A QUALE PESSOA

di Silvio Raffo

PREFAZIONE

Esiste figura più complessa, più sfuggente di quella del divino "fingitore" Fernando Pessoa? Esiste poeta più affascinato di lui dall'indicibile e al contempo rinunciatario e nichilista rispetto a qualsiasi possibile scoperta o certezza?

La creazione di fantasiosi eteronimi è la cifra del suo perenne bisogno di un Altrove. Il primo personaggio dall'identità immaginaria, lo Chevalier de Pas, nasce prima dei dieci anni, precursore dei più maturi Bernardo Soares e Alvaro de Campos.

Fernando è "abitato" e reso ulteriormente leggero dai suoi personaggi. E' una difesa? Sicuramente un conforto. Gli interessa più l'Essere che l'esistere. Nemmeno lui è certo di esistere. Non ha "una" precisa identità.

Se dovessimo riassumere la sua poesia in pochi versi, forse troveremmo i più significativi nelle "Poesias ineditas" del quinquennio 1930-1935 e potremo farne un piccolo collage:

"Lo sai chi sono? Io non lo so...

In altro tempo, quando il nulla è stato

io fui vassallo e re..."

..."Fui tutto quello che potevo avere..."

"Nulla di quel che sono m'appartiene"

"Son fluito, indeciso, nella bruma".

Tutta la produzione lirica di Pessoa è segnata dalla stanchezza di una battaglia persa in partenza: la lotta tra l'intelletto e il mistero del mondo. Un mistero che non può essere decifrato, giacché la verità, se fosse svelata, abbaglierebbe e distruggerebbe

Il suo decifrare; un mistero che si "ri-vela" nel senso di "continuare a velarsi" senza 'rivelarsi' mai. Il nascondimento è il suo suggello. L'Abysmos con cui tutte le cose hanno a che fare (sì, ma in quale modo?). E' la "tenebra visibile" l'ingannevole luce che ci sorride ogni giorno. E il pensiero non può che rimanere sulle soglie dell'ombra. Anche ammettendo che arrivasse a squarciare il velo, sarebbe tutt'altro che una conquista, non servirebbe a niente. Non a caso Alvaro de Campos grida in un memorabile diktat le sinistre parole: "Se avete la Verità, tenetevela!"

L'impresa in cui si cimenta Edith Dzieduszycka è davvero impervia: non è certo facile colloquiare con un'anima poetica che è un coacervo di anime distinte e insieme confuse, di sensazioni plurime e singolarissime, in un susseguirsi di improvvisi sussulti, avvistamenti epifanici e sparizioni ancora più inspiegabili.

Certo, per un poeta è sempre una profonda gioia - oltre che una sfida - confrontarsi, misurarsi e dialogare con un altro poeta. Edith Dzieduszycka avverte il bisogno di farlo con Fernando Pessoa, a cui si sente affine (chi ha letto i suoi versi delicati e impalpabili può cogliere subito quest'affinità), ma il fatto è che qui non si tratta di un "pas de deux", giacché l'interlocutore assente, o il compagno di danza invisibile, ha la stravagante personalità multipla a cui si è già accennato. Edith non parla a un solo individuo, ma a più soggetti:

Alberto Alvaro Ricardo Edoardo e tanti altri ancora

faccette innumerevoli

dal tuo estro create,

tra questi personaggi

della tua anima

quale ti era più caro

quale più prossimo

e forse più aderente

alla tua natura?

Dentro quale rifugio

preferivi sostare

passando tu in incognito

dall'uno poi nell'altro?

Appunto, "a quale Pessoa" (come recita il titolo del libro) può rivolgersi l'autrice? Edith risolve il problema rivolgendosi a quanti più interlocutori possibili. Ed ecco quindi il suo approccio cauto e timoroso alla "rabbia di Alvaro", il più polemico e iracondo degli 'alter ego', di tono certamente diverso da quello che usa con "il medico fuggito/monarchico poeta/e neoclassico/il pallido maestro/ maestro di se stesso", il "filosofo"Ricardo. Senza mai dimenticare che a tenerli insieme, o meglio a sottintenderli tutti "indifferentemente", resta sempre lui, l'"uomo che sdorme", che si esalta al suo "fedele torpore" e si riconosce -per un attimo- "paggio vestito dei brandelli/della gloria che altri ebbero". Edith coglie la sua divina (e disperata) indifferenza:

Di quello che sentivi

dentro di te

di quello che appena sfiorava

la superficie

indifferentemente

parlarne stare muto

o farne poesia

indifferente

Ma coglie anche la scintilla segreta dell'immortalità del suo messaggio - non messaggio. Perché se è vero che in un testo del 1933 Pessoa scrive a guisa di autoepitaffio "Sono riuscito ad essere chi sono:/colui che non è niente", è anche più vero che la sua testimonianza di esploratore dell'abisso, il fluido trascorrere della sua "anima indecisa" e la sua "alta intuizione" esoterica restano per i suoi eredi meno distratti doni preziosi, anzi essenziali.

Tu un tuo doppio

l'intera umanità...

...

Chi muore

mai del tutto

se ne va

sempre lascia un'orma

depone qualche seme

che germoglia

fiorisce

e frutto dona

Un bell'esercizio intellettuale, sicuramente più proficuo di tanti altri, sarebbe leggere questo libro intercalando la lettura con brani di Pessoa. Per ultimi lascerei il testo poetico che ho appena riportato e un brano di "Una sola moltitudine":

"Così, vestiti di corpo e anima, coi nostri multipli indumenti attaccati a noi come le penne degli uccelli, viviamo felici o infelici, oppure senza neanche sapere ciò che siamo, il breve spazio che ci danno gli dei, come bambini con gli sguardi adulti che giocano seriamente a giochi sacri".

Sì, siamo proprio noi. "Prigionieri locali della vita/ di orizzonti senz'ali e senza ponti"

Grazie , o sublime Fernando poeta fingidor.

Grazie dolce Edith sua coraggiosa ancella.