(Charta Sporca 3 febbraio 2020)

ALTHUSSER, MALEDETTO!

di Andrea Muni

Contributo a comprendere quale sia oggi, a dominio capitalistico mondiale non regrediente, il fattore ideologico di massa col quale deve misurarsi ogni volontà di alternativa, questa riflessione sul pensiero di Althusser - marxista non ortodosso, autore fra l'altro del celebre Pour Marx - a trenta anni dalla sua morte.

«Solo tu, con una brutalità e una sincerità che sommate al tuo marxismo radicale ti hanno reso indigeribile a quasi tutti i tuoi contemporanei (Sartre compreso), hai detto a chiare lettere che il mio riconoscermi nel pensiero, nei miei pensieri, è l'effetto ideologico fondamentale, strutturale, dell'ordine del discorso capitalista. Solo tu hai compitato, scandito in maniera tale che anche i sordi potessero capirlo che il soggetto - questa cosa pensante in cui, senza nemmeno accorgermene, continuo istintivamente a riconoscermi e a interpellare gli altri - è l'elemento ideologico chiave, il punto teorico-pratico fondamentale che sta alla base della riproduzione degli apparati di sfruttamento e repressione capitalisti.

«Il soggetto quale ancora oggi tutti lo intendiamo, cioè proprio il mio identificarmi con i miei pensieri e con il super-pensiero che li pensa: questo è esattamente il punto d'incontro tra la struttura (economico/sociale) e la sovrastruttura (culturale, politica, giuridica). Il luogo in cui i pensieri che il sistema capitalista mi caccia dentro a viva forza si fanno prendere per i miei desideri.»

«La storia come storia della lotta tra le classi, che hai ripreso da Marx, e che in fondo non è altro che il materialismo storico preso sul serio, oggi non è più quella a cui pensavi tu. Ma sono sicuro che l'avresti visto, come già ti eri accorto (prima di tutti) che questa storia, la storia "proletaria" della lotta tra le classi, ha bisogno di accaparrarsi Freud e Lacan. Questa storia infatti oggi è la storia di come un discorso dominante, e non più un leader o un duce in carne e ossa, si è installato dentro ai soggetti concreti che, sfruttati, continuano a essere il motore cieco della storia. La lotta di classe oggi deve essere ripensata come una lotta collettiva attraverso cui ognuno di noi, a partire da pratiche comuni, combatte prima di tutto questo nemico interno, contro questo discorso dominante che si dibatte dentro di me, che mi possiede, che si fa prendere per "me stesso". Si tratta di un discorso che non ci fa sentire reali, perché ne siamo semplicemente agiti, come marionette di carne, come Arlecchini che hanno disimparato a ridere. La tua psicosi te lo faceva sentire troppo forte, troppo bene, ed è per questo che forse nelle tue lettere scrivevi quanto ammirassi e invidiassi la spontaneità di tua moglie Helene. Poiché, Louis, tu lo sapevi che il capitalismo, e gli apparati ideologici di Stato di cui parlavi, non smettono di sostenere e riprodurre senza sosta quell'idea di soggetto che lungo il corso della storia serve ai padroni per governare gli sfruttati. Tu lo sapevi, ma ti faceva troppo male, che lo sfruttamento capitalista comincia a livello del rapporto con se stessi, a livello di quel soggetto interiore che "mette al lavoro" il soggetto concreto della vita e della relazione. Lo umilia, lo cancella, non lascia di lui più alcuna traccia, finché un giorno diventa possibile svegliarsi e chiedersi francamente se si esiste, e cosa si è una volta che si rifiuta questa identificazione obbligata.»

«Se è un discorso dominante ad essere il nuovo padrone, allora è proprio la logica di questo discorso che ci abita il primo vero nemico che dobbiamo aggredire, ben prima di dedicarci al progetto di assaltare fisicamente le banche e le sedi delle multinazionali. Questo discorso è il nemico interno che dobbiamo localizzare, individuare, con cura e pazienza, per non rischiare, come purtroppo hai fatto tu, di confonderlo con noi stessi o, peggio ancora, con le persone che amiamo. La nuova coscienza di classe, il nuovo "proletariato", deve trovare delle forme di socialità e di prassi collettiva che producano, direttamente o indirettamente, l'aggressione e la rimodulazione di questa esperienza della soggettività. Deve oggi assumersi questo compito delicatissimo, perché in questa lotta si rischia, sbagliando appena un po' la mira, di aggredire ciò che invece abbiamo di più caro. Tu, Louis, resterai per sempre un punto cieco, un tristissimo monito che ci ricorda i grandi pericoli che si corrono ogni volta che osiamo aggredire, sfidare il discorso dominante che struttura in profondità il nostro con rapporto con noi stessi e con gli altri. Produrre un nuovo discorso, una nuova logica, non solo della soggettività ma di qualsiasi attività umana, non è un compito teorico: è qualcosa che possiamo fare e che facciamo, spesso senza saperlo, a ogni passo delle nostre esistenze in comune. Solo questa consapevolezza potrà un giorno aiutare i pochi che ci credono ancora, a ripensare il comunismo non più come una utopica antitesi del capitalismo, ma come una via d'uscita da questo orrore di non esistere se non come uno schiavo di quel soggetto e di quei valori che mi sono stati marchiati a fuoco sulla pelle, che mi hanno penetrato, abusato, quando ero ancora troppo inerme per difendermi. Il comunismo ripensato come una possibile linea di fuga da ciò che l'ideologia capitalista ha fatto di me, il marxismo ripensato a partire dalla produzione di un'esperienza differente, comune, rischiosa della soggettività. Un azzardo, una scommessa a proposito di dove siamo davvero, che purtroppo tu hai perso, ma che noi possiamo rilanciare, a cui noi possiamo ancora credere, senza per questo chiudere gli occhi sui grandi pericoli che incombono lungo questa strada. Pericoli che la tua fine infame, e il tuo crimine orrendo, non smetteranno mai di ricordarci.»