CAZZULLATE

L'OSTINAZIONE DELL'IMPOSSIBILE CONFRONTO FRA ANTICOMUNISMO E ANTIFASCISMO

di Aldo Pirone

Purtroppo quando si parla di valori a prescindere dalle concrete vicende della storia, si corre il rischio di fare la figura di Alice nel paese delle meraviglie o della Vispa Teresa a caccia di farfalle sotto l'Arco di Tito.

È quello che è capitato ieri ad Aldo Cazzullo sul "Corriere della sera" quando, interloquendo con un lettore, parla di valore dell'anticomunismo che non dovrebbe essere solo di destra equiparato a quello dell'antifascismo. Mischiando, tra l'altro, in maniera indebita il piano internazionale con quello nazionale.

Stiamo ai fatti. Quando in Europa si è arrivati al dunque con il nazifascismo, l'anticomunista Churchill e il democratico Roosevelt si allearono con Stalin. Nessuno dei tre era politicamente un giglio di campo. Il premier inglese rappresentava una democrazia alla testa di un impero coloniale, dove vivevano popoli non proprio contenti di essere sotto quel dominio. Roosevelt capeggiava una grande democrazia che aveva dentro di sé la segregazione razziale degli afroamericani, una condizione ancora da superare definitivamente nonostante i progressi fatti. Stalin era alla testa di un sistema social totalitario spietato coperto dal mito della Rivoluzione d'ottobre. Dall'altra parte c'era il "male assoluto": il nazifascismo. Non so se Churchill e Roosevelt si posero il problema del "valore" dell'anticomunismo, o, come dice Cazzullo, di "un'idea (il comunismo ndr) rivelatasi sbagliata e spesso con applicazioni criminali da Vladivostok a Trieste" so che non ebbero dubbi fra anticomunismo e antifascismo e si sbrigarono ad aiutare Stalin per spezzare le reni a Hitler e Mussolini. La nuova Europa democratica è nata da quell'alleanza con tutte le vicissitudini che l'hanno segnata in seguito coll'irrompere della "guerra fredda", delle sfere d'influenza, della "cortina di ferro", dei blocchi contrapposti non solo europei ma mondiali e dell'"equilibrio del terrore" atomico fino all'implosione del comunismo sovietico e dei paesi dell'Est.

In Italia, poi, i comunisti di Togliatti sono stati tra i fondatori della democrazia repubblicana e costituzionale. Ci furono anticomunisti democratici? Sì, eccome. Ma contro i rigurgiti fascisti non ebbero timore di fare blocco con il Pci come Saragat o La Malfa nel luglio del '60. Tanti di quegli esponenti liberal socialisti e liberal democratici e cattolici democratici e di sinistra anticomunisti perché antitotalitari, da Parri a Calamandrei, da Ossicini a Pratesi, non ebbero remora, in nome dell'antifascismo progressista, di schierarsi a fianco del Pci e molti di farsi eleggere in Parlamento nelle liste comuniste come indipendenti di sinistra. O anche al parlamento europeo come Altiero Spinelli, l'autore del famoso "Manifesto" di Ventotene.

La prima incrinatura tra gli anticomunisti democratici avvenne nel 1953, quando contro la "legge truffa" voluta da Dc, Pri, Psdi, Pli, scesero in campo Calamandrei, Parri e i liberali Giuseppe Nitti ed Epicarmo Corbino.

Non è, come dice Cazzullo, che in "In Italia le cose come d'abitudine si complicano" rispetto al resto d'Europa. Semmai qui da noi si fecero più chiare. Perché mentre il raggruppamento degli anticomunisti democratici si andò via via prosciugando - uno degli ultimi fu La Malfa che dopo il discorso di Berlinguer a Mosca nel 1977 sulla "democrazia valore universale" disse che con il Pci non c'erano più fossati insuperabili - quella in cui l'anticomunismo era viscerale per difendere non la democrazia e la libertà ma concreti e radicati privilegi e interessi di classe è rimasta tale e quale. E rimane ben viva oggi - vedi tutta la vicenda del berlusconismo prima, e oggi del salvinismo e del melonismo - quando ormai il partito dei comunisti italiani non c'è più da trent'anni. All'altra domanda, cui risponde Cazzullo, se c'è stata in Italia una destra antifascista, non c'è bisogno di tante elucubrazioni, basta guardare all'epopea della Resistenza e, nel dopoguerra, alla dialettica interna alla Dc e alle posizioni del Pli di Malagodi che nei confronti del Msi di Almirante non aveva tante compiacenze.

Ma perché Cazzullo riesuma, per equipararli, anticomunismo, seppure democratico, e antifascismo? C'è forse un pericolo comunista, se mai c'è stato, oggi in Italia? Mentre, invece, non c'è forse più vivo che mai, anche se un po' ammaccato dopo le ultime elezioni, un pericolo di reincarnazione fascistoide nella Lega di Salvini e in Fd'I della Meloni e nella persistente alleanza con loro di Berlusconi? Non raccolgono tutti costoro quasi metà del consenso patrio? Non è ancora ben calda l'aggressione alla Cgil nazionale?

La risposta sta nella chiusa ambigua e superficiale dell'articolo di Cazzullo. "Certo Togliatti aveva fatto la svolta di Salerno - dice - schierando il Pci nel fronte antifascista con cattolici e monarchici; migliaia di partigiani comunisti diedero la vita per combattere il nazifascismo; e gli eletti comunisti alla Costituente scrissero la Carta con democristiani e liberali. Però era lo stesso Togliatti che aveva fatto fucilare gli anarchici di Barcellona". Già, un po' come quel Churchill che aveva auspicato l'intervento di 14 nazioni a fianco dei bianchi zaristi per soffocare non lo stalinismo ma la Rivoluzione d'ottobre, che chiamava Gandhi "fachiro mezzo nudo", che aveva represso con crudezza i nazionalisti irlandesi, che aveva definito Mussolini salvatore della patria; "Se fossi stato italiano - disse nel 1927 quando era cancelliere allo scacchiere - sono sicuro che sarei stato interamente con voi dal principio alla fine della vostra lotta contro i bestiali appetiti e le passioni del leninismo. ... L'Italia ci ha offerto l'antidoto necessario al veleno russo. D'ora in poi nessuna grande nazione sarà priva dei mezzi decisivi per proteggersi contro la crescita del cancro bolscevico".

Ah Cazzù, non diciamo cazzullate.