SPECIALE 100 ANNI DI PCI

IL PCI: NÉ POPULISTA,

NÉ MEDIATICO

di Vincenzo Vita

La scadenza dei 100 anni trascorsi dalla fondazione del Partito comunista d'Italia, il progenitore del Pci, induce a qualche riflessione non retorica. Guai a cedere a quella che Bauman chiama "retrotopia", vale a dire il desiderio di tornare ad un prima che non c'è più.

Anzi. Celebrare una scadenza così importante e significativa per la Storia (sì, quella con la esse maiuscola) richiede rigore, con la voglia di ripensare a ciò che è stata davvero quella affascinante vicenda. Nelle varie fasi, nelle discese ardite e nelle risalite, per dirla con il celebre cantautore.

Uno dei capitoli "maledetti" della trama del più grande partito comunista d'occidente riguarda le questioni delle comunicazioni di massa.

Il gruppo dirigente, nelle sue pur diverse stratificazioni generazionali, ha sempre avuto una prevalente cultura letteraria. E' vero che, ad esempio, Amedeo Bordiga o - mutatis mutandis- Gerardo Chiaromonte erano ingegneri, ma la formazione del ceto politico del Pci avveniva soprattutto sui e con i libri. Nobilmente, intendiamoci. Del resto, a ragione si può (e si deve) sostenere che Antonio Gramsci è il più grande intellettuale italiano, con un pensiero capace di influenzare dal congresso di Lione del 1926 in poi l'intera fisiologia del pensiero. E, accanto a Gramsci, si potrebbe stilare un elenco straordinario di filosofi, economisti, latinisti e grecisti, giuristi, urbanisti e registi. Ecco. Lo spettro analitico attorno ai territori della cultura di massa e della comunicazione pare, però, fermarsi ai confini della sala: cinema o teatro o teatro d'opera. Pur con diversi residui di "zdanovismo", se pensiamo ai problemi che ebbe "Il gattopardo" di Luchino Visconti, sdoganato solo da un intervento di Palmiro Togliatti dopo l'ostracismo di tanti. Comunque, nella vecchia struttura comunicativa, più lenta e meno capillare nel tessuto fruitivo, l'onda del Pci si faceva sentire.

Il limite mai davvero superato, almeno fino agli anni ottanta del secolo scorso - ma quando ormai la situazione era compromessa- riguarda in particolare l'approccio ai nuovi media. Su tale versante, a lungo misconosciuto, si sono saldati sia un difetto teorico sia un accumulo di errori pratici. Sul primo aspetto, infatti, l'atteggiamento era figlio di una sottovalutazione. Più che gli anatemi lanciati contro l'industria culturale dalla Scuola di Francoforte, pesava un'idea riduttiva del ruolo di radio e televisione (successivamente della rete) nella determinazione delle forme e degli stili della società.

Un raggio di luce, assai isolato malgrado l'autorità della fonte, fu l'intervista rilasciata a Ferdinando Adornato da Enrico Berlinguer, contenuta nel supplemento a "l'Unità" del 18 dicembre 1983: "Orwell sbagliava, il computer apre nuove frontiere". In quel testo si legge un'impressionante capacità predittiva sul ruolo che avrebbero assunto le tecniche, da non rimuovere, se mai cogliendone le virtù trasformative del vecchio ordine. Un acuto poco raccolto da numerosi quadri dirigenti.

Insomma, la famosa scatola nera fu declassata a luogo minore di intrattenimento, piuttosto che considerarla un formidabile strumento di orientamento di massa e delle masse. Tant'è che nel passaggio dei primi anni settanta, la frontiera della tv a colori, il Pci - come il partito repubblicano di Ugo La Malfa

- disse di no, in nome dell'austerità e del contenimento del consumismo.

Ma già nel 1969, quando alcuni computer a Los Angeles cominciarono a dialogare tra di loro, inaugurando l'epopea della rete, nessuno se ne accorse. Come successe anni dopo, nel vortice della svolta del 1989, con la totale disattenzione verso la geniale trovata di Tim Berners-Lee dell'indirizzario telematico (WWW), decisivo per il successivo passo verso l'era internettiana.

Torniamo alla radio e alla televisione. Lo scarso peso attribuito alle onde hertziane fece sì che nel 1976, quando la sentenza n.202 della Corte costituzionale liberalizzò l'etere in ambito locale, il partito si accanisse nella difesa troppo acritica della Rai. Il servizio pubblico era stato sì riformato con la legge n.103 del 1975, con l'astensione dei gruppi parlamentari del Pci, ma il fattore K continuava. E solo nel 1979 nacque la terza rete televisiva, in verità con una formula decentrata assai debole, in cui faceva capolino - però- la mano del partito.

L'eccesso di enfasi verso la terza rete - una pallido prequel del brillante canale diretto da Sandro Curzi e Angelo Guglielmi a partire dal 1987- si accompagnava, contraddittoriamente, con la costruzione di un circuito di emittenti "alternative" (Net, l'acronimo) votato al fallimento. Che, purtroppo, accadde a breve, con pochissime eccezioni. E sullo sfondo avveniva un capovolgimento nella e della morfologia del sistema, perché nel frattempo - ancora una volta con colpevole sottovalutazione - stava esplodendo il fenomeno della concentrazione berlusconiana dell'etere. Ci si attardò in un dibattito sulla normativa necessaria per regolare il Far West, perdendo tempo prezioso. La proposta del Psi di dare vita ad una "quarta rete" privata sotto il controllo pubblico, secondo il modello dell'Itv britannica, fu schivata senza approfondirla, mentre si sperò nel ministro dell'epoca Oscar Mammì, che - invece- fu costretto a piegarsi a Dc e Psi, non insensibili all'urlo di Arcore. Così venne varata la legge n.223 nel 1990 (con le dimissioni di cinque ministri della sinistra democristiana, tra cui l'attuale presidente Mattarella), che "santificò" il duopolio di Rai e Fininvest. A poco erano serviti, nel 1984, i decreti di tre pretori che oscurarono Fininvest diventata artatamente rete nazionale. Il governo Craxi intervenne duramente con decreti ad hoc, volti a tutelare Berlusconi. Ci fu opposizione, ma senza il senso del dramma. Culturale e sociale, oltre che mediale.

Insomma, il Pci non riuscì, almeno fino al 1987, ad interagire con un sistema che aveva subito con un atteggiamento quasi sempre difensivo. Proprio in quell'anno si tenne un rilevante convegno al Palazzo dei congressi di Roma con relazione di Walter Veltroni (per la cronaca, una giovane Barbara D'Urso stava nella segreteria organizzativa): "Il villaggio di vetro". Migliorò la tematizzazione dei media, ma forse i buoi erano usciti dalle stalle.

Eppure, studiosi come Paolo Volponi, Alberto Cadioli, Giancarlo Ferretti,Vittorio Spinazzola, Giovanni Cesareo, Ivano Cipriani, Enrico Menduni, Giuseppe Vacca - per citare qualche nome- avevano descritto per tempo i fenomeni in corso nelle strategie editoriali e produttive. Ed Umberto Eco, in un impegnato dialogo con Rossana Rossanda sulla rivista "Rinascita" nel 1963, si era peritato di lanciare per tempo un allarme sull'urgenza di aggiornare la tradizione marxista con il meglio delle nuove discipline analitiche, che irrompevano nella discussione proprio in quel decennio cruciale.

E' ingeneroso, ovviamente, stilare un elenco dei difetti. Ma la critica e l'autocritica servono. Eccome. Difetti, peraltro, comuni all'intera sinistra e trasversali al e nel sistema politico.

Un ammonimento. Ora, davanti all'età digitale e all'ingresso sulla scena dei robot e dell'intelligenza artificiale con la sintassi degli algoritmi, errare diviene proprio diabolico.