di Francesca Farina, Bertoni Editore, 2020 

LA SCUOLA DEI SOMARI

Sonetti per un anno di scuola

RIVOLUZIONE NELLA TRADIZIONE 

di Biagio Propato

C'è una sorta di corrispondenza in entropia tra i sonetti (154) del Bardo di Stratford-Upon-Avon, almeno nel tempo di stesura, nelle circostanze e in qualche modo nella quantità, di quest'antico costrutto poetico a forma "chiusa", tipicamente italiano, con i suoi quattordici versi di endecasillabi: due quartine, con rima alternata, ABAB- ABAB CDC - CDC o intrecciata, ABBA - ABBA- CDE- EDC, e di quelli di Francesca Farina (237), con schema ritmico del Dolce Stil Novo, che trova in Dante il compositore del celebre "Tanto gentile e onesta pare".

Nell'Inghilterra elisabettiana, la sonettistica era molto praticata e in tanti, tra cui Shakespeare, si cimentavano nella scrittura del "sonnet", consistente in tre quartine di pentametri giambici, con rima alternata, più un distico, con rima baciata. Shakespeare si suppone li abbia scritti, tra il 1592 e il 1593, periodo in cui i teatri londinesi erano chiusi a causa di una pestilenza, Francesca Farina li ha scritti nell'arco di un anno scolastico e pubblicati nel 2020, nel corso di una moderna pestilenza, che non ha precedenti nella storia dell'umanità: il coronavirus. I temi sono variegati: ironici, satirici, autoironici, profondi, giocosi, lirici, ad personam o a categorie di persone e mentre Shakespeare li indirizza a un "Fair Youth" e a una" Dark Lady", la poetessa sarda li indirizza a se stessa, tramite i suoi generosi, a volte impietosi solipsismi, ai dialoghi con la sua coscienza, agli allievi e alle allieve, alle colleghe e ai colleghi, insegnanti come lei, alle istituzioni, ai posti, alle occasioni, tutto scandito con data e luogo, per voler sottolineare l'irripetibilità del momento preciso della gestazione: quasi un oraziano attimo colto o ancora da cogliere. Verrebbe da chiedersi del perché di una scelta così aspra, atipica, per certi aspetti della creatività, ma alla fine ci si rende conto che è un alto esercizio di libertà, un paradosso zenoniano: trovare libertà nel limite, come il prigioniero libertà trova nella prigione. Dunque un ossimoro aperto alle sfere di una riconciliazione mentale, ideale, cosmica, degli opposti, nel paradiso degl'inferi o negl'inferi del paradiso:

"O noia eterna, o morte della vita!
O spasso, che lontano mi stai sempre!
O piacere perenne, neanche un'erre
Mi concedi di te, ma di sfuggita


Ti fermi un solo istante a chi t'invita
A dimorare in perpetuo nelle belle
Stanze della mia casa, le promesse
Che appena fai ti mangi, la tua uscita..." (pag.34).


L'incipit, come l'invocazione alla Musa nei poemi classici, della prima quartina, che si ripete nel secondo e terzo verso, creando un andamento anaforico efficace e rafforzativo, la rima rigorosamente ABBA, come nella seconda quartina strutturata con un enjambement notevole, che produce una sonorità e un allungamento di senso, una dilatazione originale fono-semantica, nonché l'allitterazione della "i" nelle sequenze: "fai ti mangi", sono tutti aspetti formali necessari all'elaborazione del "Sonnet", di un sonetto perfetto, come la sequenza delle more, 5-7-5, lo è per lo haiku orientale classico. Quella di Francesca Farina è stata un'impresa temeraria portata a termine in un lasso di tempo brevissimo, di circa una poesia al giorno, quasi uno spenseriano "Shepheardes Calender", dove i prati vengono ruminati da fame diversa, sino a un approdo notturno che propizi visioni ancestrali, ricrei incerti futuri, presenti fantasmi nell'oasi dei ricordi, ora che i passi si fanno coscienti e non vacillano neanche di fronte al muro freddo della realtà. La clessidra scolpisce inesorabilmente il tempo e il gioco monotono della partenza e del ritorno, sempre dallo stesso luogo, sempre verso lo stesso luogo, e appare difficile separarsi dalla ripetizione rituale, ineffabile, posta lì come a preconizzare eventi strani ancora da venire:

"M'ha raggiunto l'assiolo che già udivo
Lagnarsi coi singhiozzi questa estate
Nell'isola adorata, in cima al cedro
Dei giardinetti, davanti alle vetrate


Della mia casa immensa, tenebrosa,
Abbandonata ai ratti, alle locuste,
Adesso chiusa ai venti, misteriosa
Fino alla nuova estate..." (pag. 42).

Le invettive contro colleghi, allievi e istituzioni, in generale, non sono meno forti e taglienti di quelle espresse da Catullo nei suoi "Carmina", contro conoscenti ed amici del suo tempo: oziosi, pettegoli, ipocriti e arrivisti. Anche il linguaggio diventa duro, e a volte volgare, per illustrare e dipingere meglio, in modo vivo, le atmosfere endogene ed esogene, i comportamenti banali e ridondanti, ostentanti pochezza, miseria umana e culturale, di tutto quell' "assetto scolastico" che dovrebbe essere, con i suoi molteplici componenti, "Tempio della Conoscenza", invece altro non è che "La scuola dei somari". La poetessa sarda ha un mare di cose, di vite, da dire, da raccontare, di semi da esplodere, e per non perdersi nella vastità di quest'urgenza, ricorre a questa forma "chiusa", come mezzo espressivo più consono, in grado di incanalare l'energia, spesso irrefrenabile, preponderante, e darle un involucro nobile, un fulcro, un'armonia. Tutti questi aspetti, queste angolazioni, deragliano e trovano soluzioni eslegi, in un gusto un po' macabro con striature gotiche, comunque in grado di autodisciplinare il calamo, facendolo scorrere anche verso oceani poco ospitali, che accolgono detriti e resti, frantumi di storie ai limiti dell'altezza umana regredita in bassezza e quindi prostrata a raccogliere scampoli di esistenza ai margini della società, della cultura, che non trovano appigli a cui agganciarsi e cadono sacrificati al dio del banale, verso la dimenticanza, la sicura morte. Ecco dei versi significativi di questo humus:

"Aggiungi un altro chiodo alla tua bara
Nel percorso di morte, con lo strazio
Di ogni secondo, con questo sangue marcio


Di morti avvelenati e maledetti
Gli scervellati che spregiano Bellezza,
I tuoi alunni, carne per i sorci..." (pag.48).


A partire da Jacopo Da Lentini, scuola siciliana, prima metà del Duecento, inventore del "sonet" (piccolo suono, dal provenzale son: suono, melodia) e poi da Dante e Petrarca, in ogni periodo storico-letterario in tanti si sono cimentati con questo costrutto classico, provando le loro capacità creative, di sintesi ed equilibrio. Da Gongora, con i suoi sonetti barocchi, funebri, elefantiaci, iperbolici, nel famoso " Siglo de oro", in Spagna, a Francisco De Quevedo, "Sonetti amorosi e morali", a Federico Garcia Lorca, "I sonetti dell' amore oscuro", da Keats a Baudelaire, a Poe, a Borges, a Carducci, D'Annunzio, Montale e Pasolini, sino ai nostri giorni, al magnifico poeta di Cava Dei Tirreni, Gino Scartaghiande, "Sonetti d'amore per King Kong", ogni scrittore di versi che si rispetti si è volontariamente confrontato con questo schema particolare di azione poetica, quasi a voler dimostrare le proprie capacità artistiche intrinseche compositive, senza tralasciare Michelangelo e i suoi 78 sonetti...Francesca Farina porta avanti la sua "Rivoluzione nella tradizione", proponendoci i suoi 237 "Sonetti per un anno di scuola", in un clima dove le parole si sprecano quotidianamente, private ormai di saggezza, di gusti e sensi, in discorsi melliflui, stereotipati, come nella previsione e Visione pasoliniana, sintetizzata in un unico lemma o lessema: "Omologazione".
La parola poetica è soffocata come il grano con l'insorgere furibondo e funesto della gramigna e confinata continuamente in campi sterili senz'acqua, privi di linfa per la rigenerazione e la sussistenza. Questo è il tempo in cui, per "dire", si dovrebbe "tacere", per "produrre", si dovrebbe "smettere di produrre" C'è troppo di tutto! C'è troppo dello stesso troppo! Chi fermerà quest'immonda macchina che porta all'oblio? Chi veramente manovra i fili che sorreggono l'intero meccanismo universale? Baudelaire aveva intuito l'antifona, come si può leggere nella protasi "Al lettore", de "I fiori del male":

"C'est le Diable qui tient les fils qui nous remuent! / Aux objets répugnants nous trouvons des appas:/ chaque jour vers l'Enfer nous descendons d'un pas, / sans horreur, à travers des ténèbres qui puent."

Ahinoi!

We are getting worse, we are going adrift, we are in a deep quagmire, but:
"How beautiful, if sorrow had not made sorrow more beautiful than beauty's self!"


Alla fine, hanno ragione tutti! Anche chi ha torto, dal suo punto di vista, ha ragione! Dunque, che fare? A cosa anelare?


"Cosa mi manca? La vita, la poesia...
Perché, non posso adesso poetare?
Certo, ma non riesco più ad andare
A seguire parole, la mia via..." (pag.104).


Con quest'avventura non facile, non senza ostacoli, sempre impregnata e colorata da un certosino continuo "Labor limae", per accostarsi più nitidamente a una consolidata "Ars Poetica", con questi suoi preziosi 237 quadretti, con tinte molto forti, condensati come pulsars in senso e forma, in atmosfere circondate da un alone di "Realismo Magico", Francesca Farina ha saputo trovare una sua propria via, tra le tante vie tracciate e percorse da altri "Aedi" che l'hanno preceduta, riuscendo a realizzare una personale ubicazione temporale importante e stabile, nelle oscillazioni telluriche delle temperie letterarie della contemporaneità, ancora tutte lungi dall'essere storicamente storicizzate. Raccontarsi, come di fronte a uno specchio, a volte anche crudele, che rimanda al mittente e allo spettatore, in modo inesorabile, le immagini ricevute, in tutta la loro fredda realtà, presuppone qualità notevoli; il saper ricevere e sopportare ciò che arriva dal proprio interno e dall'esterno, presuppone una grande gioia di vivere, nonostante le vicissitudini umane poco umane e poco attraenti, presuppone una consapevolezza chiara del proprio essere tra gli esseri. Scriveva Re Salomone alla fine del suo saggio lavoro, "Ecclesiaste": "Si fanno dei libri in numero infinito: molto studiare è una fatica per il corpo!". Tutto il superfluo sarà dunque spazzato via, buttato al macero o resterà nell'oblio inerziale dell'inizio senza aver mai visto la luce? Scrive Silvio Raffo alla fine della sua elegante ed esauriente prefazione: "Nessun moralismo, nessun buonismo nei contenuti di questi testi - testimonianze di un calvario, solo una verità crudele e amara per entrambe le parti (dell'allievo e del docente), solo un realismo esacerbato e coerente. E noi sottoscriviamo e scriviamo: 'La scuola dei somari' non è un libro qualsiasi. Non è un libro amorale, né morale. È un Libro scritto bene", che aggiunge qualcosa di saliente al materiale preesistente e, con le sue precipue tessere, la sua meticolosa cura per il Bello e per il Vero, anche laddove il Bello e il Vero non hanno cittadinanza, contribuisce a creare l'immenso sempre verde indistruttibile alato mosaico di POESIA.

"Che fosse una poetessa era notorio
Soltanto a pochi Intimi davvero,
Che poi sopravvivesse sotto un cielo
Torrido o una tormenta, un romitorio,

Per lei non c'era affatto differenza,
Andare era il suo credo, il suo destino
E leggere il suo pane quotidiano,
Di scrivere non poteva fare senza."(P.164)