DOPO LO SFOLLAMENTO

racconto
di Nicola Colombo

Tornammo che sorgeva un'alba affogata in un gorgo di nuvole basse, minacciose di pioggia. Era durato una stagione e forse un pizzico di tempo in più il nostro viaggio a cavallo tra un inverno che sembrava non dovesse finire mai, tanto fu il freddo che patimmo, e una primavera avara di fiori e rondini.

Decidemmo per il ritorno, io e la mia famiglia allargata a un paio di parenti stretti, nonostante fossimo privi di certezze.

L'unica testimonianza di gioia si consumò nel prolungato sospiro di sollievo del nonno che sottovoce sibilò, come parlasse a sé stesso:

- Lasciatemi morire nel mio letto, ora che mi è possibile farlo in santa pace. Avvolgetemi, mi raccomando, in queste coperte che sanno della mia malaria e delle mie febbri!

Quando riprendemmo possesso della casa lasciata all'abbandono, tutto ci sembrò identico a prima, a parte il vociare di bambini e anziani che stentammo a trovare.

Sempre il nonno disse, stavolta a voce alta accendendosi la pipa di canna:

- A ridere non si può provare più, neppure come parte recitata in una commedia.

Lo desumeva, così lasciò intendere, perché afflitto dalle rovine che ai nostri occhi sgomenti si presentarono, lascito dei paurosi bombardamenti subiti dal paese: case crollate, tetti scoperchiati, aperte voragini per le strade, in particolare quelle che dal mare si inerpicavano fin sopra i contrafforti della stazione ferroviaria.

Solamente qualche animale da cortile sopravvissuto chissà come all'esodo si intestardiva a beccare negli stazzi e tra gli orti per il patito lungo tempo dell'abbandono.

Le giornate cominciarono a scorrere nell'attesa e nella speranza; nell'attesa di chi da un momento all'altro doveva arrivare e non arrivava mai, e nella speranza che giungesse senza ulteriore possibilità di smentita la notizia della guerra finita davvero.

Nel frattempo, il tempo fluiva lento e veloce, indifferentemente, senza che nulla accadesse. Tuttavia nell'aria si percepiva una sorta di cambiamento, non sapevamo se reale o solamente agognato. Certezza alcuna per il domani non ve ne era: o che la guerra continuasse o che tornasse la pace in che modo potevamo constatarlo?

Invece, ciò che continuava ad accadere di sicuro era l'inclemenza del tempo unita alle ristrettezze che, in termini di fame, erano foriere di disperazione e sofferenze.

Nel mezzo, indesiderato e sfacciato ospite, si ostinava a frapporsi il freddo. L'inverno come quello del '44 fu veramente terribile, i più anziani fecero fatica a ricordarne uno ancor più tiranno, e sì che stagioni tremende ne avevano subite, avendone da raccontare.

Quell'anno, addirittura, arrivò che nevicasse. Precisamente capitò quando gli aghi del gelo - sarà stato negli scampoli di febbraio - non dovevano penetrare nelle nostre carni indifese al calare del sole.

E fu una sorpresa, oltremodo, la neve che dai tetti delle case si insinuava sfacciata nelle ossa di ognuno di noi.

Fu neve strana, quella, un nevischio frettoloso, sporco, non candido, come fece in fretta a predire il nonno che in fatto di cataclismi meteorologici ci azzeccava sempre, tirandosi dietro una parvenza di uccello del malaugurio, l'opposto che era:

- Nuove sventure, figliuoli miei!, si lasciò scappare. Peggio della guerra che continuerà!

Rabbrividì lui e rabbrividimmo noi, nell'ascoltare quello sputo di sentenza passata in giudicato.

Presi dalle tenaglie del gelo, venne del tutto naturale che tornassimo a rintanarci tra le mura, benché umidicce e spoglie, delle sofferenti dimore. A noi ragazzini venne severamente proibito scorrazzare per le strade piene di buche, nei campi senza semina, lungo la linea ferrata bombardata dove stanchi convogli di rassegnati soldati di tanto in tanto transitavano.

Al terzo giorno di maltempo, quando oramai il ghiaccio stava stabilmente condensato ai margini delle strade, ad allertarci fu un vociare insolito, preoccupato, simile ad allarme di quando minacciosi aeroplani sganciavano bombe sul paese che quasi l'avevamo dimenticato.

Però, notammo, era un vociare più che di paura di curiosità, propriamente un incitare ad uscire dalle nostre tane piuttosto che correre a rotta di collo e guadagnare riparo nei rifugi antiaerei.

L'allarme si premurò a darlo uno stuolo di donne che sfidando l'inclemenza del tempo si era portato verso la campagna a raccattare rimasugli di erbe più o meno commestibili.

- Per fame, si giustificarono senza che nessuno osasse chiedere il perché di quella imprudenza.

Trafelate, le temerarie tornarono in paese incitando ad accorrere e cercando di chiarire il senso degli schiamazzi:

- Un soldato, barcollante e lacero, a fatica arranca. Sta per raggiungere il paese e dei nostri non si direbbe...

Giunsero dallo stradone che nei lunghi mesi dello sfollamento era stato battuto dai camion colmi di soldati, dai pezzi di artiglieria pesante, dai cingoli arrugginiti di qualche carro armato, dalle strombazzanti sidecar, ma oramai evitato anche da cani, contrabbandieri e briganti.

All'altezza del palo nero, dove insisteva ancora l'insegna di benvenuto in paese e che un imbianchino che si definiva pittore aveva tinteggiato con vernice antracite, il soldato apparve all'improvviso, come fantasma che cerca dimora.

A primo colpo d'occhio, le avvistatrici lo avevano calcolato possente, essendo risaputo che in guerra ogni pericolo assume l'effetto dell'essere esageratamente grande.

Possente lo era solo per modo di dire. Nella realtà, squadrandolo dalla testa ai piedi, era mingherlino e pure tarchiato, di sicuro impaurito, come da lì a una manciata di minuti si capì.

La lacera palandrana indossata non gli bastava e gli scarponi all'istante davano l'idea della trasandatezza, tenuti stretti da una passata di fildiferro.

Era un corpo informe, insaccato come salsiccia lasciata a seccare, il soldato che si trascinava macilento, e nemmeno era scontato che portasse un nome conosciuto, di terre vicine.

Presentava una barba da settimane e da privazioni, come da settimane, a piedi, aveva camminato per evitare che venisse scoperto nella fuga che certi capoccioni dell'esercito definivano vigliacca.

Nel caos totale che regnava, se preso, senza alcun dubbio sarebbe stato passato alle armi, etichettato da disertore.

Se fiato avesse ancora tenuto per raccontare, allo stremo che era, sarebbe stato più preciso nel presentarsi. Invocando aiuto, avrebbe precisato come facesse di cognome e nome, da quale sperduto posto giungesse, verso dove andasse.

Tentò altri zavorrati passi, scorgendo le donne che, timorose, volevano fuggire e contestualmente, curiose, desideravano avvicinarglisi. Quindi si lasciò cadere come sacco di patate nella polvere diaccia dello stradone.

Una sorta di rantolo gli uscì dalla bocca alquanto deformata sulle labbra illividite.

Solo a quel punto, le soccorritrici si convinsero che era stanco al pari di animale da soma e affamato quanto lupo solitario.

- Un giaciglio e acqua, un pezzetto di pane. Per atto di carità ve lo chiedo..., riuscì a sibilare un attimo prima che perdesse i sensi.

Lo raccolsero come si fa per cane moribondo. Teneva occhi sgranati e un pallore al volto come di chi da un momento all'altro stesse per esalare il residuale respiro.

Lo tolsero dalla polvere portandoselo in quattro, ognuna per una gamba e un braccio. Fatica ne fecero, sudando, prima di giungere alla prima casa che si incontrava entrando in paese dallo stradone, la locanda di don Feluccio.

Il soldato dormì profondamente per quasi due giorni. Quando aprì gli occhi chiedendo nuovamente un sorso d'acqua, prima dovette capacitarsi dove esattamente si trovasse. Forse incredulo di essere ancora in vita, quasi tornò a perdere i sensi, scoprendosi con meraviglia di essere riuscito di mettersi in salvo.

Era stato adagiato su lenzuola candide, lenzuola da chissà quanto tempo non assaporava, e trovò un letto di una morbidezze che da mesi non gustava.

Ricordava che si chiamava Aldino, il diminutivo probabilmente legato alla statura mingherlina e alla congenita fragilità. I suoi redentori lo sapevano già che si chiamasse in quel modo, vinti dalla curiosità di sbirciare tra i documenti che gli trovarono nella tasca della zimarra.

Appena si capacitò di trovarsi al sicuro, chiese cosa fosse accaduto nelle lunghissime ore del sonno duro come un sasso e in compenso ristoratore in cui era caduto.

- Niente, assolutamente nulla, lo rassicurò don Feluccio che pure sperava come tutti in paese che toccasse allo sbandato portare notizie auspicabilmente rassicuranti.

Rasserenatosi e convinto di trovarsi in buone mani, il soldato implorò altra acqua per le sue disseccate labbra.

La fantesca che se ne stava ai piedi del letto, a uno sguardo di don Feluccio interpretato come ordine, veloce portò acqua e buccia di limone:

- Poco zuccherata, potrebbe avere il diabete, aveva raccomandato il locandiere notoriamente sparagnino, prima che la fantesca espletasse il compito.

Aldino accennò mezzo sorriso, si toccò il seccame delle labbra e fece per sistemarsi a mezzo letto. Lasciò intendere che desiderava una sigaretta, per rianimarsi del tutto.

In quel frangente, la calca di curiosi, irrompendo dallo spiazzo, stava tentando di fare irruzione nella locanda, speranzosa di buone nuove.

Don Feluccio fece in modo, il più energicamente possibile, di spingere la massa nella stanza grande, quasi a ridosso del bancone da mescita e dei quattro tavoli con panche che rappresentavano il più spartano arredamento ambiente che si potesse immaginare.

- Di riposare ha bisogno, e non dell'interrogatorio!, esclamò alzando di appena un tono per giustificarsi nel frattempo che si portava l'indice al naso pretendendo assoluto silenzio.

Uscendo pure lui, lasciò da solo il soldato nello stanzino che presentava timide distrazioni alle pareti, ovverosia finte stampe di scene di caccia dal sapore vagamente anglosassone che facevano, giustappunto, a pugni con l'imposta autarchica cultura dei tempi.

Il soldato, però, come poteva capirlo?,a differenza dell'intero paese dove non c'era uno che potesse dire di non conoscere quei dettagli affatto trascurabili: don Feluccio patteggiava, sia pure in maniera riservatissima e guardinga, per gli Anglo-americani.

Lo faceva sia per elementare convinzione e sia per antico retaggio di appartenenza.

Non era stato un caso che fosse accorso lui per primo a far festa al comandante Robert Hill la mattinata successiva allo Sbarco, lasciando il rifugio dello sfollamento e tornando precipitosamente in paese.

Sul finire dell'Ottocento, il nonno di don Feluccio, ed era la ragione per cui non poteva in alcun modo condividere le menzogne contro la perfida Albione e alleati vari, era stato tra i primissimi a partire per le Americhe in cerca di fortuna. E da allora in quella casa si era rimasti americani per partito preso.

Credendo di aver sedato l'orda che le aveva invaso casa e locanda, rassicurandola che nulla di nuovo era dato sapere, a passo lesto don Feluccio tornò a sgattaiolare nello stanzino. Rinchiuse la porticina, si sedette sull'unica seggiola e pazientemente attese, prima di chiedere, che il soldato finisse la tazza di brodo di gallina con inzuppate fettone di pane che la fantesca gli aveva portato.

Apparentemente serafico, come se della cosa non gliene importasse o riguardasse tutti escluso lui, quando si decise di domandare fu alquanto tranciante:

- Allora ragazzo, parla!

Quello lo guardò con occhi che da rinfrancati tornarono a farsi cupi e preoccupati, benché avesse poco da dire che già in paese non si sapesse.

Radio Londra - alla Società Operaia si doveva aspettare dopo la mezzanotte per sintonizzarvisi - ne aveva diffusamente parlato quanto il soldato per sommi capi confermò: dello Sbarco del luglio '43 potevano scrivere uno trattato, i paesani, avendolo vissuto in diretta quasi in prima persona quando straniti si svegliarono nel centro della notte credendo che il mare si fosse incendiato, o per miracolo benevolo o per malefico sortilegio.

Ma poco e confusamente erano a conoscenza degli accadimenti seguiti al fatidico 8 Settembre: sì della fuga del re a Brindisi, sì dell'Armistizio, sì della guerra che continuava, sì di Badoglio, sì dei tedeschi che da alleati erano divenuti nemici ed occupanti, al contrario degli americani che da invasori, avevano assunto vesti di affidabili alleati.

Ma il resto di nulla Don Feluccio e i paesani erano venuti a sapere dello sbandamento delle truppe, del fuggi fuggi generale, del rompete le righe, del dissolvimento come bolla di sapone di battaglioni e armate. Del considerare, insomma, i fuggitivi disertori e dunque, se catturati, condannati a immediata fucilazione.

In don Feluccio la disillusione, man mano accresciutasi con le scarne parole che il soldato Aldino riuscì a mettere insieme, si fece evidentissima. Un filo d'ombra angosciosa non tardò a condensarsi sul suo volto già per natura diafano, come fosse lui il malato bisognoso di assistenza piuttosto che il soldato.

Un brivido freddo, lungamente e inarrestabile, gli attraversò la schiena quando capì che dal limone che era il soldato Aldino era inutile spremere. Da quella bocca succo di notizie inedite non ne sarebbe uscito!

Era da quasi sei mesi che non gli arrivavano notizie, di prima mano o per interposta persona, da parte di suo figlio.

E se ancora sotto le armi, oppure sbandatosi, se prigioniero, ferito o addirittura morto, se deportato, don Feluccio lo ignorava, all'oscuro del tutto com'era.

Nell'estremo tentativo di far aggallare qualcosa, insistette alla volta dello sbandato se per caso non avesse tagliato la corda da Firenze, città dove proprio il figlio prestava servizio e da dove gli era arrivata l'ultima cartolina postale. Ma all'istante Aldino lo deluse, tranciando di netto il pur minimo barlume di speranza di cui il locandiere era a caccia:

- Di stanza stavo dalle parti di Bologna, e dalla stazione di Bologna sono partito immediatamente dopo l'8 Settembre. Prima fui ospite clandestino in un casolare di mezzadri, e dopo, quando capii che le cose si erano messe per il verso sbagliato dato che la guerra continuava, mi imboscai in un treno merci che scendeva verso Roma. Col compagno con il quale ho condiviso la fuga ci siamo lasciati a Napoli, lui era di lì...

D'altronde che poteva sapere di Roma e Berlino, di Salò o Montecassino, uno che si era sbandato appena appreso che con la firma dell'Armistizio la guerra sarebbe continuata per chissà quanto tempo ancora?

Don Feluccio, superando la ritrosia di essere giudicato petulante rompiscatole, oppure uno di difficile comprendonio, indefesso tornò a battere sul solito tasto.

Alla sempre più nota stonata, il soldato stavolta rispose piccato:

- A me interessava solamente fuggire dalla guerra. Solo mettendomi al sicuro, sbandandomi, avrei potuto sperare di tornare a casa da vivo.

Don Feluccio, a quel punto, sospirando la rassegnazione che oramai allignava nel suo animo, gli allungò il mozzicone che teneva e che il soldato Aldino gradì.

Come era arrivato, il soldato Aldino se ne partì allungando dalla parte opposta dello stradone la sua orma sulle ombre tutt'altro che placide della sera.

Trascorse appena una settimana in paese, il tempo di mettersi in forze e così decidersi di proseguire verso dove pretendeva il suo destino: una campagna remota di cui nessuno in paese aveva sentito parlare neanche vagamente.

- Voglio ancora sperare di uscire indenne dalla guerra. Dicono che sia irrimediabilmente perduta, sussurrò all'orecchio di don Feluccio all'atto del commiato, ringraziandolo per l'ospitalità goduta.

Il ghiaccio si era fatto molliccio scirocco, e della neve presto si sarebbe cominciato a raccontare a quelli che avrebbero chiesto cosa fosse la neve, stante che mai più avrebbe nevicato.

Un residuo di sole, per quanto pallidino, languiva ancora sui tetti e la campagna era tutta una inflorescenza, simile alle ragazze pronte a dire addio al nubilato.

Compiaciuto, il nonno ebbe a profetizzare:

- Era ora!

Alludeva alla primavera che finalmente guizzava nell'aria pulita del primo mattino che era stato, nel giornata di ripartenza di Aldino.

Ne ebbe contezza quando esclamò, senza che noi interpretassimo correttamente:

- Eccola! È la prima!

Alludeva a una rondine, fraintendemmo sul momento.

Però le diottrie offese dall'età lo ingannavano di brutto: di una gazza gracchiante, invece che di una rondine, si trattava. La conseguenza fu che l' arcano della rondine arrivata a febbraio sulle ali dell'anticipata primavera, divenne l'occasione per sbellicarci dalle risate per la testa un po' tocca del nonno.

Lo stradone era sempre quello, imbrattato di polvere e silenzio dato che da lì non si vedeva arrivare più nessuno, a parte qualche leoncino smarmittato per l'intrallazzo del mercato nero e cianfrusaglie varie, nonostante l'assoluto divieto imposto dal comandante Hill.

Sui mesi dello sfollamento cominciarono a ricamarsi storie, alcune al limite dell'incredibile, e a tratteggiarsi favole su cui neanche i più baccalà avrebbero abboccato.

In quel gioco magico di menzogne e sortilegi, di verità e bugie, si esercitavano i più anziani, specie quelli che della Grande Guerra erano stati carne da macello, mentre per quella in corso solamente per culo avevano evitato di combatterla.

Del soldato Aldino se ne dimenticarono presto, e pure i suoi sinceri ringraziamenti a don Feluccio che lo aveva ospitato, salvandolo, furono portati dalle ali del vento, similmente a residui di cose perdute.

Il soldato non aveva potuto aggiungere nulla di inedito di quanto già non si sapesse in paese, e quella fu la ragione che il soggiorno divenisse presto polvere di oblio con lo sbandato Aldino sepolto tra le coperte della dimenticanza.

E mentre si cominciava ad erigere il monumento all'epopea dello sfollamento - ogni mattone una storia destinata ad evolversi a mito e leggenda - in paese arrivarono strane cartoline di colore azzurrognolo. Odoravano di inchiostro da calamaio per la scrittura appostavi e colla da ufficio postale per l'annullo.

- Ci richiamano alle armi!, sconsolatamente ciondolando la testa come cavallo che va al macello urlò don Feluccio.

Gliene avevano portate una dozzina perché lui leggesse e informasse del mistero di parole inchiostrate di cui bisogna restare sempre diffidenti.

Da parte sua, don Feluccio stava sempre in campana, preoccupato oltremodo per quel figlio che continuava a non dare notizie di sé.

Quindi lesse le cartoline-precetto con apprensione e un filo di rabbia rappresa:

- È un insulto e peggio di una sfida per tutti noi! Alla Patria abbiamo già dato e più nulla intendiamo concedere!, quindi esclamò con rancore, che pure non era da lui.

Sconcerto e paura si levarono all'unisono tra le astanti, madri, mogli e fidanzate dei destinatari del precetto, quando don Feluccio svelò l'arcano.

E pure dovettero guardarlo con ammirazione quando lui piantando un pugno sul bancone della mescita e facendo volare in aria bicchieri e caraffe, minaccioso sbottò:

- Stavolta non basterà sfollarci, donne! Reagiremo! E se è vero che l'Amgot è passata, vi ricordo che il comandante Hill ha giurato che saremmo stati liberi. E dunque in guerra non torneremo! Non si parte, stavolta! Stavolta per la maledetta guerra non si parte!

Uscì dalla locanda come un toro preso da mosca cavallina e, seguito dal codazzo delle donne, madri, mogli, fidanzate dei destinatari delle cartoline azzurrognole, giunse in piazza sudato e iracondo.

Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo a quelli che in Municipio discutevano di macerie e fame da rimuovere:

- Non si parte! Stavolta, per dio, non si parte!

Impugnò l'accendisigari come volesse dare fuoco alla miccia di una cartuccia di dinamite, e invece di accendersi la cartina di trinciato che teneva all'angolo della bocca prese il mazzo delle cartoline-precetto e lo bruciò.

Platealmente fece intendere che il guanto della sfida era lanciato.

- Non si parte! Con la minchia che stavolta si parte!, tornò a ripetere mentre un sorriso largo, da disfida appunto, gli si dipingeva sul volto rubizzo, come avesse dato fondo a una damigiana di vino.

- Non si parte! Non si parte! Non si parte!, ripeterono in coro, cantilenando, le donne e i curiosi che nel frattempo si erano avvicinati al drappello, facendo massa rumorosa.

Al pari di un fulmine a ciel sereno, la notizia si sparse per il paese come grattugiato sulla pasta al pomodoro. E fu l'implicito incitamento perché i ragazzotti destinatari delle cartoline azzurrognole cominciassero a darsi alla macchia.

A don Feluccio non rimase altro che pensare al soldato Aldino sbandatosi per non proseguire a versare sangue inutile per la più imbecille delle guerre. In cuor suo se ne rallegrò, massimamente quando per un istante credette di scorgere in mezzo ai fuggitivi che conquistavano le campagne del più ascose del circondario suo figlio il quale salendo in montagna e decidendo di stare coi Partigiani, aveva scelto la strada della libertà e la via dell'onore.