SPECIALE 100 ANNI DI PCI

IL PCI, L'EMANCIPAZIONE FEMMINILE ED IL FEMMINISMO

di Livia Turco

"La democrazia ha bisognodelle donne e le donne hanno bisogno della democrazia", questa frase pronunciata da Palmiro Togliatti nel suo discorso alla prima Conferenza delle donne comuniste svoltasi a Roma nel giugno del 1945 sintetizza il Programma Fondamentale che ha scandito il lungo percorso del rapporto tra il partito Comunista Italiano e le battaglie di emancipazione e liberazione delle donne. Una democrazia di tipo nuovo, antifascista, popolare, progressiva. Una rivoluzione democratica. Una democrazia che mette al primo posto l'interesse nazionale del paese e che si propone di costruire attraverso la partecipazione unitaria delle masse popolari una trasformazione profonda degli assetti economici, sociali, dei rapporti di potere e della cultura dell'Italia uscita dalla lotta antifascista. Un discorso, quello di Palmiro Togliatti, fondativo della Via Italiana al Socialismo, che avrebbe guidato il Partito Comunista. Un discorso fondativo della battaglia di emancipazione delle donne. In quella sede Togliatti polemizza con le compagne che hanno posto al centro della riflessione il rapporto del partito con le donne italiane misurando in particolare il numero delle donne iscritte e la capacità di attrattiva e di legame del partito con le donne. "Il partito è uno strumento politico e di organizzazione che noi costruiamo per impiegarlo a favore delle masse popolari , a favore delle lavoratrici e dei lavoratori, a favore del nostro paese, a favore dell'Italia. Per questo, quando parliamo dei compiti dei nostri aderenti dobbiamo sempre considerarli in relazione con qualche cosa che sta molto al disopra del partito stesso, e che è l'interesse generale della nazione italiana "Compito del partito è battersi per dare libertà, dignità e vita nuova, lavoro, gioia e benessere alle donne italiane. Bisogna, infine che noi stessi e voi donne prima di tutti sappiate esattamente quali sono le profonde trasformazioni della vita economica, politica e sociale italiana che sono legate alla emancipazione della donna e in grande misura la condizionano." Questa democrazia di tipo nuovo, questa rivoluzione democratica ha bisogno che le donne siano protagoniste in prima persona della loro battaglia di emancipazione. Le donne devono lottare prima di tutto per se stesse per rivendicare i loro diritti. Un lotta unitaria ed autonoma. Perché essa comporta cambiamenti profondi dell'assetto economico, sociale, culturale e della vita famigliare. In questo senso la battaglia di emancipazione delle donne è una grande leva per la trasformazione generale del paese. Essa non è battaglia di un solo partito o di una sola classe ma di tutte le donne. Per questo c'è bisogno di una associazione nazionale unitaria delle donne, per questo l'UDI, l'Unione Donne Italiane, non deve essere la cinghia di trasmissione delle proposte del PCI ma una associazione autonoma ed unitaria che coinvolga tutte le donne al di là della appartenenza politica e religiosa. In questo discorso di svolta Togliatti svolge un analisi della condizione delle donne in Italia e ne mette in risalto le condizioni di arretratezza economica, sociale, lavorativa, il peso dello sfruttamento e della cultura patriarcale tra i sessi e nella famiglia. Questa analisi evidenzia in modo concreto l'intreccio che esiste tra emancipazione femminile, trasformazione sociale, cambiamento profondo del nostro paese. E, dunque, motiva la centralità e l'autonomia della questione femminile. C'è un aspetto significativo che Togliatti sviluppa nel suo discorso: l'arretratezza della condizione delle donne italiane non è imputabile al sentimento religioso così diffuso e radicato tra le donne medesime. "Se cercate bene nella storia del nostro paese, trovate che le sole donne che ebbero una loro personalità marcata, inconfondibile, furono delle religiose come Santa Chiara, partecipe della fondazione di quel moto Francescano che fu all'inizio un moto di rinnovamento sociale con un impronta comunistica, o come Santa Caterina, che parlava a tu per tu con re, con principi ed imperatori, e dibatteva con loro tutti i più grandi problemi del suo tempo. Non credo dunque che la religiosità delle donne italiane sia la causa della loro arretratezza, come non credo che questa religiosità possa essere di ostacolo alla lotta delle donne per la loro emancipazione e per la democrazia. A meno che non intervengano elementi di propaganda conservatrice e reazionaria estranei all'animo della donna ed estranei anche al vero sentimento religioso."

Dunque, autonomia della questione femminile, unità delle donne, centralità della emancipazione femminile per una trasformazione sociale.

La novità consiste nel fatto che la questione femminile è considerata come una delle grandi questioni nazionali che il nuovo Stato italiano deve saper risolvere se vuole garantire il proprio carattere democratico. Ne consegue che la soluzione della questione femminile non è riservata a dopo la conquista del potere e dopo la trasformazione sociale ma la sua realizzazione è considerata indispensabile per la realizzazione della democrazia ed il cambiamento della società. Questa impostazione comporta un cambiamento nel modo di pensare il processo rivoluzionario, il ruolo del partito e sarà oggetto di discussione anche tra le donne e richiederà del tempo per affermarsi scontrandosi con impostazioni settarie nel PCI e una mentalità maschilista figlia del suo tempo, ovviamente anche presente in partito popolare come era il PCI.

La democrazia come principio fondativo della battaglia di emancipazione femminile costituisce il punto di arrivo di un processo di protagonismo femminile che ha nell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci con personalità come Camilla Ravera, Teresa Noce, Rita Montagnana, nella partecipazione delle donne alla organizzazione clandestina e nell'emigrazione, nella straordinaria partecipazione alla Resistenza, le sue tappe fondamentali. Alcune cifre possono dare l'idea della partecipazione organizzata delle donne alla lotta di liberazione: 70.000 appartenenti ai Gruppi di difesa della donna; 35.000 partigiane combattenti; 4600donne arrestate, processate, torturate;5632 cadute in combattimento o fucilate; 2750 donne deportate nei campi d concentramento tedeschi. Le donne combattenti oltre alle giovani che operavano nei GAP e nelle SAP ebbero anche funzioni politiche dirigenti :512 furono commissarie di formazioni partigiane;16 furono insignite della medaglia d'oro di cui 12 alla memoria e 4 viventi;12 medaglie d'argento.

"LE donne hanno bisogno della democrazia e la democrazia ha bisogno delle donne" costituisce il punto di partenza di una nuova e ricca stagione di elaborazioni e di battaglie che ha nella partecipazione alla Assemblea Costituente una tappa fondamentale.

Le Comuniste sono 9 delle 21 Madri Costituenti, insieme a 9 democristiane, 2 socialiste ed una rappresentante dell'Uomo qualunque.

Nilde Iotti, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini, Adele Bei, Angiola Minella Nadia Spano, Maria Maddalena Rossi, Teresa Mattei sono le comuniste che insieme a Lina Merlin, Laura Bianchini, Bianca Bianchi, Maria Federici, Angela Gotelli, Maria de Unterrichter, Jervolino, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Vittoria Titomanlio, Ottavia Penni Buscemi, Maria Nicotra seppero costruire un mirabile gioco di squadra per dare volto e voce nella Assemblea Costituente alle donne Italiane. Attraverso un mirabile e costante legame con il popolo delle donne italiane hanno esercitato in modo autentico ed efficace la loro funzione di rappresentanza incidendo su articoli cruciali della nostra Costituzione: articolo 3 sulla uguaglianza, articoli 29, 30,31 sulla famiglia, l'articolo 37 sulla parità nel lavoro, articolo 48 sulla parità nella partecipazione politica, articolo 51 sulla parità nell'accesso alle cariche pubbliche.

Le prime leggi di riforma del parlamento italiano recano la firma di parlamentari che parteciparono alla Assemblea Costituente: nel giugno del 1948 fu depositata la proposta di legge del gruppo comunista a prima firma Teresa Noce sulla Tutela Sociale della maternità e la legge Lina Merlin per l'abolizione delle case chiuse contro lo sfruttamento sessuale delle donne. Nei difficili anni cinquanta quando si era spento lo spirito di collaborazione tra le forze politiche, il mondo era diviso in blocchi e c'era la guerra fredda con il clima di grande ostilità nei confronti dei comunisti, vengono approvate la legge Noce Federici sulla tutela sociale della maternità, la legge Merlin per la chiusura delle case chiuse.

I lavori della Assemblea Costituente e l'avvio del lavoro parlamentare confermarono la efficacia della impostazione togliattiana della autonomia e della centralità della questione femminile e della importanza del ruolo autonomo ed unitario dell'azione femminile. Tuttavia nella seconda Conferenza nazionale delle donne comuniste svoltasi nel 1955 con la relazione di apertura di Lina Fibbi che era responsabile nazionale delle donne comuniste si evidenzia la diversità di posizioni tra le stesse donne comuniste: chi ritiene che le donne devono lottare prima di tutto per i propri diritti e chi negando la specificità della questione femminile, ritiene che esse devono partecipare innanzitutto alle lotte generali per lo sviluppo del paese. Sarà l'ottavo congresso del 1956 a sancire con maturità e convinzione la centralità e l'autonomia della questione femminile che verrà finalmente condivisa dall'insieme delle militanti comuniste anche se permane nel partito quella" doppiezza" che Togliatti rivolgendosi ai compagni uomini denuncia fortemente mentre ribadisce nella sua relazione che la "soluzione della questione femminile costituisce uno dei compiti prioritari della iniziativa politica del partito comunista."

Negli anni cinquanta l'UDI rilancia la sua iniziativa autonoma, il suo forte legame con le donne appartenenti ai ceti più popolari raggiungendo nel 1950 oltre un milione di iscritte. Si fa protagonista nel 1955 della battaglia per la pensione alle casalinghe e nel 1962 lancia una proposta di legge d'iniziativa popolare per l'abolizione del coefficiente Serpieri secondo il quale il lavoro delle donne in agricoltura vale in termini di salario solo il 60%di quello degli uomini. In quegli anni le donne del PCI e dell'UDI furono protagoniste delle lotte per la pace, contro le armi nucleari; furono con le braccianti in agricoltura, con le mondine, le tabacchine, le operaie tessili; si batterono per la pensione alle casalinghe, contro il carovita, per il diritto alla casa. Ottennero risultati in Parlamento. Infatti il Cofficente Serpieri fu abrogato nel 1964, la pensione alle casalinghe divenne legge nel 1963; sempre nel 1963 viene approvata la legge che consente l'accesso delle donne alla magistratura, e la legge che stabilisce il divieto di licenziamento delle lavoratici per causa di matrimonio. Viene istituita nel 1962 la Scuola Media Statale. In quegli anni responsabile delle donne comuniste era Nilde Iotti che si impegno in prima persona per ottenere le conquiste legislative prima indicate. Nel corso della Terza e Quarta Conferenza nazionale delle donne Comuniste svoltesi rispettivamente nel 1962 e nel 1965 si sviluppò una significativa discussione nel PCI sulla condizione femminile e sulle battaglie di emancipazione femminile. Esse riflettevano anche il cambiamento intervenuto nella società italiana. Con il cosiddetto miracolo economico era aumentata l'occupazione femminile, lo spostamento dalle campagne alla città, lo sviluppo della scolarizzazione. Tutto questo comportò un miglioramento della condizione femminile e sollecitò una lettura che guardasse all'insieme della vita delle donne. Le comuniste mettono l'accento sulla nuova coscienza delle donne, sul valore del lavoro, sulla parità salariale, sulla necessità dei servizi sociali e della tutela sociale della maternità, sul rapporto donne famiglia e società per riformare la famiglia, per cambiare la relazione tra donne e uomini e decidono di affrontare il tema del divorzio, di aprire un dibattito nel paese e ricercare un confronto anche con le donne cattoliche. Nel 1963 Marisa Cinciari Rodano, partigiana dirigente nazionale dell'UDI viene eletta, prima volta di una donna, Vicepresidente della Camera. Sono gli anni del governo del centrosinistra, le comuniste avvertono la necessità di impegnarsi affinchè siano realizzate le riforme di struttura di cui il nostro paese aveva bisogno come la riforma agraria, urbanistica, scolastica, sanitaria, del diritto di famiglia e fare in modo che esse abbiano al centro la nuova condizione delle donne. La politica di emancipazione viene concretizzata in obiettivi di lotta che mantengono la propria specificità e si inseriscono nel movimento generale di riforma in atto nel paese per sollecitare il governo ad assumere come proprio, l'impegno di dare una risposta positiva le esigenze di cui le masse femminili sono portatrici. Uno degli argomenti centrali affrontato da Nilde Iotti nel corso della terza Conferenza Nazionale delle donne comuniste è quello della famiglia gerarchica ed autoritaria, che non può più essere sopportata dalle donne che lavorano e che lottano. Su iniziativa delle donne il PCI aveva depositato un progetto di legge per l'abolizione del reato di adulterio e di concubinato che "servono solo a delle misure di penosa persecuzione nei casi in cui la famiglia legale e si è costituita una nuova famiglia". L'adulterio femminile come reato verrà abrogato con sentenza della Corte Costituzionale il 19 dicembre 1968. Anche la questione del divorzio sta molto a cuore alle comuniste in un momento in cui la crisi della famiglia tradizionale è testimoniata dalla presenza in Italia di un milione di coppie illegali ed essa si accompagna alla esigenza di elaborare una nuova morale che sia alla base di un modo nuovo di essere famiglia, che sia coerente con i valori costituzionali e rompa con la cultura proprietaria e patriarcale ancora scritta nell'ordinamento come il Codice Maritale. Negli anni cinquanta e sessanta, si delinea dunque, un progetto di emancipazione femminile, delle donne comuniste e dell'UDI che in quegli anni ha un ruolo molto attivo. I tratti essenziali di questo progetto sono: il forte legame con il popolo delle donne, con le loro battaglie per migliori condizioni di lavoro e di vita; una visione ampia della battaglia di emancipazione che non si ferma alla parità salariale ed al diritto al lavoro ma guarda alla coscienza delle donne e investe la relazione tra i sessi e la vita famigliare; l'attenzione alla scolarizzazione ed alla formazione culturale; la costruzione di un rapporto positivo tra battaglie sociali ed impegno nelle istituzioni per portare e far pesare dentro le istituzioni la vita concreta e quotidiana delle donne; la cura della organizzazione del lavoro tra le donne non solo nell'UDI ma anche nel partito; la costruzione di un sentimento di sorellanza femminile anche per contrastare e cambiare i rapporti gerarchici che esistevano tra donne e uomini non solo nella società ma anche nel partito. IL movimento del 68, le lotte operaie e studentesche insieme ai processi di scolarizzazione di massa promuovono nella società nuove soggettività politiche e sociali: i lavoratori, gli studenti, le donne. In particolare il movimento studentesco costituisce uno spartiacque nella presa di coscienza di una nuova generazione di donne. Esse partecipano a quel movimento, condividono gli ideali di antiautoritarismo, di nuove relazioni genitori figli, la loro insubordinazione ai padri ed alle madri, di cambiamenti profondi del modo di essere scuola e delle società. Ma sentono che nel movimento sono lasciate ai margini dai loro uomini, come ebbero a dire scoprirono di essere "angeli del ciclostile". Questo portò ad una nuova consapevolezza, ad una nuova coscienza di sè delle donne, le sollecitò a guardare al rapporto con gli uomini ed a scoprire una relazione ancora basata su un principio di superiorità maschile. Soprattutto le portò ad interrogarsi su se stesse, sul proprio essere donna, sulla centralità del corpo, dei sentimenti delle relazioni sessuali. Le donne compirono un profondo viaggio interiore per focalizzare la permanenza degli stereotipi di genere che imprigionavano il loro essere donne per costruire una nuova identità sessuata. "Sputiamo su Heghel " scritto da Carla Lonzi costituisce i Manifesto di questo nuovo processo di presa di coscienza che è alla base di quel sommovimento profondo che è il femminismo e che porta alla elaborazione interiore ed alla scoperta del valore e della differenza del "io sono una donna". Il femminismo fu un fenomeno internazionale, nato in America ma ebbe una forte peculiarità Italiana.

Come analizza lucidamente Adriana Seroni nel suo scritto su Rinascita "Ragioni e torti del femminismo" nel febbraio del 1975 il femminismo italiano è un fenomeno diffuso, nasce tra le intellettuali ma si diffonde a molti strati sociali. Adriana Seroni critica due aspetti del femminismo: il separatismo, la componente antiistituzionale e la separazione dei temi del corpo, della sessualità e del costume dalla battaglia più generale della trasformazione sociale. Tuttavia l'atteggiamento della Responsabile nazionale delle donne comuniste e del gruppo dirigente delle donne era quello del dialogo e della consapevolezza di una sfida che riguardava i progetto di cambiamento del Pci, la sua capacità di coinvolgere la trasformazione sociale ma anche il costume, la relazione tra i sessi, l'identità maschile e femminile. Il femminismo era ampiamente presente tra le donne iscritte al PCI che praticavano la doppia militanza, nel movimento e nel partito come testimoniava la rivista Rosa nata da un collettivo femminista di Firenze cui partecipavano molte donne iscritte al PCI e che aveva l'ambizione di coniugare la libertà delle donne con la trasformazione sociale. Ciò che determinò una attenzione nuova da parte del partito verso le donne italiane e la cultura nuova che in modo plurale esprimevano fu la vittoria del referendum sul divorzio del 1974 dove il sostegno alla legge sul divorzio ebbe un consenso del 53% degli italiani, più elevato tra le donne che non tra gli uomini e presente in modo omogeneo sul territorio nazionale. Quella campagna, in cui il PCI dopo i timori iniziali della spaccatura tra le masse popolari, e grazie ad una determinata e lungimirante battaglia di donne come Nilde Iotti, Giglia Tedesco, Adriana Seroni, Luciana Castellina, Rossana Rossanda, Marisa Rodano, partecipò dispiegando tutte le sue forze, squadernò la nuova soggettività delle donne italiane, il loro bisogno di una vita nuova in cui poter lavorare, avere figli, vivere un rapporto paritario nella famiglia, esprimere la propria libertà nei sentimenti e nella sessualità. Fu l'inizio alla politica di una nuova generazione di donne e la costruzione di una nuova e bella politica popolare: casa per casa, nei luoghi di lavoro, la autogestione dei consultori, la partecipazione ai collettivi femminili ecc. Un evento che portò il segretario del PCI ad avviare una riflessione nuova sulla battaglia di emancipazione femminile. Da parte non solo delle donne ma anche degli uomini a partire dal segretario Enrico Berlinguer. Famosa la sua intervista a Carla Ravaioli rilasciata nel 1976 in cui esplicitamente ammette i limiti del partito nel rapporto con le donne, il non adeguato sostegno al lavoro delle commissioni femminili, il permanere del maschilismo, la necessità di elaborare un approccio nuovo che superasse il concetto di emancipazione per assumere la liberazione femminile, intendendo con questo termine un progetto di trasformazione della società che riguardi la condizione sociale ma anche le relazioni tra i sessi, il cambiamento del costume, la nuova identità maschile e femminile. Nella Sesta conferenza delle donne comuniste echeggia tutto il clima di effervescenza sociale e culturale presente nella società. Le donne comuniste diventano molto esigenti, vivono con passione e vigore il cambiamento che riguarda ciascuna nel proprio intimo, il rapporto con le altre e alla politica del proprio partito si chiede di essere capace di ascolto, di raccogliere i pensieri nuovi, di elaborare una nuova proposta di cambiamento sociale. Ma sentono che la sfida le riguarda nella loro capacità di essere soggetto politico autorevole. Capiscono che devono stringere forti relazioni e legami con le donne italiane, cambiare il modo di fare politica far pesare nella politica e nelle istituzioni la domanda di una vita nuova delle donne Italiane.

La nuova elaborazione delle donne viene raccolta nel Quindicesimo Congresso del PCI svoltosi nel 1979 dove nello Statuto del partito si riconosce come fondante di una azione di cambiamento non solo la contraddizione di classe ma anche la contraddizione di sesso. "Bisogna uscire da un vecchio schema che influenzò anche il pensiero e l'azione di grandi rivoluzionari di ogni tempo secondo cui prima si deve fare la rivoluzione e poi si risolverà la questione femminile. Non deve essere più così: il processo della rivoluzione sociale e quello della liberazione delle donne devono procedere di pari passo e sostenersi l'uno con l'altro". L'impegno è forte per conquistare la legge sui consultori, per il nuovo diritto di famiglia, per la legge 194 per la prevenzione dell'aborto e la regolamentazione dell'aborto clandestino per un nuovo sistema sanitario nazionale universalistico e solidale, per una effettiva parità nel lavoro. Sono gli anni in cui si afferma l'esigenza di un maggior potere delle donne nella politica. Nel 1976 Tina Anselmi è la prima donna Ministra del Lavoro e nel 1979 Nilde Iotti è la prima Presidente della Camera. Le donne comuniste vivono l'orgoglio di essere donne ma anche l'orgoglio di essere comuniste. Capiscono con il passare del tempo ed imparando dalle battaglie che quel doppio orgoglio non solo è conciliabile ma è la fonte di una energia peculiare, una energia nuova che vuole far diventare i problemi concreti e quotidiani delle donne i temi centrali dell'agenda politica, una energia che vuole rendere più bella la vita delle donne. Ed al contempo vuole fare di quella energia la linfa che costruisce un sogno nuovo, il sogno di una società umana, a misura di donne e uomini. La società comunista. Nel 1982 viene eletta una responsabile femminile che appartiene a questa nuova generazione di donne, Lalla Trupia mentre Adriana Seroni viene riconosciuta nella sua eccellente capacità di direzione politica venendo nominata responsabile della organizzazione del partito. Corpo, sessualità, sentimenti, autonomia, libertà, combattere a viso aperto il maschilismo, ma anche tutela sociale della maternità, valore della maternità, diritto al lavoro, potere femminile è il nuovo vocabolario delle donne comuniste. Accanto è il segretario Enrico Berlinguer che dimostra una straordinaria capacità di ascolto, di sensibilità umana, di elaborazione culturale, di battaglia politica. Importanti i suoi discorsi pronunciati alle feste nazionali delle donne che ogni anno si svolgevano in una città diversa e che costituivano una grande occasione di incontro con il popolo delle donne, occasioni per lanciare nuove battaglie, per rafforzare la sorellanza femminile, l'autorevolezza nel partito. Fu Enrico Berlinguer ad avanzare la proposta del Gruppo Interparlamentare delle donne elette nelle liste del PCI che avevano autonomia di elaborazione, di proposta e di iniziativa politica. Romana Bianchi ed Ersilia Salvato furono le responsabili di quella esperienza unica nel panorama nazionale ed europeo. Così nei difficili anni ottanta in cui maturava in Europa ed in Italia la svolta neoliberista che incideva fortemente sulle donne con il messaggio culturale "torna a casa donna" con politiche di riduzione del welfare e di riduzione dell'occupazione femminile, in parlamento e nelle istituzioni entrava l'onda lunga del femminismo.

Con la costituzione della Commissione Nazionale per la parità e le pari opportunità proposte dalle socialiste Alma Agata Cappiello ed Elena Marinucci. Con la costituzione del gruppo interparlamentare delle donne elette nelle liste del PCI. Fino a proporre da parte delle comuniste, nella importantissima settima conferenza nazionale svoltasi nel 1984 una Commissione del Comitato Centrale dedicata ai temi delle donne. Con il sostegno di Enrico Berlinguer che raccoglie la sfida delle donne a cambiare il partito ed a combattere a viso aperto il maschilismo presente nel partito. Le comuniste sentivano che c'era una forza individuale delle donne. Bisognava far sì che essa diventasse forza collettiva. Bisognava dunque avere una proposta concreta che rispondesse alla domanda di lavoro, di welfare, di servizi sociali incidendo sugli indirizzi economici e sociali ma bisognava anche incidere sul costume, nella relazione tra i sessi, nella famiglia. Bisognava applicare le conquiste realizzate come la legge sull'aborto e sui consultori, sul diritto al lavoro ma bisognava risolvere questioni antiche e molto dure come la violenza sessuale, cancellare la vergogna che la violenza sessuale fosse ancora considerato delitto contro la morale ed il costume anziché contro la dignità femminile. Su questo tema fu lanciata nel 1979 una proposta d legge d'iniziativa popolare dall'UDI e dai movimenti femministi cui le comuniste aderirono con il massimo di impegno. Una battaglia che durò oltre venti anni e portò solo nel 1996 ad una legge che considera lo stupro reato contro la persona e prevede pene severe. La forza e la nuova identità delle donne era radicato e diffuso. Bisognava raccoglierla, farla diventare forza politica, farla diventare materiale ingombrante nelle istituzioni. Ed allora bisognava operare una operazione culturale. Abbandonare il concetto che le donne fossero un sesso oppresso, un soggetto da tutelare, abbandonare un femminismo solo rivendicativo. Bisognava mettere l'accento sulla forza delle donne e dunque porre la differenza e la forza femminile come punto di vista da cui leggere la società, le relazioni tra donne e uomini, la politica. "Non credere di avere dei diritti", un importante manifesto elaborato dalla Casa delle donne di Milano, dalle femministe e filosofe Lia Cigarini e Luisa Muraro fu per tante donne ed anche per la sottoscritta un importante punto di riferimento. Io allora ero responsabile delle donne comuniste a Torino e vedevo la determinazione con cui le giovani operaie della Fiat si battevano per i loro diritti. Vedevo concretamente la forza sociale ed individuale delle donne e mi convinsi, discutendo in particolare con Franca Chiaromonte, giornalista di Rinascita compagna e femminista che bisognava assumere con determinazione questo approccio nuovo, quello della differenza sessuale. Che si avvaleva e si avvale di elaborazioni teoriche importanti: Luisa Muraro, Adriana Cavarero, Luce Irigaray. Che produceva nuove elaborazioni come quella nel lavoro che metteva in relazione il lavoro nella produzione e quello nella riproduzione sociale. Tempo di lavoro e tempo della cura. A far scegliere l'approccio della differenza sessuale per produrre forza femminile fu la tragedia della centrale nucleare di Cernobyl che esplode e nella sua esplosione uccide molte persone ed uccide l'ambiente attorno. Nel maggio del 1986 le femministe romane promuovono una manifestazione per denunciare questo uso della scienza e questo arbitrio della politica. Le comuniste, su mia scelta che nel frattempo ero diventata responsabile nazionale delle donne comuniste, aderirono alla manifestazione. Raccolsero la sfida elaborata e sollecitata in particolare da Alessandra Bocchetti, promotrice del Centro femminista Virginia Wolfe: costruire la forza delle donne che doveva esprimere il suo punto di vista sul mondo, incidere sulle questioni generali della politica e sulle scelte che riguardavano i destini del mondo; diventare soggetto politico che esprimeva una forza sulla base della relazione tra donne e dunque di una forte autonomia.

Promuovemmo nel luglio del 1986 un Convegno dal titolo "Dopo Cernobyl: scienza, potere ,coscienza del limite" cui parteciparono scienziate, femministe, donne impegnate nel sociale e nelle istituzioni. Un confronto che si basò su una bella ed efficace relazione tra donne e che elaborò un nuovo paradigma culturale e politico: "la coscienza del limite". Visto con gli occhi di oggi bisogna riconoscere che fu una elaborazione anticipatrice e feconda. Le donne comuniste mettevano a disposizione se stesse per costruire questa forza collettiva, per costruire una politica sessuata che guardasse la vita quotidiana ed il mondo con gli occhi delle donne e che facesse di questo punto di vista un motore di trasformazione sociale. La leva per cambiare il mondo, costruire una società umana a misura di donne e uomini. Iniziammo un dialogo fitto con tutte le donne italiane: le braccianti del caporalato, le operaie, le disoccupate, le impiegate, le intellettuali, le imprenditrici. Costruimmo un dialogo fecondo con i luoghi del femminismo ma anche con le donne delle associazioni, dei sindacati e dei partiti, elaborammo questa proposta politica ne La Carta delle donne Comuniste," Dalle donne la forza delle donne". Mettemmo a disposizione la nostra rivista Donne e Politica per raccogliere le pratiche ed i pensieri nuovi delle donne, la chiamammo Reti e fu diretta da una compagna intellettuale e femminista, Luisa Boccia. Elaborammo la questione cruciale della vita delle donne, i tempi di vita e di lavoro. Promuovemmo la proposta di legge d'iniziativa popolare" le donne cambiano i tempi": per ridurre l'orario di lavoro, riconoscere il tempo della cura, il tempo per sé, la riorganizzazione dei tempi delle città. Promuovemmo con i sindacati manifestazioni per il lavoro. In quegli anni le politiche del neoliberismo producevano uno scarto grande tra la coscienza e la condizione sociale delle donne. Bisognava inoltre portare le donne nelle istituzioni ma anche cambiare le istituzioni perché esse diventassero accoglienti nei confronti della differenza femminile e cambiare il loro modo di esercitare la rappresentanza e la funzione politica per renderle capaci di mettersi in sintonia e raccogliere le istanze della vita delle persone. Nacque un intenso dibattito sulla rappresentanza di genere. Nelle elezioni politiche del 1987 facemmo la campagna per portare la forza delle donne nelle istituzioni e ottenemmo il gruppo parlamentare comunista formato dal 30% di donne. Di questa esperienza della Carta delle donne hanno scritto e raccolto la testimonianza di alcune delle protagoniste Letizia Paolozzi ed Alberto Leiss nel bel libro "C'era una volta la Carta delle donne Comuniste" (Biblink editori).Il diciottesimo Congresso del PCI, quello con Achille Occhetto segretario, il congresso del nuovo PCI fu in qualche modo il congresso delle donne. Fu aperto da una relazione della filosofa, teorica della differenza sessuale, Luce Irigaray con la quale avevamo costruito una bella relazione. Si discusse di nuovo modello di sviluppo, di ambientalismo, di pacifismo, della riforma delle istituzioni e della politica ponendo il punto di vista femminile su ogni tema. La svolta di Occhetto del 1989 per costruire una nuova formazione politica e superare il PCI vide anche tra le donne una divisione dolorosa. Tuttavia la cultura della Carta delle donne ha avuto un tempo lungo, animò e visse altre stagioni politiche, ebbe un onda lunga che diede i suoi frutti nella stagione dei governi dell'Ulivo realizzando riforme importanti come le riforme sociali, sui tempi di lavoro, cura, tempi delle città, la tutela della maternità, il lavoro, la salute, la lotta contro la violenza sessuale, il governo dell'immigrazione.

Le donne comuniste, nella loro storia, pur con la differenza delle fasi politiche vissute, hanno avuto dei tratti distintivi ed unificanti che hanno accomunato le differenti generazioni: l'importanza del legame con le donne del popolo, la costruzione di alleanze tra donne, il dialogo con le donne degli altri partiti, con i movimenti e le associazioni, la particolar attenzione alle donne cattoliche, la sorellanza di partito, la cura della formazione e della organizzazione, la rete ed il gioco di squadra. Il loro limite: non essersi messe in gioco come leader.