MARGINALIA

di GUALBERTO ALVINO

GIORNALISTI

Ferruccio de Bortoli, «Corriere della Sera», 12 luglio 2020: «Non c'è dubbio che sia un modello. Non sappiamo però quanto replicabile. I costi sono stati elevati. Per alcuni quasi il doppio. Sarà giusto rifletterci con un auspicabile sforzo di trasparenza.»

Cos'è, de Bortoli, ha il singhiozzo? È andato a scuola da Ilvo Diamanti? Nessuno le ha ancora detto che esistono anche le frasi dipendenti, la virgola, il punto e virgola e il due punti?

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NEO(MAL)FORMAZIONI "VIRALI"

Ed ecco positivarsi 'infettarsi': «Queste persone corrono il rischio di positivarsi» (Ilaria Dalle Palle, Rete 4, 8 agosto 2020).

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SVAGO?

Google annette alla categoria svago i Concerti brandeburghesi.

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SCRITTURE ESPOSTE

Sul muro di una via romana leggo quanto segue: «Gentile Padre Eterno, scusi, ma questa cosa dei corpi cavernosi le è riuscita malissimo. Non c'era proprio altro modo? Suo Piero».

Come dargli torto?

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MODIFICARE TUTTO, A OGNI COSTO!

Anni fa il Ministero della sanità cambiò nome: Ministero della salute. Perché, sanità è una parola brutta, desueta, arcaica? E allora per quale motivo si continua a dire Istituto superiore di sanità e non di salute? Perché si dice la sanità campana e non la salute campana?

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AHI AHI!

Uno storico della lingua che non ha mai riscosso la mia stima dichiara (non nel baretto sotto casa, ma) in televisione che la frase «A me basta di sapere che mi pensi anche un minuto» è un errore da sanzionare severamente. «Basta - dice - regge l'infinito, senza preposizione».

Il luminare dovrebbe sapere che si tratta d'un costrutto desueto, ma perfettamente in grammatica. Non l'ha mai incontrato nelle sue letture? No? Allora consulti Google Libri e vedrà.

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«FAUSTO MODO DI FARE»?

«In questi momenti, siete in grado di risultare notevolmente amati, da chi v'interessa, col contributo del vostro fausto modo di fare e grazie alla vostra imperturbabilità! Con l'avvicinarsi del week end, per il vostro segno di Terra, si verifica un favorevole aspetto della Luna» («la Repubblica», 30 ottobre 2020).

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MA SANTA PAZIENZA!

«Piante e fiori nella letteratura italiana»: questo il titolo della lezione tenuta oggi su Rai Tre da Angela Borghesi, "critica letteraria".

Piante e fiori?

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ANGLOFILIA

«In Italia si parla inglese» dice un mio illustre amico. Ha ragione. Prendiamo l'orrendo verbo spoilerare 'rivelare in anticipo in tutto o in parte la trama di un racconto, romanzo, film o simili': ne abbiamo davvero bisogno?

Sì, è vero, l'inglese è molto più sintetico dell'italiano, ma per questo dobbiamo sostituire l'inglese all'italiano?

Non mi anticipare nulla, Non svelarmi il finale: cosa c'è di sbagliato o di insopportabile in queste frasi?

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«In un momento di così gravità per il Paese» (Roberto Fico, presidente della Camera).

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SPORTELLO GRAMMATICALE

Mi scrive Filomena Giaccio Trona:

«Scurati è un docente universitario e un premio Strega: è mai possibile che si esprima così?:

"movimenti radicali che non soltanto pretendono di giudicare il passato senza alcuna competenza ma addirittura pretendono di condannarlo rifiutando sfacciatamente ogni approfondita conoscenza di esso" (Antonio Scurati, «Corriere della Sera, 12 luglio 2020). Di esso! Ma che modo di scrivere è mai questo?».

Se sia possibile? Ma certo, Filomena. Possibilissimo. E dire che sarebbe bastata una parolina di due lettere ("vuota", "funzionale", ma utilissima) per evitare l'orrore: rifiutandoNE sfacciatamente ogni approfondita conoscenza.

Ma basterà un clitico a salvargli l'anima?

Giuseppe P.:

«Continuo a notare, anche da parte di giornalisti, un uso di c'ho al posto di ci ho. È il caso di parlarne per sondare le opinioni su questa chicca dell'italiano contemporaneo scritto?».

È senz'altro il caso, caro Giuseppe. La c ha un suono alveolo-palatale davanti alle vocali i, e (cena, Cina) e un suono velare davanti ad a, o, u. Ergo, c'ho sta per 'che ho', non per 'ci ho'. Noti, però, che molti autori (tra cui il Pasolini "borgataro") adottano la grafia popolare c'ho per 'ci ho' a fini mimetici.

Myrna C.:

«Ieri sera a Chi l'ha visto la conduttrice Federica Sciarelli ha detto: "La basilica di Santa Apollinèr", alla francese, come il cognome del gran Guillaume. Le sembra possibile che una famosa giornalista cada in questi errori?».

Gentile Myrna, sì!

Caterina Z.:

«Leggo su "la Repubblica" del 6 agosto 2020: "Il lockdown finirà con la riapertura delle scuole. Pronte le linee guide per la ripresa di ottobre". Linee guide? Ho sempre saputo che si dice "linee guida". Sbaglio io o sbagliano i giornalisti?».

La seconda che ha detto.

Eleonora G. domanda se la frase «Il governo è preda al caos», pronunciata ieri da una giornalista del TG5, sia «corretta o meno».

Gentile Eleonora, «preda al caos» non significa nulla. La giornalista farebbe bene a dire in preda al caos o - in subordine (ma molto, molto, molto in subordine) - preda del caos.

Annamaria F.:

«Leggo sempre più spesso, in libri e giornali, espressioni come "Negli anni Settanta del Novecento", "Negli anni Cinquanta del secolo scorso"... Non le trova anche lei precisazioni inutili?".

Direi di sì, Annamaria. Anni Settanta sarebbe più che sufficiente, visto che ai Settanta del XXI secolo non siamo ancora arrivati. La disambiguazione sarebbe opportuna, se non perfino indispensabile, se si trattasse degli anni Dieci.

Maura C.:

«In un programma di Radio Capital condotto da Daria Bignardi ho appena sentito una linguista pronunciare la frase "Blastare le persone non è generativo". Credo intendesse dire 'Maltrattare la gente non serve a nulla'. Ma le chiedo: può una linguista esprimersi in questo modo?».

No, cara Maura, non può.

Alfredo D.:

«Rileggo Il barone rampante e, all'inizio del cap. XXVI, m'imbatto in questa frase: "tra il verde dei filari non si vedeva che sottane a colori vivaci e berrette con la nappa." Corretto quel verbo coniugato al singolare? Credo di sì, anche se a me sarebbe venuto spontaneo "vedevano": sono ammesse entrambe le forme?».

Sì, Alfredo, corrette ambe le forme. Nelle costruzioni impersonali sono possibili sia la terza sia la sesta persona. Un esempio dalla voce accordo dell'Enciclopedia dell'Italiano diretta da Raffaele Simone: «Non si sentono/sente altro che urli».

Gianmario T.:

«Concorda con me che non poche persone colte e addirittura coltissime usano il verbo citare in modo inappropriato? Un paio di esempi da giornali stampati e programmi televisivi: "Come cita Dante, il pane altrui sa di sale"; "Come cita Manzoni, uno il coraggio non se lo può dare"...».

Concordo pienamente con lei: citare significa 'riportare la parola altrui', ma nei due esempî da lei allegati si tratta della parola di Dante e di Manzoni, non già di citazioni.

Maria Domenica G.:

«Da tempo seguo appassionatamente i suoi sportelli grammaticali, che apprezzo e per cui le faccio i complimenti. Questa volta sono io a rivolgermi al suo sportello. Guardavo il celebre film Parasite, di indiscusso successo, e davvero meritevole dei premi ricevuti. Ma si può premiare in Italia un film in cui si pronunciano queste parole: "[...] oggi dopo aver visto il video della famiglia di ciarlatani, [ndr. il Leader, soggetto della frase] non ha riuscito a contenere la rabbia e la collera"? È una svista di doppiaggio o una nuova forma linguistica in cui l'ausiliare di riuscire è il verbo avere, per cui si ha la forma ausiliare avere + verbo riuscire + azione in cui riesce il soggetto?».

Gentile Maria Domenica, nessuna «nuova forma linguistica»: il verbo riuscire vuole l'ausiliare essere. Si tratta di una svista dell'adattatore dei dialoghi o del doppiatore.

Mi scrive ancora Alfredo D.:

«Impera da tempo il malvezzo di indicare, con l'ultimo anno di un secolo, l'intero secolo successivo, per esempio: 1800 per Ottocento. L'(ab)uso non è recentissimo, io lo ritrovo già in un libro del 1997 (accludo alcune foto) ma non escludo attestazioni anche di molto precedenti. Lei come la vede?».

Si tratta naturalmente di un errore. 1800 non indica l'intero Ottocento (o '800 o secolo diciannovesimo o decimonono o XIX), ma il solo anno 1800.

Katia R.:

«Ho sentito in tv un noto giornalista dire: "Io, è la prima cosa che faccio ogni mattina". Anacoluti così sono ormai all'ordine del giorno. Lei che ne pensa?».

Nessun attentato alla grammatica, gentile Katia. Consideri, anzitutto, che si tratta di parlato, non di scritto. Inoltre, quell'Io che lei avverte "senza compagnia" (questo significa la parola anacoluto) sta per 'quanto a me'. Immagini che una madre chieda ai proprî figli: «Vi siete lavati i denti?» e che uno di loro risponda con la frase da lei incriminata: dove sarebbe la sgrammaticatura?

Silvia P. di Cagliari:

«Espressioni come "Ho fatto un incidente", "Ho fatto un incubo" non le sembrano improprie?».

Sono perfettamente d'accordo, Silvia. Un incidente si ha non si fa. Idem per incubo.

Erica G. di Fondi:

«Familiare/obiettivo - Famigliare/obbiettivo: per quale delle due coppie parteggia?».

Le due coppie sono entrambe ammissibili, benché i dizionarî considerino meno corretta la seconda. Quanto a me (ma sono in buona e folta compagnia), preferisco differenziarle: alla prima coppia assegno il senso figurato, alla seconda il senso proprio. Sicché: Il tuo viso mi è familiare / Partì con i suoi famigliari; L'obiettivo della politica monetaria / L'obbiettivo della macchina fotografica.

Valeria Z. di Prato:

«Il verbo fare diventa sempre più un tuttofare. Sembra che la gente non conosca verbi più precisi ed eleganti di questo, non crede?».

Non sempre, Valeria, non sempre. Un esempio: «Non appena mi feci sulla soglia della chiesa...»: anche in questo caso lei ravvisa imprecisione e ineleganza nel verbo fare? No, vero? Sorprese dell'italiano!

Antonio R. chiede se sia più corretto scrivere a occhi aperti o ad occhi aperti.

Ambe le forme sono corrette. La d che si aggiunge alla preposizione a si chiama eufonica (dal greco εὐϕωνία 'buon suono, suono armonico') e ha funzione dissimilativa, evita cioè lo scontro con l'identica vocale iniziale della parola seguente. Lei è dunque liberissimo di servirsene o meno.

Un consiglio: usi la d eufonica soltanto se la parola che segue comincia con la a: ad Ancona (ma, beninteso, a Ancona è correttissimo).

Attenzione: fanno eccezione alcuni sintagmi cristallizzati, come ad esempio, ad ogni buon conto, ad eccezione di ecc.

Maria Luisa F. di Catania:

«A differenza dei francesi e degli spagnoli, che non badano a spese quanto ad accenti, noi italiani andiamo per sottrazione. Ma come si fa a distinguere, per esempio, correttori plurale di correttore da correttori plurale di correttorio? O vari plurale di vario da vari seconda pers. sing. del pres. ind. del verbo varare?».

Lei tocca un aspetto davvero bizzarro dell'italiano contemporaneo, Maria Luisa: si preferisce affidarsi al contesto piuttosto che ricorrere all'accento. Eppure basterebbe così poco: il plurale di vario è varî o varii (fino a un secolo fa circa, anche varj).