IL RITO

di Maria Pia Damiani Sapenza

Grossi fiocchi di neve volteggiavano nell'aria. Assumevano rimandi d'altri echi: cotone, coriandoli, piume, foglie, farfalle d'inverno, a seconda dell'umore del destinatario.

Imbacuccata nel cappottone, Ida doveva fronteggiare quella tormenta; la scuola l'aspettava con i suoi alunni. Era una maestra attenta, rispettosa delle esigenze altrui. Sapeva quanto importante fosse il suo ruolo. Input che avrebbe mosso i passi futuri dei suoi bimbi e che cercava di svolgere nel migliore dei modi. Aveva quasi 40 anni e accumulato una notevole esperienza. E, soprattutto, l'amore per la professione si sposava con la propria indole non deludendo chi aveva modo di incontrarla e parlarle.

- Vedrai, col tempo si cambia - le dicevano i grandi dall'alto del loro magistero quando ancora era bambina e la sentivano manifestare le sue idee. Che si trattasse di mamma, papà, zii o amici di famiglia non faceva differenza.

Intanto Ida aveva ancora diversa strada da percorrere prima di arrivare al lavoro.

Quella mattina, manco a farlo apposta, c'era lo sciopero dei mezzi. Lei non se ne crucciava, era forte, e poi i vicoli l'aiutavano non poco.

I vicoli, così protettivi. Così accorcianti la traiettoria dei passi.

Si aggiustò il bavero del cappotto, calcò sulla fronte il berretto di lana. I fiocchi svolazzavano, aumentando sempre di più; asciutti e delicati, si adagiavano al suolo e formavano già una soffice coltre. Parevano raggiungere lo spessore di una decina di centimetri , che si elevava in alcuni punti più pressati dal vento e negli angoli dei palazzi. Gli anfratti e le piazzette più interne un poco scampavano alla furia umorale delle intemperie, che con la neve schiaffeggiavano qualunque ostacolo vi si frapponesse.

Soffioni di massa bianca ululavano e a tratti calcinavano i muri. Le folate si schiantavano contro le sporgenze degli edifici, rovesciandosi su porte , finestre, come a volerle violare.

Ida cominciò ad accusare stanchezza. Aveva creduto che fosse un divertimento quell'occasione di neve. Adesso, però, era veramente troppo. Una bufera come nei film di genere catastrofico.

Ma immaginarla o vederla da seduti comodamente al calduccio era assai diverso che viverla di persona.

Intorno non c'era nessuno. Si sentì unico fiato in mezzo al mondo.

Cercò un riparo. Non riusciva a orientarsi con quella coltre spessa e bianca che le pungeva gli occhi. Credeva di crollare da un momento all'altro e anche lei divenire parte del suolo innevato, quando le baluginò una forma scura , dapprima quasi un'idea. Si riparò il viso con le mani guantate e procedette in avanti, finché quell'idea non si stagliò nella certezza di una chiesa.

- Meno male - pensò, abbozzando un sorriso, subito cancellato dal sospetto che fosse chiusa. Continuò e finalmente la raggiunse. Premendo sul battente, la porta si aprì.

Un calore inaspettato le venne incontro. Il contrasto fra la temperatura esterna e interna ne esaltava la percezione. Poi, il corpo iniziò ad abituarsi e ad avvertire il vero rapporto tra pelle e aria.

Entrò in pieno silenzio, l'odore dei ceri la confortò.

- Mi piazzo qui e aspetto. Intanto disperdo un po' di freddo. Mica nevicherà per sempre! - si disse per confortarsi sedendosi all'estremità di una lunga panca dell'ultima fila.

Passò del tempo, quanto non avrebbe saputo calcolare, non avendo orologio, né ricordava se avesse dormito o vegliato. Scosse la testa, colta da una strana consapevolezza. Come se si trovasse dentro un'altra dimensione. Si sentì preda di un vortice fantasma. O era semplice capogiro? Il torace le bussava sempre più forte, non dipendeva solo dal cuore.

E iniziò a domandarsi chi veramente lei fosse, come non aveva mai fatto. Conoscersi e riconoscersi. Tagliare e sezionare indicibili pulsioni che non credeva le appartenessero. Libera. Essere libera. Uscire dalla gabbia che la teneva compressa.

- La tua libertà finisce quando intacca quella degli altri - le era stato detto da benpensanti scritti e orali.

Gli altri ... sempre gli altri a cui dare credito. Ma quale il modo per essere veramente in pace con se stessi? E come concepire la pace? Alla stregua del piacere? E il piacere è sempre legato al bene o anche al male?

Ed è male ciò che tale viene ufficialmente considerato, sia nell'applicarlo agli altri sia a se stessi? Aveva pensato a queste cose prima ... prima quando? Poi aveva lasciato cadere il ragionamento. Troppo complicato quel domandarsi, anche perché ogni volta emergeva qualcosa di oscuro, che le procurava un'angoscia da farla sentire sporca, senza che ne sfociasse una risposta.

Ma qui sono al sicuro, ci sono solo cose sante: altari, icone, l'ombra delle mani giunte e delle genuflessioni di tanti secoli, i sospiri degli angeli a fluttuare nell'aria, lacrime di candele e l'odore d'incenso che tutto impregna e che se non ci fosse annullerebbe quel sentore di chiesa.

Si alzò, e con lei si alzò uno strano malessere. Si diresse verso l'uscita. Aprì e vide la bufera intatta.

Le pareva di vivere un incubo. Nessuno che potesse aiutarla. Uscire e riprendere il cammino verso la scuola con la bussola dell'istinto. O indugiare in chiesa ad aspettare che la neve si calmasse quel tanto che le permettesse di discernere il percorso.

Richiuse la porta e tornò a sedersi al posto di prima.

- Può darsi che in sacrestia ci sia qualcuno, se non il prete, il sacrestano - le venne da pensare - Scambiare due parole che non fossero solo il vero dialogo di un monologo. Mi aiuterebbero a credere che davvero sono in stato di veglia e non mi trovo in un'altra dimensione. Sono forse morta?

Decise di eseguire il suo intento. Mentre percorreva il centro della navata udì degli strani rumori. Si fermò, e da entrambi i lati intravide muoversi qualcosa. Si voltò di scatto. Da una parte e dall'altra. Deglutì. Respirò a fondo.

- C'è qualcuno qui? - domandò con voce tremante.

D'impeto si portò a un lato della chiesa, accostandosi quanto più potesse alla parete in pietra. Nessuno. Non c'era nessuno. La situazione l'aveva condizionata a tal punto da immaginare presenze inesistenti. Basta. Se ne sarebbe andata da quella chiesa troppo lugubre. Meglio la tormenta.

Stava avviandosi quando si sentì toccare a una spalla. La statua di un santo era scesa dal piedistallo e ora si trovava accanto a lei palpitante di vita.

Le sorrise:

- Non temere, figliola, sei capitata qui in occasione del Rito che si ripete ogni dieci anni proprio a quest'ora.

- Dev'essere un brutto sogno - disse Ida mentre osservava quella statua vivente con più attenzione: di mezza età, non alto. Un frate, poiché indossava un saio marrone. Il cappuccio gli copriva gran parte del viso e una pennellata d'ombra, causata dalla colonna frapposta alla luce della vetrata soprastante, ne acuiva il mistero, anche se riusciva a intravedergli la barba.

- No - fu la risposta del frate. - Datti un pizzicotto e vedrai che non sogni. E se ti guardi intorno vedrai che tutti noi a poco a poco prendiamo vita.

E Ida guardò: martiri, angeli , madonne e santi stavano materializzandosi. Le statue scendevano dai piedistalli, i dipinti uscivano dai quadri. Tutto avveniva abbastanza lentamente, ma più veloce di una ripresa a rallentatore. I banchi cominciavano a riempirsi, nella navata centrale c'era un bel passeggio.

- Perché tutto ciò? - domandò al suo santo di fianco.

- Si torna ogni decennio per discutere di quel che accade su questa terra sempre più maltrattata da voi ancora incarnati. Sperando noi stessi nel miracolo di trovare un'umanità definitivamente ravveduta.

-Anche chi visse ieri l'ha maltrattata - obiettò Ida. - È da sempre una dannata connotazione umana. L'errore più grande di Dio, semmai esistente, è l'aver creato gli esseri umani così imperfetti, e quindi nemmeno Lui perfetto. E voi santi non siete che finte eccezioni. Perché dentro gli uomini sono tutti uguali.

- Questa è la creazione figliola. Dobbiamo accettarla. È il libero arbitrio che comunque fa la differenza non solo tra uomini e animali, ma anche tra uomini e uomini. Per qualsiasi motivo si scelga il bene piuttosto che il male giustifica Dio dall'averci creati.

- Non c'è libero arbitrio, quando si ha una pistola puntata alla tempia, comunque a ogni foce di fiume. Non è libertà scegliere tra una vita a tempo e una morte anticipata ... ma sempre presente dalla nostra nascita. Una morte a cui abbiamo attribuito il nulla o l'infinito d'infinite esistenze. Tutto può essere confutato , smentito, creduto, immaginato dalla piccola massa che blinda la testa. Pensiamola ... così fragile ... spappolabile ... che immagina l'eterno, inventa formule matematiche, calcola anni luce , e proprio dalla sua prigione vorrebbe sostituirsi a Dio o in qualche modo se lo inventa con religioni, idolatrie, cancellandolo dalla lavagna per poi bestemmiarlo. Pazzesco , bestemmiare chi non esiste!

Il frate la lasciava dire. Ida era partita col suo bagaglio e ora lo stava disfacendo in una chiesa. Aveva il fiato corto, come avesse corso senza fermarsi tutte le esperienze dei suoi anni.

- Forse, hai ragione. Ti leggo e, malgrado il tuo parlare, credi di sognare o di avere qualche visione a causa di questa esperienza in cui ti sei trovata. Lo stesso si può dire di chi entra ed esce dal tunnel e rivede in un attimo il suo passato, i suoi cari. Molti dicono che è difesa automatica del cervello. Per evitare di soffrire ulteriormente scatena dei fenomeni già programmati. Sì, a tutto si può opporre il suo contrario. Sta a noi scalare la parete del convincimento, raggiungere la vetta o precipitare.

A queste parole si levò una musica d'organo, celestiale e drammatica.

- Figliola, è ora che tu vada. Qui non puoi restare. Fuori si è tornati a prima della bufera.

Ida sapeva che non era il caso d'aggiungere altro e s'avviò verso l'uscita. Prima di aprire e chiudere la porta, dette un altro sguardo a tutti quei santi materializzati.

Ma l'ultimo lo riservò a Gesù Cristo, l'unico che non si era mosso ed era rimasto fedele alla sua croce.