IN FORMA DI PROSA:

QUESTIONI DI ESTETICA, IDEOLOGICHE, POLITICO-SOCIALI

di Mario Quattrucci

Ho affrontato questioni di estetica ed altre piuttosto che in forma di saggio nel corpo di alcuni romanzi, vuoi nella parte dialogica vuoi nella parte diegetica del racconto. Con una operazione in un certo senso decostruzionista, ripropongo per estratti tali riflessioni - la presente dal romanzo Troppo cuore - nella speranza che suscitino interesse in qualcuno degli affezionati lettori di malacoda: rivista del resto vocata a tali ricerche e confronti. M.Q.

1

Opera d'arte. Condizione umana e natura dell'uomo.

Galleria 900 di Via Giulia. Dialogo tra il protagonista, commissario Marè, e la proprietaria della Galleria Marella Marchesini.

Due grandi vetrate sulla strada, una a metà fa da portale. Nell'una e nell'altra, in mostra, due soli quadri 100x70: Francis Bacon: retrospettiva in una serie dedicata ai maggiori europei del secolo passato.

La sala, divisa a metà da due arcate, è grande, luminosa. Alle pareti non più di venti opere del maestro britannico irlandese- inglese: tra di esse i tre Studi per una crocifissione e due dei suoi Autoritratti.

Marè entra. Viene avvolto da una musica suadente..., una musica che ha già sentito ma non sa riconoscere. In fondo alla sala, dietro una scrivania stile Rinascimento (forse non solo stile) è seduta la signora.

Marè saluta, lei risponde gentilmente e continua a lavorare al suo computer.

Dietro il tavolo e il computer, in quella luce, Marè può vedere solo parte della parte superiore del corpo e, spostandosi un po' per la sala, di tre quarti il viso.

Pensa che se non è seduta su alti cuscini deve essere di altezza superiore alla media, slanciata ma non magra. Il volto, un po' in penombra e non in primo piano, gli appare severo ed assorto e gli sembra familiare.

Prende da un tavolino il catalogo della mostra e inizia la visita. Si sofferma a lungo davanti ad ogni quadro; più a lungo davanti alle tre crocifissioni; poi davanti ai due autoritratti. La musica continua a diffondersi da un invisibile apparecchio.

La signora si alza. È come aveva immaginato il commissario: mocassini tacco medio, alta sul metro e settantatré settantacinque; ben proporzionata, non grassa, non magra; bel seno che spinge la camicia bianca sotto la giacca grigia di un tailleur. Portamento eretto ed elegante di donna sui sessanta che ne dimostra quarantuno. Capelli castano scuro, ondulati, lunghi sulle spalle; viso non banale, non bello, dai lineamenti forti ma di fascino indubbio accentuato dalle rughe attorno agli occhi e sulla fronte che nessun maquillage tenta di celare: una certa somiglianza con la Roberts... ed era ciò che forse aveva suscitato al commissario quel ricordo di un già visto. O forse era qualcosa di diverso.

Si avvicina con garbo: − Inquietante, vero? − chiede al commissario.

− Sì, inquietante − risponde: − Feroce.

− La deformazione, sì. È quella che delinea più di un Rembrandt l'anima dell'Uomo... e del mondo perciò.

− Siamo tutti così? − chiede il vecchio.

− Più o meno, senza scampo. La nostra doppia natura... − risponde la signora. − E ciascuno di noi, ci dice Bacon, è quel contorto groviglio che svelato, o se si mostri in qualche modo, sconvolge i nostri tratti. E ciascuno lo ha dentro quel dolore..., quel terrore e orrore..., che ci rendono capaci di ogni cosa: sublime o maledetta.

− Possibile, signora? Non posso pensarci, ma dev'essere vero. Mia madre mi insegnò a guardare le persone in faccia e dentro agli occhi perché, diceva, non è capace di male chi ha veramente il viso onesto, ma tutta la mia lunga esperienza mi ha rivelato il contrario. Sebbene...

− Sebbene?

− Sebbene abbia conosciuto e conosca persone incapaci di fare il male e cose spregevoli.

− Certo. Esistono. Ma io non credo che la deformazione di Bacon voglia indicare soltanto la compresenza del male... No: io penso che egli voglia piuttosto parlarci del dolore, della sofferenza, della contraddizione che ognuno di noi..., e la vita..., porta in sé. E non solo di ciò che è dentro noi, intrinseco all'individuo, ma di quanto ci è inflitto dall'esterno...

− Come in quelle crocifissioni, ad esempio.

− E in molte altre opere. Inoltre secondo me..., come posso dire..., egli non mostra soltanto la deformazione ma anche, e quasi sempre, un processo di dissoluzione. Certo: esprimeva anche il suo inferno interiore provocato dagli abusi d'ogni sorta, droga, alcol... Ma quanto al volto del male..., o meglio il male che si cela sotto la bellezza di un volto..., mi creda: io ne so qualcosa..., per esperienza di vita. Del resto Lucifero non era il più bello e splendente degli angeli? − terminò con un sorriso.

− Anche senza bisogno della dannazione della droga?

− La droga di Lucifero, e di tutti i luciferi del mondo, era il desiderio di potere, farsi Dio..., avere potere sulla vita degli altri. Ma è vero che tanti artisti, forse per esprimere sé stessi, hanno avuto bisogno delle droghe comuni, dei tossici: e la loro realizzazione ha coinciso con la loro autodistruzione.

− Pensa a tanti grandi del jazz e del rock?

− A quelli ma non solo. Ma certo Charlie Parker o Billie Holiday o tanti altri hanno pagato ad usura il loro genio e la loro grandezza.

− Ma sarebbero stati ugualmente grandi senza quella dannazione?

− Non credo. Doctor Faustus, Leverkuhn... ricorda? Ma loro erano geni e al genio si perdona. Invece quando una persona normale, una ad esempio come me, che non potrà mai essere grande, viene trascinata con malia in quell'abisso ciò è un delitto. E va punito... O almeno andrebbe.

− La comprendo..., anche se in ogni dannazione io credo ci sia sempre una scelta personale... Ma ora debbo andare, e privarmi di una così amabile ed istruttiva conversazione della quale la ringrazio... Prima che vada, tuttavia, la prego: mi illumini anche su questa musica che aleggia.

− Ho notato che ne è rimasto colpito...

− Mi accade spesso: ascolto alla radio un brano, un concerto, so di averlo udito, anche molte volte, riesco perfino a seguirlo nella mente e a fior di labbra, ma non so riconoscerlo. Il mio amico il Maestro Fausto Razzi dice che è questione di mala educazione... o di nessuna, io direi.

Sorrise ancora, poi rivelò: − Il Concerto per Aranjurez di Joaquin Rodrigo, e alla chitarra era Paco De Lucia. Quello che ha ascoltato era l'adagio.

− Ah, sì: ora mi è chiaro. La ringrazio ancora.

Si avviò ad uscire.

− E invece di far ascoltare e studiare questa musica... − disse ancora la donna, − o altra di ugual livello, naturalmente..., contemporanea, moderna, capace di esprimere e farci intendere la realtà lacerata del mondo e anche, perché no, di commuoverci..., ci ammanniscono quelle insulsaggini senza garbo di San Remo e di X Factor.

La risata di Marè fu sincera. La salutò di nuovo con un inchino. Andò alla porta.

− Torni a trovarci, dottor Marè − furono le parole di Marella Marchesini. − La prossima settimana, magari: abbiamo quattro artisti viventi: credo che li conosca...

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2

In visita alla mostra di quattro artisti - Aller, Conte, Facchinetti, Frare - nuova conversazione con Marella Marchesini. Questioni di estetica e storia dell'arte nel 900.

Marè li conosceva, sì, quei quattro artisti: anzi erano amici. Come ne conosceva l'opera di ognuno, e i successi, e la storia. Alternativa, chiaro: tutta fuori centro. Con piacere, quindi, andò alla 900: ma l'interesse principale, va da sé, era di rivedere e riparlare con la signora gallerista, Donna Marella Marchesini.

Tuttavia fu contento d'incontrarli − i due Bruno, Aller e Conte, e le due belle artiste Frare e Facchinetti. Abbracci, complimenti, promesse di rivedersi davanti a un cacio-e-pepe, poi esame davvicino d'ogni quadro e, infine, la signora.

− Notevole mostra, non le pare?

− Sì, notevole davvero. E la ringrazio. Non finisco di imparare e di stupirmi davanti a questi artisti.

− Dunque lei ama l'avanguardia...

− Specialmente nelle arti visive... sì. Ma anche nelle altre arti, incluso il teatro e la letteratura, sono sempre stato contro il dogmatismo unidirezionale...

− Anche in letteratura?

− Anche, sì. Come del resto lei, se non mi sbaglio.

− In realtà sì, ma senza sostituire un dogmatismo all'altro. Diciamo che mi sento appieno nella modernità, o per dir meglio nel moderno... Come sa m'interesso e organizzo jazz e musica contemporanea e come ha visto qui, arte d'avanguardia. Quanto al resto penso che il neorealismo ha prodotto grandi opere nel Cinema ma nelle arti visive solo cose secondarie e in generale brutte, e in letteratura molto poco, quasi niente. Né ho mai accettato il dogma di Lukács che la nuova arte, il realismo socialista, ciò che voleva essere rivoluzionario, dovesse rifarsi al grande romanzo borghese, perché ciò significherebbe un ritorno al passato, vorrebbe dire costringere i nuovi contenuti nelle forme vecchie, e quindi finirebbe per essere un formalismo né più né meno di quello che si vorrebbe combattere.[1] Sono una fan di Gadda ma ho amato ed amo anche il romanzo realista impegnato e sperimentale, quello che narra storie umane in rapporto con la storia, il Volponi delle Mosche del capitale, il Pratolini dello Scialo... Del resto anche Gadda è un realista: espressionista, congetturale, pasticcere e barocco quanto si vuole ma sempre realista.

− Ho un amico che dice le stesse cose − disse Marè sorridendo.

− Un critico?

− Uno scrittore. E un organizzatore culturale come lei..., sebbene con mezzi assai minori. Si definisce gramsciano ma chissà... Di questi tempi le definizioni ideologiche sono incerte, sempre più incerte.

− E poco gradite... Del resto lo sconvolgimento è stato grande e definirsi in qualche modo è un lusso e un rischio. Sono stata marxista e, sulle orme di mio nonno partigiano, vicina al partito comunista, ma mai stalinista e sempre contro lo zdanovismo del vecchio Pi Ci. Però, come avrà capito, sono rimasta contro: contro il sistema attuale, lo stato di cose presente... per citare chi sa. E lo sono integralmente, sul piano culturale e morale. Ma se dovessi proprio dichiarare un'ascendenza e una linea teoretica direi che sono brechtiana...

− Ecco, dunque, da dove viene la passione di sua figlia.

− Sì. Credo di sì... E dunque appoggio e promuovo una cultura e un'arte antagoniste.

− La sua estetica, dunque...?

− Lo dico con le parole dello stesso Brecht..., per come le ricordo, naturalmente... bisogna interrogare la realtà, non l'estetica, neanche quella realistica... la verità può venir taciuta in molti modi e in molti modi può essere detta... bisogna dedurre la nostra estetica, e la nostra moralità, dai bisogni della lotta... E come lui non credo che possa e debba essere esclusa e aborrita l'arte che fa filosofia, che fa politica, perfino propaganda..., quando sia al livello di autori come Brecht, beninteso..., perché la propaganda affinché la gente ragioni, in qualsiasi campo la si faccia, è sempre utile alla causa degli oppressi... Lo ripeto: quando sia alla sua altezza, e quindi sia fondata sulla collaborazione tra rappresentazione e riflessione, sull'intervento della consapevolezza critica che arricchisce invece di bloccare.

− Be', la ringrazio ancora. È una buona lezione di estetica e, ad essere sincero, per me illuminante anche per altre cose... Ma ora, se permette, avrei bisogno di parlare un po' con lei di faccende private.

− Ci sono due possibilità: o lei aspetta che chiudiamo e andiamo a cena qui vicino, o ci vediamo domani dove crede.

− La prospettiva di stasera è allettante ma temo che per me sia un po' gravoso: ho una lunga giornata sulle spalle, e alla mia età...

− Ma quale età... Piuttosto sono io ad essere un po' stanca, dunque ha ragione lei: vediamoci domani.

− Bene. Che ne dice di un tè alla Valadier? Può farsi sostituire qui per un paio d'ore?

− Ma certo. Allora alle cinque alla Casina.

E alle cinque meno due il commissario e la signora − solito trench lui, trench oversized boyfriend Saint Laurent lei − entravano al Caffè − Caffè del Pincio by Casina Valadier.


[1] Si prestano qui, e poi oltre, al personaggio parole di Francesco Muzzioli e di un suo saggio su Brecht.