Da L'Age d'or

L'ULTIMO CARMELO BENE

RACCONTATO DA LUISA VIGLIETTI

di Marco Palladini

Il filo rosso del 'femminile' di cui ha ragionato Antonino Contiliano sulla rivista online "L'Age d'Or", recensendo un significativo saggio di Vincenza Di Vita, non attraversa soltanto il teatro di Carmelo Bene, ma anche la sua esistenza, ricca di un turbolento e sempre inquieto privato, abitato da tante presenze di donne. Se escludiamo le molte attrici 'badesse di passaggio' (per dirla con il vate D'Annunzio) sono quattro, mi sembra, le figure femminili angolari della sua vita: la prima moglie Giuliana Rossi di cui lessi nel 2005 il suo libro I miei anni con Carmelo Bene, in cui si reperiscono molte notizie concernenti gli esordi e il primo periodo di attività dell'attore, e inoltre si dettaglia la tragica vicenda del loro figlio Alessandro morto nel 1965 a soli quattro anni di tumore alla gola; poi Lydia Mancinelli che è stata per vent'anni non soltanto la sua partner sentimentale, ma anche la primattrice, nonché organizzatrice e amministratrice della sua compagnia teatrale; quindi la seconda moglie Raffaella Baracchi, madre della figlia Salomè Isa Isa, protagonista di una relazione forse sbagliata sin dal principio e finita presto tra conflitti, accuse e controaccuse, ma che, in virtù di un divorzio mai effettivamente compiuto, si ritrova oggi, a suon di battaglie legali, erede, con la rampolla, del patrimonio artistico e materiale beniano; infine Luisa Viglietti, napoletana, costumista e collaboratrice di Carmelo, suo effettuale angelo custode negli ultimi anni della sua esistenza, dal 1994 al 2002, anni tormentati da cento malattie, ricoveri e operazioni (senza per questo mai cessare di fare spettacoli, letture, libri e fervidi progetti).

Proprio Viglietti ha adesso dato alle stampe un volume Cominciò che era finita (2020, Edizioni dell'Asino, pp. 223, € 16,00) che trae il titolo da una frase di Bene contenuta in "Autografia di un ritratto", scritto introduttivo del tomo Opere (Bompiani, 1995). Commenta Viglietti: "Nascita e morte coincidono", ovvero la visione di Carmelo a dispetto del suo immenso sperpero di energie e di talento artistico, rimane disperatamente nichilistica. Visione che appare implementata dalla sarcastica frase che chiude il libro scritto con Giancarlo Dotto Vita di Carmelo Bene (Bompiani, 1998): "Non siete voi che mi cacciate, sono io che vi condanno a rimanere".

Luisa Viglietti e Carmelo Bene

Viglietti racconta che quando ebbe ad incontrare, a trent'anni, Carmelo, in effetti conosceva poco o nulla di lui. Di fatto l'aveva visto soltanto in una Lectura Dantis e aveva letto il libro biografico Sono apparso alla Madonna. Era stata chiamata dalla moglie dell'organizzatore di compagnia, Matteo Bavera, a fare i costumi per l'Hamlet Suite che debutterà all'Arena di Verona, nel luglio del '94. Da lì diparte un particolareggiato racconto che descrive come, pur tra non poche contraddizioni iniziali, il rapporto di collaborazione artistica si tramuta in un rapporto personale e di convivenza, tra la casa romana sull'Aventino e la magione di Otranto che affaccia sul mare Adriatico. Devo dire che il volume, prefato da Goffredo Fofi, si apprezza per l'equilibrio con cui viene narrato un ménage tra due persone divise da una grande differenza anagrafica (27 anni) e che principia non come una rapinosa love-story tra un mito dell'avanguardia teatrale e una giovane ammiratrice, ma pressoché come una proposta di lavoro che Carmelo fa a Viglietti, asserendo che lui ha bisogno di una persona che lo assista in tutto h. 24, dentro un flusso di arte-vita senza soluzione di continuità, e rimarcando che comunque a lui rimangono pochi anni da vivere (ne ipotizza cinque), e alla fine lei ne sarà ampiamente ricompensata. Di fronte a questa specie di 'proposta indecente', Viglietti sulle prime scappa, anche perché Carmelo continua tranquillamente a flirtare con altre attrici, aspiranti attrici, entusiaste fan etc.; poi scatta qualche cosa, lei interrompe la sua relazione con un coetaneo e decide di installarsi nella vita dell'artifex, come Bene ama proclamarsi. Da quel che si arguisce via via nasce, almeno da parte di Viglietti, un vero, profondo amore, non soltanto una devozione 'da contratto' per Carmelo; da parte di C.B. non si capisce bene, certo lei gli diventa indispensabile, anche se talora appare più una geisha che una compagna cui riconoscere pari diritti e dignità. Il Carmelo ritratto in queste pagine è certamente quello che conosciamo con le sue furie, le sue impennate polemiche, le sue costanti ripulse, il suo innato 'superiority complex', ma appare anche più mansueto, ragionevole, talora meno arrogante di fronte ai propri gravi problemi di salute.

Nel fitto racconto si ripercorrono passo passo gli ultimi otto anni di vita di Bene 'visti da vicino', in qualche modo dietro le quinte, pure attraverso una fitta aneddotica sui momenti di intimità, sulle svariate impuntature e i capricci, sulla sua anche mercuriale attività culinaria, sull'ospitalità concessa a Otranto ai pochi 'veri amici', come studiosi e critici quali Manganaro, Giacché, Dotto e qualcun altro. Pure se, in fondo, rimane preminente la narrazione sull'attività teatrale e quella di scrittura, che è tutt'altro che secondaria per l'attore. Diventa così prezioso il resoconto sulla lunga, faticosa elaborazione nell'arco di un biennio del disforme, mistilingue poema 'l mal de' fiori, straordinaria artefazione in versi ironicamente giocata nel titolo dall'inversione baudelairiana, e caduta nella totale disattenzione del miserrimo mondo poetico italiota, a cui seguì nel medesimo solco un secondo poema, Leggenda, rimasto purtroppo inedito per l'ignavia, presumo, delle eredi. Tutto ciò mentre pochi mesi fa è stato dato alle stampe, per iniziativa di un nipote, un volumetto, Ho sognato di vivere!, contenente le poesie scritte da ragazzo da Bene che lui mai e poi mai avrebbe pubblicato, giudicandole giustamente un prodotto acerbo e ingenuo di un adolescente che doveva ancora capire chi fosse. Un ulteriore sfregio fatto a C.B., da parte di parenti che non hanno mai realmente inteso (o accettato) il nocciolo della sua corrosiva, prepotente visione artistica, antilirica e antisentimentale, sempre controcorrente e antagonistica al potere e ai luoghi comuni (ovvero al potere dei luoghi comuni), e che non voleva essere recuperata da chicchessia.

Tornando a Viglietti, mi sembra ammirevole l'ultima parte del libro dove si racconta dell'ultima estate felice, poi della scoperta del tumore con le sue metastasi, i postremi tentativi clinici di salvarlo, l'improvviso ricordo del figlio Alessandro, la cui morte era stata il "dolore più grande della sua vita" (ma secondo la moglie Giuliana lui non venne in pratica mai a fare visita al bambino morente). Sei mesi terminali "senza mai dormire" e stabilendo un testamento artistico per la creazione della Fondazione l'Immemoriale con l'obiettivo di illustrare e valorizzare l'immenso lascito culturale di Bene e di cui Viglietti avrebbe dovuto essere la segretaria generale a vita, e che invece finisce subito al centro di dure controversie giudiziarie con la moglie Baracchi, anni di battaglie che si concludono, commenta tristemente Viglietti, con "l'affondazione" dell'ente, che pure nell'arco di un triennio aveva realizzato molte, prestigiose iniziative. Non c'è nulla da fare: la vendetta di una moglie, in pratica ripudiata, conta di più stando alla legge. Mi viene in mente Totò: "I parenti sono come le scarpe, più sono stretti e più fanno male".

Ma la vendetta familiare non si ferma all'affondamento della Fondazione, si applica distruttivamente nei confronti della stessa Viglietti, accusata di tutto, persino dell'assassinio di Carmelo, finché nel 2009, sette anni dopo la sua morte, il Tribunale Penale di Roma assolve la donna stabilendo che "il fatto non sussiste". Ecco, quest'ultima parte, allucinante, della storia fa dire a Viglietti di avere imparato che "la vita vissuta" non è 'niente', non conta nulla di fronte ai meccanismi legali e istituzionali con cui si struttura una società. È una morale amarissima e 'demoralizzante', anche pensando che così è stata totalmente calpestata la volontà di Bene. Dunque, C.B. invitto nella sua arte e in vita, viene totalmente smentito e sconfitto post-mortem. La scissione tra la dimensione creativa-culturale e quella sociale-giuridica non potrebbe essere più grande. E forse non è un caso che la sua postrema apparizione in scena (posso dire che io c'ero) è, nel 2000, con lo spettacolo In-vulnerabilità d'Achille, laddove quel trattino segnala che il mitologico, sempre vincente eroe greco è in realtà vulnerabile in quel punto del tallone dove si conficcherà il dardo mortale. Ecco il tallone d'Achille-Carmelo è nell'aver pensato che la sua caratura di supremo istrione, in bilico sempre tra Amleto e Pinocchio, tra la follia filosofica e la sovversione burattinesca, costantemente avverso alle regole del teatro tradizionale e della società costituita, avrebbe alla fine e 'dopo la fine' trionfato in questo mondo di farisei, speculatori, opportunisti, traffichini e trafficanti. Di questo clamoroso errore ha fatto le spese la povera Viglietti, di cui sinceramente, ripeto, apprezzo la sobrietà e la misura etica e civile con cui ha riferito le vicende che la riguardano, senza mai indulgere in lamentazioni o geremiadi post-funebri.

Cominciò che era finita non è soltanto un libro rivolto agli amanti e ammiratori di Bene, utile complemento dei tanti saggi critico-teorici che gli sono stati dedicati in Italia e all'estero; è anche un memoir di amore e di rispetto che scava nelle pieghe di una relazione eterodossa e complicata, e fa luce su una storia privata e pubblica dove l'artaudiano 'teatro della crudeltà' si sposta dal palcoscenico alla scena dell'esistenza con tutte le sue negatività e ingiustizie. Certo, non è una storia nuova, si dirà, ma è una storia che non possiamo fare a meno di leggere e di ripensare, se non altro per decenza avrebbe chiosato Montale.

* Fonte: lagedorivista.wordpress.com/