SPECIALE 100 ANNI DI PCI

GRAMSCI L'AVEVA DETTO...

di Stefano Lanuzza

Gramsci l'aveva detto nel 1924: "La scissione di Livorno (il distacco della maggioranza del proletariato italiano dall'Internazionale comunista) è stata senza dubbio il più grande trionfo della reazione".

Fondato e subito scisso (Turati va da una parte, l'estremista Bordiga da un'altra), col Congresso di Livorno del 1921, dopo la Rivoluzione russa del 1917, il Partito Comunista Italiano delle classi anticapitalistiche finisce a Padova il 17 giugno 1984 con la morte di Enrico Berlinguer segretario del Partito dal 1972 e già avverso, nel 1969, all'invasione sovietica della Cecoslovacchia.

Il Pci, il Partito della Resistenza tra gli artefici della Costituzione italiana, di grandi riforme civili e sociali, si dissolve nel Pds il 3 febbraio 1991 a Rimini tra le pur decorose lacrime del segretario dal 1988 'Akel' Occhetto, antitogliattiano rimbrottato dal padre nobile, poi 'poeta', Ingrao, già allineato nel 1956 con Togliatti a favore dell'intervento sovietico in Ungheria.

Dalla dissidenza col Pds nasce, sempre nel 1991, altra divisione della Sinistra ma con l'intento di non alienare una pregressa identità, il Partito della Rifondazione comunista (Prc).

Il 1956, anno della destalinizzazione operata da Kruscev nonché della conculcata rivolta ungherese, è altresì il momento della mancata unificazione del Pci con il Partito socialista (di Nenni e Francesco De Martino), seguito dalla rottura con tale schieramento fattasi irrimediabile dopo l'avvento di Craxi, segretario Psi dal 1976 al 1993: supportato, dopo la Tangentopoli della prima metà degli anni Novanta, dal rampantismo reazionario berlusconiano affermatosi nel 1994, figlio dell'edonismo reaganiano degli anni Ottanta e ben distante dalla "Questione morale" teorizzata da Berlinguer nella storica intervista-denuncia del 28 luglio 1981 a Eugenio Scalfari: "I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un 'boss' e dei 'sotto-boss'"... Voleva essere, il Pci berlingueriano, "un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico" (P.P. Pasolini, Cos'è questo golpe? Io so,"Corriere della Sera", 14 novembre 1974).

Tuttavia Occhetto, con la sua 'Svolta' e il Partito democratico della Sinistra (Pds, 1991-1998), una cosa la capì: comprese che, venuto meno l'ideale internazionalista, crollati il Muro di Berlino (1987), costruito nel 1961, e il comunismo sovietico (1991) - dopo la fine tragica di Moro (1978) con la conseguente trasvalutazione di un 'Compromesso storico' che altro non voleva significare se non l'assunzione di responsabilità del Pci per un governo di avanzata democrazia -, nell'Italia pressata dal sovversivismo terroristico e dalle trame golpiste di Servizi segreti, massoneria deviata e potenze straniere (Bologna 1980: strage di Stato, ecc.) occorreva dare un segnale rassicurante a quanti osteggiavano l'ipotesi di un 'comunismo italiano'. Un Pci che alle elezioni europee del 1984 supera la Democrazia cristiana e, alimentando la 'paura del comunismo', potrebbe pervenire al governo non è cosa tollerabile dalle forze capitalistiche italiane e internazionali.

Allora si tratta, senza troppo snaturare la prospettiva berlingueriana del 'Partito di lotta e di governo', di ripensare le forme della politica di sinistra e magari poter 'governare dall'opposizione': forse, questa, un'utopia peggiorativa del Compromesso; e che rendeva equivoca o solo romantica l'originaria ipotesi della rivoluzione comunista. Tanti, così, all'improvviso, volevano diventare moderni socialisti (alla Craxi e Martelli?); e qualche dirigente del Partito, Veltroni, chiariva una buona volta di non essere mai stato comunista; qualcun altro, D'Alema presidente del Consiglio e teorico della 'politica come lavoro', in un discorso a Catania del 4 dicembre 1998 esortava il popolo dei compagni ad adeguarsi - "Crescete, arricchitevi, investite"; un altro ancora, Fassino, "Finalmente abbiamo una banca?". Si manifestava, insomma, che rinunciando alla critica del sistema capitalistico occorreva quanto meno profittarne individualisticamente: come per una resa se possibile opportunistica.

Il 14 ottobre 2007 nasce il Pd, alla cui direzione si sussegue una congerie di segretari dai caratteri più disparati (Veltroni, Franceschini, Bersani, Renzi, Martina, Epifani, Orfini, Zingaretti), in un'entropia che è l'altro nome della confusione. È da simile vicenda involutiva che sortì quel renzismo trasformistico determinato a svuotare d'ogni contenuto la storia della sinistra e i cui prodromi possono ravvisarsi nell'estenuata Dc degli affarismi dilaganti e soprattutto nella pervasiva corruzione diffusa dalla berlusconizzazione del nostro Paese.

Nessun organizzazione politica come il Pci - che, ancora negli anni Ottanta, conta due milioni di iscritti, più di diecimila sezioni con innumerevoli attivisti, oltre centomila dirigenti, una stampa assai diffusa ("l'Unità", 1924-2000, 2014, 2017 - la cui direzione, seguita dall'immediata chiusura del giornale, è giocondamente affidata dal segretario Renzi al vignettista Staino; "Rinascita", 1944-1991; "Giorni/Vie nuove", 1946-1978; "Critica marxista", 1963-1992) e una grande editoria (Editori Riuniti, dal 1953) - ha conosciuto una disfatta più dolorosa e della quale, ancora oggi, non si denotano le imperdonabili responsabilità... E ora - scrive il giornalista Filippo Ceccarelli - "gli ex pensano prima a se stessi e fanno il vino [!], fanno le super consulenze, fanno i film, i romanzi noir, la tv, fanno i lobbisti, i bed&breakfast e tra loro si chiamano 'la ditta' [!]" ("la Repubblica/Robinson", 16 gennaio 2021)... Ma per favore!