Antropologia del mondo moderno

ESTETICA

UN CONCORSO DI MOLTEPLICI FATTORI

di Ugo Piscopo

Introduzione

L'impegno, che l'autore di questi tracciati ha preso con sé stesso, prima che con gli altri, è di integrare e consolidare il reticolo dei suoi studi sul futurismo, circoscrivendo questa volta la sua attenzione alla definizione e all'inquisizione di uno specifico tema, quello della costruzione dell'estetica futurista, d'impulso delle avvolgenti e terremotanti suggestioni derivate dall'ambito scientifico e tecnologico del mondo contemporaneo in travolgente, magmatico slancio in avanti dalla fine dell'Ottocento in qua.

Questa vicenda di interfluenza dialogica tra futurismo e cultura lievitante e insieme esplosiva di fondamento scientifico e tecnologico, sollecitata dalle attese del nuovo della società moderna, osservata nelle posizioni di alcuni dei più significativi animatori del movimento, viene scandagliata monograficamente per declinazioni individuali di Marinetti, Boccioni, Balla, Soffici, Severini e altri vigorosi compagni di strada, per sottolineare la ricchezza, l'originalità e la pluralità delle risposte ai termini aperti del che e del come fare per relazionarsi con le problematiche fondamentali, che insieme hanno deciso di affrontare.

Adesso, in questa rapida premessa, si vuole mettere in luce che quelle prospettive degli araldi del movimento, mentre dialogano con argomentazioni e proposizioni teoriche in movimento, sono oggettivamente anche in (inconsapevole) ascolto di pulsioni e sciami sismici di situazioni lievitanti in una società, che si viene ridisegnando diversa dalla precedente e con sue mitologie del quotidiano e dell'attimo fuggente. Ecco, in breve, si vuole aprire qualche finestra su processi eterocliti, che intanto si infiltrano inconsapevolmente nella vita e nei modi degli attori di quel tempo, che sanno bene, quando lo sanno, quello che aspettano, ma in genere non sanno quello che sono indotti a fare in un certo stile di carattere ordinario.

Antropologia del mondo moderno

Dove mai stiamo andando, cioè dove mai stiamo correndo e perché corriamo in sì gran fretta? Se scendiamo per strada e proviamo a parlare con il congegno a quattro ruote, che è l'uomo di oggi, come ci ha suggerito un acuto-arguto studioso canadese dei nuovi comportamenti umani, (Marshall McLuhan), e rivolgiamo a quelli che incontriamo una domanda così imbarazzante, resteranno stupiti. Perché adegueranno a gratuita provocazione un quesito, che era legittimo nel passato, ma che oggi è fuori luogo, in quanto l'impegno di tutti e di ciascuno è appunto quello di correre. E basta, senza altre pretese, senza alternative, in assoluto. Costi quello che costi.

In realtà, l'essere umano è sempre costato molto, anzi troppo, a sé e alla realtà in cui si è venuto inserendo. Il suo inserimento sul nostro generosissimo pianeta non è mai avvenuto nel segno del rispetto per l'altro (e neppure per sé stesso). A cominciare dagli albori della presenza sulla scena del Sig. Homo erectus (ottocentomila anni fa e forse ancora un po' prima). Portatore di pulsioni di possessività, aggressività, distruttività, (anche e forse più nella versione di Sapiens-Sapiens) ,come ci avvertono gli studi psicoanalitici e antropologici, - si vedano in particolare i testi di Eibl-Eibesfeldt[1] - esso si è rivelato il peggiore e il più nefasto incidente capitato alla Terra. Sostenuto dall'autoinvestitura di essere il referente primo, il dominus dell'esistente nel mondo, incontrastato e incontrastabile per investitura divina, ha trasformato la terra, che era una gioiosa aiuola, come l'ha vista Dante dal Paradiso, in un'immensa fiera di compravendita, persone comprese, sovraffollata di persone e di cose, in mezzo a rovine e devastata da processi di inquinamento dell'aria, della terra, dell'acqua, del cibo stesso, con mari dove da un anno all'altro compaiono nuove isole, fatte di rifiuti soprattutto di rifiuti immarcescibili di plastica. Il sovraffollamento pleistocenico è tale che, secondo calcoli di esperti, le risorse del pianeta non sono sufficienti a mantenere una calca oggi di settemila milioni di persone, che si accingono a diventare fra non molto diecimila milioni, con la conseguenza che bisognerà inventare altri spazi, anche sotterranei per ospitare tutti o per collocare stoccaggi di gente che stia incolonnata un individuo sulle spalle dell'altro, come Enea, che, fuggendo da Troia, si carica sulle spalle il padre Anchise e si va a cercare un'altra patria, lontana dalla prima. Non parliamo, poi, dell'assurda distribuzione della ricchezza, con una piccola minoranza, che dispone della stragrande affluenza di beni, e con la stragrande maggioranza della popolazione planetaria, che si deve accontentare di percentuali stentate, e che ha una coda di ottocento milioni di abitanti che non dispongono di nulla. E' una situazione esplosiva ad altissimo rischio, che però non fa impressione all'essere umano, da sempre abituato agli scandali e che trova motivo di esaltazione nel governo di essi e nella necessità dello sfruttamento di masse da parte di chi è privilegiato.

Intanto lo scandalo, oggi, ha assunto aspetti e dimensioni tali che non si può più nascondere che è l'uomo il vero scandalo della vita sul nostro pianeta. Il re è nudo, possiamo e dobbiamo riconoscerlo. E' quell'essere che simultaneamente è superiore a sé stesso e inferiore a sé stesso. Superiore, nel senso indicato da F. T. Marinetti, quando dichiara che "ali dormono" nelle potenzialità della nostra specie e quando invita appunto ad aiutarle a venire alla conoscenza di sé e a prendere il volo; inferiore, nel senso che l'essere umano è spesso in ascolto della parte notturna di sé e delle seduzioni di "thanatos", dell'eccitante abbandono di sé e di tutti gli altri all'abbraccio della morte, all'affondamento del tutto nel silenzio senza fondo di essa.

Di questa ambigua, ossimorica condizione, oggi più di ieri e più dell'altro ieri si viene prendendo atto, ad altezza naturalmente della sensibilità e della cultura di ciascuno, comunque con un bisogno piuttosto incalzante di rimboccarsi le maniche e di modificare il proprio destino, secondo le occasioni e le possibilità offerte dalla propria condizione.

Di qua scaturiscono la necessità e l'attesa di una nuova interrelazionalità col mondo, col proprio ambiente, con sé stessi. Si disegna oggettivamente nei comportamenti una nuova antropologia, proiettata en avant e, pertanto, che marca sempre più icasticamente la distanza dai comportamenti delle generazioni precedenti.

Così, tutto diventa occasione per distanziarsi da ciò che è stato, per sentirsi motivati dal fare e dall'impegnarsi in un flusso di situazioni in movimento. Con la conseguenza di fare andare a braccetto ansiosa attesa, gioia di operatività, malinconia per essere arrivati in ritardo a prendere atto della nuova realtà e di non trovarsi quindi a pieno agio con i tanti appuntamenti che aspettano.

Di esempi, se ne potrebbero addurre a iosa. Ma qui ci si limita a darne solo qualcuno a campione.

Si potrebbe partire dalla reazione di fronte all'uso di un'automobile, che ormai è diventata un essenziale mezzo di locomozione per tutti. Che ci vuole per guidare un'automobile? Non ci vuole una grande scienza, solo un po' di esperienza e tanta prudenza. Per costruire un tale mezzo di locomozione comoda e veloce, però, è necessaria una fabbrica, dove s'incontrino molteplici competenze di tipo ingegneristico e operaistico, dove siano impiantati macchinari efficienti, dove arrivino pezzi già lavorati di ferro, di plastica, di vetro, di stoffa. Il proprietario, intanto, quando acquista il nuovo mezzo di locomozione, sa anche che esso è a sua disposizione, ma che non è cosa fatta da lui con le sue mani. Accetta di avere in proprio un oggetto elegante e complesso messogli a disposizione da un'industria e da un insieme armonico di funzioni consentite da un accordo fra vari portatori di competenze tecniche. Dovrebbe, però, sapere anche che in quel congegno, c'è, sebbene invisibile, tutta una memoria complessa di secoli e secoli di sforzi per scoprire la ruota e la sua applicazione a mezzi di trasporto animale o schiavile, a perfezionamenti attraverso sperimentazioni varie, e che solo alla fine si è giunti a quello splendido risultato, che premia una lunghissima e sofferta attesa umana di invenzione in una meraviglia del genere. Il proprietario guidatore della bella automobile sta lì sicuro e orgoglioso da solo o in compagnia con familiari o con amici, ma sa poco o nulla che ha nelle mani il risultato di prove e di attese plurisecolari. Non sa, perché fa comodo non sapere, che si è nani sulle spalle di giganti, ma in cuor suo avverte un senso di disagio di fronte a una splendida cosa, che è perfetta nella sua perfezione, e che, intanto, lo fa sentire un po' antiquato, un po' d'altro tempo e d'altro luogo.

In pratica, le relazioni fra la macchina e il suo utente hanno effetti di ricaduta non irrilevanti sui versanti della linguistica e dell'antropologia, come nella seconda metà del secolo scorso hanno cominciato a rilevare studiosi attenti agli eventi, tra cui un maestro è stato M. McLuhan[2]. Si tenga presente quello che sta accadendo, in maniera diluviale, nei linguaggi e relativi comportamenti dei giovani, che marcano la loro irriducibile formazione derivata dalla contattazione quotidiana degli strumenti telematici, le loro appartenenze a gruppi (o tribù?) virtuali, alle loro, esclusivamente loro, comunità costituite su un'altra cultura e un altro linguaggio, alle loro forme di scrittura abbreviate, come ad esempio "xké", che vuol dire "perché". I nuovi strumenti di comunicazione non solo hanno cambiato, in un raggio più ampio, il supporto su cui scrivere, ma anche il modo di pensare e trasmettere il testo, di relazionarsi "chattando" con simpatiche conoscenze, di "twittare" con compagni di ventura fino a un momento prima del tutto sconosciuti, di usare con disinvoltura e sportività "youtube", "playlist", "facebook", "instagram", "app" e altri programmi, che consentono un'economia di tempo, una velocizzazione della comunicazione digitalizzata, e che, insieme, giustificano "incertezze" linguistiche, estrosi arbitrii del trasmittente, disinvolti ricorsi ai dialettalismi, ai regionalismi, ai forestierismi, alle onomatopee, agli slogan pubblicitari, alla volgarità più esplicita e orripilante. Su questa nuova antropologia della scrittura del nostro tempo, si è soffermato, tra gli altri, G. R. Cardona.[3]

"Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova."

Questi e altri scambi linguistici vanno, simultaneamente, in circolo in un sistema segnico non verbale raggiungendo livelli vari di significazione e inducendo atteggiamenti e risposte non calcolati e non consapevoli. Diventano degli integratori del nostro nutrimento mentale e relazionale. Diventano perfino stimolo di inattesi scoramenti, come quando si va alla mostra di nuovi congegni meccanici del settore delle automazioni. Di fronte a certi apparecchi che sembrano fare miracoli nei collegamenti e si presentano così eleganti, brillanti, stupendi, sorgono sensazioni di non stare più con i piedi per terra, di sentirsi inadeguati alle loro proiezioni verso il futuro, di appartenere nel concreto a tutt'altre situazioni e a tutt'altri tempi. Ci si sente in disagio con sé stessi, per essere portatori di primordialità. E ci si vorrebbe ridisegnare per trovarsi preparati all'appuntamento e all'altezza di questi messaggi e queste sfide.

Questo stato d'inquietudine non va recepito o metabolizzato come avviso di respinzione dell'individuo verso il passato, di sua esclusione dal presente e dal nuovo, ma deve essere uno stimolo per essere noi pienamente d'accordo col presente e con la sua lievitazione di una relazionalità interattiva con i processi di cambiamento e di perfezionamento dell'esistente. Nel flusso vitale bisogna ritrovarsi pronti e flessibilmente partecipi, come direbbe Gregory Bateson, sia in direzione di potenziamenti di processi già avviati, sia nei processi stocastici di rottura con gli indirizzi precedentemente dominanti e di avvio di altri indirizzi, che poi saranno decisivi per le comunità e le persone.

Il momento di crisi deve essere accolto come occasione di riflessione e di interrogazione di altre possibilità, come sollecitazione a vivere gli eventi nel loro fenomenologizzarsi e definirsi. Importante è esserci nel ribollimento magmatico del reale, non mettersi pateticamente ai bordi del fiume come in attesa di doni graziosamente offerti chissà da chi. Nel caso specifico delle sfide al cambiamento proprie del nostro tempo, occorre scendere in campo pronti a raccogliere gli sviluppi scientifici e tecnologici, con tutte le varie tensioni con essi connesse, come occasioni per mettere alla prova noi stessi, senza accettazioni fideistiche e acritiche o partigianerie, ma per verificare sul campo come in questione sia il ridisegno della relazionalità del soggetto col mondo. Senza concessioni a conclusioni rinunciatarie, a elegie sul tempo che fu, perché il tempo che è e sarà non esclude e non svaluta il senso dell'umano, ma chiede che l'elemento umano sia sinergicamente in interscambio con una realtà sempre più complessa, con sistemi e sottosistemi che rispondono ad altri codici. Così, dire o pensare che la nuova realtà penalizzi e marginalizzi l'umano, è una sciocchezza. Certo, penalizza e marginalizza il vecchio concetto di "umano", lo manda in archivio, ma rilancia l'umano entro più vaste latitudini, dove esso si può ritrovare a braccetto con i processi di cambiamento, che sono umani, esclusivamente umani. Verrebbe da dire nietzscheanamente "troppo umani".

In margine, infine, alla questione delle mutazioni, è pressoché superfluo annotare che la mutazione in atto, che raccoglie oggettivamente istanze vicine e remote, a cominciare da quelle degli esordi dell'ingresso dell'uomo sul pianeta, occorre tener ben presente che si tratta di processi che si pongono in essere non ultimativamente e definitivamente, ma come transiti che preparano altri e ulteriori transiti di cambiamenti. Bisognerebbe tenerne ben conto in particolare sul versante delle prassi formative, programmando obiettivi e contenuti da aggiornare e ritoccare in itinere e, magari con scadenze ravvicinate di trienni o al massimo di quadrienni. Così, come, già da un po' di tempo si procede istituzionalmente in Giappone, dove quadriennalmente si ritoccano programmi e sistemi formativi. Da noi, invece, educati fin nelle intime fibre all'oratoria curtense e feudale delle celebrazioni dei valori assoluti, la materia dei cambiamenti è consegnata a discorsi metafisici, di cui si beano innanzitutto gli addetti dei ministeri e dintorni.

Estetizzazione del mondo

All'interno dei mutamenti della nostra antropologia, c'è un aspetto diffusissimo e potenziantesi ogni giorno di più nel mondo intero, su cui occorre soffermarsi e riflettere non banalmente o anche occasionalmente. Si tratta dell'estetizzazione della vita quotidiana, che si viene affermando, con totale consenso e partecipazione dei destinatari, che siamo noi tutti, ognuno nel suo stile, cioè nello stile che egli si sceglie con gioia di essere diverso esattamente come tutti gli altri. Questa animazione teatrale dell'esserci, secondo parametri di un "varietà" di gruppettari, dove ognuno recita secondo spartiti oggettivamente accettati dalla piccola o grande comunità di appartenenza o relazione, detta legge nel modo di presentarsi agli altri animatori del piccolo o grande spettacolo che si manda in scena con colpi o senza colpi di tosse, con cenni o senza cenni ai compagni del proprio "sciaraballo", con l'accensione o spegnimento dei colori e delle vernici del proprio abbigliamento, con gli odori e i profumi ormai accettati e sottoscritti dalla propria comunità, così conquistata nella pratica degli odori personalizzati, da potere identificare con nettezza e sicurezza di riconoscimento anche dal solo odore lasciato a sciarpa per aria chi sia passato e quando sia passato quel personaggio.

In realtà, la teatralizzazione dell'esistenza non è un fenomeno nuovo nel mondo. Essa cominciò quando il Signore, stanco di un'immensa e indifferenziata stasi, decise di crearlo questo nostro mondo, iniziando con la luce e la luce si accese illuminando la scena. E la scena si trovò ad essere il primo attore dell'evento, come avrebbe detto molto più tardi Prampolini, se ci avesse fatto sopra un pensierino.

Il nuovo è venuto con i processi di industrializzazione e di meccanizzazione del mondo moderno, con la sua alluvionalità di merci e prodotti proiettati a conquistare il consenso e l'acquisto da parte del pubblico, che non è un gregge sconfinato lasciato libero di muoversi e di scegliere il prodotto più gradito, ma è la controparte a cui questo è destinato e di cui occorre ottenere il consenso e, se possibile, anche l'ammirazione. Si attivano, così, processi di attrazione e di seduzione avvolgenti sul filo di messaggi, immagini, informazioni finalizzati ad attirare la curiosità, il bisogno, il piacere del compratore, fino a farlo andare in deliquio, fino a fargli credere che sia in paradiso. Non è un caso che, come ci racconta E. Zola, i primi grandi magazzini per signora a Parigi si siano chiamati "Les Paradis des femmes". E una testimonianza molto icastica è data da G. Anders all'inizio del suo atto di accusa contro i processi di un industrialismo totale, che marginalizza e mette in crisi l'umano, nel racconto di una visita fatta con un suo amico all'inaugurazione di una mostra di apparecchi meccanici avanzati e sofistici, il quale reagisce chiudendosi nel silenzio e nella tristezza: "Si è aperta qui un'esposizione tecnica e insieme con T. ho preso parte a una visita guidata. T. si è comportato in un modo stranissimo; tanto strano che, da ultimo, osservavo solo lui invece delle macchine esposte. Infatti non appena uno dei complicatissimi pezzi veniva messo in azione, abbassava gli occhi e ammutoliva. Ancora più curioso il fatto che nascondeva le mani dietro la schiena, come se si vergognasse di questi suoi arnesi pesanti, goffi e antiquati, all'alto cospetto di apparecchi funzionanti con tanta precisione e raffinatezza".[4]

Nel contesto tardo-industriale o post-industriale, l'uomo-massa, l'uomo cioè disperso in una massa di individui simili tutti egualmente dispersi all'interno della massa, diventa il destinatario di montagne di messaggi, per intrigarlo in un reticolo di suggestioni, accarezzarne le attese e intanto fargli credere che quell'immagine che gli si sottopone all'attenzione non è un suggerimento che gli giunga dall'esterno, ma esattamente quello che lui veniva considerando, forse desiderando o sognando, per quel dettaglio, per quell'insieme di funzioni, per quella novità assoluta. Il disperso nella massa, sentendosi accarezzare con tanto garbo, soprattutto nel vedersi riconosciuto e sentito come punto essenziale di riferimento nelle interrelazionalità intrattenute con l'esistente, fa sue le indicazioni ricevute, fino al punto da credere che quelle gli stiano sorgendo dentro spontaneamente, dovessero quindi da un momento all'altro comparire sullo schermo del suo immaginario. Si sente allora grato verso sé stesso, verso la propria intelligenza e la propria sensibilità e, infine, per tenersi pienamente confermato come soggetto che decide di sé e da sé, acquista quanto gli è stato da lontano suggerito con tecniche di persuasione avvolgenti e con immagini che gli fanno l'occhiolino. Così, da individuo, che dovrebbe disporre da sé della propria disponibilità egli diventa un cliente, uno dei tanti, infiniti, utenti di servizi e prodotti.

Il sistema, per tale via, si rafforza e si legittima per "mimesi", come dice H. Marcuse,[5] grazie alla sottoscrizione volontaria da parte dell'individuo delle prospettive, delle progettazioni, delle attività sociali, in cui ciascuno si inserisce con piacere, in quanto si sente e si riscontra come parte positivamente funzionale.

Intanto, questo addomesticamento all'associazionismo per mimesi e a una collaborazione di piacevole routine di utente e di cliente da parte dell'individuo, investito dello specifico mandato di essere nel suo piccolo parte integrante del tutto, consente anche la diffusione e il consumo di massa dei prodotti culturali, tra cui una funzione decisiva la svolgono il design industriale e la pubblicità, che hanno uno slancio di affermazione e sempre maggiori consensi dal secondo dopoguerra in poi, fino al punto di ricevere diritto di cittadinanza nell'ambito degli studi e delle analisi del bello e della comunicazione. Un punto di riferimento essenziale per la ricostruzione di questa vicenda potrebbe essere il libro di Max Bill, Form,[6] che fa un vero e proprio bilancio delle forme di sviluppo in anni di intensa attività di ricostruzione postbellica, dove si dà ascolto anche ai bisogni di scenari urbani più ordinati e insieme più graditi alla nuova società. E' da allora che si sviluppa il dibattito sul disegno industriale, che viene crescendo e accreditandosi sempre di più sia presso gli addetti ai lavori, sia nell'opinione pubblica. Sul piano degli studi sul bello, accanto al bello naturale e al bello artistico, esso ci regala il bello tecnico, come dichiara nel suo primo trattato di estetica Max Bense.[7] Con la conseguenza di allargare l'orizzonte estetico di nuove e accoglienti prospettive.

A esiti analoghi conduce parallelamente e, talora, interrelatamente, l'uso insieme con l'analisi della pubblicità, che non può non servirsi di procedimenti simultaneamente verbali e visivi, manipolando interrelazioni fra elementi e quantità informative semantiche ed estetiche.[8]

In breve, il campo estetico, d'impulso di nuovi e svariati fattori, da quelli economici a quelli scientifici e tecnologici e a quelli sociali, dopo Kant ed Hegel, ha avuto un'espansione senza confini, abbracciando infine, come riscontriamo quotidianamente anche nel privato, riti, miti, attese, bisogni dell'uomo moderno. La vita attuale, infatti, si viene estetizzando e declinando sui registri di un'esteticità sempre più essenziale al nostro fare e al nostro relazionarci col mondo. "La società opulenta", ci ha già avvisato H. Marcuse, "si va preparando a fronteggiare a modo suo questa evenienza coll'organizzare 'il desiderio di bellezza e la brama di socialità', la ripresa del 'contatto con la natura', l''arricchimento della mente', e gli onori resi alla 'creatività fine a se stessa'. Il suono falso di queste affermazioni sta a indicare che, all'interno del sistema, queste aspirazioni vengono trasformate in attività culturali organizzate, sotto il patronato del governo e delle grandi industrie, rappresentando solamente un'estensione del loro potere nell'animo delle masse".[9]

In realtà, tutta la nostra evenemenzialità quotidiana è nel segno di un'estetizzazione globale, perfino nel guardarci senza volerlo in uno specchio o in una vetrina, o nell'infilarci un paio di scarpe, tenute a dialogare con quei calzini o con le caviglie nude, auspicabilmente magre e scattanti, con la piega piuttosto stretta e sollevata dei pantaloni, quasi che uno stia per affrontare fuori di casa sassi da evitare o fossi pieni di acqua piovana (che purtroppo è sempre più carente), o nel darci una pettinatina prima di uscire, curando che la frangetta cada puntualmente in un certo verso o il riccioletto si affacci a occhieggiare vezzosamente sul bordo del viso, o nel bere un sorso di liquore pensando a quel tale o a quella tale da affrontare con determinazione questa volta e porre finalmente un perentorio aut-aut. Sia a casa, sia fuori di casa, sia in presenza, sia in assenza di altri spettatori, facciamo teatro, innanzitutto perché bisogna recitare, perché lo sguardo dello spettatore non manca mai, anche nel buio.

Il nostro mondo è diventato una foresta vergine, intrigata di segni, simboli, colori, suoni, odori, gesti e intenzioni di gesti, sguardi, ascolti, visioni germinanti, sibili, fischi, musiche in via o in imminente attesa di esecuzione. E' un territorio così intrigato di sinergie e scambi, che anche quello che non c'è è come se fosse e perciò è, si potrebbe ripetere da Parmenide, che la sapeva così lunga, che è arrivato fino a noi, anche se noi non lo sappiamo e non lo ringraziamo neppure.

Ormai, la festa è scoppiata e dilaga senza riparo su tutti i versanti. Non c'è spazio che non celebri la seduzione. "[...] la seduzione è dovunque", scrive J. Baudrillard, "in modo aperto o surrettizio, confondendosi con la sollecitazione, l'atmosfera, lo scambio puro e semplice. E' quella del pedagogo e del suo allievo (io ti seduco, tu mi seduci, non c'è null'altro da fare), quella del politico e del suo pubblico, quella del potere (ah la seduzione del potere e il potere della seduzione), quella dell'analista e dell'analizzante, ecc.".[10]

Fra queste allegre e festose manifestazioni di intesa di massa, in mezzo a queste calde partecipazioni a intrattenimenti in cui tutti e ognuno si ripromettono di procedere insieme verso un futuro che si dovrà far carico di allargare e intensificare gli spettacoli di seduzione e di giocosità della collettività, si compra e si vende consenso sul piano dell'ideologia, si concede un credito totale all'ottimismo e si trascura del tutto che al posto della realtà reale si vengano affermando, senza serie obiezioni critiche, il simulacro e il probabile, che sono certamente più intriganti del reale, con i suoi spigoli, con le sue spine. Il profilo del domani è ornato tutto di rose e fiori. Più di oggi, molto più di ieri e dell'altro ieri, del cui fastidioso ricordo dobbiamo liberarci del tutto e affondarlo, con i suoi drammi e i suoi scompensi, nei mari della dimenticanza.

Che bello questo nostro mondo, che è tutto un'aiuola sconfinata di sogni, di promesse, di tocchi inventivi sul piano artistico, liberato definitivamente dalle distinzioni fra artisti, pochi e votati alle torture delle ricerche del mestiere, e destinatari che sarebbero la stragrande maggioranza della popolazione. Adesso si è tutti committenti ed insieme esecutori. Si è tutti artisti. Bastano, per esserlo hic et nunc, un gesto, una parola e ancor meno, quale l'accensione di un'immagine, l'accenno a una simpatica eventualità da parte di un'improvvisa fantasima. L'aura sacralizzante l'artista di una volta è caduta ed è andata in pezzi insieme col passato, che dobbiamo affrettarci a cacciar via dal mondo attuale, per disinfestare i luoghi da contaminazioni cadaveriche.

Su questi scenari da post-histoire, si è affacciato ancor prima di F. Fukuyama,[11] M. Bense, che ne tratta in vari punti della sua Estetica[12]e altrove. Ne discutono, inoltre, con angolature varie, ma tutte stimolanti, e con un ritmo crescente, vari autori a noi contemporanei, tra i quali ci piace citare G. Lipovetsky e J. Serroi per un loro bel libro dedicato al "capitalismo artista" e tradotto di recente in italiano.[13]

Dovremmo, intanto, non trascurare di considerare che il fenomeno, che si è fatto così incalzante e inquietante, non è nato all'improvviso, ma si è venuto ponendo in essere nel mondo contemporaneo insieme con la nascita e il potenziamento dell'industrialismo e della tecnicizzazione dei prodotti. Già negli Stati Uniti, nel corso del secondo Ottocento, veniva posto il problema della nuova bellezza dei congegni meccanici e ci si veniva chiedendo se un transatlantico non fosse altrettanto suggestivo dei capolavori della antica scultura greca. A fine Ottocento, il sociologo e filosofo tedesco G. Simmel proponeva di studiare l'impianto e l'attività delle società moderne inquisendo innanzitutto i loro aspetti estetologici (moda, pubblicità, ecc.) e i nuovi bisogni di esteticità. Ottimi suggerimenti di ricerca critica sono stati dati dai Francofortesi (Horkheimer, Adorno, Benjamin) e dai Nouveaux Philosophes. Poi, è venuto il pienone, in mezzo a cui ci troviamo.

La mitografia del nuovo

"Ma nei sentieri non si torna indietro.
Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova."

Così concludeva una sua bellissima poesia del 1948 Rocco Scotellaro, uno dei nostri più genuini poeti moderni, intitolata Sempre nuova è l'alba, come poi si intitolerà (1952) l'intera raccolta in cui essa è compresa, su suggerimento illuminato di Carlo Levi dato alla Mondadori, la casa editrice.

In verità sempre nuova è l'alba, per un mondo moderno come il nostro, intensamente proiettato verso il domani, verso vicende cominciate a intuire e a interrogare già oggi, a sentirne lo stupore e il calore. Per un mondo affacciato ai balconi e alle finestre spalancate sul domani, in attesa impaziente che tutto si compia presto e bene, come è negli auspici.

Vediamo, quindi, di intercettare e interrogare con un mordi e fuggi veloce alcune figure mitografiche, nel senso suggerito da R. Barthes.[14]

Si potrebbe partire da un modello abbastanza diffuso di fare cultura oggi. Che è quello della persona fortemente determinata a provarsi con nuovi modelli culturali. Rassicurato dal fatto che egli scommette di già su un valore, che è appunto quello del nuovo, egli volentieri si misura su un'impresa, finora ancora non intercettata, esercitando la sua vista a vedere quello che era lì vicino in attesa di venire alla luce del sole, ma su cui tutti gli altri occhi erano scivolati. Si impegna così a dare soddisfazione a una domanda di presenza da parte di qualcosa su cui gli occhi degli altri operatori non hanno saputo/voluto intrattenersi, lasciandola lì in compagnia di tante altre domande di presenza, finora mai registrate o accolte. L'impegno, quindi, è indirizzato a cercare, a rintracciare e portare all'attenzione di tutti quella perla caduta nel deserto, che ha la colpa di non essersi fatta notare e apprezzare prima dalle carovane che attraversavano il deserto.

Ma la colpa è della perla caduta nel deserto o degli occhi di chi passava, tenendoli indirizzati a vedere altro e a trascurare ogni altro incontro? Bisognerebbe avere in serbo anche altri occhi, che sappiano vedere quello che abitualmente i nostri occhi ordinari non sono educati a vedere. Dovremmo, intanto, imparare a psicoanalizzare il nostro sguardo, aiutandolo a incontrarsi con messaggi di immagini che vengono dal sottosuolo della coscienza, o magari sono già emersi e sono diventati informazioni prime che ci giungono gratuitamente da un passato che non è passato, di cui purtroppo non abbiamo sufficiente consapevolezza.

Intanto, l'audace che imbocca la strada del nuovo e propone nuove ipotesi di soluzione dei problemi ha dalla sua parte anche la probabilità di essere premiato dal caso, in quanto il caso un po' è intelligente per fatti suoi, un po' è favorito dagli statuti scientifici che gli concedono in percentuale matematica delle possibilità di contattare l'autentico e il vero. E' questa la tesi di Bernard Schultze, un pittore informale, che fondò il gruppo della Quadriga, la cui produzione giovanile fu del tutto data al fuoco dalle SS hitleriane a Berlino nel 1945, in quanto giudicate "degenerate", quindi immorali. A proposito delle sue prove "tachiste" a base di frecce e linee spezzate, che fortunatamente abbiamo e che si addensano verso i bordi del quadro, accennando a fuoriuscite dall'opera, come volendo scegliere ancora altre vie, egli notava che così bisogna procedere da parte dell'artista, per assaggi, finché egli non si imbatte in una soluzione, che gli si presenta come "quella che fa al caso".

In ultimo, è da inventariare a favore del nuovista il fatto che la sua ricerca fuoriesce dalla morta gora dei sistemi chiusi e marca come datata ogni altra ricerca precedentemente svolta d'impulso di autorizzazioni date da metodi collaudati. Ma si corre anche il rischio che tutto questo ardore, se è solo entusiasmo non sorretto da rigorosa conoscenza dei problemi affrontati, si concluda in una bolla di sapone. Ovvero, come si direbbe biblicamente, "tutti i salmi finiscono in gloria".

Infinito, poi, è l'elenco degli altri miti moderni. Al primo posto, è il riscatto della figura femminile dalla subordinazione al maschio. E', questo, un postulato essenziale, per la prospettiva non solo del pieno e assoluto riconoscimento della parità col maschio riguardo alla dignità della persona, ma anche nell'attesa di un innalzamento della qualità della vita quotidiana complessiva, non più coniugata all'ombra del padre padrone, ma declinata anche col contributo della sensibilità e delle aspettative della donna. Il rischio maggiore che, intanto, si corre nelle feste della parificazione è la duplicazione del modello maschilista: tu gridi/io grido, tu rompi/io rompo, tu fumi un pacchetto di sigarette/ io ne fumo altrettanto, se non di più, tu sbatti la porta/io sbatto la porta e la finestra. Soluzioni del genere sono di arretramento, non di avanzamento e arricchimento dell'interrelazionalità quotidiana.

Viene, poi, tutto un grappolo di miti della vita d'oggi, che va dall'uso dei social alla moda, all'eterna giovinezza, agli svaghi, al cinema, al teatro, ai fumetti. Anche solo per abbozzi, si potrebbe raccogliere materiale per un'enciclopedia, un lusso che non ci si può concedere. Perciò, a campione, aggiungiamo solo la "voce" concernente il tema dell'eterna giovinezza.

Su questo mito, c'è un'ampia letteratura. Ottimo, in materia, risulta il libro scritto da un teologo, A. Matteo: Tutti muoiono troppo giovani. Come la longevità sta cambiando la nostra vita e la nostra fede, Rubbettino 2016.

Il faro si accende sulla longevità, che si sta diffondendo su questo nostro pianeta oggi, e che ha effetti dirompenti su molteplici piani, da quelli della relazionalità all'interno della famiglia fra i componenti del nucleo familiare, dove si è tutti giovani, chi più chi meno, alla pari o quasi, a quelli riguardanti i processi formativi e acculturativi delle nuove generazioni fuori della famiglia, alle prospettive e ai modi che si vengono ridisegnando nel sociale, nell'uso del tempo libero, nelle attività hobbystiche o meno. Opportunamente, però, viene segnalato che l'elisir dell'eterna giovinezza non è stato ancora trovato e che la novità si aggira su questo nostro pianeta per qualche tempo, non per sempre. In tale nuovo contesto, la morte, ovvero il pensiero della morte non genera più incubi a nessuno. Se esso, però, si presenta inopportunamente alla mente di qualcuno, si tratta non più che di un'ultima questione, a cui dare risposta solo quando sarà il caso. Così, vengono lentamente scomparendo gli immaginari diffusi del carattere mortale dell'essere umano, del fatto cioè che siamo esseri limitati, finiti, destinati a restare sulla terra per periodi limitati e basta. Le stesse pratiche religiose e la relativa fede si vengono allentando, per come a lungo e intensamente sono state espresse, e si viene interrogando in termini diversi dal passato un altro atteggiamento insieme con un altro stile di essere religiosi.

Estetica e scienza

In un mondo, come l'attuale, discentrato, dove il tutto si pone in essere e gioca le sue chances in uno stato di sovreccitazione ed entro reticoli di straniamento degli orientamenti, fra cui le vecchie mitologie risultano ingombri di cui liberare gli spazi di frequentazione, fra atmosfere in sospensione e piene di interrogativi, d'impulso di una condizione di coscienza acutizzata e proiettata verso domande di non facile risposta, i processi di contaminazione e di metamorfosi risultano pienamente fisiologici e spontanei. E questo vale anche per i dialoghi costruttivi aperti fra estetica e scienza e tuttora in costruttivo ulteriore svolgimento e approfondimento, di fronte a cui restano scandalizzati gli intellettuali votati al culto delle gerarchie dei valori e delle nette e invalicabili distinzioni disciplinari consegnateci dai pensatori del passato come verità in eterno.

Le ricerche di fondamento scientifico, invece, non possono/non devono accampare pretese olistiche e definitivamente sistematizzanti. Esse non devono svolgere altra funzione che lo scandaglio impregiudicato e integralmente libero delle probabilità del vero e devono assumere le probabilità del vero a fondamento di possibili ulteriori accertamenti da attivare. Suggestivo a riguardo è quanto afferma K. Popper: "Benché sia un ammiratore della tradizione, sono allo stesso tempo un seguace quasi ortodosso della non ortodossia. Ritengo che l'ortodossia sia la morte della conoscenza, poiché la crescita della conoscenza dipende interamente dall'esistenza del disaccordo. Ammetto che il disaccordo possa condurre al conflitto e addirittura alla violenza e penso che questa sia una cosa assai negativa, perché personalmente detesto la violenza. E tuttavia il disaccordo può anche condurre alla discussione, ad opposte argomentazioni - ad una reciproca critica - e questo, penso, è di estrema importanza. Ritengo che il passo più grande verso un mondo migliore e più pacifico fu fatto il giorno in cui la guerra delle spade iniziò ad essere sostenuta - a volte sostituita - da una guerra delle parole".[15]

Anche noi siamo per la guerra delle parole e... delle idee, naturalmente. Bisogna tuffarsi in full immersion nel flusso delle ricerche e delle interrogazioni delle fenomenologie. Che sono in una continua mimesi di cambiamento e scorrono in un fiume che raccoglie acque da molteplici affluenti, le quali non sono mai le stesse. Non ci si bagna mai due volte nelle stesse acque di un fiume, diceva saggiamente Eraclito.

Per quanto attiene espressamente il nodo di estetica e scientificità, mettiamo un attimo fra parentesi quanto è stato affermato nel passato dagli addetti ai lavori sulla bellezza e sui modi di studiarla e di rappresentarla e chiediamoci se il contesto in cui si viveva una volta sia il medesimo di quello in cui viviamo noi oggi. Una volta, il tempo era ripartito per epoche nettamente, mitologicamente distinte fra loro e la fantasia faceva nido e mito in assunti di verità assolute e definitive. Il quadro centrale era costituito dalle interrelazioni fra l'uomo e la natura. I modi della rappresentazione esaltavano le abilità dell'incantevole perfezione della mimesi, come nel caso nell'antica Grecia del quadro di pittura del grappolo d'uva, che aveva attirato gli uccelli che lo avevano visto volando ed erano scesi a beccare, credendo vera quella che era soltanto un'immagine deliziosa del frutto della vite di cui essi sono in ogni tempo ingordi.

Ma oggi tutti questi referenti sono solo un ricordo del passato. La partizione del tempo per epoche è saltata: sia su uno scenario generale, sia nel'intimo dell'esperienza dell'individuo con sé stesso i tempi si trovano in contraddizione, prospettive di futuro e flashes del passato (che non è passato) si interrelano eteroclitamente fra loro e confondono le situazioni. La natura non costituisce più l'alter ego dell'essere umano: lo spettacolo quotidiano ne ha cancellato completamente la presenza, e al suo posto troviamo, come dice A. Gehlen,[16] un "intermondo" prodotto dall'artificio, dall'opera dell'uomo, costituito da congegni meccanici, costruzioni di case, fabbriche, mezzi di trasporto, merci, che, tra l'altro, diversamente da come si collocava di fronte a noi la natura, si dispongono alle nostre spalle. Inoltre, mentre prima si operava col conforto di certezze e verità per sempre, con l'obiettivo di contattare valori e simboli eterni, attualmente invece si lavora, avvisati dalla legge della relatività, per assaggi, in via sperimentale, per interrogazioni.

In breve, tutto l'insieme si colloca sotto il segno della transitorietà, dell'assaggio, dell'esperimento, dell'ammissibilità in termini tecnici, cioè come chiedendo permesso alle logiche delle scienze e delle moderne tecnologie.

Per tale via, si è giunti anche alla prospettiva di cui parla l'animoso pittore russo Naum Gabo, come egli si firma con nome d'arte, di un'estetica in cui "non c'è alcuna differenza fra arte e scienza", perché "entrambe sono arte", così come non c'è alcuna essenziale distinzione fra tecnica e sapere, che sono entrambe "abilità".[17]

Samuel N. Gabo "Sanse titre" 2019

Tale prospettiva incontra sempre più ampi e saldi consensi, come accade nei quattro trattati di estetica di M. Bense, poi raccolti in un unico e compatto volume, sopra già citato.[18] L'opera, nel suo insieme, è interessante anche per la favorevole attenzione concessa alle esposizioni della matematica moderna, della nuova geometria e di altre scienze verso concordanze, dialoghi e dichiarate analogie con l'arte e con quella che una volta si diceva cultura di impianto umanistico.

Già solo la ricca bibliografia dedicata a queste problematiche è molto qualificata e significativa. A riscontro, in nota, citiamo una ristretta campionatura.[19]

Riguardo alla questione della fondatezza della tesi di un'estetica in aperto e costruttivo dialogo, anzi in consonanza con i progressi delle ricerche scientifiche e delle nuove tecnologie, M. Bense rilascia un pieno consenso, sostenuto da puntuali e fondate analisi delle aspettative e dei bisogni del mondo moderno. "Non abbiamo [...]", egli scrive, " solo un'arte moderna, ma anche un'estetica moderna e l'espressione 'moderna' sta a significare che si tratta di una disciplina scientifica specializzata, non di un'estetica fondata solo sulla filosofia. 'Estetica moderna' designa anche un ambito aperto di ricerca, accessibile allo studio metodico, all'interno del quale i procedimenti razionali della ricerca vengono preferiti a qualunque interpretazione speculativa e metafisica. Se si pensa che questa estetica moderna possiede uno strumento di ricerche di base che si fonda su concetti, concezioni e risultati della matematica, della fisica dell'informazione, diventa sensato parlare di una estetica esatta e tecnologica". [20]

Non aveva, dunque, torto John Dewey, che aveva previsto già molti anni prima che il futuro dell'estetica di poesia, musica, arti figurative, scultura, architettura risiedeva e andava ricercato, nelle analisi dei rapporti con le concrete esperienze del fare, ovvero del pragma.[21]

L'avanguardia

Questo stato di diffusa inquietudine nella società, quale risulta per tratti generali nei tracciati qui sopra abbozzati, questi sciami sismici di terremotamento delle consuetudini di vita e della relazionalità fra le generazioni, queste ansiose proiezioni verso nuovi modelli e nuove formule culturali da prendere in esame e testare in ipotesi di radicale cambiamento dei modi di pensare, di scrivere, di produrre arte, questo netto antagonismo, dichiarato anche in margine di aspetti culturali secondari, nei confronti delle formule controllate da accademie e dintorni, animano un clima favorevole alla nascita, all'affermazione e alla diffusione di un nuovo stile di mimesi sui versanti della scrittura, delle arti figurative, della musica. Sul piano formale, a svolgere tale ruolo saranno i movimenti di avanguardia artistica.

I quali, nel corso del Novecento, si diramano e si consolidano in due fasi, quella dell'"avanguardia storica", che è propria della prima metà del secolo XX, e quella della "neoavanguardia", fiorita dal dopoguerra a tutti gli anni Sessanta e Settanta della seconda metà del secolo scorso e oltre, che tiene ben presenti i modelli primonovecenteschi, ma sofisticandoli e rendendoli più insidiosi sul piano squisitamente intellettuale e istituzionale.

Il termine all'origine è espressamente militare. Esso indicava il reparto che precedeva le truppe in marcia. Dall'Ottocento in poi, in Marx e soprattutto in Engels, il lemma viene esteso agli ambiti politici, per indicare quelle frange avanzate del proletariato consapevolmente investite del mandato di sfondamento rivoluzionario del potere della borghesia e di accensioni di movimenti più massicci e meglio organizzati per il successo finale della lotta di classe e di liberazione degli sfruttati dalla borghesia detentrice delle leve del comando. Anche Lenin accoglie questa significazione, nel pensare e nel parlare del Partito comunista organizzato dal proletariato russo a difesa della rivoluzione. "Avanguardia", in Italia è un periodico che dal 1907 al 1922 porta nel sottotitolo "Giornale della Gioventù Socialista Italiana", ma è letto e seguito anche da lettori comunisti e anarchici e ha collaborazioni anche da grafici e artisti futuristi, come V. Paladini. Dal 1922 in poi, esso si stampa alla macchia e nel sottotitolo si qualifica come "Giornale della Gioventù Comunista Italiana". Verso questo termine, comunque, non tutti gli ideologi marxisti e latamente di sinistra si sono dichiarati consenzienti, quindi è stata espressa dagli addetti più di una perplessità.

Infine, il lemma si è espanso con sua grande fortuna e con una perentorietà di cambiamenti negli ambiti letterari, artistici e culturali in genere, per indicare una tendenza radicale di innovazione, l'andata all'appuntamento col nuovo costi quello che costi, un attestarsi su posizioni di inconciliabile antitesi, dai toni sovversivi e anarchicheggianti nei confronti delle codificazioni accademiche e scolasticistiche, un fare guasti nelle posizioni del bello laccato, cincischiato, vezzeggiato da parte dei numi tutelari dei valori sempiterni.

Nei reticolati del nemico, l'avanguardia si impegna allo spasimo a fare guasti irreparabili, di contro si diverte a costruire scenari di esposizione allo schermo universale di gesti dissacratori, di provocazioni ludiche, di beffeggiamenti degli avversari, in piazza, in strada, nei luoghi di incontro, di provocazioni giovanilistiche, di scontri anche fisici, come segno forte che in questione sono fatti vitali, scommesse di rinverginamento del tutto, attraverso prove date sul campo. Tutto questo, per saggiare le possibilità di valorizzare tutte le opportunità di cambiare aria, atteggiamenti, mentalità, di relazionarsi con l'attimo fuggente e di mettere in circolo la necessità di cogliere a volo le opportunità di coinvolgere con il presente anche il futuro, sapendo in partenza che domani sarà un altro giorno e che domani gli stessi protagonisti di oggi saranno dismessi, dimenticati, fantasmi del passato.

Tanta voglia di fare incontrare e interagire cultura e vita, gestualità e presa di posizione mentale sull'attualità degli eventi, non viene calata graziosamente col panierino dal cielo a giovincelli scherzosi. Essa viene profilandosi nel corso dell'Ottocento sul filo di impazienze e delusioni nei confronti degli esiti del romanticismo e dintorni, come accade in musica con R. Wagner, in filosofia e in estetica con F. Nietzsche, in poesia con Rimbaud, Lautréamont, Verlaine. Essa è allevata con molta accortezza all'ombra della grande stagione dell'Impressionismo e degli svolgimenti di tale indirizzo nei continuatori, postimpressionisti, pointillinisti, astrattisti. All'alba del nuovo secolo, su sollecitazioni anche dell'inizio di un nuovo ciclo vitale e delle promesse di accelerazioni del processo di cambiamento, è tutta un'esplosione di movimenti sperimentali d'avanguardia.

Nel 1902, Kandinsky a Monaco di Baviera è nominato presidente della "Falange" e apre una scuola d'arte. Van de Velde pubblica un libro d'arte di estrema attualità, Prediche laiche su l'arte industriale. E, sempre in questo medesimo anno, in Francia, inizia la sua vicenda un movimento d'avanguardia, quello dei "Fauves", ovvero delle "belve selvatiche", animato da H. Matisse, G. Rouault, M. Vlaminck, A. Derain, a cui si associano presto R. Dufy e G. Braque. Essi tengono ancora vivo in circolo un certo linguaggio postimpressionista, ma sostanzialmente accelerano e surriscaldano toni dirompenti nei confronti del teorico e dei calcoli mentali, per affidarsi allo spontaneismo e all'impeto creativo. Ma già verso il 1908, tutto questo agonismo comincia a placarsi e a rifluire in moduli più meditati e pacificati.

Il rigetto dei cincischiamenti e delle sottigliezze mentali e un forte impulso a contattare e interrogare i linguaggi e le figure (sfigurate) dei primordi trovano un ascolto profondo e un'intelligente accoglienza nell'Espressionismo austro-germanico. L'anno di nascita potrebbe essere considerato il 1905, quando nella Germania settentrionale vengono alla luce opere di E. Nolde e P. Modersohn-Becker, che purtroppo scomparirà molto giovane, realizzate in un dialogo istintivo e vibrante col naturale, con l'elementare, con l'originario. Nel medesimo anno, inizia le pubblicazioni la rivista "Die Brücke" (= Il Ponte), animata da quattro studenti di architettura, E. L. Kirchner, E. Heckel, K. Sschmidt-Rottluff e F. Bleyl, a cui si aggiungono per via E. Nolde, M. Pechstein e O. Müller. Questo gruppo resta unito fino al 1913, quindi si sfascia, lasciando in eredità agli artisti, che continueranno a svolgerne e manierarne il progetto, un indirizzo di agonismo e di decrittazioni di simboli propri delle origini dell'essere umano.

Un avanguardismo concettualmente e cromaticamente acceso, inteso a mettere d'accordo caos e ordine mentale, come dice un intellettuale umoroso e suggestivo in materia di sperimentalismo moderno, G. Apollinaire, è animato dal Cubismo, che, in una stagione di riflessione su di sé e di ulteriore slancio in avanti delle proprie mitologie, si battezzerà col nome di Orfismo. Il suo debutto ufficiale è nel 1909, lo stesso anno in cui da Marinetti è lanciato il Futurismo. La cerimonia di nascita è celebrata con una esposizione specifica al "Salon d'Automne" di artisti che si riconoscono in tale indirizzo. Già da un po' la figura del cubo si era affacciata sia in positivo, sia in negativo nell'immaginario di vari operatori.

Marie Laucerin, "Apollinaire y sus amigas", 1909

Due anni prima della sua morte, Cezanne, che diventerà un punto di riferimento per i cubisti, in una lettera indirizzata all'amico Bernard dava questo suggerimento: "Si tratti la natura in conformità a un cilindro, a una sfera e a un cono, e si porti tutto in prospettiva esatta". Di contro, il lemma "cubismo" veniva adoperato da un critico d'arte spregiativamente per indicare soluzioni sperimentali ovvie, puerilmente semplicistiche. In realtà, già nell'ambito neoimpressionista era cominciata ad apparire una tendenza a rendere la forma più essenzializzata e più oggettivata. Braque, Picasso e gli altri compagni di avventura cubista si impegnano ad assumere la parte oggettiva della figura come pretesto per un'andata lunga e complessa nella resa della forma ultima, con un impegno totale a straniare l'oggetto e l'oggettivo.

Sempre nel 1909, esplode un movimento d'avanguardia agito da un cinetismo e da un vitalismo ciclonico a trecentosessanta gradi, che investe i settori dell'esistenza, della guerra e della pace, della ricostruzione dell'universo, del potenziamento delle energie a livello individuale e di comunità, della letteratura, delle arti, della musica, del teatro, del cinema e degli altri settori di comunicazione, della moda, della grafica, del religioso, del ludico, dell'alimentazione, del sesso, dell'inconscio, del politico osservato attraverso la specola essenzialmente del ribellismo, del giovanilismo strafottente. E' il futurismo, che ha a punto di riferimento F. T. Marinetti, un italiano nato in Egitto, nutrito col latte di una giovane donna africana, che mette in circolo nella sua prima relazionalità col mondo stimoli e pulsioni per l'ascolto di un Sud tensivo ed esplosivo, uno che conosce sì l'italiano, ma ha come lingua materna il francese per mettersi a contatto con i processi formativi istituzionali, uno che vuole liberare le straordinarie e ancora poco conosciute potenzialità della vita in sé e negli altri, per esaltare al massimo il valore dell'esserci al di là delle barriere, dei divieti, dei limiti e di altri intoppi che hanno tenuto l'esistenza a friggere e a immalinconirsi nel silenzio e nell'ombra. E' quel futurismo che si riversa nei futurismi dalle svariate declinazioni e dalle infinite opzioni agonistiche, che è pensato in Italia e subito si riverserà e metterà radici in Francia, in Spagna, nel Regno Unito e nell'Europa dell'est, dove avrà svolgimenti, formidabili interpretazioni e incontri anche con altri flussi sperimentali, e troverà ascolto e accoglienza creativa nelle Americhe. E' quel movimento, che si confronterà con altri movimenti e darà imbeccate e spunti alla formazione di altre vicende d'avanguardia, come nel caso dell'Orfismo, impastato e portato a tavola con molta prontezza da Apollinaire, o come nel caso del Dadaismo, dove si ritrovano molti suoi animatori, provenienti da consensi e simpatie per il Futurismo. Senza dire che nelle prospettive futuriste si trovano scommesse dichiarate a favore di essenziali indirizzi, come le aperture al nichilismo e all'ascolto di ciò che non è inventariabile nei registri di ciò che è formalizzato come logico e come diurno. Non dimentichiamo che nel manifesto di fondazione del 1909, viene proclamato: "La furente scopa della pazzia ci strappò a noi stessi [...] Usciamo dalla saggezza come da un orribile guscio, e gettiamoci, come frutti pimentati d'orgoglio, entro la bocca immensa e tôrta dal vento! Diamoci in pasto all'Ignoto, non già per disperazione, ma soltanto per colmare i profondi pozzi dell'Assurdo!"

Con questo, si vuole dire che il Futurismo non è l'acme e la conclusione dell'avanguardia storica del primo Novecento, ma che di essa è una grande e suggestiva stazione, dove le rivisitazioni critiche possono avere amene soste di osservazione. Simultaneamente al futurismo o poco dopo il suo clamoroso esordio, operano con notevole suggestività in Europa e nel mondo sul terreno della provocazione e delle nuove prassi artistiche tanti altri movimenti, il cui elenco sarebbe abbastanza lungo. Non si può, però, non segnalare un cospicuo rilievo, analogo a quello del Futurismo per varie altre interrogazioni e scandagli della mimesi del nuovo, riguardanti movimenti. Come il Surrealismo, impegnato allo stremo ad abbattere le categorie e le barriere delle separatezze per cogliere l'interezza e la complessità impastate di diurnità e di notturnità del reale. O come "De Stijl", che si schiera contro il soggettivismo barocco dell'arte, puntando invece sulla coerenza funzionale, per un rinnovamento assoluto del mondo, nel segno del trionfo della misura e della bellezza che è "splendor veritatis". O come il "Bauhaus", impegnato a cambiare l'insegnamento accademico, ad abolire i settori e le aree di ricerca, per l'avvicinamento delle punte di tutte le forze creative ad azione totale.


[1] Cfr. I. Eibl-Eibesfeldt, I fondamenti dell'etologia. Il comportamento degli animali e dell'uomo, Adelphi 1996; ID., Etologia umana. Le basi biologiche e culturali del comportamento, Bollati Boringhieri 2001. Ma v. anche K. Lorenz, Il declino dell'uomo, Mondadori 1987.

[2] Cfr. M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore 1967, che è l'opera sua più nota, fra le tante che ha pubblicate, tutte molto interessanti. McLuhan, tra l'altro, è stato professore all'università di W. Ong, che, formatosi sotto la guida di un luminare così prestigioso, ha condotto ricerche di alto profilo sul piano linguistico e della nuova comunicazione.

[3] Cfr. G. R. Cardona, I linguaggi del sapere, a cura di C. Bologna, pref. di A. Asor Rosa, 2006 (3° ed.), dove si inquisiscono anche gli effetti indotti nel "linguaggio privato", come quello della preghiera.

[4] G. Anders, L'uomo è antiquato Considerazioni sull'anima nell'era della seconda rivoluzione industriale, Il Saggiatore 1963, p. 31.

[5] Cfr. H. Marcuse, L'uomo a una dimensione. L'ideologia della società industriale, Einaudi 1964, p. 25 sgg.

[6] Cfr. M. Bill, Form, Verlag Karl Werner, 1952.

[7] Cfr. M. Bense, Estetica, a cura di G. Anceschi, Bompiani 1974, p. 53.

[8] Su questi e analoghi aspetti, cfr. M. Bense, op. cit, pp. 428-443.

[9] Cfr. H. Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi 1964, p. 43.

[10] J. Baudrillard, Simulacri e impostura bestie, Beaubourg, apparenze e altri oggetti, Cappelli 1980, p.40.

[11] Cfr. F. Fukuyama, La fine della storia e l'ultimo uomo, Rizzoli 1992.

[12] Cfr. M. Bense, Estetica, cit.

[13] Cfr. G. Lipovetsky e J. Serroi, L'estetizzazione del mondo. Vivere nell'era del capitalismo artistico, Sellerio 2017.

[14] Cfr. R. Barthes, Miti d'oggi, Paperbacks Lerici 1962, dove a p. 203 si precisa: "[...] al linguaggio occorrono particolari condizioni per diventare mito. Ma va stabilito energicamente sin da principio che il mito è un sistema di comunicazione, è un messaggio. Dal che si vede che il mito non può essere un oggetto, un concetto, o un'idea; bensì un modo d'essere, una forma. [...] dato che il mito è una parola, può essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso".

[15] K. Popper, Elogio del disaccordo, in "Corriere della sera", 16 giugno 1985, p. 3.

[16] Cfr. A. Gehlen, Quadri d'epoca. Sociologia e estetica della pittura moderna, a cura di G. Carchia, Guida 1989, pp. 302 sgg.

[17] Cfr. N. Gabo, The Philosophy of Modern Art, Faber and Faber, 1952, pp. 98 sgg.

[18] Cfr. M. Bense, Estetica, a cura di G. Anceschi, Bompiani 1974.

[19] Cfr. in op. cit., le seguenti opere: G. D. Birkhoff, Quelques éléments mathématiques de l'art, in "Atti del Congresso Internazionale della Matematica" di Bologna, 3-10 sett. 1928; Id., A mathematical approach to aesthetics, in "Scientia", vol. 50, sett. 1931; Id., Polygonal Forms, Yearbook of the National Council of Teachers of the Mathematics, 1931; Id., A mathematical theory of aesthetics and its applications to poetry, "The Rice Institute Pamphlet", vol. 19, July 1932; Id., Rectilinear Drawing, in "Rice Institute Pamphlet", V, 28, No. 1, Jan. 1941; N. Bourbaki, Elements de Mathématics, etc., in "Actualités Scientifiques et Industriels", Nr. 1102, nr. 1142, Paris, 1950-1951; R. Carnap, Der logische Aufbau der Welt, 1928; Id., Syntax der Sprache, 1942; D. e A. Gabor, An essay on the mathematical theory of freedom, in "Journ. Roy. Stat. Soc.", Ser. A, 117, 1954; S. K. Langer, Abstraction in Science and Abstraction in Art, in "Structure Method and Meaning", 1951;C. E. Shannon e W. Weaver, The Mathematical Theory of Communication, 1949.

[20] Cfr. M. Bense, Estetica, cit., p. 447.

[21] Cfr. J. Dewey, Art as Experience, Penguin (N.Y.), 1934.