IL DANTE DI PETER WEISS

di Francesco Muzzioli

Per elogiare Dante basterà dire che il suo principale difetto è di avere inaugurato la nostra letteratura con una tale carica espressionistica da creare una pesante "angoscia dell'influenza" in tutti i suoi successori. Nessuno potrà mai raggiungerlo. Per nostra fortuna la linea ufficialmente vincente è stata poi quella petrarchesca, per cui il ricorso a Dante resta appannaggio degli alternativi, gli unici che valgano la pena. Certo, l'anno anniversario del settecentesimo ha moltiplicato i discorsi cerimoniali tipici del "capitale culturale" che non fanno alcuna distinzione e promulgano valori insindacabili e genericissimi, tra i "dantedì" e la Comedìa lanciata nello spazio in titanio e oro...

Sicché diventa d'obbligo straniare l'enfasi da panegirico, parlandone un po' di sguincio. Il che farò andando a considerare un Dante novecentesco assai problematico, cioè la ripresa teatrale che ne ha fatto Peter Weiss. Merita di essere ricordato, questo Dante per niente celebrativo, proprio perché poco noto presso di noi, ma anche per il fatto di essere un'opera non conclusa e rimasta stretta tra i capolavori dell'autore, il Marat-Sade e L'istruttoria. Il punto di vista di Weiss può diventare interessante proprio perché viene da fuori e quindi non può essere inficiato dall'orgoglio nazionalista che trasuda da tanti interventi odierni.

Il progetto-Dante weissiano inizialmente prevedeva tre parti corrispondenti alle tre cantiche: l'inferno doveva essere la rappresentazione dell'orrore contemporaneo del nazismo, proseguito nella apparente godibilità della società dei consumi; il purgatorio avrebbe dovuto avere i contorni di una «terra del dubbio, dell'errore, dei tentativi falliti, la terra dell'irresolutezza» (così recita un testo riassuntivo); e poi il paradiso, il mondo più distante dalla sensibilità moderna, sarebbe stato vuoto («la desolazione più completa, gli spazi celesti non saranno che vuoto»). Di fatto, a dimostrare come il Dante infernale sia quello che ancora maggiormente parla alla coscienza dei nostri tempi, Weiss non andrà oltre la prima parte, elaborata attorno al 1964, comprensiva dei canonici 33 canti (questo Inferno è edito in traduzione italiana da Mimesis). È un Dante, quello che mette in scena Peter Weiss, tutto terreno, che ritorna nella sua città dopo l'esilio e viene onorato, però nello stesso tempo normalizzato, reso inoffensivo e addirittura sottoposto a un processo di adattamento e quasi di addestramento per renderlo disponibile al presente del mercato. Il presente è il luogo dove gli orrori del passato prossimo sono stati rimossi, taciuti o sommariamente giustificati, eppure tutto il male è ancora lì, la violenza, la sopraffazione, il tornaconto e l'affarismo, anche il razzismo non è stato affatto superato (contro i diversi: «Pelle nera e labbra carnose / fronte di scimmia e pelo ispido»). Lo stesso Dante appare lamentoso e debole, pieno di sensi di colpa per non aver saputo impedire il male - e la polemica si rivolge in generale all'impotenza della letteratura e del valore estetico. Lo accompagna un Virgilio rappresentante della ratio, cioè in sostanza divenuto l'agente dell'omologazione, mentre le tre fiere sono trasformate in accoliti del rito e parlano spesso in coro. A condurre lo spettacolo è il Capo, figura autoritaria e anche "capocomico" che organizza lo spettacolo:

giacché siamo arcinoti come compagnia d'improvvisatori

e non siamo certo a corto di scherzi

e cantanti ne abbiamo e suonatori pure

e sappiamo ballare e far capriole

sono a favore

cominciamo

Ma il gioco è assai serio: il Capo nelle sue continue metamorfosi veste i panni di molti personaggi dell'Inferno dantesco da Caronte a Flegiàs, a Ciacco, a Vanni Fucci, al Minotauro, a Gerione e via dicendo, di volta in volta reggendo il bastone di comando e fungendo da depositario della rivelazione della legge implicita del potere. La chiave delle sue enunciazioni è quindi da un lato il sarcasmo cinico, dall'altro un insistito abbellimento. Con esiti di parodia:

Per me si va nella città

che non è affatto dolente

Per me si va dove tutto si raggiunge

Per me si va tra la gente che sempre

è vincente

Lasciate ogni dubbio

voi ch'intrate

Marat/Sade allestito dagli allievi del SUNY di Fredonia

Così come nel Marat-Sade, Weiss eccelle nei coretti rimati, in stile brechtiano, anche qui davvero magistrali. Qualche esempio sarà d'uopo:

Da noi lo si può dire ai quattro venti

è tutto un fiore tutta un'abbondanza

Nessuno qui da noi che ancora si lamenti

tra queste mura l'ottimismo avanza

Da noi lo si può dire assai contenti

non solo in economici comparti

battiamo tutti gli altri mille a venti

da noi portan profitto anche le arti

D'altra parte:

Ché qui siamo all'Inferno chi lo nega

anche i peggior tormenti son parte del diletto

Se anche l'un dell'altro se ne frega

l'accordo in cui viviamo qui è perfetto

Ed ecco un credo economico tuttora attualissimo:

È in fin dei conti uguale se i soldi li do o li prendo

con ogni transizione aumenta di tutti la ricchezza

per il bene di tutti aumenta di tutti il dividendo

e non approfittarne sarebbe una sciocchezza

In questo contesto, l'arte si ritrova in acuta contraddizione: tuttavia, proprio diventandone consapevole riesce a smarcarsi e a non essere semplicemente un fiore all'occhiello. Per questo non è mai del tutto complice: nelle battute finali Dante può annunciare - sia pure in mezzo alle risate dei demoni - il suo distacco («Io / per sempre / via abbandono»).

È un teatro irrappresentabile, forse (per parte mia, sto provando a farne un esperimento di lettura, su Youtube). Ma penso che il motivo del blocco del progetto rimasto incompiuto sia piuttosto l'impraticabilità del paradiso che lascerà il posto alla diretta documentazione dell'Istruttoria.

Peter Weiss - L'istruttoria

Weiss non procede oltre. Tra l'altro in una conversazione su Dante (del 1965, pubblicata a parte da Cronopio nel volumetto Inferni) l'autore esprime la sua distanza dal sistema teologico della Comedìa e ammette una lettura molto tagliata («Traggo dalla Divina Commedia soltanto quello che si può trasferire in un'esistenza terrena. Non concepisco neppure per idea un inferno e un purgatorio, figuriamoci poi un paradiso»). Semmai, quello che gli è vicino è il Dante esule, in quanto quell'esperienza è molto simile alla sua, quando si è dovuto rifugiare in Svezia negli anni del nazismo. Oppure il Dante realista, che gli appare vicino alla rivoluzione pittorica di Giotto: «quel Dante che invece del latino artificioso utilizzò per il suo epos il volgare, che amalgamò ai suoi ritmi armoniosi, alla sua musica perfetta espressioni popolaresche». Riportare l'inferno al presente è possibile, però considerando un drastico ribaltamento: mentre in quello dantesco soffrono i colpevoli, in quello dei lager «giacciono gli innocenti». Un Dante dei nostri tempi dovrebbe quindi cambiare la sua ottica. Ma non è detto che non avrebbe qualcosa da fare, anzi:

Dante potrebbe indagare su quanti giacciono nelle segrete delle nostre prigioni, potrebbe andare nei cortili interni delle città e vagare per paesi e continenti governati da dit­tatori e colonizzatori, potrebbe svelare la rete di interessi economici sotto cui sono strangolate le popolazioni, po­trebbe mostrare quanti sono condannati per la loro razza, potrebbe visitare le fabbriche e ascoltare le rivendicazioni salariali degli operai. Come nell'Inferno rappresenta i po­tenti di questo mondo nelle loro roccaforti, mettendo in evidenza che il loro dominio è ancora intatto, così nel Paradiso ci presenta i beati, che aspettano ancora la libera­zione. E oggi saprà che questa liberazione può esserci per loro soltanto qui, quando sono vivi, e che non gli serve a niente quando sono morti. Qualunque cosa descriva, per quanto indecifrabile e ignota, deve descriverla con parole che ne chiarifichino l'ubicazione terrena.

Un Dante preso di sguincio, non è forse il miglior omaggio possibile? E ci dimostra che non c'è classico che tenga, non c'è classico per diritto divino o per grancassa pubblicitaria: un classico vale solo se viene rimesso alla prova. E se si dimostra ancora vivo.