SPECIALE 100 ANNI DI PCI

LA SICILIA DEL DOPOGUERRA. LE RIVOLTE,

I COMUNISTI E LO STATO

di Jolanda Bufalini

Il 19 ottobre 1944, in una Palermo affamata e distrutta dai bombardamenti, i dipendenti comunali decidono di scendere in piazza. Sono in sciopero da due giorno, rivendicano per le loro famiglie le stesse misure contro il carovita adottate dal governo Bonomi per gli statali. Dalla prima mattina manifesti annunciano in città il rinvio dell'assegnazione mensile di pasta per difficoltà di approvvigionamento, al corteo che si snoda lungo via Maqueda per raggiungere la prefettura si uniscono gli abitanti dei vicoli, dei catoi, i disperati che abitano nelle case bombardate, i disoccupati.

In prefettura non ci sono né il prefetto né l'Alto commissario Salvatore Aldisio, appena partiti per Roma. C'è solo il viceprefetto Pampillonia che, terrorizzato, invoca l'intervento armato.

Il 139mo reggimento della divisione "Sabauda" spara, i fanti utilizzano anche le bombe a mano in dotazione per la difesa dell'ordine pubblico contro la folla arrabbiata ma inerme e pacifica. 26 saranno i morti, almeno 158 i feriti, anche ragazze e bambini. Una delle bombe esplode in una piccola bottega di lavanderia dilaniando le due ragazze che vi lavorano.

Lo Stato italiano, quello che usciva dal fascismo, mentre al Nord si combatteva per la liberazione dell'Italia dai nazifascisti, ancora una volta si presentava al popolo siciliano con il suo volto peggiore e più arcigno. [1]

Per comprendere la particolare complessità della storia siciliana e la politica che Togliatti impostò nell'isola nel dopoguerra, è importante partire da questa e da altre stragi, a lungo dimenticate e che non ebbero giustizia.

Uno smilzo ma prezioso libretto scritto nel 1977 da Marcello Cimino[2], che fu uno dei giovani del "Partito nuovo" di Togliatti, può farci da guida in questa complessità. Cimino, ormai più di quaranta anni fa, fece una riflessione critica e autocritica sulle scelte che i partiti di sinistra avevano compiuto, privilegiando la spinta unitaria, anche determinata dall'urgenza della lotta al nord contro gli invasori. Il disconoscimento dell'esistenza di una "questione nazionale", secondo l'autore, "consegnò alla egemonia dell'area baronale il movimento per l'indipendenza siciliana che pure comprendeva forti spinte rivoluzionarie di ispirazione populistico-popolare col risultato che, come già in passato tante volte era accaduto, esso fu strumentalizzato per i propri fini conservatori dai grandi proprietari terrieri pronti come sempre a tradirlo per accordarsi con gli esterni dominatori non appena ottenuta la garanzia dei propri interessi e privilegi".

10 luglio - 17 agosto 943. "Breve ma cattiva ... fu la battaglia che si combatté in Sicilia, con tutte le cose crudeli e orribili che ci sono sempre nelle guerre. Nei 38 giorni di combattimenti l'esercito italiano perdette 167 mila uomini, fra morti, feriti e prigionieri, i reparti tedeschi ne perdettero 37 mila, e gli anglo - americani 31 mila. Nessuno contò quanti furono i siciliani uccisi, feriti, martoriati, cacciati dalle case, derubati: vittime passive di una guerra che essi sentivano non riguardarli".

Passate le bombe la Sicilia si ritrovò di nuovo senza Italia, "come era stata in tutta la sua storia dalla caduta dell'impero romano fino all'annessione del 1860".

La separazione era uno stato di fatto, prima che un programma politico. Infatti "la Sicilia venne sottoposta a un governo militare che derivava il suo potere dal diritto di guerra ... sul territorio metropolitano di uno stato nemico quale era allora l'Italia .... Ben diverso carattere avrebbe avuto l'occupazione militare nel resto d'Italia su un territorio di uno stato non più nemico ma cobelligerante".

Non sorprende, su queste premesse, che l'idea di indipendenza, negli ultimi mesi del 1943, non era l'idea di un partito ma il denominatore comune di tutte le nascenti o rinascenti idee politiche "dal vagheggiamento di una repubblica sovietica siciliana alla nostalgia del preborbonico regno di Sicilia. Il richiamo indipendentista era particolarmente sentito nell'area della sinistra dove più tenace e coerente era stato l'antifascismo e l'ostilità al centralismo".

Né l'Unione Sovietica né gli angloamericani ebbero alcuna simpatia filoseparatista, poiché gli inglesi puntarono subito "sulla continuità dello stato monarchico e centralizzato, espressione della grande borghesia e della conservazione agraria" e Stalin sulla convenienza dell'aiuto militare italiano nella fase finale della guerra contro la Germania.

Nel febbraio 1944 la Sicilia viene restituita alla giurisdizione italiana, "lo stato italiano si affretta a ricostituire nutriti presidi militari composti da reparti dell'esercito tuttora regio comandati da ufficiali per lo più monarchici ... Rinforzati gli effettivi dei carabinieri tuttora reali, sostituiti con prefetti di carriera i prefetti politici messi dagli anglo-americani".

Il Pci e il Psi danno precedenza alla questione dell'unità nazionale e alla partecipazione alla guerra antifascista e "perseguono la loro politica con intransigenza ... schierandosi con il potere statale contro movimenti antistatali di massa che cercavano istintivamente di richiamarsi alla ideologia socialista". Anche la Dc sconfessa i suoi "indipendentisti". Mentre i separatisti del Mis sono influenzati dalla visione conservatrice degli agrari e vedono di malanimo i movimenti popolari e il sollevarsi di questioni sociali.

Questo il contesto nel quale si consuma il massacro del 19 ottobre 1944 a Palermo; 19 rivoltosi e 18 militari muoiono nella battaglia condotta da un reggimento di fanteria contro la "repubblica di Comiso", proclamata il 5 gennaio e dissolta il 13 gennaio 1945. Le azioni repressive portano in carcere o al confino centinaia di persone. A Piana dei Greci, a Palazzo Adriano, i corpi di spedizione composti da carabinieri, alpini, fanteria, riconquistarono i paesi dove erano state instaurate "repubbliche popolari". Rivolte popolari si sollevarono in decine di altre città e paesi, Ragusa, Trapani, Giarratana, Canicattì, Scicli, Alcamo.

Gli slogan erano "pane e lavoro" oppure "non un soldo non un soldato oltre lo stretto senza il nostro consenso". Contrariamente a quanto sostiene la propaganda di socialisti e comunisti - scrive Cimino - le rivolte non sono alimentate da simpatie fasciste: "Il popolo siciliano ancor prima dell'armistizio aveva accolto amichevolmente gli eserciti anglo-americani ... il che dimostrò la debolezza politica, oltre che militare, del Regime". Dilaga invece la rivolta contro l'ammasso obbligatorio del grano e contro il ripristino della leva militare. È da considerare che le condizioni di vita erano tragiche, che nelle campagne erano mancati gli uomini andati militari, che le città erano distrutte.

Prima che negli anni ottanta il sacrificio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa correggesse parzialmente la narrazione e la percezione del ruolo dello stato italiano e dei militari dell'Arma e dell'esercito, il sentimento di separazione dei ceti popolari isolani era molto forte e la percezione dell'autorità, già delegittimata dal fascismo e dalla guerra, era quella di un potere estraneo e di tipo coloniale. Del resto, nel 1948 la vicenda del giovane sottufficiale Dalla Chiesa, esautorato quando era sulle tracce degli assassini del sindacalista Placido Rizzotto, o la vicenda - frutto della penna di Leonardo Sciascia - del capitano Bellodi ne Il giorno della civetta, stanno lì a ricordarci che le eccezioni c'erano ma non rappresentavano l'insieme.

Sul piano sociale c'è da aggiungere che quando i movimenti contadini guidati da comunisti e socialisti cercavano di far rispettare le leggi promosse dal ministro comunista Gullo, che ripartivano in loro favore i prodotti della terra e le terre non coltivate, si trovavano contro la forza pubblica, come testimonia anche l'arresto di Pio La Torre a Bisacquino nel marzo del 1950.

Palmiro Togliatti corregge abbastanza precocemente la posizione rigidamente unitaria emersa nel Pci già nel 1943 e confermata al V congresso del Partito comunista nel 1945.

Già nel 1944, in consiglio dei ministri prima e poi in un articolo su l'Unità, pur definendo gli autori della propaganda separatista "scarni gruppi reazionari, appartenenti per lo più alla classe dei latifondisti o legati ad essa", avvertiva che "sarebbe un gravissimo errore ritenere che il separatismo siciliano, cioè la tendenza a reclamare per l'isola una giustizia e una libertà che essa non ha mai avuto nel passato, si possa spiegare con le gesta e con gli intrighi di quattro facinorosi" ... "I siciliani sono, nella stragrande maggioranza, un popolo di lavoratori, che ha sete di libertà e fame di terra".

Ma questa più complessa lettura delle aspirazioni dei siciliani si fa strada lentamente e diviene strategia soltanto nel 1947, l'anno in cui la Sicilia va per la prima volta al voto per l'elezione dell'Assemblea Regionale, mentre negli assetti del paese e dell'isola si era ormai rotta l'alleanza antifascista. Togliatti, in un discorso rivolto ai quadri dirigenti della federazione di Messina, afferma di fronte a un auditorio fortemente riluttante che si presenta "in Sicilia una di quelle situazioni le quali sono caratteristiche di un paese dove esiste un problema nazionale". Interessante è che questo discorso di Togliatti non fu pubblicato nell'immediatezza ma fortunosamente ritrovato e pubblicato nel 1957.

Nel 1974 mio padre Paolo Bufalini mi regalò il numero appena uscito di Quaderni siciliani che conteneva un suo saggio dal titolo: Togliatti, la svolta di Salerno e la Sicilia. Mi raccomandò anche di tenerlo da conto perché, fra le cose da lui scritte, lo considerava una delle più importanti. Ed io, infatti, ancora lo conservo. Vi è scritto fra l'altro: "Necessaria era la partecipazione della Sicilia alla guerra di liberazione nazionale. Anzi fondamentale. Ma si poteva attuare la grande linea di Salerno attraverso una trasposizione meccanica in Sicilia, senza una mediazione autonomistica? Una mediazione la quale permettesse il collegamento con ampie parti dello stesso movimento indipendentista, le parti più popolari e più democratiche e dividesse il movimento indipendentista? Insomma - è solo un'immagine questa - non doveva la Sicilia partecipare alla guerra di liberazione nazionale sotto le proprie bandiere, sotto le bandiere dell'Autonomia?".

Paolo Bufalini era giunto in Sicilia, inviato da Togliatti, a seguito del brutto scontro che aveva avuto a protagonisti da una parte i vertici regionali di Girolamo Li Causi e Giuseppe Montalbano e, dall'altra, i giovani protagonisti del movimento di occupazione delle terre guidati da Pancrazio De Pasquale e da Pio La Torre. De Pasquale fu allontanato dalla Sicilia e inviato al partito di Genova (è una storia importante e complessa ben raccontata, fra gli altri, da Pio La Torre). Il mandato di Paolo era quello di ricucire, cioè di rinvigorire la linea autonomista con la forte spinta di lotte sociali che il gruppo dei giovani aveva saputo rappresentare. Mio padre era orgoglioso di avere portato al partito esponenti di sinistra del Movimento indipendentista siciliano e, in particolare, Antonino e Jolanda Varvaro. Il sodalizio umano e politico con La Torre e con De Pasquale durato l'arco delle loro intere vite testimonia che quel lavoro di ricucitura fu efficace, anche se non vanno sottovalutati i danni che la dispersione del gruppo dei giovani provocò per le sorti delle battaglie di sinistra in Sicilia.

Mi sono chiesta, scrivendo, quali riflessioni la rievocazione di questo lontano passato possa suscitare per noi oggi. Penso che, in senso generale, la storia dei movimenti e partiti di sinistra, sia percorsa da fasi nelle quali scompare la considerazione non solo degli interessi ma anche della complessità delle istanze popolari, non sono solo materiali ma anche - sia pur talvolta non espresse con chiarezza ma in modo subconscio - culturali, morali, valoriali. E che negli anni recenti il cosiddetto "riformismo dall'alto" si è accompagnato con l'uso molto largo della parola populismo. Mi colpì, pochi anni fa, in un libro di Ilvo Diamanti e Marc Lazar uscito per Laterza[3] che nel catalogo delle forze populiste fosse enumerato il Pci. Senza escludere che nei circa settanta anni di storia del Partito comunista, vi siano state anche battaglie che possono essere definite propriamente populiste, una accezione troppo larga del termine populismo porta ad escludere dalla visione politica le istanze giustizia sociale che invece sono l'anima stessa di una politica di sinistra. In tempi recentissimi, non solo in Italia ma in Europa e negli Stati Uniti, si è ricreata la consapevolezza che l'avere trascurato la rappresentanza dei ceti popolari ha consegnato milioni di persone alle destre sovraniste, oltre che a movimenti più articolati come quello dei Cinquestelle in Italia. Mi sembra che la rievocazione della storia comunista, restituisca, fra le altre cose, lo spessore di una cultura politica che non salvaguardava dal commettere errori ma favoriva, anche nei momenti peggiori, il mantenere un radicamento profondo nella società.


[1] Giorgio Frasca Polara, Cose di Sicilia e di siciliani, Sellerio, Palermo 2004

[2] Marcello Cimino, Fine di una nazione, Flaccovio, Palermo, 1977

[3] Ilvo Diamanti, Marc Lazar, Popolocrazia, Bari, Laterza, 2018