Ci possiamo chiedere allora perché Berlinguer senta il bisogno, nel momento in cui prende possesso del suo nuovo incarico, di fare questa affermazione. La mia risposta è che riproponendo la storicità del reale come base del suo pensiero politico e riaffermando di conseguenza la transitorietà di ogni formazione di tipo economico - sociale, egli poteva giustificare nel modo più efficace la legittimità di una prospettiva di superamento anche dell'assetto economico di tipo capitalistico, suscettibile, come altri precedenti sistemi di produzione, di venire trasformato in maniera profonda e non solo di essere marginalmente corretto.

Berlinguer esprime quindi in modo chiaro e netto la sua fiducia nella possibilità del cambiamento, nella liberazione della storia dalle sue catene, nel processo rivoluzionario, insomma, non considerando l'ordine capitalistico come il punto di approdo definitivo del divenire umano, contrariamente al pensiero, prevalente se non unico, di tanti politici, giornalisti, filosofi, tutti cantori e sostenitori, oggi come allora, della tesi della "fine della storia". Le cosiddette leggi dell'economia, invece, non sono simili alle immutabili leggi di natura, stabilite in modo definitivo, viceversa rappresentano il frutto di una determinata fase dello sviluppo e possono pertanto essere modificate dall'agire umano, ovviamente nel rifiuto di ogni visione rozzamente deterministica e meccanicistica della storia medesima. Con queste premesse, e a queste condizioni, è evidente come come rimanga aperta la possibilità, per gli esseri umani, di operare per dare alla storia una direzione, per fissare delle finalità, conformemente a scelte e decisioni consapevolmente e volontariamente assunte. Proprio ciò che da molti si tende a confutare e a negare, scambiando le cosiddette leggi dell'economia per leggi di natura, senza sapere che la vera natura dell'uomo è la storia.

Storicismo assoluto e possibilità del cambiamento sono quindi elementi strettamente legati, anzi il primo è visto come condizione dell'altro, senza che questa convinzione rimandi a una visione provvidenzialistica del processo storico, che non è inteso, sottolineo, come un processo con un fine predeterminato e aprioristicamente già inscritto in esso, al contrario, Berlinguer invita sempre a liberarsi da questo schema, tipo di un marxismo primitivo e dogmatico, con una tenacia che è stata da alcuni suoi critici di eccessivo volontarismo e quindi di soggettivismo.

A distanza di alcuni anni, nell'intervista più volte citata, Berlinguer riprende tuttavia quei concetti, non solo per ripresentare una posizione per così dire filosofica e di principio, ma anche per riaffermare una linea politica, la convinzione che è ammissibile, nel pluralismo e con la convergenza di altre forze politiche, lottare per una società diversa. "L'assalto al cielo - questa bellissima immagine di Marx - non è per noi comunisti italiani - un progetto di irrazionalistica scalata all'assoluto, Da storicisti, quale era lo stesso Marx, e i nostri Labriola, Gramsci, Togliatti, non ci muoviamo sul piano di un esaurimento della storia". Viceversa "tendiamo... tutte le energie di cui siamo e saremo capaci per rendere concreto e attuale ciò che è maturo dentro la storia" e ce ne facciamo "levatrici", promuovendo "con il lavoro e con la lotta la processuale fuoriuscita della società dall'assetto capitalistico". Dove "processuale" significa a mio parere sia rifiuto di ogni mitica ora X della rivoluzione, ma anche rigetto di tutte le visioni ottimistiche e, appunto, meccanicistiche, del percorso da compiere.

Il socialismo non è un obiettivo garantito e nemmeno un mito, ma è marxianamente inteso come un movimento per superare lo stato di cose presente, obiettivo da conquistare giorno dopo giorno, con l'iniziativa e la lotta politica di massa. E a liberarsi da ogni forma di mitologia, vista come un residuo di schematismo, ma anche di fatalismo, Berlinguer aveva esortato in un altro intervento congressuale, a Roma, il 30 marzo del 1979.

Aprendo i lavori del XV congresso, infatti, pur valutando positivamente la funzione di una qualche forma di mitizzazione nei momenti più aspri e duri dello scontro di classe, come era avvenuto per esempio negli anni della dominazione fascista, Berlinguer ribadisce: "...siamo impegnati pienamente per affermare il carattere laico del nostro partito e della sua lotta", ma anche, precisa "per far avanzare nelle nostre file, e tra milioni di uomini e di donne, la conoscenza della realtà e il senso dei processi storici come travaglio complesso, intricato, contraddittorio", aggiungendo subito dopo che liberarsi dei miti non vuol dire cadere in un piatto empirismo, ma lottare in maniera ancora più determinata "per la vittoria di una causa che ha in sé gli ideali e i valori più positivi per la società e per l'uomo".

Di fronte all'affollata platea dei delegati, il segretario ripresenta poi con vigore una concezione "critica... e al tempo stesso di ampio respiro propria della tradizione ... del marxismo e del movimento operaio in Italia", tendenza che trae origine dall'opera e dall'insegnamento di Antonio Labriola, cui va il merito di "aver liberato il movimento operaio e il pensiero marxista dalle deformazioni del positivismo e del determinismo" , insegnamento integrato ed arricchito successivamente dall'opera di Gramsci e di Togliatti, che hanno anche "messo a frutto la genialità della lezione di Lenin".

"È con con questo spirito - concludeva più avanti Berlinguer - che bisogna lavorare anche oggi, tenendo conto naturalmente dei mutamenti intervenuti nell'economia, nella vita sociale, nel costume ed anche delle novità degli indirizzi ideali e pratici che guidano la nostra politica e la nostra battaglia, per affermare, attraverso vie nuove, il socialismo".

Ancora su questo tema, nella relazione al XVI congresso del partito, Milano, 2 marzo 1983, di fronte all'incipiente offensiva rappresentata dalla cosiddetta "rivoluzione conservatrice" di Reagan e della Thatcher, riprodotta in Italia da Craxi, Andreotti e Forlani, Berlinguer si chiede, per sviluppare ulteriormente tutta la sua argomentazione, "... quali furono gli obiettivi per cui è nato il socialismo?". A questa domanda replica elencando alcune delle vecchie e nuove istanze del movimento operaio e democratico: "...l'obiettivo del superamento di ogni forma di sfruttamento e di oppressione dell'uomo sull'uomo, di una classe sulle altre, di una razza sulle altre, del sesso maschile su quello femminile, di una nazione su altre nazioni. La pace fra tutti i popoli, il progressivo avvicinamento fra governanti e governati affinché la democrazia sia piena ed effettiva, affinché la liberta divenga anche liberazione, la fine di ogni discriminazione nell'accesso al sapere e alla cultura".

Per tutti questi motivi, proseguendo con una esposizione incalzante: "... merita dunque lottare per superare il capitalismo, infatti il capitalismo non sa come uscire dalle sue contraddizioni. Questo non vuol dire naturalmente che si è alla vigilia del suo crollo. Vuol dire però che se non si introducono trasformazioni profonde il capitalismo seguiterà a provocare danni e guasti sempre più spaventosi per la società e per l'uomo".

Berlinguer dunque non si fa mai sedurre dal canto delle sirene, proveniente anche da settori interni al partito, che lo invitavano insistentemente ad abbandonare una simile impostazione, sulla quale tuttavia continua ad insistere fino all'ultimo. Infatti nell'intervista rilasciata a Ferdinando Adornato, pubblicata su L'Unità, il 18 dicembre del 1983, e intitolata "La sinistra verso il 2000", esprimendo il suo giudizio, insieme ad altre considerazioni, sulle prospettive dell'umanità, anche a proposito degli enormi progressi nel campo scientifico e tecnologico, non rinuncia a mettere in guardia dai pericoli di uno sviluppo distorto e a rilanciare le ragioni di un mondo diverso.

"... Bisogna avere il coraggio - sostiene - di una Utopia che lavori sui tempi lunghi per raggiungere l'obiettivo di utilizzare sempre nuove scoperte scientifiche per migliorare la vita degli uomini e nello stesso tempo di guidare consapevolmente i processi economici e sociali". Poi prosegue insistendo su un concetto più e più volte ribadito: "... che cosa è il socialismo se non questo? - e precisa - è la direzione consapevole e democratica, quindi non autoritaria, non repressiva, dei processi economici e sociali con il fine di uno sviluppo equilibrato, della giustizia sociale e di una crescita del livello culturale di tutta l'umanità".

Pur nel mutare delle situazioni e nel passare del tempo, c'è dunque una continuità nel pensiero di Berlinguer, come dimostrano le parole pronunciate a Mosca, parlando al XXV congresso del Pcus, il 27 febbraio del 1976, quando, insistendo sulla attualità del socialismo, proclama che: "...noi comunisti italiani ci battiamo per una società socialista che sia il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e garantisca il rispetto di tutte le libertà, individuali e collettive".

Analoghi principi torna ad affermare nell'intervento alla conferenza dei partiti comunisti e operai d'Europa, a Berlino, il 30 giugno del 1976, quando precisava nella maniera più inequivocabile le caratteristiche peculiari della sua concezione della lotta per il socialismo. "Noi combattiamo - è questa la sua solenne dichiarazione - per una società socialista che abbia alla sua base l'affermazione del valore delle libertà personali e collettive e della loro garanzia, dei principi del carattere laico e non ideologico dello stato e della sua articolazione democratica, della pluralità dei partiti e della possibilità dell'alternarsi delle maggioranze di governo, delle libertà religiose, della libertà d'espressione, della cultura, dell'arte e delle scienze".

Credo di poter affermare a questo punto che dall'insieme delle dichiarazioni e dei pronunciamenti che ho riportato, appartenenti a periodi diversi del suo percorso, viene confermata la tesi che ho cercato di proporre all'inizio e cioè che pur nell'ambito di una ricerca incessante e nel susseguirsi delle analisi e delle proposte politiche, anzitutto dal compromesso storico all'alternativa democratica, Berlinguer non rinuncia mai a porre il tema del socialismo e di una concezione originale della rivoluzione in Occidente, propria della cultura e della tradizione dei Pci, continuando a rivendicare anche negli ultimi interventi pubblici, il carattere rivoluzionario dei comunisti italiani, proprio per questo loro carattere quindi di "... fautori della fine di ogni forma di oppressione", compresa quella di impronta maschilistica, come sostiene nell'intervento pronunciato a Roma, il 4 marzo del 1984, alla VII Conferenza delle donne comuniste, dove esorta i compagni anche a liberarsi da "una pretesa supremazia dell'uomo sulla donna" e "dalle concezioni che ne sono derivate".

Comunisti dunque, comunisti italiani e rivoluzionari, secondo una concezione del tutto originale della rivoluzione in occidente, dove vale la concezione gramsciana della guerra di posizione, della conquista dell'egemonia attraverso il consenso e attraverso la conquista graduale delle casematte della società civile, nel quadro di una competizione di tutte le libertà democratiche.

A conferma di questa tesi voglio ricordare un'altra e particolarmente impegnativa riaffermazione della sua linea e dei suoi più profondi convincimenti, contenuta nel discorso al Palazzo dello sport, a Roma, il 25 gennaio del 1981, in occasione di una grande manifestazione di partito.

Berlinguer, con il suo stile di sempre, insieme pacato e deciso, in un intervento di alto livello storico, culturale e politico, avendo riassunto tutte le particolarità del comunismo italiano, si chiede: "... Alcuni (anche dentro lo stesso Pci, aggiungo io) ritengono che per rimettere a posto le cose bisognerebbe che il nostro partito perdesse quei caratteri che l'hanno fatto diventare un peculiare patto comunista., una formazione politica del tutto originale nel panorama dell'Occidente e del movimento operaio mondiale. Se cosi facessimo - conclude con parole che oggi possono sembrare persino profetiche - noi diventeremmo l'evanescente fantasma di noi stessi".

Più oltre, dopo aver rivendicato il ruolo positivo de partito comunista nella storia d'Italia e ricordato l'opera dei maestri, già più volte citati, termina affermando che proprio "per avere le sue radici ben piantate... nelle migliori tradizioni del movimento socialista italiano... il compito nostro non è quello di buttare a mare... questa costruzione così faticosa e insieme così vitale... il compito nostro, al contrario, è di aumentare la nostra ricchezza e di andare avanti".

Ancora una volta il rinvio è al marxismo critico e non dogmatico, allo storicismo assoluto, al contributo della cultura democratica italiana allo sviluppo originale del marxismo, apporto che non da poco tempo viene ampiamente riconosciuto a livello internazionale, vista la diffusione, la crescente fortuna e il particolare apprezzamento tributato in molte parti del mondo all'opera di Antonio Gramsci. E che quindi Berlinguer fa bene a ribadire con insistenza e convinzione. Si tratta di una cultura politica forte, di cui, con i dovuti aggiornamenti, ci sarebbe bisogno anche oggi, per contribuire a superare le angustie, e starei per dire anche le miserie, in cui si trova quel che rimane della sinistra italiana. A me sembra infatti che, in una fase come quella in cui stiamo vivendo, da un lato si misurano gli effetti nefasti, persino sul terreno della salute pubblica, come dimostra l'attuale pandemia, dell'espansione selvaggia di un capitalismo predatorio e sempre più insofferente di ogni vincolo democratico, dall'altro possiamo verificare gli esiti negativi di una vicenda che ha portato all'oscuramento anche degli aspetti più vivi della tradizione comunista italiana, in un contesto in cui l'insieme del socialismo europeo, tranne voci minoritarie, pare aver smarrito un orientamento più decisamente critico nei confronti del pensiero unico neoliberista, elevato a dogma universale di fede. In particolare, insisto, i resti della sinistra italiana vivacchiano in un limbo privo di memoria, senza programmi e senza progetti adeguati alla gravità del momento, con una destra aggressiva e pericolosa, nazionalista, razzista e xenofoba.

Anche in questo caso andrebbe seguito l'esempio di Enrico Berlinguer, che pure quando più si è spinto ad andare avanti sulla strada del partito e delle sue idee, non si è mai proposto di tagliare le radici dell'albero che era stato piantato nel 1921.

Ricordo a questo proposito, a conclusione di queste mie riflessioni, che dopo l'elaborazione legata all'eurocomunismo, di fronte a quella che già allora, inizio degli anni ottanta del '900, si presentava come la fine di un ciclo, legato all'esaurirsi degli esiti del cosiddetto compromesso socialdemocratico e alla costruzione dello stato sociale, Berlinguer non pensava assolutamente all'abbandono del fronte di lotta, ma cercava invece di allargare l'arco delle alleanze del movimento operaio a nuovi soggetti. Egli aveva cominciato ad approfondire, in sintonia con i più avveduti tra i dirigenti socialisti europei, tra cui, oltre quelli citati, anche Michael Foot e persino Francois Mitterrand, la ricerca intorno ad una possibile terza via, o terza fase, come più volte precisò, che non era una via di mezzo tra la socialdemocrazia e il sedicente socialismo realizzato, ma un tentativo di superamento critico sia del modello della Seconda che di quello della Terza Internazionale. Questo tentativo non rappresentava la resa del Pci, ma ma significava riproporre l'attualità del socialismo, impegnando quindi il partito in un disegno di cambiamento in cui tornare a inverare, rinnovando senza abiure, ma anche senza chiusure, l'identità dei comunisti italiani, il cui nome poteva coerentemente trasformarsi in Parto Comunista Democratico Italiano.

L'attenzione al pacifismo, al femminismo, a un rinnovato protagonismo operaio, sollecitato nel discorso davanti ai cancelli della Fiat del 26 settembre del 1980, un diverso rapporto Nord - Sud, il riferimento alla necessità di un governo mondiale, al rinnovamento della politica e alla questione morale, rappresentano altrettanti tasselli del mosaico che andava componendo, sulla base della presa d'atto di un mutamento epocale.

La crisi di quegli anni mostrava tutti i limiti del sistema e metteva ancora più fortemente in discussione il modello capitalistico, esigendo una risposta nuova e decisa del Pci insieme a tutte le forze disponibili della sinistra europea e persino di quel poco che sembrava muoversi a Est, tra le sempre più evidenti crepe del sistema sovietico.

Al XV congresso, nella relazione già ricordata, Berlinguer propone dunque di portare avanti "il processo rivoluzionario mondiale su vie nuove, che tengano conto e facciano tesoro dell'esperienza delle due precedenti fasi e della riflessione critica su di esse". Entro questa prospettiva egli individua un compito particolare "... per il movimento operaio dell'Europa Occidentale... colmare un divario storico e un ritardo che hanno pesato e pesano nel complessivo sviluppo del socialismo nel mondo" ed esorta a far avanzare dunque il socialismo in questa parte del pianeta, cosciente che il perseguimento di un tale obiettivo potrà contribuire non solo ad un positivo avanzamento sul piano mondiale, ma anche ad arrestare "... il declino dell'Europa, restituendole una funzione di primo piano nel progresso della civiltà e nell'assicurare uno sviluppo nuovo del socialismo come affermazione compiuta di giustizia, di democrazia, di libertà".

Sembra di sentire in queste parole un'eco dell'alternativa "socialismo o barbarie", proposta da Rosa Luxemburg agli inizi del XX secolo, ma non c'è in Berlinguer nessun appello millenaristico, il suo è un richiamo che deve sempre tradursi in una spinta razionale per l'azione e in una guida per la politica che non deve mai rinunciare all'iniziativa quotidiana, come raccomandò fino all'ultimo istante, esortando i militanti, nell'ultimo comizio a Padova, in occasione delle elezioni europee dell'84, ad andare casa per casa a conquistare ogni voto.

In conclusione mi pare di poter affermare che accostarsi, come ho cercato di fare, al pensiero di Berlinguer significa tornare a scoprire un giacimento enorme di elaborazione, di suggerimenti, di programmi, di intuizioni che mantengono, anche se non tuti, ovviamente, non solo una loro validità, ma rappresentano l'esempio di una eccezionale capacità di analisi, di proposta e anche di sintesi, perché Berlinguer, come segretario di un partito che poteva contare su un gruppo dirigente ampio e qualificato, era capace di raccogliere i più validi contributi dei suoi collaboratori. E dei dirigenti di un grande partito, votato alla grande politica.

Credo infine che si possa dire oggi per Enrico Berlinguer quello che Norberto Bobbio disse per Gramsci nel 1987, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte, e cioè che il suo pensiero è profondamente radicato nella storia d'Italia, perché l'humus da cui trae il suo fondamento è la realtà italiana. Ma non si tratta di un pensiero politico provinciale, proprio perché Berlinguer facendo leva sulla tradizione del marxismo italiano, ha saputo mettere la sua cultura politica alla prova di un nuovo internazionalismo, in una visione universalistica della lotta per la democrazia e per il socialismo. Egli non era soltanto una breve persona, un politico serio ed onesto, come qualcuno riduttivamente ci vorrebbe far credere, era un comunista, un comunista italiano, la cui eredità meriterebbe di essere non solo studiata più a fondo, ma anche valorizzata e attualizzata.