SPECIALE 100 ANNI DI PCI

Il DIVORZIO E LA TRATTATIVA

PER EVITARE IL REFERENDUM

di Jolanda Bufalini

La mamma, all'uscita da scuola a via della Paglia a Trastevere, andava a S. Cosimato a fare le compere, oppure a Campo de' Fiori. Qualche volta, rientrando, incontrava nell'androne il senatore Francesco Cossiga che, signorilmente, si offriva di portare lui i sacchi della spesa.

Per diversi anni, nel 1971 e nel 1973-74, Cossiga è stato assiduo della nostra casa a piazza del Gesù, anche se noi lo incrociavamo raramente e di sfuggita, lui si infilava rapidamente nello studio di Paolo. Sono stati gli anni della "trattativa" per evitare il referendum. Paolo ci aveva avvertito che erano incontri riservati e tutti abbiamo rispettato il riserbo. Qualche volta Paolo, forse per rafforzarci nella nostra discrezione, ci riferiva che i democristiani erano ammirati dal fatto che non una parola fosse uscita. C'è da aggiungere che, se rispettavamo quella riservatezza facilitata dal fatto che abitavamo a due passi dalla sede DC, noi come famiglia eravamo, soprattutto la mamma ed io, appassionatamente divorziste.

Nella vicenda referendaria il PCI è rappresentato come spinto ob torto collo alla competizione nelle urne, anche se alla fine decisivo per la vittoria. Versione che già allora era largamente diffusa e alimentata nel fuoco delle polemiche all'interno dello schieramento divorzista e nei grandi giornali. A mio avviso, però, e alla luce della rivisitazione delle pubblicazioni di allora che ho ereditato da Paolo, non corrispondente al vero su alcuni punti importanti o decisivi.

In primo luogo, quando i comitati civici di Gedda stavano raccogliendo le firme (la legge attuativa del referendum era stata approvata il 25 maggio 1970), non solo i comunisti ma anche le altre forze dello schieramento laico si adoperarono per evitarlo. In un seminario tenuto alla scuola delle Frattocchie il 26 e 27 settembre 1971, Bufalini cita due proposte di legge, una del socialista Ballardini l'altra dell'on. Eugenio Scalfari, entrambe volte a impedire lo svolgimento del referendum. Ballardini propone di modificare la legge attuativa delle consultazioni referendarie, che dovrebbero svolgersi solo dopo un congruo periodo di tempo dalla entrata in vigore della legge che si vuole abrogare. Scalfari propone di estendere il divieto di referendum alle materie che riguardano i diritti di libertà. Bufalini apprezza, pur polemizzando con Scalfari, ma considera che non vi siano i tempi parlamentari per la prima e, per la seconda, obietta "non vediamo come con legge ordinaria si possano modificare o rafforzare i principi costituzionali".

Più importante è che fin dall'inizio i comunisti si dichiarano pronti a combattere la battaglia del referendum. "Ciò che ci sembra sia in parte sfuggito ai commentatori (sebbene non a tutti) è che noi, col convegno delle Frattocchie, ci siamo innanzitutto proposti di dare una scossa al nostro partito e di armarlo delle conoscenze necessarie, affinché esso subito si mobiliti nella campagna del referendum contro l'abrogazione del divorzio" e "Oltranzisti e massimalisti non si pongono affatto il problema di come ci si debba muovere affinché contro il referendum abrogativo del divorzio votino qualcosa come 18 milioni di italiani".

Non solo, c'è il pieno convincimento che esistano le condizioni per vincere: "Lo schieramento conservatore e borghese si presenterebbe diviso (come avvenne nel 1953 nella battaglia contro la legge truffa) e, inoltre, lo scontro provocherebbe motivi profondi di turbamento e contraddizioni nella coscienza dei cattolici. Per contro, lo schieramento a favore del divorzio andrebbe dai comunisti ai liberali e anche a quei non pochi cattolici che sono consapevoli della distinzione di ciò che appartiene allo Stato e di ciò che è del privato. D'altra parte, una DC schierata per l'abolizione del divorzio, verrebbe inevitabilmente a trovarsi unita ai fascisti, e anzi al rimorchio di questi. All'opposto, nel fronte laico - lo si voglia o no - per motivi obiettivi elementari, la funzione più importante sarà svolta dal nostro partito". (le citazioni sono tratte da P. Bufalini, "l'Unità", 7 ottobre 1971).

Come si vede, la strategia è molto ben definita sin dall'inizio, il Partito comunista non è tirato per i capelli dentro la battaglia ma vi partecipa, anzi, sin dalla stessa elaborazione della legge. Il punto intrigante e anche divertente è che gli stessi argomenti volti a esprimere il convincimento che, se il referendum si terrà, sarà lo schieramento divorzista a vincere, sono gli stessi usati per indurre la DC (e il Vaticano) a cercare un accordo che eviti il referendum. "Noi ci rivolgiamo a tutti coloro che - siano al divorzio favorevoli o siano contrari - comprendono che il referendum spaccherebbe il popolo italiano in due, lo sospingerebbe indietro ad una guerra ideologica e di religione, lo distoglierebbe dalle lotte per il rinnovamento economico e sociale del paese ...".

La differenza con i laici è, dunque, non sull'avversità al referendum ma sul convincimento espresso dai comunisti che il più generale avanzamento del paese deve fondarsi sull'unità della maggioranza delle forze popolari, comuniste, socialiste, cattoliche.

Agitato contro i democristiani lo spettro di essere accomunati ai clerico-fascisti, dal PCI viene l'offerta del confronto per "apportare miglioramenti". Ed è naturalmente su quei "miglioramenti" che si addensa il sospetto, da parte delle altre forze laiche - che sono anche, in parte, anti-concordatarie - della svendita della legge. Accusa che viene respinta dal PCI che, invece, sulla scorta della strategia togliattiana, teme la guerra di religione e la spaccatura del paese.

"Fermi i principi: che il matrimonio nella Costituzione e nella legislazione italiana non è indissolubile; che tutti i cittadini sono eguali; che lo Stato ha pieno, sovrano diritto di legiferare in materia di effetti civili del matrimonio; noi saremo favorevoli ad ogni innovazione che miri a meglio tutelare la posizione del coniuge economicamente più debole e dei figli, e, dunque, a sottolineare la responsabilità degli sposi che alla famiglia, per loro libera decisione, hanno dato vita". (Ibidem). Sono poche righe densissime quelle citate sopra, perché si respinge l'argomento che lo Stato italiano abbia violato il Trattato e il Concordato con la Santa sede, si respinge l'ipotesi di un doppio binario - matrimonio canonico, matrimonio civile - che violerebbe l'eguaglianza dei cittadini, per concentrare l'offerta su una tematica che sta a cuore all'elettorato popolare non solo cattolico ma anche comunista, quella del rischio della moglie e dei figli del primo matrimonio che verrebbero abbandonati. Fra le concessioni che venivano fatte allo schieramento anti-divorzista c'era quello dei termini, da allungarsi in presenza di figli minori di 14 anni.

Dunque da un lato si offre un terreno di confronto che viene allargato al diritto di famiglia e al rinnovo del Concordato. Dall'altro si rende chiaro che se si va allo scontro sarà à la guerre comme à la guerre, "noi vogliamo ancora fare di tutto per evitare il referendum, ma, se al referendum siamo costretti ad andare, vogliamo vincere la battaglia per il divorzio". (Relazione nel seminario del PCI sulla questione femminile, Istituto Palmiro Togliatti - le Frattocchie - 19 gennaio 1974).

C'è un testimone del campo avversario i cui diari sono considerati un documento di grande importanza per la vicenda della "trattativa" sul divorzio. Testimone in senso letterale, trattandosi dell'ambasciatore in Vaticano Gianfranco Pompei, non un democristiano e non un esponente del clero ma il tramite fra il governo a guida DC, e in particolare l'allora ministro degli Esteri Aldo Moro, e la Santa Sede. Ma anche parte attiva, come diplomatico, nei rapporti fra governo e Santa Sede e, in senso più largo, con i democristiani e, per tramite del negoziatore ufficioso Francesco Cossiga, con i comunisti. (Gian Franco Pompei, Un ambasciatore in Vaticano. Diario 1969-1997, Il Mulino, Bologna, 1994).

Pietro Scoppola, che curò la pubblicazione del Diario dell'ambasciatore, riporta nell'introduzione una lunga lettera di Pompei alla moglie Ilde: "Come sai, nelle scatole di cartone, che mi hai aiutato a sistemare, vi sono molte carte di varia natura: appunti, minute di studi e rapporti, pagine di Diario ... Il 1° dicembre 1970 veniva promulgata la legge n.878 sul divorzio e nel 1971 furono fatti tentativi (l'on. Cossiga con i partiti e in particolare con l'on. Bufalini del PCI ed io con i Monsignori Casaroli e Benelli) per ottenere una legge che 'migliorasse' la disciplina e rendendo caduca quella attuale evitasse il referendum. Quei tentativi giunsero tecnicamente a buon porto con il disegno di legge Carrettoni e gli emendamenti migliorativi, non pubblicati ma già concordati... Dal punto di vista politico l'operazione non si poté attuare perché, come avevo previsto e detto, oltre una certa data vi era l'interferenza con le elezioni alla Presidenza della Repubblica. (Successione di Saragat). Vi furono interferenze molto forti, anche basate su equivoci e personalismi (pochi hanno pensato ai reali interessi del paese e della religione o quanto meno della morale pubblica).

In sintesi Fanfani temeva che l'operazione (che comportava l'accordo dei comunisti) favorisse l'elezione di Moro, e Andreotti che favorisse l'elezione di Fanfani. Con questa analoga, ma contraria motivazione i due fecero fallire l'operazione, agendo dall'interno quanto su amici vaticani, assumendosi così una grave responsabilità ...". Viene fuori, fra l'altro, la vérve scorticante che, come grande pubblico, avremmo conosciuto in Cossiga molti anni dopo. "Il Dittatore" oppure "il Piccolo Padre" è l'epiteto che il senatore sardo utilizza per il segretario del suo partito, Amintore Fanfani.

Paolo Bufalini

La trattativa del 1971 viene sospesa con lo slittamento di due anni della data del referendum, riprende nel 1973. Per quanto lunare possa oggi apparire la drammatica preoccupazione che il PCI aveva per "la guerra di religione" bisogna ricordare che è l'anno dello shock petrolifero, dell'austerità e delle domeniche a piedi, si è nel pieno della strategia della tensione. È l'anno del golpe di Pinochet in Cile, con l'uccisione al palazzo presidenziale della Moneda del presidente Salvador Allende, migliaia di militanti di sinistra vengono torturati e uccisi. Nelle elezioni politiche del 1972 i neofascisti del MSI avevano raddoppiato i voti. Di contro, una parte significativa del mondo cattolico si spostava a sinistra, con le ACLI di Labor, con padre Balducci, con i cattolici per il No al referendum. Di contro l'Italia era forse l'unico paese democratico, o uno dei pochissimi, a non avere una legge sul divorzio, percepita come una norma di civiltà. Di contro vi era la consapevolezza nella Chiesa che la percentuale dei cattolici (formalmente il 98 per cento) si sarebbe ridotta drasticamente se fosse stato loro imposto di seguire la dottrina sulla indissolubilità a fronte della possibilità del matrimonio civile.

Sul negoziato pesano, lo abbiamo visto, i contrasti interni alle correnti DC, pesa anche la preoccupazione delle altre forze dello schieramento divorzista per la crescente forza politica ed elettorale del PCI, donde Bufalini ha buon gioco nella costruzione di un fronte unitario dei partiti divorzisti (PSI, PSIUP, PRI) sulla linea dei "miglioramenti". La DC, oltre alle rivalità personali, teme la nascita di un partito confessionale, se aderisse al compromesso. Si sa che i vescovi, nella CEI, sono spaccati fra referendari e anti-referendari, e quindi non consultati. Dal diario di Pompei: "6 novembre 1973, ore 19. Viene da me Cossiga. Mi racconta i suoi rinnovati contatti con il PCI (ora Bufalini). Il "Padre" (ex-Tiranno), cioè Fanfani gli ha detto che vuole fare un vertice DC ma che non si può fare prima del 19 novembre. Siamo già ora fuori tempo massimo, figuriamoci il 19 come data di inizio della fase 2 (contatti con la S. Sede o con gli altri laici?). Mi conferma ciò che già sapevo dei comunisti con i quali le cose cominciano ad andare un po' meno bene: hanno - credo - l'impressione di esser menati in barchetta. Inoltre - mi dice Cossiga - ritengono corretta la posizione di Mancini e non quella di De Martino (che dice: "dopo il referendum, qualunque sia l'esito e la campagna, amici come prima").

In altre parole (e anche dette esplicitamente), se campagna ci sarà, noi - dicono i comunisti -imposteremo la campagna sul tema fascisti e antifascisti. Cioè drammatizzeranno il problema .... 8 novembre: ... Ancora (Tullio Ancora, collaboratore di Aldo Moro) mi conferma che i comunisti sono annoiati dei ritardi e ci credono poco. Hanno commesso anche loro l'errore di offrire apertamente il compromesso storico: ora sono perciò guardati con sospetto ...".

Fra tentennamenti e scoop (l'Espresso pubblica tutti i materiali riservati), la trattativa langue e fallisce. I comunisti si sono però guadagnati stima presso la S. Sede. "7 dicembre: Mi chiama Cossiga ... Gli ho detto che Mons. Bartoletti ha trovato molto ben fatto e pieno di finezza il pro-memoria di Bufalini: 'Abbiamo a che fare con gente preparatissima e di prim'ordine'".

Il no alla abrogazione della legge sul divorzio ebbe, non i 18 milioni di voti auspicati all'inizio della vicenda ma 19 milioni 138.300 pari al 59,26 per cento.