IL RISULTATO DEL VOTO

NON SI PRESTA AL TRIONFALISMO

di Aldo Pirone

Il dato più eclatante delle recenti elezioni amministrative è senza dubbio l'astensionismo elettorale che già evidente al primo turno - aveva votato solo il 52,67% nei 63 comuni interessati - è diventato ancor più allarmante ai ballottaggi con un calo di ben nove punti: 43,94%. Nelle grandi città, Milano, Roma, Napoli, Torino, Trieste i sindaci si eleggono al primo o al secondo turno con una partecipazione al di sotto del 50%. A Roma, Torino e Trieste addirittura con percentuali di affluenza ai ballottaggi del 40%. Solo Bologna con il 51% vota poco sopra il 50, il che per la storia partecipativa di quella città non è precisamente un risultato esaltante.

La disaffezione alle urne viene da lontano è fa tutt'uno con la crisi dei partiti e della democrazia. Questa volta, però, la sua composizione è più complessa rispetto a quella precedente alla pandemia. Dentro c'è anche un pezzo di astensione che ha penalizzato soprattutto la destra: la pochezza dei candidati e una politica tutta rivolta a combattere apertamente il rigore sanitario e a occhieggiare alle frange dei no vax e dei no green pass. Accanto, però, c'è anche, insieme a un disagio sociale talmente profondo da indurre a richiudersi nel proprio guscio e a disinteressarsi della vicenda politica, il suo opposto: un abbandonarsi fiducioso a quello che sta facendo il governo sia sul piano del contrasto alla pandemia sia su quello della ripresa economica, una sorta di "scoraggiata fiducia" in Draghi e nel suo governo.

Comunque sia, per un motivo o per l'altro, la non partecipazione al voto deve preoccupare le forze di sinistra e progressiste perché essa ha riguardato soprattutto le cosiddette periferie sociali più sofferenti che hanno abbondantemente disertato le urne. Guai a prendere lucciole per lanterne. I risultati del voto sono stati certamente positivi e confortanti per il centrosinistra, ma la mucca, per dirla con Bersani, è ancora nel corridoio e l'astensione elettorale l'ha trasformata in un elefante.

Il segretario del Pd Letta ha detto, commentando a caldo i risultati positivi del suo partito alle elezioni amministrative e ai collegi nelle suppletive, che il Pd è tornato "in sintonia con il paese". Poi a ballottaggi conclusi ha parlato di trionfo del centrosinistra anche se ha detto di voler evitare il trionfalismo.

E' comprensibile che un segretario esalti i risultati positivi della politica del suo partito, soprattutto quando i suoi nemici interni - in questo caso i renziani e loro seguaci lasciati a far da guardia nei dem - ed esterni, il complesso delle forze che fanno capo a "lorsignori", non aspettavano altro che un suo passo falso per azzannarlo ai polpacci. Ma bisognerebbe essere sobri, soprattutto perché vicini si stagliano appuntamenti importanti - continuazione della campagna anti Covid 19, ripresa economica, provvedimenti sociali, finanziaria, elezione del Presidente della Repubblica - al cui termine, fra pochi mesi o fra più di un anno, dipenderà da come andrà l'elezione presidenziale, ci saranno le elezioni politiche. E quella sarà tutt'altra partita.

Occorre partire dal fatto che il popolo delle periferie sociali non ha partecipato al voto non sentendosi in sintonia né con il Pd né con la destra né con altri. È sbagliato che Letta dia per il suo partito come già compiuto un percorso che è ancora lungo e che per arrivare alla meta comporta ben altro che la radunata attorno al Pd di cespugli e cespuglietti; una sorta di ritorno a un Ulivo 2.0 che assomiglia tanto a un heri dicebamus quando tutto è cambiato da allora. I dem e tutta la sinistra ne devono fare di strada - e devono sbrigarsi a farla - per tornare alla piena "connessione sentimentale" con il paese e, soprattutto, con la sua parte sociale più sofferente e con i lavoratori. A tale scopo è del tutto errato tornare a esaltarsi come "perno" o "baricentro" di un nuovo centrosinistra che si allarga in tutte le direzioni come se Calenda e Conte fossero politicamente componibili a prescindere dai programmi e dando l'impressione che ormai il M5s contiano sia diventato ancillare. Anche perché il voto grillino alle amministrative - salvo casi eclatanti come fu in un'altra fase politica a Parma e poi a Torino, Roma, Livorno e in altri pochi comuni - non è mai stato esaltante per tanti motivi che non è qui il caso di approfondire. E molto di quel voto "populista", che per ragioni diverse oggi si è rifugiato nell'astensione, tornerà a ripresentarsi nelle elezioni politiche nazionali e se non troverà accogliente - anzitutto nei contenuti programmatici popolari e progressisti - la proposta politica corroborata da una novità politica e organizzativa di sinistra unita e plurale, potrebbe riprendere le vie del sovranismo e della demagogia.

Il "perno", perciò, è l'alleanza progressista e i suoi contenuti di giustizia sociale, non i dem così come sono oggi. I "perni" e i "baricentri" di Letta rischiano di favorire gli intenti di "lorsignori".

A definire come irrilevanti quantitativamente e qualitativamente i pentastellati di Conte sono, non a caso, i grandi giornali di "lorsignori" e tutto il mondo giornalistico e intellettuale che gli ruota intorno e ne esprime pensiero politico e interessi di classe. Ciò fa parte di quel tentativo avvolgente a egemonia neocentrista e moderata in atto da tempo che mira strategicamente a rompere la prospettiva dell'alleanza progressista fra Pd, M5 e Leu per rendere, invece, super attraenti i cespugli neocentristi (Azione, Più Europa della Bonino) ben oltre la loro consistenza numerica e inconsistenza politica. È una musica che nel Pd a molti piace ascoltare e che ha come sua variante il mettere sullo stesso piano Calenda e Conte, e fino a qualche giorno fa lo stesso Renzi - che, dopo l'affossamento della legge Zan e la formazione del grupo con FI all'assemblea siciliana ormai viaggia a vele spiegate verso i lidi della destra - e perfino, come reclama il sindaco dem di Firenze Nardella, FI di Berlusconi. È la variante aggiornata degli "opposti estremismi" di famigerata memoria che torna a essere incarnata oggi dal sovranismo nazionalista da una parte (Meloni e Salvini) e il M5s di Conte dall'altra. Il risultato elettorale del primo turno a Roma proietta Calenda, obiettivamente, a essere il candidato federatore della piccola e frastagliata area centrista, Sempre che il risultato capitolino di Calenda sia trasferibile tout court sul piano nazionale; il che è tutto da vedere.

Occorre tenere presente a sinistra e nel fronte progressista che le partite che si stanno giocando nel e attorno al governo Draghi sono due, intrecciate tra loro. La principale è quella antifascista, antinazionalista e antisovranista ma connessa a questa c'è quella di impedire che a dirigere la musica contro la destra sovranista sia l'establishment di "lorsignori" con i loro interessi di classe. Per questo il programma per il lavoro e la transizione ecologica, per la riduzione della disuguaglianza civile e sociale, per la giustizia sociale, per uno Stato protagonista nella guida dei processi economici deve essere dirimente, insieme all'antisovranismo nazionalista e all'europeismo federalista e solidale, ai fini di ogni alleanza larga, sociale e politica.

Nell'evolversi quotidiano della situazione, occorre certamente approfittare di ogni incrinatura e divisione che si presenta dentro dentro i partiti della destra: la Lega (Giorgetti) come in FI (Brunetta, Carfagna, Gelmini ecc.) ma tenendo sempre ben fermo l'obiettivo strategico che è quello della formazione dell'Alleanza progressista e non di un nuovo centrismo confuso e raffazzonato. Il "campo largo" tanto caro a certi dirigenti del Pd lo è se è capace di tornare ad appassionare e a includere il popolo e i lavoratori che oggi disertano le urne non se si limita a mettere insieme una minoranza di ben educati graditi a "lorsignori".

Al tempo stesso, visto il gioco di Renzi che purtroppo dispone di un numero di parlamentari, sebbene non corrispondente ai suoi consensi reali, che può fare blocco con la destra, occorre non offrire occasioni al rignanese per evidenziare questo suo potere contrattuale parlamentare che mira a far emergere plasticamente un'altra maggioranza soprattutto in vista della sempre più prossima elezione del Presidente della Repubblica.

Un tornante che il potenziale fronte progressista dovrà affrontare con realismo e sagacia, avendo come obiettivo strategico di portare al Quirinale una persona in grado di salvaguardare con perspicacia ed equilibrio le Istituzioni repubblicane e antifasciste dal sovranismo nazionalista.