SPECIALE 100 ANNI DI PCI

LA QUESTIONE OPERAIA NELLA STORIA DEL PCI

di Aldo Carra

Negli ultimi cento anni si è dispiegato un lungo e complesso ciclo economico, sociale e politico.

Esso è iniziato col protagonismo della classe operaia, l'occupazione delle fabbriche e la nascita del Partito Comunista; ha visto l'avvento del fascismo e la sua sconfitta; poi la ricostruzione, un trentennio di sviluppo economico, di conquiste sociali e di diritti; infine lo scioglimento e la fine dell'esperienza politica di quel partito, la globalizzazione, l'avvento dell'era digitale con implicazioni straordinarie nel lavoro, nel mondo del lavoro e nella divisione internazionale del lavoro.

Insomma questi cento anni sono stati più lunghi di un secolo e di tanti secoli precedenti messi insieme.

In Italia la classe operaia ed il Partito Comunista sono stati protagonisti indiscussi di questo ciclo.

In questo scritto, in occasione del centenario del Partito Comunista, proveremo a scorrere questi 100 anni ripercorrendo le vicende intrecciate della classe operaia, del sindacato e della sinistra politica ed a coglierne i momenti salienti, di svolta che hanno segnato ascesa e declino di quella esperienza.

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Le prime lotte di inizio novecento avvennero sull'onda della rivoluzione russa e delle speranze che essa aveva suscitato.

Quelle speranze furono vanificate dalla reazione del padronato industriale ed agricolo che partorì lo squadrismo ed il fascismo, mentre la stessa sorte toccava ad analoghe esperienze di lotte rivoluzionarie come ad es. quella dello spartachismo in Germania.

Crollava così la speranza che alla rivoluzione in un paese agricolo come la Russia, potesse affiancarsi quella nel cuore del capitalismo industriale per realizzare quella rivoluzione internazionale che teoria e dottrina marxista prevedevano.

Invece la rivoluzione sovietica rimase sola ed unica e dovette ripiegare dal voler cambiare il mondo al doversi difendere dal mondo che la circondava.

Il Partito Comunista nacque, perciò, da un lato come reazione alla debolezza dell'ala riformista del socialismo, ritenuta responsabile della sconfitta e dall'altro come tentativo di mantenere un presidio rivoluzionario nell'occidente.

La storia del Partito Comunista si inscrive in questo lungo ciclo, la questione operaia ne percorre l'intero arco di vita e la concreta esperienza del socialismo realizzato nell'Unione sovietica ne segna inizio, evoluzione ed esito finale.

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Il quadro teorico della relazione lotte/sindacato/partito era stato delineato da Marx nel libro "Miseria della filosofia".

Vi si affermava che il sindacato è uno degli strumenti necessari per sviluppo della lotta della classe proletaria, ma strumento inferiore rispetto al partito rivoluzionario. Il partito, invece, verrà definito da Lenin e Stalin l'organizzazione suprema della classe operaia.

Il fine di classe proprio del movimento sindacale sarebbe, quindi, quello di condurre la lotta per difendere gli interessi economici della classe oppressa. Ma la lotta di classe è lotta politica ed è, quindi, necessario ,definire le funzioni diverse degli organismi politici e di quelli sindacali.

Sul tema Lenin precisò che nei paesi capitalistici il sindacato dovesse condurre, sul terreno economico, la lotta di classe, che il partito dirige. Il concetto di "cinghia di trasmissione", dal partito al sindacato, era, così, nato.

Questo tema si presenterà in diversi momenti nella storia del partito che nacque nel 1921. Ma era già vivo anche prima che il partito comunista nascesse: nel 1918 Partito socialista e CGdL avevano addirittura raggiunto un accordo che distingueva la sfera politica da quella sindacale ed attribuiva al sindacato il compito di proclamare gli scioperi economici ed al partito quelli politici.

Proprio per questa compenetrazione tra partito e sindacato, la storia di Giuseppe Di Vittorio può fare da guida alla relazione tra sindacato e Partito comunista.

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Tra il 1920-21 Mussolini sposa il nazionalismo ed organizza il movimento delle camicie nere contro sindacati, cooperative, comuni socialisti.

In questo clima, Psi e CGdL tengono il loro congresso a Livorno nel 1921. Dal congresso del Psi nasce il Partito Comunista.

In quegli anni Giuseppe Di Vittorio, ex bracciante di Cerignola, è impegnato nell'Usi, l'unione sindacale anarco-socialista più vicina ai comunisti, aderisce alla frazione terzinternazionalista del PSI, entra dopo nel PCd'I., viene eletto al Parlamento.

Sarà arrestato nel 1925 e costretto ad emigrare nel 1926.

In questo tormentato periodo - anni 24/26 - il PCI coglie la centralità della questione meridionale e di quella agraria e propone un'alleanza di classe nella quale i contadini poveri possano operare, attraverso una propria specifica organizzazione.

Lo fa col contributo di Di Vittorio che dirige l'Associazione di difesa dei contadini (anche Gramsci aveva detto che non ci può essere egemonia degli operai se essi non si alleano con i contadini).

Ma, pur in presenza di una elevata pressione fiscale sui piccoli coltivatori e dell'abbassamento delle paghe dei salariati agricoli, Di Vittorio incontra difficoltà a creare un movimento contadino, mentre, nel frattempo, gli agrari del sud si alleano con gli industriali del nord e comincia il periodo buio del fascismo.

Nel 1927 sarà la stessa CGdL, sotto gli effetti di repressioni ed arresti, ad autoscioglersi.

Gli anni che seguono, fino alla fine della guerra ed alla liberazione, segnano una pausa nella storia del protagonismo della classe operaia e del suo rapporto col Partito.

Sono gli anni della clandestinità e dell'esilio, del carcere e della guerra civile in Spagna. Anni bui per il paese e terribili per i protagonisti di quella storia che vissero con intensità e che si forgiarono nella durezza delle carceri Anni anche di riflessione e di elaborazione di pensiero politico, dei Quaderni del carcere di Gramsci fino alle prime idee di Europa al confino di Ventotene.

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Il protagonismo della classe operaia in termini di lotte di massa riemerse nei giorni della liberazione.

Ancora prima che si firmasse l'armistizio dell'8 settembre 1943, nelle grandi fabbriche del Nord si svolgono i primi grandi scioperi: a Mirafiori, alla Fiat Grandi Motori ed alle altre aziende torinesi. Anche a Milano scioperano gli operai della Marelli, della Borletti e della Pirelli.

Riprendendo il filo delle lotte del Biennio rosso gli scioperi del '43 saldarono rivendicazioni salariali e riduzione dell'orario di lavoro al bisogno di liberazione.

Con la firma dell'armistizio si riaprì la fase interrotta del protagonismo dei lavoratori e della funzione del Partito Comunista. E la lotta riprese dalle fabbriche utilizzate in quei giorni per garantire alla macchina bellica tedesca beni ad uso militare e di consumo.

Gli scioperi promossi a Milano ebbero anche l'obiettivo di fermare la produzione per la guerra e registrarono grande successo grazie anche alle azioni quotidiane di sabotaggio. Lo sciopero insurrezionale del 23 aprile '45 contribuì in modo determinante alla cacciata dei nazisti ed alla sconfitta del fascismo..

Crescono in queste lotte la percezione della fabbrica come comunità, luogo in cui si attivano forme di solidarietà e si definisce una identità di fabbrica differenziata, ma connessa con il contesto territoriale in cui essa era inserita.

Ne emergono con forza il ruolo attivo del mondo del lavoro e del valore del lavoro da far riconoscere in una società democratica. Quasi una rinnovata traduzione della lezione gramsciana ed una forte sintonia tra questo protagonismo del lavoro e le forze della Liberazione, con in primo piano il Partito Comunista.

Un filo spezzato che si riannoda, dopo la cesura violenta del ventennio fascista

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Emerge, così, un nuovo mondo di militanti e dirigenti. Come ebbe a dire Secchia, gli anni trascorsi tra carceri, clandestinità, guerra civile in Spagna, sono quelli di una semina che "popolò i penitenziari con gli uomini migliori accumulando un patrimonio umano e politico che fu poi speso nella Resistenza".

Così nel 1945 si svolse il primo congresso della CGIL. Tema dominante l'unità. Con uguale distribuzione di incarichi tra le tre componenti principali, cattolica, socialista e comunista Si ribadisce l'autonomia dai partiti e si fissano gli impegni programmatici: aumenti salariali, automatismi per la difesa dall'inflazione, miglioramento dei contratti di fittavoli e mezzadri, riforme agrarie per difendere le terre lasciate incolte dai latifondisti, lotta al mercato nero, nazionalizzazione delle industrie monopolistiche.

Il contesto economico è quello di un dopoguerra: carenza di materie prime, linee di comunicazione precarie, un'inflazione altissima, un panorama di edifici danneggiati.

Riprende, così, il cammino della storia e, con la ricostruzione, una fase di sviluppo economico e sociale che verrà definita, dopo, come "i trenta gloriosi", gli anni dal dopoguerra ai settanta. Un ciclo nuovo di emancipazione e conquiste

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Nel 1946 si elegge l'Assemblea Costituente e si svolge il referendum monarchia- repubblica. Nel sindacato la situazione caotica del dopoguerra favorì il mantenimento della centralizzazione dei livelli di contrattazione nazionale. Proliferano gli scioperi: per aumenti salariali, blocco licenziamenti, programmi lavori pubblici.

Di Vittorio partecipa ai lavori della Costituente affermando il ruolo del lavoro nel nuovo patto tra tutte le forze democratiche per la piena affermazione della democrazia.

Anche nel 1947 un'ondata di scioperi per l'ampliamento dei lavori pubblici, ma i democristiani si oppongono e, nelle elezioni del 1948, si inasprisce il confronto tra cattolici e social comunisti e si fanno più esplicite le minacce degli Usa di sospensione degli aiuti in caso di prevalenza dei comunisti. Quindi l'attentato a Togliatti e la scissione della Cgil.

Segue nel 1953 lo sciopero contro la legge truffa, ma scatta la repressione di Scelba.

Nel territorio e nelle più grandi aziende si moltiplicano accordi separati e, nella Fiat , si ricorre ai reparti confino. La repressione si salda con l'aumento dei ritmi ed il taglio dei tempi.

In questo clima, nel 1955, si svolge l'elezione delle Commissioni interne e si registra la sconfitta della CGIL che diventa, alla Fiat, il secondo sindacato.

Qui si registra l'iniziativa che mostrerà la grandezza di Di Vittorio: un coraggioso esame autocritico della centralizzazione che riconosce la gravità di non avere studiato i nuovi processi produttivi, le nuove forme di retribuzione ad incentivo che creavano differenze tra aziende, l'errore di aver seguito schemi generali senza elaborare, nei reparti, le rivendicazioni più sentite dai lavoratori. Errore principale l'eccesso di centralizzazione che lasciava poco spazio alle categorie.

Fatto straordinario ed inedito, questa analisi critica,non frequente nel panorama della sinistra rivoluzionaria e che fu seguito, coerentemente, dalla promozione di nuovi gruppi dirigenti (alla Fiom Trentin e Garavini).

Si può dire che si gettarono qui le premesse dell'esperienza consiliare di stampo gramsciano che si manifesterà nel 68.

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Ma non si trattò di un fatto isolato. Nel 1956, in seguito ai fatti di Polonia: Di Vittorio criticò la lettura dell'Unità che attribuiva ad agenti provocatori la rivolta operaia trascurando, così, il malcontento reale dei lavoratori.

E, sempre nell'ottobre 56, la rivolta in Ungheria produsse uno strappo: la Cgil pronuncia una condanna storica e si apre uno scontro con Togliatti.

Di Vittorio già nei lavori della Costituente aveva fatto una relazione sul diritto di associazione e sull'ordinamento sindacale in cui aveva mostrato la modernità del suo pensiero politico sui temi dell'indipendenza del sindacato, della libertà e della pluralità, condizioni della democrazia e dell'unità sindacale. Quindi un percorso di coerenza che è parte organica di una visione. La conseguenza fu che all''8° congresso del Pci Di Vittorio rivendicherà l'autonomia del sindacato liquidando definitivamente ogni idea di cinghia di trasmissione.

Il 1956, l'anno "terribile" o "indimenticabile" fu molto di più di un anno importante non solo nella storia del PCI, ma anche della sinistra e del rapporto col sindacato. Ed ebbe una sorta di prolungamento agli inizi del 1957 con un articolo di Spriano su Rinascita che a congresso concluso esplicitava più chiaramente la scelta di una via italiana al socialismo.

Il calendario del 56 fu intenso: a febbraio la denuncia di Kruscev dei crimini di Stalin, a Giugno la rivolta polacca, ad Ottobre l'intervento contro la rivolta in Ungheria, a Dicembre l'8° Congresso del Pci. Con la giustificazione di una "dolorosa necessità" che imponeva l'intervento anche se compensata dalla intenzione di una fase nuova, di "una via italiana al socialismo, da realizzare con riforme strutturali (parole chiave del socialista Riccardo Lombardi ) previste dalla Costituzione.

Gli effetti furono svariati: rottura dopo 22 anni del patto di unità d'azione col Psi, il distacco di alcuni intellettuali ed un affetto non misurabile come la chiusura verso istanze che maturavano tra i giovani e che furono spinti verso il Psi.

Gli anni '60 furono il culmine della ripresa economica del dopoguerra ,di sviluppo e crescita dell'economia. Era naturale ed inevitabile che in queste condizioni crescesse un nuovo bisogno di emancipazione economica e sociale e si aprisse una nuova stagione di giustizia sociale e di diritti.

Lo richiedevano la classe operaia del Nord soggetta a ritmi di lavoro pesanti soprattutto nei settori trainanti dell'economia come auto ed indotto.

Lo richiedevano anche le condizioni di lavoro dei tanti immigrati da sud a nord, insediati nelle fabbriche a fianco dei lavoratori del Nord, ma nel territorio relegati nelle periferia e spesso nelle baracche. Il tutto mentre profitti e ricchezza crescevano.

Da qui le spinte ad una nuova fase di lotte che culminò nel biennio 68-69 paragonata da alcuni al biennio rosso degli inizi del secolo scorso col quale abbiamo aperto questo scritto.

Al centro di questa nuova fase il rinnovo contrattuale dei metalmeccanici. Uno scontro con un movimento di massa fortemente partecipato ed appoggiato dal Movimento studentesco, con l'esito di uno scossone a tutti gli aspetti della condizione di lavoro: forti aumenti salariali, superamento delle gabbie salariali, inquadramento unico operai impiegati, riduzione dell'orario di lavoro, diritto di assemblea conquista del monte ore di permessi sindacali retribuiti dall'azienda.

A questa conquista storica fece seguito nel 73 la conquista del diritto allo studio, 150 ore retribuite per completare la formazione scolastica.

Una conquista straordinaria di un valore sociale e politico che andava ben oltre i cancelli della fabbrica.

E che imprimerà un segno anche sui partiti e sui processi legislativi: conquista dello Statuto dei diritti dei lavoratori, leggi sulle lavoratrici madri, sul lavoro a domicilio, sul collocamento degli invalidi. Alle quali seguì, nel 75, l'accordo che fissava il valore del punto unico di contingenza - la scala mobile - uguale per tutte le categorie e per tutti i lavoratori.

E, su questa onda, seguiranno poi la riforma delle pensioni, la riforma della sanità, quella sulla psichiatria, la riforma della casa-legge 167, il nuovo diritto di famiglia.

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Insomma un lungo elenco di conquiste, concentrate in pochi anni, che cambiarono il volto dell'Italia. Gli operai ebbero voce, generarono democrazia nei luoghi di lavoro e la proiettarono nei territori con i Consigli di zona,

Cambiò così il sindacato che ricevette una forte spinta unitaria - la FLM unì i sindacati dei metalmeccanici - ma anche per il Pci la scossa fu salutare.

Si astenne sullo Statuto dei diritti dei lavoratori con motivazioni coraggiose: perché escludeva le aziende con meno di 16 dipendenti, perché nelle regole di rappresentanza si favorivano i sindacati rappresentativi a scapito del diritto delle minoranze (Di Giulio).

Protagonista di questa stagione fu la nuova classe operaia, quella delle catene di montaggio. E fu questa stessa classe a contaminare il partito ed a contribuire al successo straordinario delle elezioni del 75/76.

All'inizio di questo movimento c'era stata una diffidenza nel Pci. per il suo andare oltre la rivendicazione, per i rischi di pansindacalismo ed assemblearismo e per l'andare oltre le commissioni interne (Amendola).

In realtà, riemergeva un vecchio problema: la divisione dei compiti tra partito e sindacato. Ma non fu una divisione con partito da una parte e sindacato dall'altra. Sia perché tutti i dirigenti sindacali impegnati erano comunisti - e tre loro c'era Trentin - sia perché il tema era presente nella vita del partito e, ad esempio dopo la sconfitta alla Fiat un dirigente come Adalberto Minucci aveva avanzato la proposta di ridare vita ai delegati di reparto. Ingrao valutò positivamente la dialettica tra sindacato e partito ricordando che l'esperienza dei paesi socialisti dimostrava che laddove i sindacati erano stati ridotti ad organo sussidiario del partito si era depauperato il potere politico.

Queste lotte insomma lasciarono il segno ed ebbero una proiezione politica. Nel 1968 PCI è PSI avevano toccato il 45,8% dei voti, il loro massimo storico, col PCI al 31,3% ed il PSI al 14,5%. L'onda lunga durò fino al 1976: il PCI tocco l'apice del 34,4% (avendo assorbito il Psiup) ed il PSI il 9,6%.

Un segno positivo nel partito e che si vedrà anche negli anni 80 quando ci fu un conflitto fra la CGL di Lama ed il PCI di Berlinguer.. Allora la Fiat aveva scelto la prova di forza contro i sindacati intimando 14000 licenziamenti e Berlinguer non esitò ad andare ad esprimere solidarietà davanti ai cancelli della Fiat.

Su questo momento, significativo della concezione del rapporto del partito con la questione operaia, Berlinguer, che era stato eletto segretario proprio nel 69, era consapevole che la battaglia sarebbe stata dura e che difficilmente sarebbe stata vinta. Ma ancor più per questo il Pci doveva essere al fianco dei lavoratori . Lama e la destra del partito lo criticarono. Scrisse allora Tronti che non sono giuste soltanto le battaglie che si vincono. Insomma per Berlinguer se c'è una cosa che i comunisti non possono fare è dividersi dagli operai.

Ed un'altra prova di questa concezione Berlinguer la diede in occasione del referendum sulla scala mobile. Quando Craxi tagliò la scala mobile e CISL ed UIL firmarono l'accordo, la CGIL era divisa. Berlinguer allora volle il referendum che si svolse dopo la sua morte.

L'esito fu negativo, ma i Si all'abrogazione del taglio raggiunsero il 46% dei voti . Non poco se si pensa che a votare non furono solo i lavoratori interessati, ma tutti cittadini . Disse allora Berlinguer che la difesa del potere d'acquisto dei salari e soprattutto di quelli più bassi è per il sindacato un dovere istituzionale e per il partito un vincolo indispensabile per qualificare un nuovo modello di sviluppo per l'economia e che col taglio si voleva scaricare il peso della crisi tutto e solo sulla classe operaia.

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Questi due ultimi momenti ricordati - Fiat nel 1980 e scala mobile nel 1983 - sono nello stesso tempo le ultime prove del forte legame del partito con la classe operaia, e dell' esaurirsi di una fase: gli anni 70 erano stati il culmine dei "trenta gloriosi" anni del dopoguerra di sviluppo economico e sociale e di conquiste salariali e di diritti.

Ma in parallelo era cominciata una controffensiva delle forze economiche e politiche per bloccare prima e vanificare dopo quelle conquiste.

Fiat e scala mobile sono stati, quindi, due grandi episodi di resistenza ad una controffensiva che si sarebbe avvalsa del definitivo passaggio del PSI nell'aria di governo.

Una controffensiva della destra e delle forze reazionarie, con connivenze nelle istituzioni, che si era innestata già al culmine delle lotte operaie con la strage di piazza Fontana e che era proseguita dopo con altre stragi e terrorismo.

Poi l'89, il crollo dell'Unione Sovietica, la svolta e la serie di passaggi: dal Pci al Pds, da questo ai Ds e poi l'approdo al Pd.

Liberi finalmente non solo della qualificazione di comunisti, che, è vero, conteneva elementi di divisione, ma anche di quella di sinistra che . esprimeva una appartenenza più larga ed unitaria.

Qui ci sarebbe ancora da scrivere tanto sulla influenza che ha avuto la mutazione genetica del Pci nel Pd anche sulla stessa soggettività dei lavoratori. Basti pensare ai vasti fenomeni di astensionismo elettorale ed alla penetrazione della Lega negli strati popolari ed operai.

Naturalmente non si vuole qui trascurare la portata delle trasformazioni nella produzione e nel lavoro, i processi di automazione, globalizzazione, finanziarizzazione, quelli potenti di flessibilizzazione e precarizzazione.

Ma non c'è dubbio che la mutazione Pci-Pd non è stata determinata da questi cambiamenti e dalla necessità di poter meglio svolgere la funzione di rappresentanza. Essa, al contrario, è stata dettata dal prevalere di una visione tutta politicista e volta alla governabilità fine a sé stessa. In questo modo le masse non sono state accompagnate nella tormenta delle mutazioni, ma lasciate sole in balia delle insicurezze che crescevano e delle risposte populiste che avanzavano.

Nota. Per la periodizzazione di momenti e conquiste degli anni 70 in particolare mi sono servito delle accurate ricostruzioni di Dino Greco.