SPECIALE 100 ANNI DI PCI

IL PCI SULLA VIA DELL'AUTONOMIA DAL PCUS

TOGLIATTI ALLA CONFERENZA

DEI 64 PARTITI COMUNISTI

DEL 1957 

di Aldo Pirone

I precedenti del '29 e del '47. I momenti di dissenso con Mosca aspetto non secondario per un giudizio equanime sull'artefice del Pci e protagonista della rinascita democratica dell'Italia.

Il 14 novembre del 1957 si aprì a Mosca la Conferenza dei 64 partiti comunisti esistenti al mondo. L'occasione era di onorare il quarantesimo della Rivoluzione d'ottobre, ma arrivando dopo il drammatico e "indimenticabile" '56 segnato dal XX Congresso del Pcus, non era da considerarsi un avvenimento puramente celebrativo.

Le assise dei comunisti sovietici aveva voluto essere di rinnovamento riprendendo, sul piano internazionale, e rilanciando la proposta della distensione fra i blocchi contrapposti e la "coesistenza pacifica" fra stati socialisti e capitalisti. Inoltre, fu enunciata la possibilità di un accesso al socialismo per via pacifica e parlamentare nei vari paesi, dove era in corso questa lotta, pur non mettendo da parte la via rivoluzionaria classica. Nel Congresso, però, irruppe un altro tema che scosse nel profondo i comunisti di tutto il mondo oscurando le novità di proposta e di elaborazione politica delle assise comunista sovietica: la denuncia dello stalinismo, ridotto, nell'interpretazione kruscioviana, al "culto della personalità" di Stalin. La drammatica denuncia dei crimini di Stalin, avvenuta con il "rapporto segreto" di Krusciov al Congresso fatto avere al Dipartimento di Stato statunitense e pubblicato con qualche frase mancante dal New York Times il 5 giugno, scatenò il fermento della rivolta in alcuni paesi dell'Est come la Polonia e l'Ungheria. In Polonia ci fu il rovesciamento del vecchio gruppo dirigente comunista con l'arrivo di Gomulka e, tra la fine di ottobre e gli inizi di novembre, la repressione sanguinosa della rivolta ungherese da parte dei carri armati sovietici.

Dopo la morte di Stalin, pur dentro il clima e il quadro geopolitico del bipolarismo Usa e Urss e dei blocchi politici e militari contrapposti, il mondo aveva registrato importanti novità. Il processo di decolonizzazione in Asia e in Africa era proseguito. Nel mondo arabo avevano preso corpo regimi nazionalisti e militari laici che guardavano all'Unione sovietica e ai paesi socialisti in un moto che voleva configurarsi come "socialismo arabo". Quel Movimento di liberazione e indipendenza nazionale dal vecchio colonialismo occidentale anglo-francese, ma anche olandese e belga, si era coagulato nel 1955 con la Conferenza di Bandung promossa da India, Indonesia, Cina, Pakistan, Birmania, Ceylon cui avevano partecipato altri 23 paesi del cosiddetto "Terzo mondo" non allineati ai blocchi esistenti. A primeggiare come leader erano stati l'indiano Nehru, l'egiziano Nasser, lo jugoslavo Tito, l'indonesiano Sukarno e il cinese Zhou Enlai. La Conferenza si era conclusa con un documento in dieci punti che impegnava i paesi sottoscriventi alla lotta per la pace e l'uguaglianza, al rispetto della sovranità di ogni paese, alla cooperazione e alla "coesistenza pacifica" fra paesi a diverso regime politico e sociale.

Raffreddamento degli intenti rinnovatori

L'intervento repressivo sovietico in Ungheria, dopo non poche incertezze manifestatesi nel gruppo dirigente sovietico diviso fra rinnovatori antistalinisti e stalinisti continuisti, aveva raffreddato le spinte rinnovatrici. Infatti, alla Conferenza del novembre '57 i partiti comunisti e operai al potere nei dodici paesi socialisti si erano presentati con una dichiarazione comune fatta conoscere in anticipo anche al partito comunista italiano e francese e agli altri partiti "fratelli" dei paesi capitalisti, aperta a qualche loro emendamento, ma di cui si chiedeva un assenso complessivo. La Conferenza si sarebbe divisa in due sessioni. La prima riservata ai dodici partiti dei paesi socialisti la seconda con tutti i 64 partiti comunisti del mondo che si sarebbe conclusa con un appello per la pace ai popoli della Terra. Il contenuto del documento dei "dodici" era palesemente regressivo rispetto alle enunciazioni del XX Congresso. Si prospettava la solita crisi irreversibile del capitalismo di fronte alla quale giganteggiava la marcia trionfale delle magnifiche sorti e progressive del socialismo; si tornava a parlare di difesa dell'Urss come compito principale del movimento comunista mondiale, di vie nazionali al socialismo come particolarità di ferree leggi generali della rivoluzione socialista e del pericolo politico principale per i comunisti rappresentato dal revisionismo opportunistico di destra. I sovietici, insieme ai cinesi, erano gli ispiratori principali di questi orientamenti che ricevevano anche un assenso entusiasta da parte dei comunisti francesi del Pcf di Thorez. Inoltre, occorre ricordare che i sovietici si presentavano alla Conferenza con alle spalle i primi successi nella gara spaziale con gli Usa considerati i campioni dell'imperialismo occidentale. A ottobre c'era stato il lancio dello Sputnik, il primo satellite artificiale, seguito il mese dopo da un altro con all'interno la cagnetta Laika, ambedue avevano fatto grande impressione sull'opinione pubblica mondiale. Quei lanci, sembravano smontare uno dei pilastri della propaganda antisovietica che descriveva l'Urss come tecnologicamente arretrata immersa nella miseria mentre, invece, l'economia sovietica progrediva a tassi di crescita notevoli che stavano recuperando le grandissime perdite subite nella guerra mondiale. I dirigenti sovietici capitanati da Krusciov sfidavano gli Stati Uniti sul terreno della competizione economica. Promettevano un tasso di sviluppo tale da spingere l'Urss a fare in quindici anni ciò che gli Stati Uniti avevano fatto in tre decenni. Era solo l'anticipo di quella promessa di superamento che Krusciov avrebbe fatto qualche anno dopo e su cui egli fondava, molto economicisticamente, il successo del socialismo nell'occidente capitalistico perché, come ebbe a dire a Giorgio Amendola nell'estate del '58, "Quando avremo vinto la gara economica, allora le cose cambieranno. Quando gli operai tedeschi, invece di passare dalla Germania socialista a quella capitalista, si accorgeranno che nella prima si vive meglio [...] allora voi avrete vinto la vostra battaglia".

Infine, c'erano altri due elementi che giocavano a favore dell'Urss. Il primo era il prestigio conquistato in Europa nella guerra contro il nazifascismo, ancora vivo nell'opinione pubblica europea, anche in quella non comunista. Stalingrado era considerata la battaglia decisiva che aveva spezzato l'aggressione nazifascista all'Europa ed era ancora impresso nella memoria delle generazioni sopravvissute alla guerra il fatto che a Stalin aveva guardato con speranza e gratitudine gran parte di chi combatteva in tutti i paesi europei contro l'orrore dell'hitlerismo. Il secondo, l'impegno per la distensione e l'uscita dalla "guerra fredda", per la limitazione e il controllo delle armi nucleari e per il disarmo, che caratterizzavano in quegli anni l'iniziativa internazionale dell'Urss nei confronti degli Usa di Eisenhower. Ciò, mentre confermava ai comunisti sparsi nel mondo la vocazione pacifica del paese di Lenin, trovava un certo favore nell'opinione pubblica occidentale, anche se guardingo e venato da scetticismo. Tutto questo non oscurava i dolorosi "fatti d'Ungheria", ma a livello delle masse popolari comuniste in Italia e in Francia li rendeva di minore importanza, una "tragica necessità" se non un doveroso intervento internazionalista in difesa del socialismo e della pace da parte dell'Urss.

Un Congresso di rinnovamento

Togliatti e il Pci erano usciti dall' "indimenticabile" '56 con un segno di pronunciato rinnovamento politico e di gruppo dirigente. Approfittando del rinnovamento lanciato dal Pcus al XX Congresso, Togliatti con l'VIII Congresso svoltosi alla fine dell'anno aveva sconfitto ogni "doppiezza" politica dei conservatori, sancendo e rilanciando definitivamente la via italiana democratica al socialismo ancorata alla Costituzione. Una via che il segretario del Pci precisò non essere puramente parlamentaristica ma basata su un intreccio fra ampie lotte politiche e sociali nel paese e iniziativa politica e parlamentare, volto a creare una larga alleanza di forze socialiste, laiche e cattoliche per conseguire le riforme di struttura in campo economico e civile. Riguardo al movimento comunista internazionale Togliatti aveva avanzato la proposta del policentrismo, cioè di più centri di avanzata al socialismo secondo condizioni nazionali e regionali che non erano solo "particolarità" o varianti di un unico modello generale, nella fattispecie quello sovietico scaturito dalla Rivoluzione d'Ottobre, ma la sostanza di un processo di trasformazione multiforme verso il socialismo. Inoltre, anche sulla strategia della "coesistenza pacifica" l'accento di Togliatti era diverso da quello sovietico. Per il segretario del Pci non era lo "status quo" ma la cornice internazionale più favorevole e indispensabile per salvaguardare, da un lato, la pace e l'umanità contro il pericolo della distruzione atomica e, dall'altro, per favorire i processi di trasformazione socialista nel mondo.

Quanto allo stalinismo aveva cercato con l'intervista a "Nuovi argomenti", pochi giorni dopo la pubblicazione del "Rapporto segreto", di non ridurre la questione al cattivo carattere di Stalin e al "culto della personalità". Bisognava - disse - approfondire le cause che avevano provocato nella società le "degenerazioni" registrate e denunciate. Formulò l'ipotesi che Stalin fosse "ad un tempo espressione e autore di una situazione" segnata da "un apparato di tipo burocratico" che "prese il sopravvento sulle forme di vita democratica" dando ad essa "una giustificazione dottrinale di quello che in realtà era un indirizzo errato e sul quale poi si resse, fino ad assumere forme degenerative, il suo potere personale". Inoltre, pose il problema delle corresponsabilità negli errori e degenerazioni di Stalin "di tutto il gruppo dirigente politico, compresi i compagni che oggi hanno avuto l'iniziativa sia della denuncia che della correzione del male". Cosa che, in verità, era stata rinfacciata anche a lui dall'interno del Pci e lo sarà ancor più al momento del XXII Congresso del Pcus nel '61. Tutto ciò non era piaciuto a Krusciov e al gruppo dirigente del Pcus. Nonostante il segno del rinnovamento antidogmatico e anticonservatore impresso da Togliatti al Pci, il partito aveva pagato un prezzo pesante fra gli intellettuali con abbandoni clamorosi, come quello di Italo Calvino, e anche di alcuni dirigenti significativi come Eugenio Reale, Fabrizio Onofri e Antonio Giolitti.

Da una parte della barricata

Il fatto principale che provocò queste dolorose fuoriuscite fu la posizione di Togliatti e del Pci a favore dell'intervento sovietico in Ungheria. Su di esso il segretario del Pci non ebbe dubbi di sorta e, anzi, lo sollecitò a Krusciov e ai dirigenti del Pcus con una lettera del 30 ottobre 1956. Lo considerò una tragica necessità che però non poteva essere elusa pena un effetto domino sugli altri paesi socialisti cui era stato imposto il modello socio-economico e politico staliniano. Ciò avrebbe avuto effetti dirompenti in Europa mettendo in discussione, in quel contesto di "guerra fredda" dominata dai blocchi politico-militari e ideologici contrapposti, il bene prezioso della pace nell'era nucleare. Tuttavia l'intervento fu giustificato in nome prevalentemente della difesa del socialismo una qualità che, però, era assai difficile riscontrare in quelle società. Questo atteggiamento di Togliatti, difesa dell'Urss e del campo socialista a prescindere - "Si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia", disse - per poi spingerlo sulla strada del rinnovamento interno e della ricerca di nuove vie per la sua avanzata nel mondo, non era tattico. Egli si sentì e fu sempre parte del movimento comunista internazionale scaturito dalla Rivoluzione d'ottobre e, sebbene consapevole degli errori compiuti e persino degli orrori avvenuti nell'Urss staliniana, ebbe sempre in uggia gli atteggiamenti impolitici, improvvisati e confusionari di certi rinnovatori, compreso lo stesso Krusciov.

Quanto alla base del "partito nuovo" e di massa, Paolo Spriano ha ricordato nel suo bel libro "Le passioni di un decennio" le discussioni infuocate che incendiarono le sezioni comuniste al momento della denuncia dei crimini staliniani e della repressione sovietica della rivolta ungherese. In queste discussioni, racconta Spriano, gli intellettuali dissentivano dall'Urss condannando l'intervento repressivo mentre gli operai comunisti italiani - e anche molti di quelli socialisti - stavano con i carri armati sovietici. La tragedia per il movimento comunista internazionale, soprattutto in Europa, era che contro quegli stessi carri armati su cui campeggiava la stella rossa si battevano e morivano gli operai ungheresi rivendicando un socialismo democratico.

A essere smentiti sulla previsione dell'inevitabile disgregazione del Pci in conseguenza dei fatti del '56, furono molti avversari e anche amici, soprattutto nell'area del terzaforzismo (le personalità più illustri dell'area liberal democratica e liberal socialista di provenienza azionista, il Psdi di Saragat, il Pri di La Malfa, gli autonomisti del Psi ecc.) che pensò fosse giunta l'occasione tanto attesa di assorbire la forza popolare comunista. Nelle elezioni politiche del '58 il Pci mantenne intatte le sue forze alla Camera e guadagnò l'1,2% al Senato. Il che, dopo tutto quello che era successo e su cui le forze conservatrici avevano scatenato una campagna propagandistica anticomunista martellante, apparve come una vittoria.

L'isolamento di Togliatti

Il documento dei "dodici" era stato esaminato dalla Direzione del Pci e non era piaciuto. Togliatti stesso aveva osservato che "il documento evita tutti gli scogli per giungere a un accordo". Arrivato alla Conferenza di Mosca con una folta delegazione del partito composta da Pietro Ingrao, Muro Scoccimarro, Vittorio Vidali, Nilde Jotti, Nella Marcellino, Eriase Belardi, il leader del Pci cercò subito contatti con numerosi altri partiti per cercare se non di rovesciare almeno di attutire il più possibile la "frenata" ideologica presente nel documento dei "dodici" rispetto al XX Congresso. Non ebbe molto successo. Poi fece il suo intervento basato sull'illustrazione della politica del partito italiano di avanzata democratica al socialismo basata sulle riforme di struttura quasi a fornire un modello per gli altri partiti del continente europeo. "Forse - disse - sarebbe bene che anche altri partiti, di paesi capitalistici, dessero attenzione a questi temi". Inoltre, criticò i limiti persistenti del movimento, la sua difficoltà a espandersi nei punti alti dello sviluppo capitalistico, dove agivano, disse, partiti comunisti che rimanevano piccole entità puramente propagandistiche non essendo riuscite a diventare di massa neppure dopo la vittoria sul nazifascismo nella recente guerra mondiale. Infine, mise sotto accusa la pigra consuetudine di dare sempre "Una impressione di perseguire una unità delle formule generali, ma non è questa l'unità di cui abbiamo bisogno". Percepì subito le contrarietà dei sovietici e degli altri ascoltatori, Krusciov abbandonò la sala della Conferenza prima che Togliatti terminasse di parlare. A molti, che già non condividevano nel merito le posizioni togliattiane, era sembrato un intervento da primo della classe. Vidali registrò al termine della sessione l'insofferenza di un comunista tedesco: "ci avete dato l'impressione che vi presumete migliori in tutto e pertanto pretendete di dare lezioni a tutti". Subito dopo l'intervento del leader del Pci, però, la cosa divenne più chiara ed evidente quando il rappresentante del partito comunista francese Jacques Duclos attaccò frontalmente ed esplicitamente la politica propugnata da Togliatti che aveva una valenza non solo italiana ma continentale. Infine, a rendere plateale l'attacco a Togliatti e alla politica dei comunisti italiani intervenne Suslov il guardiano ideologico del Pcus che elogiò l'intervento di Duclos. Togliatti non volle che si rispondesse ai francesi per non rendere ancor più evidente l'isolamento in cui i comunisti italiani erano caduti, sospetti di "revisionismo", parola usata spesso da Lenin stesso ma in libere discussioni, divenuta infamante nel movimento comunista a dominanza sovietica, usata per marchiare chi si discostava dall'ortodossia marxista-leninista - la parola stalinista era stata da poco abolita - brandita da Mosca. Il segretario del Pci mantenne il suo proverbiale sangue freddo e lo fece mantenere anche al resto della delegazione, tuttavia s'infuriò non poco con il Pcf. Ingrao, racconta, che "fu una delle poche volte che gli sentii pronunciare parole da trivio". Chiese subito spiegazioni ai sovietici che furono rassicuranti quanto vaghe. Poi, com'era suo solito, capita l'aria che tirava si dedicò ad attaccarsi ai piccoli spiragli della risoluzione dei "dodici" che gli consentivano di continuare a perseguire la sua linea di avanzata democratica al socialismo in Italia e a ridurre la portata di quel momentaneo isolamento nel movimento comunista internazionale. Per aiutare il partito ad assimilare la linea uscita dall'VIII Congresso, Togliatti aveva rilanciato con particolare fervore lo studio del pensiero di Gramsci riversato nei "Quaderni del carcere", perché era lì che si trovavano i presupposti culturali storicistici di un'avanzata al socialismo in Europa su un terreno affatto diverso da quello russo. Un terreno segnato da casematte e trincee nella società civile che andavano occupate e conquistate con le alleanze sociali e il consenso chiamato "egemonia".

1929 Il precedente del "socialfascismo"

Non era la prima volta che Togliatti era messo sotto accusa dai sovietici. Nel 1928-29 aveva tentato di opporsi alla svolta del "socialfascimo" propugnata dal Komintern staliniano. Aveva reclamato, con le parole del Goethe morente in un intervento drammatico al VI Congresso, "più luce" nel dibattito dell'Internazionale, perché, disse, "L'avanguardia del proletariato non può battersi nell'ombra. Lo stato maggiore della rivoluzione non può formarsi in una lotta di frazione senza princìpi". Gli avevano tolto la parola non facendogli terminare il suo intervento e passo dopo passo era stato stretto e costretto ad abbandonare le sue posizioni che erano anche attaccate dall'interno del partito. Sotto accusa, allora, fu la politica dei comunisti italiani degli obiettivi intermedi per allargare le alleanze, riassumibile con la parola d'ordine dell' "Assemblea repubblicana sulla base dei comitati operai e contadini" e della rivoluzione proletaria come rivoluzione popolare e antifascista. L'anno dopo, con la destituzione di Bucharin dalla presidenza dell'Internazionale comunista, la demolizione sistematica di questa linea raggiunse il suo culmine con il X Plenum del Komintern. La tesi cui si chiedeva di obbedire senza riserve era quella dell'imminente rivoluzione proletaria in Europa, senz'altre aggettivazioni, e della scomparsa di ogni obiettivo intermedio e di ogni alleanza con socialisti e socialdemocratici giudicati fascistizzati, cioè "socialfascisti", mero ostacolo da abbattere. Il Plenum fu dominato dall'attacco ai "conciliatori" e agli "opportunisti". Togliatti era fra questi. I comunisti tedeschi, alleati e portavoce di Stalin, fecero girare la battuta che occorreva superare le "colonne d'Ercoli [1] dell'opportunismo". A quella riunione ne era seguita un'altra lo stesso giorno della conclusione del Plenum il 19 luglio. A confronto sulla situazione italiana i dirigenti del komintern Manuilskij, Ulbricht, Vasiliev e Stepanov. Da una parte e Togliatti, Grieco e Di Vittorio dall'altra. La discussione fu tesa e drammatica non c'era consenso sulla politica dettata dal Komintern ma solo una resa alla disciplina comunista. "Abbiamo sempre detto - ricordò Togliattiagli interlocutori - che era compito del nostro partito di studiare la situazione particolare dell'Italia [...] Se il Komintern ci chiede di non farlo più non lo faremo più [...] Se fare questo è fare dell' 'eccezione', non lo faremo più, ma, poiché non ci si può impedire di pensare, serberemo queste cose per noi e ci limiteremo a fare delle affermazioni generali. Ma io affermo che quello studio deve essere fatto". [2]

Togliatti aveva ben chiara la posta in gioco e, come riferirà Tasca dopo la sua espulsione dal partito, lo disse a un "membro della segreteria": "Noi dobbiamo cedere sulle questioni russe e internazionali per salvare la politica italiana del nostro partito. Se no Mosca non avrà alcuno scrupolo di combinare una direzione di sinistra con qualche ragazzo della scuola leninista. Ciò porterebbe alla rovina del nostro lavoro di più anni". [3]

Tornato a Parigi, fu sottoposto a un duro attacco nell'Ufficio politico da parte di Tresso, Leonetti e Ravazzoli non privo di acredine personale, e da Longo che aveva sempre criticato la linea togliattiana. Fu per "Ercoli" un momento difficile, assediato com'era dall'interno e dall'esterno. Camilla Ravera racconterà molti anni più tardi che Togliatti le si presentò turbato, esprimendogli la volontà di lasciare la direzione del partito. "Sono stanco [...] vogliono un'altra direzione, io ho deciso di ritirarmi riprenderò lo studio a fondo dei problemi, con la mente liberata dai piccoli intrighi, rancori, sospetti, che disturbano e mortificano. Anche Grieco è pronto a dimettersi. Come me, e, penso, come te, non è disposto a dichiarare che la linea del partito fino ad oggi è stata sbagliata". La linea era quella elaborata da lui e da Gramsci e adottata al Congresso di Lione nel '26. Fu il solo momento di scoramento fino a contemplare le dimissioni in tutta la sua lunga attività di dirigente comunista italiano e internazionale.

1947. La storia si ripete a Slarska Poreba

La messa in stato di accusa, sebbene assente, si ripeté anche nella prima riunione del Cominform a Slarska Poreba in Polonia nel settembre del 1947. Il contesto internazionale era però sostanzialmente cambiato con la vittoria sul nazifascismo nella seconda guerra mondiale appena terminata. Non c'era più il Komintern e in Italia "Ercoli" era ridiventato Togliatti, capo di un grande partito legale e di massa. L'imputazione non era cambiata: opportunismo, però, questa volta, parlamentaristico. Stesso schema di gioco: regia sovietica diretta non più da Manuilskij ma da Zdanov che eseguiva, come sempre, gli ordini di Stalin. I centravanti di sfondamento erano cambiati: non più tedeschi ma jugoslavi. Mosca aveva deciso di rispondere agli Stati Uniti, nel quadro dell'inizio della "guerra fredda", con una stretta verso i paesi a democrazia popolare repentinamente fatti diventare socialisti con l'assunzione del modello sovietico. Così come gli americani, nella loro sfera d'influenza, avevano dato il loro appoggio alle forze moderate e conservatrici in alcuni paesi europei - Italia, Francia, Belgio - per cacciare i comunisti dai governi. A partecipare alla riunione per conto del Pci andarono Luigi Longo ed Eugenio Reale. Prima di partire, subodorando ciò che bolliva in pentola, Togliatti li aveva preparati. Gli raccomandò di mettere in rilievo "la funzione dirigente dei comunisti nella lotta partigiana nonché la forza numerica del partito che era certamente il più forte d'Europa" e aggiunge: "Se vi rimprovereranno che non abbiamo saputo prendere il potere o che ci siamo fatti cacciare dal governo dite loro che non potevamo trasformare l'Italia in una seconda Grecia. E ciò nell'interesse non soltanto nostro, ma degli stessi sovietici".[4] Poi dovette ancora una volta "cedere sulle questioni russe e internazionali" pur di mantenere aperta di fatto se non nella formulazione la "via italiana e democratica al socialismo" in attesa di tempi migliori.

Stalin voleva che i partiti comunisti occidentali, a cominciare dai due più grandi, Pci e Pcf, si stringessero attorno all'Urss nella contesa mondiale con gli americani, ma non voleva, come aveva dimostrato nel caso della Grecia, che si lanciassero in avventure. Tant'è che alla fine dello stesso anno disse a Secchia - che criticava il moderatismo di Togliatti proponendo una linea politica più aggressiva e rischiosa - di non esagerare. La posizione del Pci e di Togliatti, lo avvertì, "noi la consideriamo giusta e corrispondente alla realtà. Noi su tale questione non abbiamo divergenze". [5]

Un giudizio equanime.

Per chi vuole approfondire la storia del Pci e di Togliatti che fu l'artefice del "partito nuovo", dopo aver messo al riparo il nucleo originario del Pc d'I dai rigori delle purghe staliniane e dallo stalinismo, non può non approfondire l'aspetto del complesso rapporto Ercoli-Togliatti e Stalin, prima, e i dirigenti del Pcus dopo. Sia nell'ambito della vicenda del Komintern sia dopo il suo scioglimento. Fu un rapporto segnato da avanzate politiche e teoriche tragici errori e fasi di ripiegamento nel clima, prima, "di ferro e di fuoco" dello scontro politico negli anni '30 con il fascismo in Europa, e poi dell'evolversi di cambiamenti non indifferenti caratterizzati dall'espansione del comunismo sul piano mondiale in conseguenza della vittoria sul nazifascismo. In quell'ambito storico avvenne la "metamorfosi" del Pci, come l'ha chiamata Luciano Canfora, passato da partito di pochi e clandestino a grande partito nazionale e di massa, protagonista decisivo della Guerra di liberazione nazionale e della Resistenza, della Repubblica e della Costituzione democratica progressista. L'elemento di continuità in questa vicenda storica sta nel fatto che Togliatti fu sempre alla testa delle fasi di avanzata e di rinnovamento del movimento comunista di cui si sentiva parte anche quando sbagliava e lui non ne condivideva le chiusure dogmatiche, le rotture e i ripiegamenti in una ortodossia ideologica che lo deprivavano di ben più ampie possibilità egemoniche e di crescita.

E' un aspetto non indifferente da esaminare e approfondire al fine di un giudizio complessivo sull'opera di Palmiro Togliatti al di fuori delle ricorrenti cialtronerie storiche e giornalistiche degli avversari di un comunismo che non esiste più e degli opportunismi politici e della vera e propria damnatio memoriae cui è stato sottoposto anche dai dirigenti di una sinistra post comunista socialmente déraciné finita nelle sabbie mobili della subalternità a lorsignori e dell'incultura politica. Perché, infatti, come ebbe a scrivere lui stesso di De Gasperi, "è soltanto dalla visione precisa delle difficoltà stesse dello sviluppo della sua persona e dei contrasti cui fu legato in sé stesso e fuori di sé, che può sorgere una impressione di originalità e profondità del pensiero e di grandezza della esecuzione".[6]


[1]Pseudonimo di Togliatti nel Komintern e in clandestinità

[2]A. Agosti, Togliatti,Utet, 1996, p. 128

[3]G. Fiocco, Togliatti e il realismo della politica, Carocci editore, 2018, p. 94.

[4]A. Agosti, op. cit., p.346

[5] F. Gori e S. Pons, Dagli archivi di Mosca, Carrocci editore, 1998, p. 289.

[6]A cura di F. Silvestri, P. Togliatti, E' possibile un giudizio equanime su Alcide De Gasperi? , Gaffi editore, Roma 2004, p.89.