"I virus sognano gli uomini" di Marco Palladini

COME NELLO SPECCHIO DI UN'OPERETTA MORALE

di Marcello Carlino

Non solo perché, nel dibattere, capita che lo si citi, usando di una risaputa formula caricaturale, sono il metodo, gli argomenti e financo pezzi del profilo dei competitori a dire che c'è molto di Leopardi nel dialogo che, nella seconda parte del testo, il virus intrattiene con Lafcadio: dialogo tutto e solo mentale, operato per entro le astrazioni del pensiero. D'altronde un ramo di parentela con l'islandese, nella figura del protagonista maschile, a me sembra palese; e il virus in tutta esplicitezza rivendica i diritti e le prerogative della natura nella ipostasi della sua aseità. È da mettere a bilancio, insomma, che le Operette morali costituiscono un precedente ascoltato con attenzione e riconvertito consapevolmente in I virus sognano gli uomini di Marco Palladini (Roma, Edizioni Ensemble,2020); e se a renderne testimonianza intervengono altri momenti dialogici (per esempio, quello che coinvolge la psicoterapeuta e quello animato con il prete), è inappellabile la sentenza che riconosce nel Dialogo della Natura e dell'Islandese una premessa, una linea di corrispondenza, un propellente ideologico-letterario nel segno di una conoscenza senza omissioni illusorie e senza sconti.

Ecco, lo diciamo subito: questo non è un diario di giorni di pena che durano ancora, il diario di uno scrittore che però smette i suoi panni e si offre d'immediato ad un report in diretta, ad un referto dal vivo. È un testo, piuttosto, che si muove tra i diversi generi della scrittura in prosa, seguendo comunque la stella cometa della letteratura in direzione di una esplorazione-sperimentazione, e di una co-gestione, delle sue forme.

È evidente che i mesi della prima ondata pandemica da coronavirus occupano la ribalta con le loro tragiche manifestazioni ed è altrettanto evidente che la rappresentazione s'attaglia perfettamente alla seconda e alla terza ondata, che è in corso; per il che il libro ha una sua spiccata, utilissima attualità. E dunque l'origine della mutazione virale per migrazione da specie animali e le ipotesi complottistiche che l'hanno revocata in dubbio; e il lockdown succeduto ad iniziali sottovalutazioni della diffusione possibile del contagio; e la coazione alla solitudine che pesa sulla psiche individuale e collettiva e il divieto agli spostamenti e il freno alla socialità che fermano l'economia; e i cori solidali di provenienza dalle domiciliazioni forzate, accolti per lo più con caramellosa retorica patriottica, tutt'affatto insopportabile, e l'impegno di medici e di operatori sanitari, del tutto disarmati di fronte all'aggressione massiccia del covid 19; e la sofferenza della cultura, soffocata dalla serrata dei luoghi deputati alla sua produzione e alla sua trasmissione; e l'inefficienza, da pluridecennale pervicace destrutturazione, di presidi di prevenzione sul territorio e della medicina di prossimità; e la chiacchierata campagna di tracciamento, prestissimo fallita; e le insubordinazioni e i pericolosi scostamenti dalle regole, con le fanfaronate delinquenziali dei negazionisti, anche d'oltreoceano, anche di bocca di statisti tanto importanti quanto mediocri; e le bulimiche abbuffate televisive, ventiquattr'ore su ventiquattro, tra lamentazioni gridate e bollettini di guerra ripetuti ossessivamente e decreti ministeriali con relativi comunicati a reti unificate e risse di esperti raccattati in lungo e in largo (cercando di dare visibilità ai più importanti ospedali o cliniche universitarie delle più grandi regioni, secondo una politica ispirata alla distribuzione a pioggia) per fare comparsate e pronunciarsi in merito a diagnosi sopra la gravità pandemica e in materia di prognosi e di rimedi con le idonee misure di igiene pubblica: i fotogrammi di un collasso e di una crisi sanitaria ed economico-sociale scorrono sotto gli occhi di chi legge I virus sognano gli uomini,ripassando le annotazioni dirette o riflesse, e diramate, che, pronunciate in terza persona, sono attribuite a Lafcadio, il protagonista. A questi e a chi dice per lui, nella ressa delle congetture e delle analisi, delle anamnesi e dei referti, può intitolarsi il punto di vista, di sicuro condivisibile, che la catena di eventi tragici innescati dal coronavirus sono l'acuzie e il compimento delle contraddizioni intestabili alla società e alla cultura globalizzate, le contraddizioni cioè esplose nell'accrescimento esponenziale del divario sociale, o manifestatesi a seguito dello smantellamento rovinoso del welfare, o imputabili alla impreparazione alle crisi pandemiche (che pure erano e sono né impossibili né tanto meno impensabili; la cui pericolosità è, viceversa, del tutto preventivabile), o riferibili alla polluzione e alla distruzione dell'ambiente, o testimoniate per amplificazione da una informazione eterodiretta, remigante in autoreferenzialità sull'entropia spettacolarizzata di una chiacchiera senza giustificazione e senza fondamento, consegnata alla standardizzazione e al caos. Di ciò, specialmente, in alcuni frammenti di I virus sognano gli uomini, gestiti con procedure di accumulo e di enumerazione e di dilatazione elencatoria improntata al disordine.

La molteplicità dei motivi chiamati in causa e la loro trattazione sono tali da autorizzare, inevitabilmente, una interpretazione filosofica e politica, che rinvii ad una lettura della condizione umana e alla dialettica del potere: cosa che, a ridosso delle schermate offerteci, Lafcadio non manca di fare. Lafacadio, infatti, è un intellettuale impegnato con costanza in una riflessione sugli eventi e sulla loro proiezione in un quadro generale che considera la condizione e la civiltà umane, la storia, le logiche dei gruppi sociali e delle realtà politiche e statuali. Quello che a prima vista appare un diario, ma diario non è, si mostra dunque, sia pure lungo una linea di svolgimento discontinua, l'equivalente di un saggio con una sua organica struttura di pensiero e con un suo spiccato orientamento ideologico. E poi, e soprattutto, c'è il supplemento di complessità - con l'arricchimento di potenziali di conoscenza - che si deve all'impiego e alla distribuzione di fattori e di componenti letterari.

In quest'ultimo ambito di pertinenza, la formazione del nome del protagonista (un calco dalle Caves du Vatican di André Gide, nome che spesso risulta spezzato - e pertanto ironizzato - con la sua prima parte che diviene quasi un riattamento parodico del nome proprio Kafka) e del suo cognome (che è dichiarato identico a quello di un noto personaggio interpretato da Alberto Sordi, ottimo caratterista, in una vecchia pellicola che si suole ricordare nella storia del costume), con effetti, in corso d'opera, come di sdoppiamento di identità e di profilo umano; la coppia disgiuntiva, che risulta dal suo abbinamento alla compagna, molto più concreta e carnale e immersa nella realtà comune; la pletora dei personaggi, alcuni incontrati come in un set cinematografico o in una prova di allestimento teatrale osservata da distante (un elemento che accosta e reintegra l'azione dello sguardo, che inquadra di fianco, di scorcio); le trascrizioni di sogni e i dialoghi astratti; e l'irrealtà (la piena appartenenza ai domini della letteratura) della finale scomparsa di Lafcadio a cui segue una fantasmatica resurrezione (nel che le leggi della finzione appaiono confermate, rinforzate): tutto questo garantisce straniamento e lo aggrega, quale disposizione alla critica dello stesso statuto della scrittura, al riconoscimento della posizione necessariamente relativa della sua tendenza (e della sua risoluzione in qualità letteraria): disposizione (auto)critica che rilegge e perfeziona e approfondisce la critica della condizione presente, della realtà di un tempo, il nostro che viviamo, che allunga nel segno della globalizzazione e delle sue contraddizioni, il secolo appena chiusosi. E in nulla apre al nuovo.

D'altra parte di queste dinamiche è una cartina al tornasole la farcia di riferimenti testuali e di citazioni (tra filosofia e politica, sociologia e letteratura) abbondantemente disseminati nel testo: strumenti di analisi e di critica agguerriti, e acutamente demistificanti e polemici, e anche testimonianze autocritiche e autoironiche per parossismo introiettivo (e per sopportazione della contraddizione) delle chiacchiere che intasano il mondo-caos attraversato da una ridda di detti e di contraddetti che si neutralizzano (e si rendono vischiosissima palta di omologazione e di standardizzazione) in difetto di proiezioni ideologiche, di visioni prospettiche: chiacchiere che si riversano, contagiandola come un virus, sulla scrittura che non può dichiararsi immune dal male. E che s'apre pertanto, in I virus sognano gli uomini di Marco Palladini, alla acutezza di una strenua e fertile coscienza dialettica.