"UNA CITTÀ IN PUGNO"

DI ANTONIO FISICHELLA

di Antonio Ortoleva

Negazione. Un sostantivo che si può disegnare come un grande rastrello che trascina con sé i rottami della storia. La più eclatante dei tempi moderni fu (ed ancora è) la negazione dell'Olocausto. Finchè in alcuni Paesi non diventò reato anche minimizzarlo. Si negò, e si continua a negare la mafia come organizzazione strutturata e si negarono i suoi rapporti con la politica e con la borghesia produttiva, si negarono le complicità di pezzi dello Stato nelle stragi (mai così tante in un Paese occidentale) e nei delitti eccellenti. Si nega oggi la pericolosità del Covid-19, nonché la sua esistenza, rifiuto alimentato dai leader dei grandi Paesi, come Trump, Bolsonaro, Boris Johnson, rifiuto che sta conquistando larghi strati sociali dei quattro punti cardinali. Tornando al fenomeno mafioso, anche il cardinale Ruffini di Palermo lo negò, così come sindaci e giornali, tranne il quotidiano L'Ora che ingaggiò una battaglia, contando tre giornalisti uccisi e una bomba in tipografia. Persino il giovane giudice istruttore Giovanni Falcone dovette subire l'ironia di alcuni colleghi ("Ma tu credi davvero che esista veramente la mafia?"). Francesco Messina ne "La mafia invisibile" (University College London) scrive che "la sentenza della Cassazione del gennaio 1992 (sul maxiprocesso, ndr) rappresentò il punto di non ritorno, poiché con essa lo Stato italiano certificò l'esistenza dell'organizzazione criminale Cosa Nostra, che invece sappiamo esistere da più di un secolo". Dieci anni prima, e sull'onda emotiva del delitto Dalla Chiesa, l'associazione mafiosa era diventata reato. Ma quella legge, la Rognoni-La Torre, a pochi mesi dall'uccisione del segretario siciliano del Pci, non era ancora bastevole perché l'opinione corrente ammettesse che i boss non solo c'erano ma la facevano da padrone.

A Catania, come certifica il libro "Una città in pugno" di Antonio Fisichella, "il punto di non ritorno fu il delitto Fava", l'unico intellettuale messo a tacere da Cosa nostra, l'unico omicidio eccellente in quella città. Era il gennaio 1984, ma bisognerà attendere 14 anni per squarciare l'involucro di depistaggi, maldicenze e indagini volutamente malfatte per raggiungere una verità processuale che non pochi avevano intuito da tempo. La mafia a Catania, a dispetto del coro negazionista, c'era e c'è, eccome no. E aveva sparato al giornalista-scrittore eretico per conto di mandanti altolocati, imprenditori di primissimo piano, forse. Perché dopo l'omicidio del direttore de I Siciliani - romanziere e autore riconosciuto di cinema e teatro - inquirenti e opinionisti continuarono a ripetere il mantra: la mafia non esiste, solo criminalità locale. La mafia è a Palermo. A questo vuoto pneumatico e peloso di analisi partecipano, per complicità o per distrazione o per orgoglio civico, tutte le componenti della città: a cominciare dal ceto politico, in buona parte compromesso, l'elitè imprenditoriale in autodifesa, il porto delle nebbie della procura, diretta dal discusso Di Natale, il prefetto Abatelli che risponde in modo evanescente al generale Dalla Chiesa che richiedeva informazioni sui cavalieri del lavoro, persino gli organi inquirenti, polizia e carabinieri. Anche le stanze del sapere sono latitanti. Una delle università più antiche d'Europa sconta un deficit scientifico doloroso sul tema mafia, una cecità non giustificabile nell'afferrare un fenomeno che è anche antropologico e che emergerà in tutto il suo dramma negli anni susseguenti. E per finire, c'è il quotidiano cittadino, La Sicilia, con in testa il suo direttore-editore Mario Ciancio. A poche ore dal delitto Fava, il fondo di prima pagina del quotidiano esclude in modo preventivo: "La sua uccisione non è stata un delitto di mafia". Quindi, chi è stato? "Come non pensare che possa essere stato un altro colpo sferrato da chi ha interesse a distruggere gli equilibri catanesi". Fisichella, in proposito, passa in rassegna altri episodi emblematici di reticenza e di notizie ignorate dal quotidiano. La famosa intervista di Giorgio Bocca a Carlo Albero Dalla Chiesa ("Con il consenso della mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo", dichiarò il generale) o l'oscuramento del processo Orsa Maggiore, il maxiprocesso catanese, che fece dire ad Adriana Laudani, avvocato di parte civile della famiglia Fava e oggi presidente di Memoria e Futuro: "Rimasi profondamente turbata quando alla sentenza definitiva della Corte di Cassazione furono dedicate venti righe in cronaca, senza alcun risalto".

E' il Sistema Catania. Così lo definisce Fisichella nel suo "La città in pugno", prezioso saggio appena uscito per l'editore messinese Mesogea, con la prefazione di Isaia Sales, economista dell'università Suor Orsola Benincasa di Napoli e già sottosegretario del governo Prodi. In che cosa consiste? L'autore lo spiega bene. E in prosa avvincente. Si tratta di un blocco sociale composto da politica, imprenditoria, magistratura e informazione che terrà in pugno la città per almeno un trentennio. E la devasterà. Cosa nostra catanese non rappresenta una minaccia per questo potentato, bensì il braccio armato, un alleato suddito, una polizia privata, un socio in affari. "Quando elimina Giuseppe Calderone (settembre 1978), Nitto Santapaola - scrive Fisichella - diviene il capo di Cosa nostra a Catania ed eredita i rapporti con il mondo imprenditoriale, in particolare con i fratelli Costanzo". Il nuovo capo dei capi catanese è un uomo discretamente colto e in giacca e cravatta. Quando inaugura la sua concessionaria Renault, la Pam Car, in pieno centro, al taglio del nastro partecipano il prefetto e il questore, nonché profili di primo piano dell'imprenditoria e delle professioni cittadine. E la famiglia mafiosa degli Ercolano, a cominciare dal capostipite Enzo e poi con Aldo, il killer di Fava, erano di tradizione imprenditori dei trasporti e del movimento terra.

Il catanese Antonio Fisichella, giornalista e autore di saggi di rilievo, approda a questo libro che è importante per due motivi. Intanto sul piano della scrittura a più registri, che passa dalla ricostruzione storica dell'ultimo mezzo secolo della città sotto il vulcano, ben documentata da dati omogenei, al ritmo dell'inchiesta giornalistica tramite la connessione di fatti di cronaca, dichiarazioni, documenti giudiziari, sino al racconto thrilling che tiene il fiato sospeso come nelle fasi che preludono al delitto Fava e ne conseguono, come nella pagine dedicate a Mario Ciancio e al suo monopolio decennale sull'informazione, al suo ruolo di principale mediatore di interessi politico-economici che attraversano la città, alla protezione e alla benevolenza mediatica verso i grandi e ricchi imprenditori, ai silenzi e al diniegare gli intrecci criminalità-politica-imprenditoria locale, al ruolo centrale nella costruzione di centri commerciali e ipermercati - Catania ha il record di densità in Europa, seconda solo a Oslo - sino al processo che lo vede imputato di concorso esterno in associazione mafiosa, processo oscurato dai media regionali e nazionali, e alla clamorosa confisca dei beni e delle testate giornalistiche, unico caso in Italia, e al successivo dissequestro.

Con un lavoro di coesione certosino e un procedere convincente e implacabile, Fisichella assembla tutti pezzi e i meccanismi di un Sistema Catania, furbescamente tenuti a debita distanza da una narrazione addomesticata, spiegando per bene come la Milano del Sud, un appellativo non del tutto retorico, sia stata mortificata e declassata a periferia della nazione per l'ingordigia e il progetto fallace dei potentati industriali e mafiosi.

"Catania vive la grande trasformazione del miracolo economico", ma ""si afferma un modello di sviluppo incardinato intorno al circuito rendita-speculazione edilizia-ciclo del cemento". C'è un'analogia in più tra le aree metropolitane di Napoli e Catania, tra le "mani sulla città" raccontate da Francesco Rosi e "la città in pugno" di Antonio Fisichella. Dal tentativo di dominare al fatto compiuto dell'atto predatorio. Che si traduce, in un ventennio, nella demolizione e nello sventramento di quartieri, nello stravolgimento del delicato profilo urbanistico cittadino, ricostruito in tardo stile barocco dopo il terremoto devastante del 1693. Dalla speculazione edilizia si salva solo la maestosa via Etnea, la scenografia preferita dai romanzi di Brancati, e le zone adiacenti. Milioni di vani in sequenza caotica, spesso con materiali scadenti in una zona ad alto rischio sismico, strangolano Catania in un groviglio di arterie, la zona industriale declassata, la capitale del commercio, attività che risale al tempo dei greci, defunta con il colpo mortale inferto dai centri commerciali. E, se non bastasse, la crisi, che è anche culturale, ha fatto sì che la lingua dell'arte scenica siciliana, che è sempre stata catanese - al cinema, in teatro, nella comicità - venisse giustamente sostituita dal palermitano grazie a nuovi autori, produttori e attori di talento. Il palermitano Pino Caruso, prim'attore brillante della vecchia Rai, ammetteva di recitare in catanese pur conservando le panelle surgelate in frigorifero.

Il Sistema Catania, come ammonisce Fisichella, non è solo cronaca di provincia, acquista invece il profilo di autentico modello "e ha molto da insegnare sul modo in cui si configura il potere nell'Italia di oggi". Dopo i fermenti e le speranze della Primavera degli anni Novanta e il protagonismo della società civile, la città è piombata in una nuova crisi al buio da cui potrà riemergere, trovando una nuova via dinamica, a condizione di fare i conti con il suo passato.

La negazione, con cui avevamo iniziato questo scritto, si rivela, dunque, non tanto una rimozione, un non voler sapere, ma piuttosto l'atto più immorale che mente umana possa ordire. In Sicilia, in Italia ha acquisito il significato di coprire, e quindi assolvere, in alcuni casi forse per sempre, chi ha fatto saltare in aria a Milano la banca di piazza Fontana o la via D'Amelio a Palermo con Borsellino e i suoi angeli custodi, di compromettere il sereno svolgersi della convivenza civile, di coprire gli assassini di tanti fedeli uomini delle istituzioni, il sangue di tanta gente comune, proprio come noi.