SPECIALE 100 ANNI DI PCI

IL PROCESSO DI FORMAZIONE

DELLA "VIA ITALIANA AL SOCIALISMO" 1921 - 1945

INTRODUZIONE A: IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. STORIA DI RIVOLUZIONARI

Bordeaux editori, Roma 2021

di Sergio Gentili


A cent'anni dalla nascita del Partito comunista italiano (PCI) e a trent'anni dal suo scioglimento, si è pensato di raccontare la storia dei suoi primi decenni di vita che vanno dal 1921 al 1945. Poi sarà la volta della sua storia nella Repubblica italiana. Qui raccontiamo il Partito comunista d'Italia, sezione dell'Internazionale comunista (IC) che chiameremo PCI.

Ma chi erano questi comunisti e cosa volevano fare? Cosa hanno realizzato per il loro paese e per i lavoratori italiani? Cosa sono stati nel movimento comunista interazionale? Domande a cui si darà una risposta.

Parlare del PCI significa anche rileggere la storia dell'Italia e del mondo con gli occhi di oggi e trovare qualche suggerimento, se non insegnamenti, per individuare nuove strade per superare la crisi del liberismo e le insufficienze del liberalismo democratico e, soprattutto, per far uscire dallo smarrimento le forze socialiste.

La storia del PCI è unica, irripetibile e testimonia che è stato possibile per i lavoratori e le forze popolari avere un proprio partito, impegnato nella costruzione di una società democratica fondata sulla saldatura dei valori socialisti, democratici e solidali quali l'eguaglianza, la libertà, i diritti sociali e civili e il rispetto della dignità della persona umana. Un partito che ha pensato agli italiani come un popolo di pace, unito e interessato all'eliminazione della povertà e dello sfruttamento del lavoro. A veder bene, sono proprio queste le coordinate valoriali necessarie per superare l'attuale crisi globale acutizzata dalla pandemia. Perché appare evidente che la società fondata sul libero mercato e sull'individualismo non è all'altezza della situazione: semplicemente non funziona oltre ad essere ingiusta e dannosa per l'ambiente. È proprio sull'individuazione di possibili nuove vie per la costruzione di società non fondate sull'egoismo individuale, su enormi diseguaglianze e sullo sfruttamento della natura e del lavoro che la conoscenza e la riflessione sulla storia del PCI può essere d'aiuto a molti, anche a chi pensa che le parole di uguaglianza, di solidarietà e di carità di papa Francesco debbano diventare realtà.

Il Racconto

L'intento del libro è divulgativo, ma anche di contrasto dell'oblio, delle deformazioni e della sistematica cancellazione dalla storia d'Italia dei comunisti. La faziosità e le fake news del revisionismo storico dovranno fare i conti, però, non solo con autorevoli avanguardie intellettuali ma anche con un "nemico" inaspettato, rappresentato dalla memoria popolare che oggi si diffonde anche grazie ai social e che è radicata nelle storie di famiglie e di organizzazioni che tramandano valori, lotte collettive, storie umane e personali. Esse costituiscono un tratto incancellabile dell'identità degli italiani.

Il racconto si sviluppa lungo un duplice asse di ricerca, il primo riguarda il carattere rivoluzionario del PCI e il secondo fa un bilancio della sua azione rispetto alla storia d'Italia e alle condizioni sociali e politiche dei lavoratori e delle masse popolari.

Si parla anche del suo rapporto con il movimento comunista internazionale che è permanentemente segnato dalla rivendicazione di una "specificità" italiana tanto da determinare un "oggettivo e congenito" conflitto con l'Internazionale comunista. È un rapporto fondamentale perché non è possibile separare la nascita del PCI dall'attrazione ideale e politica rappresentata dalla Rivoluzione russa del 1917. Per questo i primi venti anni di vita dei comunisti italiani è intrecciata alle vicende dell'IC ed è anche condizionata dalle lotte nel partito comunista bolscevico che è protagonista di enormi trasformazioni sociali ma anche delle inimmaginabili degenerazioni staliniane.

Nel corso della lotta antifascista il PCI avrà la capacità di modificare sé stesso, la sua visione strategica, la sua azione politica e la sua organizzazione.

Il piccolo partito comunista nasce per dirigere la presunta rivoluzione in atto, ma viene immediatamente travolto dal fascismo ed è costretto alla semilegalità e all'illegalità per decenni.

I suoi dirigenti non si piegheranno mai davanti al fascismo anche se per molti significherà il carcere, il confino e la morte. In questa lotta perderà il suo capo politico e culturale Antonio Gramsci, lentamente assassinato nelle carceri inumane del fascismo. E' Gramsci che per primo lotterà per superare il settarismo e per promuovere una idea di rivoluzione socialista che colloca l'atto insurrezionale in un movimento di massa politico e sociale diretto dalla classe operaia in alleanza con i contadini.

È questa l'impostazione di Lenin che, però, dopo la sua morte verrà sostituita con schemi dogmatici che ritenevano la rivoluzione sempre a portata di mano. Il nazismo sarà uno tsunami che costringerà l'IC a rovesciare velocemente le sue precedenti analisi e strategie politiche. Il cambiamento avviene al VII Congresso (1935) dell'IC, dove si chiamano tutti i partiti comunisti ad abbandonare la scellerata tesi del "socialfascismo" e a rilanciare il fronte unico tra comunisti e socialisti e a costruire il fronte popolare.

Oltre il modello bolscevico

La politica dei fronti popolari spinge verso l'individuazione di nuove vie per la rivoluzione socialista in Occidente. Ma quale è la nuova strategia?

È una domanda mai resa esplicita ma su cui in molti nell'IC ragionano.

È in questa necessità di lotta al fascismo che irrompe nella politica e nella cultura dei comunisti il concetto della democrazia, ritenuto indispensabile per combattere il "nemico principale". Ma, indicare la democrazia come un obiettivo irrinunciabile porta con sé conseguenze enormi nella cultura politica e nella visione strategica.

Nella nuova fase che si è aperta nell'IC i comunisti italiani sono presenti e protagonisti. Infatti sono loro a formulare la definizione più adeguata del fascismo come "regime reazionario di massa" fondato sulla saldatura tra la piccola e media borghesia in crisi e gli interessi degli agrari e della grande borghesia industriale e finanziaria.

Per il PCI spetta alla classe operaia saldare insieme democrazia, diritti sociali e sradicamento delle radici sociali e culturali del fascismo.

Palmiro Togliatti e i comunisti italiani sono sostenitori della nuova politica. Diversamente la pensa Stalin e molti altri dirigenti dell'IC che, viceversa, ritengono la fase democratica una proposta tattica utile solo per quel momento.

Cosa ha fatto il PCI per il popolo italiano

Il dato politico-culturale che emerge nel ripercorrere le vicende del PCI e del suo pensiero politico è l'intreccio tra le innovazioni teorico-politiche e il concreto procedere storico della lotta politica e sociale nazionale e internazionale. Il mutamento del quadro internazionale, con l'alleanza tra Usa, GB e Urss, dà l'occasione ai comunisti italiani di diventare un fattore determinante nelle vicende nazionali.

La massiccia presenza nella Resistenza con la direzione di Longo e la straordinaria iniziativa politica della "Svolta di Salerno", fanno dei comunisti un soggetto fondamentale per la Liberazione e la rinascita democratica dell'Italia.

Senza la politica unitaria dei comunisti la lotta partigiana e la collocazione delle forze antifasciste e di sinistra al governo, come pure la nascita della Repubblica e dell'avanzatissima Costituzione, non ci sarebbero state. Questo è il lascito straordinario dei comunisti agli italiani.

La loro politica ha legittimato i lavoratori e le forze popolari quali nuove classi dirigenti. A loro spetta il merito di aver rivendicato e praticato con successo il diritto di liberare il proprio paese mentre le classi alte e la grande borghesia, compromesse col fascismo, non si impegnavano ed "attendevano" di essere liberate da altri stranieri. La linea dell'unità antifascista ha permesso di contrastare le forze reazionarie che, sostenute dagli angloamericani e dal Vaticano, si candidavano a dirigere l'Italia dopo la Liberazione con lo scopo di rifare l'italietta monarchica, di ripristinare le classiste gerarchie sociali e politiche, di instaurare la elitaria democrazia prefascista che era stata l'incubatrice del fascismo.

I comunisti rivoluzionari patrioti

Il ritorno di Togliatti in Italia (marzo 1944) ha dato all'azione politica comunista una visione generale. In quella fase non tutti condividevano la politica di unità nazionale, tuttavia era accettata per il grande prestigio della Russia e di Stalin di cui Togliatti appariva, non solo ai loro occhi, il più vicino.

Alla fine della seconda guerra mondiale, il PCI conta circa due milioni di iscritti ma i suoi quadri dirigenti sono ancora pochi e non tutti preparati alla nuova fase politica. Nella base comunista c'è chi crede che la via democratica sia una tattica momentanea, rivelando così una sorta di "doppiezza" strategica.

Sono gli anni in cui arrivano al PCI nuove leve spinte dall'esigenza di libertà, di eguaglianza sociale e di democrazia.

Togliatti lancia la proposta di costruire il "partito nuovo" cioè una grande comunità organizzata con milioni di lavoratori, di forze popolari, di donne, di giovani e di intellettuali in grado di sostenere lotte democratiche e sociali, culturali e politiche. Un partito che formerà nuove classi dirigenti portatrici dei valori costituzionali e dell'idea di politica come servizio civile disinteressato.

Guardando le cose oggi, appare evidente che in quegli anni c'è stata in Italia

una vera rivoluzione. L'Italia da monarchico-fascista, da regime senza libertà e diritti, sottomessa a un re e a un dittatore, dominata da un solo partito, impregnata di razzismo e di culture guerrafondaie, percorsa dalla violenza e dal meschino conformismo, è diventata una Repubblica democratica fondata sul lavoro: i cittadini hanno potuto partecipare e scegliere liberamente la Repubblica, i propri partiti e rappresentanti; le donne hanno ottenuto il diritto al voto; la Costituzione ha incardinato la democrazia sui valori dell'uguaglianza, della solidarietà, della libertà, dei diritti sociali e civili e della pace; si è definito lo Stato di diritto e il Parlamento ha assunto il valore centrale che gli spetta; i partiti e i sindacati sono stati riconosciuti come essenziali per la partecipazione e la libertà dei cittadini; la proprietà pubblica e privata è soggetta all'interesse generale.

Ma la loro applicazione sarà per molti anni fortemente contrastata e ritardata dai governi democristiani. Comunque, sono conquiste straordinarie per tutto il popolo italiano e introducono rotture innovative di fondo rispetto allo stesso Risorgimento. Esse sono il frutto di un nuovo tipo di rivoluzione democratica elaborata dal PCI e realizzata con la politica di unità tra i partiti di massa d'ispirazione socialista e le correnti del cattolicesimo sociale.

Conquiste che negli anni seguenti il PCI e la sinistra dovrà lottare per difenderle e per applicarle contro le politiche di restaurazione conservatrice e reazionaria operata dalla DC nel 1947.

Allora chi sono quei comunisti verso cui le italiane e gli italiani devono essere grati?

Sono operai, contadini, intellettuali, giovani e donne che nel 1921 fondarono il Partito comunista d'Italia. Il più anziano non supera i trent'anni. Formano una avanguardia politica decisa a combattere le disuguaglianze, le discriminazioni sociali e politiche, pensano che solo una società socialista potrà dare la dignità, la libertà e la giustizia al popolo italiano. Le classi monarchico-borghesi debbono essere rovesciate perché hanno fallito portando al macello milioni di italiani.

Sono convinti che lo scontro per la presa del potere è imminente e che si stia perdendo l'occasione. La presa del potere avverrà attraverso la mobilitazione insurrezionale delle masse operai e contadine guidate dal partito comunista. Non è più tempo dell'attesa ma dell'azione politica e sociale. Il lavoro politico di una tale impresa non è possibile senza un partito organizzato e disciplinato, con dirigenti decisi a dedicare la propria esistenza alla causa della rivoluzione diventando "rivoluzionari di professione".

Affrontano subito sconfitte pesantissime. Combattono contro la violenza, la repressione e il carcere fascista. Non si piegheranno mai al fascismo e saranno i soli a combatterlo in modo organizzato in Italia. Molti vanno incontro alle morte.

La rivoluzione russa e l'esistenza dell'Unione sovietica dà loro la certezza nella causa della rivoluzione e hanno grande fede e assoluta certezza nella capacità di riscossa della classe operaia italiana. Sanno che la lotta sarà lunga ma non indietreggiano davanti alla prospettiva di tempi lunghi.

Sono sempre quei giovani che insieme ad altri, arrivati all'antifascismo negli anni del regime dittatoriale, organizzano e dirigono la lotta di Liberazione dell'Italia e a volere una Repubblica democratica fondata sul lavoro.

Sono rivoluzionari italiani che si formano nella partecipazione politica e personale alla grande storia del mondo e della rivoluzione mondiale, che sono protagonisti determinanti nella storia d'Italia.

Sono lori i protagonisti di questo viaggio.