SPECIALE 100 ANNI DI PCI

Dal libro Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale (pp. 80-3)

per gentile concessione dell'editore Donzelli.

IL POPOLO ROMANO DEL PCI

di Walter Tocci

La costruzione di popolo ad opera del Pci romano nel dopoguerra si basa su tre elementi. In primis, per merito di Aldo Natoli una teoria originale della rendita urbana che fonda l'azione politica sul conflitto tra cittadini e latifondisti e non solo su quello capitale-lavoro.

Il secondo elemento è una narrazione di grande suggestione: il popolo romano cacciato dal centro per gli sventramenti imperiali del fascismo conquista la centralità politica con le lotte sociali. L'idea di popolo ha sempre bisogno di un'epopea delle origini.

Ma il terzo elemento costituisce il vero capolavoro del Pci romano, e consiste nell'emancipazione politica del sottoproletariato. Quella decisione non è affatto scontata, e infatti non si riscontra in altre città italiane.

Il Pci napoletano diffida del sottoproletariato, lo considera una moltitudine sregolata da tenere sotto controllo con quella disciplina ferrea raccontata da Ermanno Rea in Mistero napoletano. Così lo lascia in balia della demagogia della destra monarchica di Achille Lauro, ripetendo l'errore degli illuministi che avevano consegnato la plebe alla reazione sanfedista del cardinale Rufo. Eppure non manca tra i dirigenti comunisti la consapevolezza del problema, come dimostra quella splendida iniziativa dei treni della felicità organizzati per sfamare e accudire diecimila bambini napoletani poveri presso le famiglie comuniste dell'Emilia. Solo più tardi, però, i comunisti troveranno il radicamento popolare che consentirà poi di eleggere a sindaco Maurizio Valenzi e in una diversa stagione Antonio Bassolino.

Il Pci milanese, al contrario, opera nel cuore del conflitto industriale ma negli anni cinquanta segue una linea dottrinaria che impedisce la crescita elettorale. Solo più tardi assumerà un carattere popolare intercettando l'immigrazione meridionale e costituendo le roccaforti rosse nei comuni dell'hinterland, come Sesto San Giovanni. E supererà l'isolamento politico collegandosi, non senza subalternità, con il Psi che è stato il vero artefice della costruzione di popolo a Milano sulla scia della tradizione turatiana.

Che la scelta del Pci romano a favore del sottoproletariato fosse in contrasto con l'ideologia venne in chiaro nel dibattito suscitato dalla pubblicazione del romanzo Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini. Prestigiosi intellettuali, come Carlo Salinari e Franco Fortini stroncarono il romanzo perché non forniva alcun aiuto alla «prospettiva» di trasformazione della classe operaia. A difendere Pasolini fu però il segretario della Federazione comunista romana, Edoardo D'Onofrio, benché appartenesse alla vecchia guardia staliniana. Di umili origini aveva una spiccata sensibilità per la vita della povera gente, e non solo apprezzò la schietta rappresentazione pasoliniana, ma la considerò coerente con l'imperativo politico di educare alla politica il sottoproletariato romano.

La mia formazione politica è maturata negli anni settanta proprio nelle borgate del Tiburtino, di Pietralata e di San Basilio. La considero una fortuna della mia vita. Quando, ancora venticinquenne, fui inviato - come si diceva allora - a dirigere l'organizzazione di partito ricevetti una direttiva precisa: «bisogna immergersi in quella umanità, mangiare, scherzare, vivere con loro, ma senza mai cedere al plebeismo». In quelle raccomandazioni risuonava il doppio movimento che aveva sorretto il capolavoro della generazione di D'Onofrio.

Centocelle - anni 70

Paolo Bufalini, segretario dopo D'Onofrio e Natoli, e raffinato studioso di letteratura latina, frequentava le sezioni di borgata, ma non si limitava a parlare in assemblea, dopo andava in trattoria con i militanti per avere l'occasione di un'informale formazione politica. Mi è capitato di conoscere i capipopolo educati da Bufalini, in ogni borgata se ne trovava almeno uno. Spesso analfabeti, eppure erano in grado di discutere i passaggi più complessi della politica internazionale; avevano un orientamento moderato sulle politiche nazionali, ma erano sempre pronti a scatenare la mobilitazione popolare nel proprio quartiere. Ho imparato da loro le cose più importanti della politica, quelle oggi più dimenticate e per questo più necessarie. Conservo un affetto struggente per quella umanità tanto grande da contenere insieme la visione del mondo e la concretezza della vita.

Se racconto queste storie non è per nostalgia; anzi sono convinto che, quando l'ho conosciuta, negli anni settanta, quella costruzione politica del popolo fosse già esaurita, non avesse più futuro, nonostante l'apice dei consensi elettorali. Eppure, ha prodotto effetti di lunga durata. La poderosa opera di educazione popolare ha alimentato per oltre mezzo secolo la politicizzazione della periferia storica, facendone la roccaforte della sinistra romana, fino a costituire la base di consenso del quindicennio di Rutelli e Veltroni. Solo nel 2016 il bastione è crollato sotto l'assalto grillino e il Partito democratico si è rifugiato nella città storica.

Chi è in grado oggi a sinistra di costruire un progetto popolare, non dico per il prossimo mezzo secolo, ma almeno per le prossime elezioni?