I SAGGI DI ALDO MASTROPASQUA

di Francesco Muzzioli

È uscito in questi giorni, per i tipi dell'editore Lithos, il libro di saggi di Aldo Mastropasqua, con il titolo Opposizione e ricerca. Scomparso prematuramente nel dicembre 2016, Aldo aveva al suo attivo una serie di importanti saggi di critica e teoria letteraria, realizzati prima con i libri collettivi di "Quaderni di critica" e poi nella rivista "Avanguardia", da lui diretta insieme a Francesca Bernardini. Questi saggi componevano il disegno di una disamina della letteratura dotata non solo di passione e grande ampiezza informativa, ma soprattutto di un metodo aperto e innovativo che unisce precisione filologica e tendenza politica. Opposizione e ricerca, appunto. L'unione dei diversi contributi in un unico volume dimostra la portata dello studioso e lo spessore del critico.

Il libro, già disponibile in libreria e online, spazia dalla riflessione su Walter Benjamin e la Scuola di Francoforte agli autori più eslege del Novecento quali Palazzeschi, Gadda, Sanguineti e in particolar modo Volponi (cui è dedicata una significativa sequenza di interventi), in una serie di percorsi che si diramano nel tempo con una linea comune coerente e lucida.

Il libro è aperto da una mia introduzione e da un ricordo di Francesca Bernardini. Come invito alla lettura riporto qui a parte finale del saggio Palazzeschi o dell'emancipazione crepuscolare:

Proprio una delle poesie più corrosive verso il metamorfismo ornamentale del liberty, I fiori, si chiude con una preghiera che è il contraltare della baudelairiana Bénédiction, punto d'origine ‒ secondo Benjamin ‒ di quella linea ieratica del simbolismo che trova il suo sviluppo della teoria delle Correspondances: «Ho paura. / Dio, / abbi pietà dell'ultimo tuo figlio, / aprimi un nascondiglio / fuori della natura!». Ma se la villa nella quale si seppellisce vivo il poeta «C. Z.» di Postille prefigura parodicamente il monumentale intérieur del Vittoriale (ma forse la «bellissima villa in Toscana» si riferisce a quella sua anticipazione che è stata la «Capponcina»), l'architettura di vetro di Una casina di cristallo, collocata «proprio nel mezzo della città, / nel folto dell'abitato», concorda solo apparentemente con i principi dell'architettura futurista, secondo i quali «la casa di cemento, di vetro, di ferro, senza pittura e senza scultura, ricca soltanto della bellezza congenita alle sue linee e ai suoi rilievi, straordinariamente brutta nella sua meccanica semplicità, alta e larga quanto più è necessario, e non quanto è prescritto dalla legge municipale, deve sorgere sull'orlo di un abisso tumultuante: la strada». Palazzeschi è qui lontano sia dal futurismo che dal successivo funzionalismo della Glasutopie di Taut, che teorizzerà la dissoluzione del naturale nell'architettonico. Né, tanto meno, sembra voler anticipare quegli sviluppi surrealisti dell'«illuminazione profana» che Benjamin vedeva esplicitati nella Nadja di Breton: «Vivere tra pareti di vetro è una virtù rivoluzionaria per eccellenza. Anche questa è una forma di ebbrezza, è un esibizionismo morale di cui abbiamo grande bisogno. La discrezione nelle cose della propria vita non è più una virtù aristocratica, è diventata sempre più una caratteristica di piccoli borghesi arrivati». Se la prima parte della poesia esibisce il rifiuto del catalogo dei luoghi naturali «inaccessi» e «poetabili» del simbolismo liberty, la seconda, attraverso la trasparenza dell'architettura di vetro, esibisce nel privato la quotidianità e il lavoro del poeta, ormai scaduto di rango e ridotto «come un qualunque mortale», appunto come un qualunque piccolo borghese. Ormai la trasparenza di quella guaina, di quell'astuccio che era il protettivo intérieur ottocentesco, lascia impudicamente e provocatoriamente vedere alla folla dei passanti quanto sia improduttivo e inutile il lavoro del poeta. A metà strada tra la teca di cristallo che conserva le spoglie mortali del santo o dell'eroe e la gabbia di vetro che nei moderni musei naturali mostra come animali esotici vivano nel loro habitat originario, la casa di vetro sognata da Palazzeschi avvicina il poeta all'abisso della metropoli moderna ma al tempo stesso conferma la sua separatezza dal pubblico. Ormai gli ipocriti lettori si sono trasformati in maligni spettatori. La tecnica è quindi al servizio non dell'utopia futurista di ricostruzione dell'universo ma della didattica esibizione del tramonto del poeta, ultima tappa dell'emancipazione crepuscolare: «L'antico solitario nascosto / non nasconderà più niente / alla gente». Da inveterato crepuscolare, in sintonia con il Gozzano dei Colloqui che sviluppa ‒ come Sanguineti ci ha insegnato ‒ una sua linea di emancipazione annodando al Nietzsche di Zarathustra il Baudelaire di L'Héautontimorouménos e che sogghignando recita la sua preghiera: «sia la mia vita piccola e borghese: / c'è in me la stoffa del borghese onesto», Palazzeschi, ancora nel 1913, dalla futurista "Lacerba", contrabbanda il suo credo desublimante dedicando una poesia Al dottor Carrel, «geniale fratello», specializzato in prodigi di chirurgia plastica. Al «divino presti¬giatore infernale», virtuoso della moderna tecnica dei trapianti, non chiederà di diventare un «uomo moltiplicato», pronto ad entrare nel regno futurista della macchina, ma di scendere ancora qualche gradino più giù di Totò Merùmeni: «Abbi pietà di me che ò tanto male, / barattami il cervello; / scegli fra mille e mille ... / e mettimi quello del più imbecille, / schiudimi l'ombra beata / della sua tana! / Dove sei? / Fuori! Alla luce te, fratello idiota, / vecchio cucco della natura, / che in quest'ora disperata / invidio ed odio; / vivi, guarda e vedi, cammina, / soffri la mia tortura! ».