"IN LINGUA VOLGARE E MODERNA"

Classicità di Dante

di Stefano Gensini

La retorica mediatizzata del decimo centenario dantesco rende imbarazzante provare a scrivere del nostro maggior poeta: è tutta una gara di laudationes, di "scoperte" variamente innovative, di riletture più o meno autoriali e di tendenza. E non sfuggono alla tentazione anche critici di vaglia cui si converrebbe, forse, maggior discrezione. Ma si sa, quella dei centenari è tradizione di lunga durata, in Italia, insorta dopo l'unificazione a conforto e consolidamento di un'idea nazionale ancora precaria, in cerca di metter radici nelle scuole, nelle accademie, nelle istituzioni. Se ora questa tradizione si rinnova, con un dispiegamento inaudito di risorse editoriali, pubblicitarie, mediatiche, è forse perché, in assenza di valori nuovi condivisi, conviene ancora aggrapparsi a quelli vecchi, come a rassicuranti transenne? Potrebbe essere, e comunque ogni eventuale risposta all'interrogativo va ben al di là dei limiti di questo breve intervento, chiestomi con l'amicizia di sempre da Mario Quattrucci.

Provo un accesso al continente Dante appoggiandomi a un altro grandissimo, il Leopardi. Malgrado lo schema storiografico del Leopardi "lirico", tutto inserito in una trafila petrarchesca delle nostre lettere, sembri far resistenza, vale la pena ricordare quanto non solo il linguaggio poetico leopardiano, ma anche la sua riflessione critica debbano alla lezione di Dante. Sul primo aspetto, da Mario Luzi in poi, hanno scritto in molti. Il secondo aspetto lascia ancora spazio a qualche approfondimento: rivolgiamoci dunque allo Zibaldone.

In un lunghissimo pensiero del 1-2 settembre 1823 Leopardi affronta il tema di fondo cui lo avevano condotto sia la sua già ricchissima esperienza letteraria, sia, strettamente collegata, ma a essa non riducibile, la sua riflessione teorica e storica sull'italiano e sui fatti linguistici in genere. L'idea è che «l'interruzion degli studi» verificatasi in Italia a partire dal Seicento, con la crisi del Rinascimento, abbia spezzato il connubio fra lingua e cultura: mentre il primato dell'elaborazione filosofica e scientifica (con l'eccezione di Galileo) si spostava fuori d'Italia, determinando così uno stallo della vita intellettuale, la lingua letteraria, priva di alimento, si avvitava nel formalismo, nel purismo ante-litteram, senza più attingere - anche per evidenti ragioni civili e politiche - al tessuto della società. Di qui, in prosieguo di tempo, la «trista condizione» del letterato italiano: disporre di una lingua filtrata da una plurisecolare elaborazione stilistica, ricchissima di registri e opportunità espressive, cui però è venuto meno il supporto della cultura, nell'accezione più comprensiva del termine; un fiore ancora splendido di colori, se vogliamo dire così, ma secco, incapace di propulsione autenticamente nazionale e, necessariamente anche, di circolazione e prestigio internazionale. Dietro il successo della lingua «geometrica» per eccellenza, il francese, c'è la solidità di una grande compagine nazionale e statale, ma anche c'è la filosofia di Cartesio, di Condillac e degli Idéologues, c'è la forza penetrativa di una attività culturale unitaria, imperniata su Parigi e l'Ile de France.

L'evocazione della figura di Dante Alighieri, da parte di Leopardi, avviene precisamente in questo contesto. Vale la pena citare con una certa ampiezza:

«Perocchè Dante fu il primo assolutamente in Europa, che (...) ardì concepire e scrisse un'opera classica e di letteratura in lingua volgare e moderna, inalzando una lingua moderna al grado di lingua illustre, in vece o almeno insieme colla latina che fino allora da tutti, e ancor molto dopo da non pochi, era stata e fu stimata unica capace di tal grado. E quest'opera classica non fu solo poetica, ma come i poemi d'Omero, abbracciò espressamente tutto il sapere di quella età, in teologia, filosofia, politica, storia, mitologia ec. E riuscì classica non rispetto solamente a quel tempo, ma a tutti i tempi, e tra le primarie; nè solo rispetto all'Italia ma a tutte le nazioni e letterature. Senza un tale esempio (...) si può, se non altro, indubitatamente credere che sì l'Italia sì l'altre nazioni avrebbero tardato assai più che non fecero a inalzare le lingue proprie e moderne al grado di lingue illustri, e quindi a formarsi delle letterature proprie e moderne e conformi ai tempi, e quindi lo spirito e il carattere nazionale, moderno, distinto, determinato ec. Dante diede l'esempio, aprì e spianò la strada, mostrò lo scopo, fece coraggio e col suo ardire e colla sua riuscita agl'italiani: l'Italia alle altre nazioni. Questo è incontrastabile. Nè il fatto di Dante fu casuale e non derivato da ragione e riflessione, e profonda riflessione. Egli volle espressamente sostituire una lingua moderna illustre alla lingua latina, perchè così giudicò richiedere le circostanze de' tempi e la natura delle cose; e volle espressamente bandita la lingua latina dall'uso de' letterati, de' dotti, de' legislatori, notari ec., come non più convenevole ai tempi. Il fatto di Dante venne da proposito e istituto, e mirò ad uno scopo; e il proposito, l'istituto e lo scopo (quanto spetta al nostro discorso) (siccome eziandio la scelta e l'uso de' mezzi) fu da acutissimo, profondissimo e sapientissimo filosofo». (Zib. 3339-40, 2 settembre 1823).

Il giudizio di Leopardi è, a mio parere, ancora illuminante in termini storico-culturali e storico-linguistici. Al centro è la funzione politica e culturale della Commedia: la sua esemplarità, il suo potere modellizzante a livello più che nazionale, risiederebbe dunque: (1) nell'aver promosso una lingua popolare, beninteso elevata dalla elaborazione letteraria, al livello di lingua illustre, fungibile cioè nella pienezza dei suoi ruoli sociali; (2) nell'aver Dante, con essa, « abbracciato espressamente tutto il sapere di quella età, in teologia, filosofia, politica, storia, mitologia ec.». Classico è dunque Dante in quanto congiunge poesia e conoscenza, poesia e filosofia; e la sua lingua, a misura dei tempi, ha tutti quei crismi della «modernità» che invece mancano allo scrittore del primo Ottocento. E' un'analisi che un autore in apparenza lontano da Leopardi, quale Alessandro Manzoni, in sostanza condivideva: si pensi alla spietata autocritica («io scrivo male ...») della cosiddetta seconda Introduzione al Fermo e Lucia, stesa nell'autunno dello stesso 1823, parametrata anch'essa sul filo del confronto con la situazione linguistica e politica della Francia. Ed è analisi anche storiograficamente giusta, nel senso che l'operazione linguistico-nazionale di Dante aveva una precisa portata innovativa rispetto alle precedenti esperienze di promozione a lingua letteraria di una parlata volgare: si pensi al caso della poesia delle corti provenzali e al suo emulo siciliano, entrambi a vario titolo 'nazionali' ma limitati al piano della tematica amorosa.

Non sarebbe difficile, dopo tanti studi dedicati alla lingua di Dante, corroborare con esempi l'intuizione leopardiana. L'Alighieri, già all'altezza dell'Inferno (di datazione incerta, ma successivo al 1307), dichiara senza equivoci il nodo 'semiotico' sottostante al suo tentativo di poema globale, spaziante su tutti i campi e i temi, concettuali, storici, affettivi, dell'esperienza umana:

S'ïo avessi le rime aspre e chiocce,
come si converrebbe al tristo buco
sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,

io premerei di mio concetto il suco
più pienamente; ma perch' io non l'abbo,
non sanza tema a dicer mi conduco;

ché non è impresa da pigliare a gabbo
discriver fondo a tutto l'universo,
né da lingua che chiami mamma o babbo.

Alle rime «aspre e chiocce» che si addicono al paesaggio infernale fanno da contrappunto ora i toni idilliaci di certi versi del Purgatorio, ora quelli tecnicamente esclusivi del Paradiso, ora la forza retorica delle grandi invettive politiche: insomma una gamma completa di registri espressivi cui la parlata familiare, quella che «chiama mamma o babbo» viene piegata dal bisogno di «discriver fondo a tutto l'universo». Una per una, entro certi limiti, le tessere del mosaico erano state sperimentate nella tradizione lirica duecentesca, e tosco-fiorentina in particolare, e se ne ha testimonianza nel riattraversare, sia pure in diagonale, le Rime del nostro poeta. Ma imponente è la torsione che queste esperienze subiscono sulla spinta della formidabile architettura strutturale della Commedia, che trasforma l'esercizio stilistico in una vigorosa istanza insieme ideologica e di linguaggio. Né si può dire che l'autore abbia sottovalutato la portata del suo lavoro, quando, nel canto XXV del Paradiso, ragiona del «poema sacro / al quale ha posto mano e cielo e terra, / sì che m'ha fatto per molti anni macro».

E', oggi, esercizio facile, e comprensibilmente riproposto in molte cronache di questi mesi, quello di elencare i tanti neologismi danteschi (c'è solo da scegliere: formazioni parasintetiche da in + verbo come inurbarsi, indiare, immiarsi, indovarsi, ecc.; neoformazioni a partire da altri prefissi, come appulcrare, abbellire, dilibrarsi, disvicinare, trasumanare ecc.; latinismi come mesto o risibile; e, soprattutto, locuzioni che si sono trasmesse nella lingua comune, mettendovi radici profondissime: fare il gran rifiuto, non ti curar di lor / ma guarda e passa, non mi tange, far tremar le vene i polsi, cosa fatta capo ha, stai fresco e così via). L'antico adagio di Dante 'padre della lingua italiana' ha ancora oggi un senso preciso, acclarato da fonti statistiche: come ha spiegato De Mauro nella introduzione al Grande Dizionario dell'Uso, e di recente ribadito Paola Manni, il tasso di durata e sopravvivenza del lessico di Dante nella lingua italiana d'oggi e due volte e mezzo superiore a quello delle altre fonti. Sicché càpita al lettore italiano di testi danteschi quello che normalmente non càpita al lettore inglese o francese che abbia sotto mano i testi antichi delle rispettive tradizioni: il fatto, cioè, di riuscire a capire la quasi totalità delle parole del testo; la coscienza che la propria lingua è ancora sostanzialmente la stessa (tranne, come è ovvio, i tecnicismi più spinti o voci desuete o ormai estinte) di padre Dante.

Ma lasciamo ai linguisti la documentazione di questi aspetti, certamente affascinanti. (A chi abbia tempo e voglia segnalo che è disponibile online nel sito della Enciclopedia dantesca della Treccani, il mirabile profilo a suo tempo realizzato da Ignazio Baldelli). Vorrei qui soffermarmi su alcuni elementi - se vogliamo - di contorno, che hanno piuttosto a che fare con la sua teoria della lingua, elaborata per gradi lungo il percorso che conduce dal De vulgari eloquentia (1303-1305) e dal Convivio (1304-1307) al capolavoro della maturità. Se ne ricavano altri indizi per articolare e sviluppare l'intuizione di Leopardi.

Nell'incompiuto De vulgari, a lungo letto quasi solo in funzione della questione retorica dello stile, il Dante successivo all'esilio, e ormai proiettato in un'ottica a suo modo nazionale, compie alcuni passaggi concettuali di grande importanza. Il volgare, inteso non solo come volgare fiorentino, ma come categoria di generale valore semiotico, è presentato come il linguaggio naturale e spontaneo del genere umano, ovunque questo sia collocato nel tempo e nello spazio. E' locutio vulgaris: è cioè locutio in quanto (aristotelicamente) logos o meglio dialektos (cioè voce articolata, suddivisa in elementi minori che si combinano), la quale si caratterizza in quanto 'popolare', 'naturale' e, come tale, si differenzia dalla lingua latina. Quest'ultima è da Dante ormai percepita come solo artificialis, e dunque locutio secundaria: "lingua seconda", come diremmo oggi. Il poeta non ha dubbi nel compiere un rovesciamento di valori, per il suo tempo, rivoluzionario. Delle due locutiones, volgare e latina, nobilior est vulgaris, perché è solo quest'ultima ad avere carattere universale, a funzionare come attributo fisiologico delle creature create da Dio, finalizzate alla socialità.

Se si perde di vista questa incorniciatura teorica del discorso sul volgare, va perduta la portata dell'operazione che Dante compie nei successivi capitoli del I libro dell'operetta (l'unico pervenutoci completo; il secondo si interrompe al capitolo XIV; dei restanti due libri non sappiamo quasi nulla, se non che essi dovevano occuparsi della prosa letteraria). Con uno sguardo a quel che succede oltre le Alpi, nel Nord Europa, il poeta passa in rassegna i quattordici volgari d'Italia a lui noti, in cerca di quello che possa definirsi il volgare illustre degli italiani, quello che deve essere adottato dall'élite dei poeti per scrivere di argomenti elevati ('sublimi') nei registri 'tragici' che ad essi si confanno (la canzone). La rassegna importa la discriminazione di un certo numero di testi di forte colorito locale, molto ben scelti per la loro tipicità, rispetto a un modello teorico definito dagli aggettivi illustre, cardinale, aulico, curiale. Sono aggettivi densi di significato, spiegabili in estrema sintesi così: 'illustre' deve essere il volgare in quanto dev'essere capace di 'illuminare', di guidare i lettori; 'cardinale', perché deve essere il perno intorno al quale gli altri ruotano e si modellano; 'aulico', perché degno di venire utilizzato nell'aula degli Italiani, nella loro (per adesso ipotetica) reggia; 'curiale' infine, perché deve presentare i requisiti culturali e morali della curialitas, quelli tipici, appunto, della corte. Nessuno dei volgari scrutinati soddisfa la scala di valori adottata. Tutti, compreso il fiorentino, presentano tracce di provincialismo e di bassezza espressiva che li rendono inadottabili. (Si ricordino, a mo' d'esempio, i friulani, che «Ce fas-tu? crudeliter eructant»; o i sardi che sembrano fare il verso al latino così come le scimmie all'essere umano: Dante coglieva in tal modo, dal suo uno di vista, la particolare conservatività di tale parlata).

La conclusione è che solo i poeti dello Stilnovo (e in parte i loro predecessori, i Siciliani) hanno poetato in volgare illustre. Hanno saputo cioè, distanziarsi dalle loro parlate native (fossero queste il fiorentino o il bolognese, o altro idioma) per protendersi verso un ideale linguistico e stilistico adeguato. Ma ecco il paradosso, con cui Dante viene a capo, precocissimamente, di una anomalia tutta italiana. Come possiamo dire aulico e curiale un volgare, già autorevolmente attestato, cui manca il supporto di un'aula concretamente esistente: di un sovrano nazionale, di una corte da cui discenda una norma politica e linguistica? Il poeta aveva troppo bene digerita la storia di Provenza, e quella più recente di Federico II e della Scuola siciliana, come pure il drammatico indebolimento dell'Impero, per non cogliere il punto. La curia italica è solo virtuale, o meglio è un'entità culturale e non politica, consistente in una élite sovraregionale di intellettuali, unificata da comuni persuasioni letterarie e da comuni fini d'arte. E' lei la portatrice dell'unico vulgare Latium, sebbene, nella dispersione politica del tempo, possa capitarle di vagare da un Comune all'altro e di essere ospitata «in humilibus asiliis». Com'era stato il caso, fra gli altri, dell'esule Dante. L'idea della funzione cosmopolitica degli intellettuali italiani, suggeritaci da Gramsci, ha il suo atto di nascita, così almeno mi sembra, in queste pagine del primo Trecento.

Il secondo passo della riflessione linguistica dantesca è costituito dal I libro del Convivio, dedicato alla giustificazione del fatto che un testo di alta divulgazione filosofica, come il trattato si proponeva d'essere, venisse scritto in lingua di popolo, anziché in latino, come sarebbe sembrato ovvio alla luce di una tradizione plurisecolare. La gerarchia stabilita nel De vulgari sembra qui rovesciarsi a favore del latino, ma è solo perché diverso è il punto di vista: se il volgare «seguita uso», mentre il latino «seguita arte», è ovvio che tocca al secondo la palma del prestigio letterario; ma se la prospettiva è quella, assunta nel De vulgari, della naturalità e della universalità del linguaggio, è altrettanto ovvio che a primeggiare sarà il volgare. Il Convivio insiste invece sulla funzione sociale che il volgare assume, una volta che venga utilizzato come strumento di educazione di una nuova classe dirigente. La «nobil gente» cui l'opera si indirizza (significativamente inclusiva della componente femminile) è vulgare e non litterata. Non conosce il latino (sapere littera o grammatica equivaleva a conoscere la lingua dei classici), ma forma l'asse della civiltà comunale e protoborghese che Dante ha in mente. Sebbene qui si tratti, diversamente dal De vulgari a noi pervenuto, di prosa, è fisiologico supporre che la prosa filosofica dantesca si ispiri anch'essa a criteri 'illustri', analoghi a quelli identificati per la lirica d'arte.

Ma c'è di più. Dante dichiara d'esser stato spinto all'uso del volgare dal «naturale amore» che porta alla propria «loquela». Ci sarebbe molto da dire su questo reiterato uso dell'aggettivo naturale. Esso scaturiva, in linea generale, dall'accettazione della dottrina aristotelica sulla 'naturalità' del logos all'essere umano, in quanto apparato fono-semantico articolato alla sua struttura corporea e in quanto finalizzato alla sua realizzazione nell'ambito della polis, cui spetta l'esercizio della nostra sostanza morale, quella per cui possiamo valutare come giusta o sbagliata un'azione, una scelta, una legge e così via. Ma questa condizione, per così dire, ontologica viene a mediarsi, nella prospettiva così visceralmente storica del nostro poeta, in un sentimento identitario: quello che vincola il soggetto parlante alla sua patria (nel senso originario, trecentesco e ancora cinquecentesco del termine, di "patria locale", di "luogo dove si è nati"), alla comunità di origine, a un tessuto particolare di usi, tradizioni, forme mentali. E' il sentimento che affiorerà in tante pagine celebri della Commedia, in cui la parlata rivela la provenienza, l'accento riporta a storie e passioni condivise: «la tua loquela ti fa manifesto / di quella nobil patria natio...»; « Io non so chi tu se' né per che modo / venuto se' qua giù; ma fiorentino / mi sembri veramente quand'io t'odo» e così via. Ed è quello che anche nel De vulgari, pur fra le riserve già viste,veniva dichiarato: «...quamvis ad voluptatem nostram sive nostre sensualitatis quietem in terris amenior locus quam Florentia non existat», non c'è luogo al mondo più dolce e piacevole di Firenze. Un'idea, dunque, a suo modo etnico-culturale della lingua materna, scevra però di qualsiasi pregiudizio o indulgenza campanilistica, che è anch'essa tratto importante dal punto di vista storico e che formerà un vero e proprio asse del dibattito linguistico in epoche anche molto più tarde.

Un terzo, ultimo tratto, è affidato all'esser stato - il volgare - «congiugnitore de li suoi generanti», e dall'avere pertanto concorso, in quanto linguaggio della comunicazione e dell'amore, alla sua «generazione». Andrebbero indagati i precedenti, se esistono, di questa suggestione. Pur così radicato, ancora una volta, nel tessuto naturalistico dell'ontologia aristotelica, questo collegamento esplicito fra il linguaggio e l'atto sessuale mi pare conferisca una connotazione nuova al concetto, già splendidamente formulato nel I capitolo del De vulgari, di lingua materna. La lingua che «chiama mamma e babbo» tale è perché appartiene alla fase originaria della nostra vita, a quel punto di confine fra natura e cultura che costituisce il nostro venire al mondo e l'inserirci in una comunità familiare. Si spiega pertanto che il linguaggio rappresenti, per Dante, l'ingrediente primario e ineluttabile del pensiero e che il suo utilizzo si dispieghi in parallelo col dispiegarsi dei sentimenti e dell'intelligenza, dell'insieme dell'esperienza umana in tutti i suoi risvolti, minimi, mezzani o sublimi. Vale per Ciacco e per Beatrice, per Farinata e per Dante medesimo questo sottofondo linguistico e identitario, a partire dal quale i destini poi si sviluppano e divergono anche in modo insanabile.

La dottrina linguistica dantesca notoriamente si conclude e viene sintetizzata nei versi che il viaggiatore Dante mette in bocca ad Adamo, nel XXVI del Paradiso:

La lingua ch'io parlai fu tutta spenta 
innanzi che a l'ovra inconsummabile 
fosse la gente di Nembròt attenta:

ché nullo effetto mai razionabile, 
per lo piacere uman che rinovella 
seguendo il cielo, sempre fu durabile.

Opera naturale è ch'uom favella; 
ma così o così, natura lascia 
poi fare a voi secondo che v'abbella.

Torna l'aggettivo già discusso, naturale; e siamo in grado di leggervi in controluce i molti sensi che vi si annidano. C'è qualcosa di più. Non solo è naturale il fatto che gli esseri umani parlino, ma anche che lo facciano «così o così», costruendo e tramandando lingue differenti. A rigore, dunque, il mito di Babele va rivisto: l'ebraico era già «tutto spento» quando nella piana di Babilonia venne costruita la celebre torre. Il capriccio umano della differenza non è una punizione divina, ma la fisiologica conseguenza dell'essere, il linguaggio, dotazione per un verso universale e comune, per un altro inevitabilmente locale, modellato sui singoli popoli e i loro usi. Più che al capitolo XI di Genesi, Dante sembra qui rifarsi al capitolo X dello stesso libro che così suona nella Vulgata (versi 31-32):

Isti filii Sem secundum cognationes et linguas et regiones in gentibus suis.
Hae familiae filiorum Noe iuxta generationes et nationes suas. Ab his divisae sunt gentes in terra post diluvium.

Da questo teorema discende il corollario della inevitabile, incessante variabilità del linguaggio: non durabile, passeggero come tutte le cose umane. L'idea, ancorata a un passo assai noto dell'Ars Poetica di Orazio, è ribadita nei versi che seguono:

ché l'uso d'i mortali è come fronda

in ramo, che sen va e altra vene.

Di nuovo l'uso, come si vede, acutamente teorizzato nelle due operette degli anni intorno al 1305, e qui ripresentato come principio caratterizzante del linguaggio e, più in generale, della storicità dell'esperienza umana. Il fatto che Dante ritenga che quest'esperienza non si esaurisca in sé stessa, ma venga inverata in un disegno provvidenziale, anticipando in Terra, a mo' di 'figura', il ruolo che ciascun individuo svolgerà nell'ordine finale delle cose, non esclude la piena adesione alla concretezza del vivere, al suo perimetro sociale e storico determinato, alla trama di affetti passioni ideali cui esso continuamente attinge. In questo gioco di sponda fra particolare e universale, sorretto da profonde convinzioni filosofiche, sta probabilmente una radice essenziale della specialissima arte di Dante, di quella sua temperatura realistica, carnalmente umana, che non va perduta neanche al cospetto immaginativo di Dio, nella rappresentazione dell'impaccio di dire ciò che per definizione dirsi non può.

Oh quanto è corto il dire e come fioco
al mio concetto! e questo, a quel ch'i' vidi,
è tanto, che non basta a dicer 'poco'.

Ma non è possibile approfondire in questa sede un punto così delicato, sul quale peraltro si sono espressi i migliori specialisti del nostro poeta. Basti qui aver tentato di chiarire perché sia lecito, fuori d'ogni retorica, accogliendo e approfondendo lo spunto di Leopardi, riconoscere a Dante una funzione di svolta, e non più ripetuta, nella storia degli istituti linguistici e della letteratura italiana. E, insieme, ascrivergli quella posizione di apripista di una tradizione nazionale che prende il suo senso più autentico se proiettato, come Leopardi propone, in una dimensione non solo italiana ma sovranazionale e europea. La riflessione dantesca sul linguaggio, inteso come sostanza della storicità della persona umana e come chiave universale di conoscenza, è una componente decisiva di questo complesso mosaico. Che ancora aspetta, a me pare, una piena valorizzazione in chiave filosofico-linguistica.