SPECIALE 100 ANNI DI PCI

COMUNISMO E LETTERATURA

di Francesco Muzzioli

Le parallele non s'incontrano mai: Majakovskij

Prima di andare a vedere i rapporti del Partito Comunista Italiano con gli intellettuali e la letteratura, occorre dare uno sguardo al quadro complessivo aperto dall'evento della rivoluzione russa. La rivoluzione, secondo quanto previsto da Marx, avrebbe dovuto cambiare in senso collettivo i rapporti di produzione nella base dell'economia e il cambiamento delle sovrastrutture sarebbe venuto di conseguenza. Questo però da un lato avrebbe comportato un'attesa fideistica, dall'altro una probabile resistenza della cultura. C'è quindi fin dall'inizio un'impazienza che vorrebbe invece procedere a uno sviluppo parallelo. Una rivoluzione non basta; da sola rischia di essere frenata; di rivoluzioni ne servono due. E la rivoluzione culturale-letteraria è già pronta con la spinta dell'"avanguardia".

Nel manifesto dei kom-futy, i "comunisti-futuristi" ispirati da Majakovskij, si legge: «Tutte le forme del byt [il costume], della morale, della filosofia e dell'arte devono essere rimodellate su basi comuniste. Senza di ciò riesce impossibile qualsiasi ulteriore sviluppo della rivoluzione comunista». Poco dopo, 1921, gli fa eco in Italia lo scritto attribuito a Gramsci Marinetti rivoluzionario?, sull'"Ordine nuovo" n. 5. Anche qui, approfittando di un momento di incertezza politica dei nostri futuristi, l'istanza del cambiamento sociale viene associata a un intervento letterario radicale: «distruggere gerarchie spirituali, pregiudizi, idoli, tradizioni irrigidite, significa non aver paura delle novità e delle audacie, non aver paura dei mostri, non credere che il mondo caschi se un operaio fa errori di grammatica, se una poesia zoppica, se un quadro assomiglia a un cartellone, se la gioventù fa tanto di naso alla senilità accademica e rimbambita». Che poi Gramsci cambiasse parere sui marinettiani è altro discorso e non toglie che gli rimanga, anche nel periodo dei "Quaderni", l'idea di un apporto positivo del "valore culturale" non immediatamente riportabile alle ragioni politiche.

Ma restiamo in Russa, per evidenziare due aspetti. Il primo è questo: se la letteratura deve sostenere la rivoluzione, allora deve essere anch'essa rivoluzionata. Deve combattere la propria stessa ideologia e quindi la propria autonomia assoluta e le proprie prerogative di attività idealmente superiore. Ecco allora i richiami al lavoro concreto, alla pratica intellettuale e artistica, alla produzione. In un intervento del 1923, intitolato il nostro lavoro verbale, Majakovskij e Brik rivendicano la parità di livello dell'artista, togliendo peso alle stesse distinzioni di genere tra la poesia e la prosa, unica preoccupazione dovendo essere il lavoro sulla «materia prima della parola», compiuto in una sorta di sperimentale «laboratorio». Una seconda conseguenza è il netto rifiuto della mistica dell'arte, che le attribuirebbe un ruolo sopraordinato. Dal cielo in terra, s'intitola significativamente un intervento majakovskiano del 1923. E un intervento che mi è sempre sembrato ben centrato è quello di Osip Brik, nel 1918, Il Dio illeso. Qui si mette il dito sulla piaga perché si sottolinea come una certa "mistica artistica" sopravviva alla rivoluzione socio-economica:

Non pochi dèi ha rovesciato il proletariato, non poche cose sacre ha smitizzato. Ma un dio è rimasto illeso, in un tempio il proletariato vincitore teme di entrare. Questo dio è la bellezza, questo tempio è l'arte. Quanto più si dà ascolto a ciò che dicono i rappresentanti del proletariato nei comizi e nelle assemblee, nei discorsi e nella stampa, tanto più ci si stupisce: da dove viene questa improvvisa timidezza, questo incomprensibile timor sacro? (...) Niente di strano se la borghesia e la intelligencija borghese, impregnate di incenso ideologico, sono pronte a sbranare chiunque osi accostarsi con irriverenza all'iconostasi consacrata da secoli di tradizioni. È invece strano che sia un proletario ad atteggiarsi a sacerdote furioso.

Il problema è che il regime monopartitico prodotto dalla rivoluzione non gradisce il parallelismo e non gradisce un collaboratore così drastico e così indipendente. E anche ‒ effettivamente ‒ così paradossale: infatti la rivoluzione porta in alto il proletariato, mentre l'avanguardia appare troppo complicata nel suo attacco al senso comune, in una parola troppo "impopolare". Majakovskij si sforza a più riprese di rispondere a questa obiezione. Una volta nel 1920, in una Lettera aperta a Lunačarskij, che era il Commissario del Popolo all'Istruzione e aveva mostrato simpatia per i futuristi (lo dice anche Gramsci nell'articolo sopra menzionato), Majakovskij risponde alla critica di incomprensibilità, ribattendo: «E la vecchia arte è forse comprensibile?». Un'altra volta nel 1928, mettendo addirittura l'obiezione tra virgolette nel titolo: «Gli operai e i contadini non vi comprendono»; qui l'argomento è ironico-satirico: mentre gli incompetenti di solito si nascondono, stanno zitti per evitare figuracce, nel caso della cultura e della letteratura l'ignoranza si fa orgogliosa e tronfia, si fa merito e dà la colpa all'autore della propria mancanza di comprensione: «Non ho ancora visto nessuno vantarsi a questo modo: "Come sono intelligente! Non capisco l'aritmetica, non capisco il francese, non capisco la grammatica!". Ma il gioioso grido di guerra: "Non capisco i futuristi!" risuona da quindici anni, si spegne e poi tuona ancora con accento ilare e trionfale». All'imperativo di comunicare con le masse, Majakovskij risponde:

L'arte non nasce arte di massa, lo diventa a conclusione d'una somma di sforzi (...). Il carattere di massa è il risultato della nostra lotta, non già l'effetto di una magica camicia con la quale nascerebbero i pargoli felici di qualche genio letterario.

Bisogna saper organizzare la comprensione di un libro.

Questi punti di inciampo sono quelli che resteranno ad impedire che le rivoluzioni parallele si incontrino. Majakoskij reggerà fino al 1930. Ma all'epoca del Bagno indicherà chiaramente l'avversario interno: «Lo sciame dei burocrati / non lo pulisci / di colpo». E proprio in quella pièce teatrale al compagno dirigente Pobiedonosikov (che ha nel suo nome la trionfalistica parola "pobeda", vittoria) erano fatti enunciare i principi di una estetica del riflusso: «Occorre trasformare, attenuare, poetizzare, smussare»; «il vostro compito è di accarezzare lo sguardo, non di turbare»; una rivoluzione è già troppo: «Noi, dopo la nostra attività statale e sociale, ci vogliamo riposare. Ritornate ai classici!». Dopo il suicidio di Majakovskij, negli anni Trenta s'impone indisturbato, sotto il regno di Stalin, il canone del realismo contenutista, il cosiddetto ždanovismo. Il modello di una politica culturale che vuole solo intellettuali allineati a gloria di un progresso prefissato e di una storia che non può che andare in un unico senso.

Le due rivoluzioni torneranno ad intrecciarsi in maniera asimmetrica ancora nel surrealismo francese, tra Révolution surréaliste e Surréalisme au service de la révolution. Ma in Italia vince il fascismo e l'unica salvezza è il contrario della rivoluzione, l'involuzione ermetica, l'"assenza". Bisognerà aspettare il dopoguerra e allora inizia il capitolo del PCI e gli scrittori.

L'impegno oltre la linea: Vittorini

Nella ripresa del dopoguerra, si apre l'epoca dell'impegno e della responsabilità dello scrittore verso la realtà. Sartre pubblica nel 1947 Che cos'è la letteratura?, un vero e proprio manifesto dell'engagement. Lo scrittore ‒ in particolare di narrativa, perché Sartre sembra curiosamente dispensare il poeta ‒ ha davanti un campo secondario, è vero, ma che deve occupare secondo il massimo imperativo morale, in quanto la sua opera di "svelamento" ha da servire al "cambiamento". In questo caso, pare che le due istanze si possano fondere:

Così, nel parlare, svelo la situazione mentre progetto di cambiarla; la svelo a me stesso e agli altri per cambiarla; la colpisco nel suo noc­ciolo, la trafiggo e la fisso agli sguardi di tutti; ora ne dispongo, a ogni parola che dico m'impegno sempre di più nel mondo, e nel tempo stesso ne emergo un po' di più, dato che lo supero in direzione dell'avvenire. Così il pro­satore è un uomo che ha scelto un certo modo d'azione secondaria che si potrebbe chiamare l'azione per rive­lazione.

"Svelamento" e "cambiamento", "rivelazione" e "azione", hanno concordemente di mira la «libertà degli uomini» («Impegnati a che cosa? Si fa presto a dire: a difendere la libertà»).

Tuttavia, malgrado l'empito generale, in questo periodo presso di noi si manifesta il caso di una clamorosa non-coincidenza ‒ forse dovuto anche al fatto che la nostra cultura era rimasta indietro e si va documentando in ritardo sui movimenti che si erano persi, come il surrealismo o Brecht. Il nodo della questione, a me sembra, sta nella la politica culturale del partito. Il Partito Comunista si dota di strumenti di stampa atti a promuovere un certo tipo di cultura e improntati a una determinata "linea". L'importanza della cultura era stata indicata da Gramsci secondo l'immagine dei rifornimenti che erano necessari all'azione sul fronte principale di lotta (in altre parole: la formazione del consenso). Tuttavia, Gramsci aveva chiara la necessità della mediazione e della indipendenza relativa dei gruppi intellettuali, per quanto all'analisi risultassero "organici". Ma la riflessione di Gramsci subito dopo la guerra non era ancora entrata in circolo: si stava essenzialmente al nazionale-popolare e prevaleva un misto di tradizione e divulgazione che finiva spesso in una posizione antimoderna. L'esistenza di una "linea del partito", espressa da una posizione di potere con effetti di paternalismo, divideva subordinati e insubordinati, ortodossi ed eterodossi. La ricerca dell'egemonia sanciva l'importanza della cultura, dei rifornimenti appunto, ma ‒ volendo ordinare i suoi propri rifornimenti ‒ si scontrava con i "rifornitori". Il partito affermava di lottare per la libertà di tutti, ma, in nome della libertà, esigeva compiti obbligati.

Se il comunismo è abbracciato con entusiasmo da molti scrittori in quanto speranza futura di giustizia sociale (in fondo il comunismo ‒ diceva Brecht ‒ è semplicemente "il giusto mezzo"), non altrettanto è apprezzato l'allineamento. È chiaro che sto generalizzando pensando al "Politecnico" di Vittorini e alla sua polemica con Togliatti. Siamo appena nel 1946-47 e già lo slancio della ricostruzione si imbatte in un punto di contraddizione. Forse Vittorini esagerava nella distinzione di compiti tra cultura e politica, attribuendo alla prima la storia e alla seconda la cronaca, così rimandandola nel mero tatticismo quotidiano, ma ciò che emerge nelle obiezioni degli organi vicini al Partito e poi nell' intervento in prima persona di Togliatti è indubbiamente il fastidio di posizioni troppo aperte. C'è poco da fare, per quanto Togliatti rivendichi il diritto a dire la propria opinione personale, il parere di un segretario è ben più pesante di quello di un semplice lettore. A rileggerlo oggi, malgrado il tentativo di ironia, si nota in filigrana il timore del pluralismo come indebolimento della linea e la preoccupazione che l'attenzione al "nuovo" possa infiltrare posizioni eterodosse (la «strana tendenza a una specie di "cultura" enciclopedica, dove una ricerca astratta del nuovo, del diverso, del sorprendente, prendeva il posto della scelta e dell'indagine coerenti con un obiettivo»).

Vittorini, all'inizio del 1947, risponde dialogando in un lungo articolo (quasi un saggio), dove accetta le critiche, ma le rovescia ricordando che il V Congresso del Partito (dicembre 1945-gennaio 1946) aveva consentito l'iscrizione al partito senza discrimini ideologici «indipendentemente dalla razza, fede religiosa e dalla convinzioni filosofiche». Nell'occasione, Vittorini tocca diversi punti riguardanti il rischio di riduzione del ruolo intellettuale: 1) la "giusta posizione" non si può ridurre all'appartenenza a una classe: per quanto egli stesso abbia iniziato come operaio autodidatta, è necessario guardare anche agli scrittori della borghesia, se sono autocritici, se i «motivi borghesi sono motivi di vergogna dell'essere borghesi e di disperazione d'essere borghesi»; quella letteratura sarà da considerare «rivoluzionaria, malgrado i suoi vizi borghesi, come tanta letteratura del Settecento inglese o francese era rivoluzionaria malgrado i suoi vizi aristocratici»; 2) la valutazione politica va data in base alla pertinenza culturale, non in base alla persona e alle sue dichiarazioni, in quanto «La linea che divide, nel campo della cultura, il progresso dalla reazione, non si identifica esattamente con la linea che li divide in politica»; 3) Non si tratta di sbandierare l'ortodossia marxista, ma di aprire un'approfondita riflessione sullo stesso Marx; 4) non si può sostituire la ricerca con l'acquisizione, il metodo con il sistema: di qui la necessità di aggiornamento e di apertura attenta, a quell'altezza, su esistenzialismo, pragmatismo, psicoanalisi (più tardi sullo strutturalismo).

E quando Vittorini afferma che la "lotta contro l'automatismo" non si risolve con l'eliminazione dell'automatismo economico, siamo di nuovo di fronte all'ipotesi della necessità di una doppia rivoluzione: per dare il suo apporto la cultura non può essere irreggimentata, e conviene in primo luogo alla politica lungimirante che la cultura e la letteratura non siano asservite:

La cultura che perda la possibilità di svilupparsi in quel senso di ricerca che è il senso proprio della cultura, e si mantenga viva attraverso la possibilità di svilupparsi in «senso di influenza», cioè in un senso politico, lascia inadempiuto un compito per aiutare ad adempierne un altro. Né si deve credere che alla politica serva (anche se a volte lo sollecita o addirittura lo esige) un aiuto simile. L'influenza che la cultura può esercitare agendo da mezzo della politica sarà sempre molto esigua. E accade inoltre che sia inadeguata, che sia imperfetta. Tanto di più serve invece, obiettivamente, alla storia (e alla politica in quanto storia) che la cultura adempia il proprio compito, e continui a porsi nuovi problemi, continui a scoprire nuove mete da cui la politica tragga incentivo (malgrado il fastidio avutone sul momento) per nuovi sviluppi nella propria azione. Nel corso ordinario della storia, è solo la cultura autonoma (ma, si capisce, non sradicata, non aliena) che arricchisce la politica e, quindi, giova obiettivamente alla sua azione; mentre la cultura politicizzata, ridotta a strumento di influenza, o, comunque, privata della problematicità sua propria, non ha nessun apporto qualitativo da dare, e non giova all'azione che come un impiegato d'ordine può giovare in un'azienda.

"Suonare il piffero", secondo la sua famosa immagine, conduce ‒ scrive Vittorini ‒ all'arcadia degli opportunisti e degli imitatori, produce un appiattimento che non serve a nessuno. Scontando tutto l'idealismo che si vuole (che poi era notevole anche dall'altra parte), tuttavia bisogna riconoscere che Vittorini, nella "lotta contro l'automatismo", è dalla parte dell'interrogativo critico.

Resta da vedere cosa accade quando l'autonomia della cultura e della letteratura passa da relativa ad assoluta.

Il cavaliere solitario: Pasolini

La crisi degli anni Cinquanta, con il crollo del modello sovietico, incrina il ruolo-guida del Partito Comunista e con esso lo stesso termine "comunismo" comincia a essere messo in questione. L'esito potrebbe essere più comunismo (o un comunismo più autentico, come sarà per i giovani del Sessantotto) oppure mai più comunismo, con il rientro ideologico che preparerà l'avvento, più tardi, dei debolismi e trasformismi postmoderni. Il modello sovietico funzionerà ancora, ma precisamente ribaltato in senso anticomunista: sarà la vocazione al dissenso.

La figura più rappresentativa di questo passaggio è indubbiamente Pier Paolo Pasolini. Il caso di Pasolini è significativo perché distaccatosi dal Partito per eventi personali già prima della crisi storica, tuttavia conserva nel contrasto tra l'individuo e l'istituzione un'istanza sociale e pedagogica nonché un'etica assai imperativa. Se ci teniamo allo scritto Marxisants, che è del 1959, vediamo che alla sfiducia nel comunismo come organizzazione si accoppia il tentativo di delineare un comunismo come utopia. Nella nuova situazione neocapitalista, scrive Pasolini, la lotta verso il potere si è fatta più subdola e più dura, né vi valgono le vecchie parole d'ordine, «fede, populismo, impegno sono dati superati». Ma ecco il problema della "rigenerazione"; da un lato «una ricostruzione rigeneratrice e semplificatrice del comunismo, a me, osservatore di passaggio e incompetente, non pare preannunciarsi all'orizzonte ideologico»; dall'altro lato però ‒ sia pure al condizionale ottativo ‒

si tratterebbe addirittura di una intera rigenerazione del marxismo, forse, assolutamente ina­spettata: tilt improvviso d'una macchina che pareva fun­zionare così bene: ordine dentro l'ordine nemico.

Il fatto che il comunismo, condotto a questo da una necessità storica in parte imprevedibile e imprevista, debba modificarsi a diventare tout court «il partito dei poveri» non significa che, nella sede ideologico-lettera­ria debba prevedere una specie di nuovo populismo, di nuova maniera umanitaria. Anzi: questo momento di depressione del comunismo, in quanto necessaria e par­ziale rinuncia a imperniare la propria azione sulla «ari­stocrazia» operaia e su una tradizione di intelligenza ideologica e filosofica, coincide con la riscoperta ‒ cosciente ed elaborata ‒ da parte dello scrittore, di una sua condizione «eletta», di una sua sostanziale «aristocraticità».

Questa "elezione aristocratica", fondamentalmente singolare rispetto a un "partito dei poveri" soltanto evocato, connota l'attività polemica di Pasolini fino agli "scritti corsari", consacra la figura dell'intellettuale "solo contro tutti". Sarà l'obbligo dell'anticonformismo per partito preso, anche a costo di rasentare il conformismo dell'altra parte, la vocazione allo "scandalo", al sacrificio eroico, al farsi mito.

Lo vediamo anche, con grande chiarezza bisogna riconoscerlo, in quel testo centrale che sono

Le ceneri di Gramsci, datato 1954. In quel "dialogo sull'estrema soglia" tra l'elegiaco e l'allegorico, Gramsci è scelto sì come martire («morto disadorno») ma anche, prima di tutto, e non potrebbe mancare di esserlo, come dirigente comunista. La contraddizione che Pasolini ne ricava, non è poi tanto una esitazione tra due poli, quanto in realtà una sorta di distacco: «Lo scandalo del contraddirmi, dell'essere / con te e contro te; con te nel cuore, / in luce, contro te nelle buie viscere; / (...) attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione // la sua allegria, non la millenaria / sua lotta: la sua natura, non la sua / coscienza: è la forza originaria // dell'uomo, che nell'atto s'è perduta, / a darle l'ebbrezza della nostalgia, / una luce poetica: ed altro più // io non so dirne, che non sia / giusto ma non sincero, astratto / amore, non accorante simpatia...». È evidente che il "contro" prevale sul "pro" e colui che parla è dalla parte delle "buie viscere" (contrapposte alla "luce" illuministica), del presente dell'"allegria" da godere subito rispetto al futuro della "lotta" da preparare pazientemente, della "natura" rispetto alla "coscienza", della "luce poetica" rispetto alla partecipazione organizzata.

Che poi l'intellettuale non possa liberarsi della coscienza e resti in qualche modo a metà strada è detto nel finale («Ma io, con il cuore cosciente / di chi soltanto nella storia ha vita, / potrò mai più con pura passione operare, / se so che la nostra storia è finita?»), ma dopo aver accostato con forte empatia, insieme estetica ed erotica, la vita brulicante degli inconsapevoli: «È un brusio la vita, e questi persi / in essa, la perdono serenamente, / se il cuore ne hanno pieno: a godersi // eccoli, miseri, la sera: e potente / in essi, inermi, per essi, il mito / rinasce...». Certo, Pasolini sarà poi lontano mille miglia dal postmoderno e ne vedrà come tragedia assoluta l'omologazione; però intanto, la "fine della storia", la massa "persa" nel godimento sono già qui ‒ e sottolineo, ovviamente il mito che "rinasce"...

Si potrebbe anche dire che in Pasolini l'"andata al popolo" promossa dall'engagement ha fatto un passo oltre il termine previsto e ha trovato gli esclusi dalla nozione di "popolo", cioè i sottoproletari, gli immigrati delle borgate, una sorta di accerchiamento "beduino" attorno alla grande metropoli. Il mondo del lavoro operaio, della produzione in generale è visto da Pasolini (al contrario di Volponi), già inserito nell'orizzonte del capitalismo e con esso in una "ragione" che è infettata dallo sfruttamento (vedi il finale de Il pianto della scavatrice: «La luce / del futuro non cessa un solo istante // di ferirci: è qui, che brucia»), l'alternativa è quella dell'uomo incorrotto (non priva di nostalgia per il vecchio mondo contadino), che si trasferirà nel Terzo Mondo per poi scontrarsi con la fine delle aree incontaminate nella globalizzazione, che sarà lo sfondo nero dell'ultimo Pasolini di Salò e di Petrolio.

Il "corsaro" farà battaglie anche giuste, ma definendo il suo intervento sempre en poète, sempre da poeta: dove per "poesia" s'intende la "voce della purezza". Una voce che, se pure è tesa a promuovere un miglioramento comune, conserva il privilegio e non rivoluziona più se stessa.

Di alcune bandiere possibilmente da riunire: Sanguineti

Edoardo Sanguineti è l'anti-Pasolini, con reciproca polemica prima, durante e dopo. Al contrario dell'anticonformismo conformista è invece il portatore di un conformismo provocatorio e in questo senso anticonformista (cioè contrario all'anticonformismo solo apparentemente radicale). Così come vanta il tema dell'amore coniugale, altrettanto Sanguineti potrebbe vantare anche il sostegno al Partito Comunista (che gli è valso, anche di recente l'epiteto di "stalinista").

Si possono ricordare alcuni passi presenti nelle sue poesie. Nel Purgatorio de l'Inferno (siamo nel 1961): «così (nella soffitta di via Pietro Micca) io e mia moglie / scrivemmo: W PCI (in ogni angolo); e io lo scrissi tre volte (sopra / il caminetto); e mia moglie disse: ma questo / è un covo di missini / - e scrivevamo W PCI, rabbiosamente, sui muri / (e io incidevo la scritta con una chiave):». Oppure ancora la risposta a Montale: «sono un chierico rosso e me ne vanto», in Postkarten (in data 1976). Tuttavia questo "allineamento", questa "ortodossia" merita più di qualche precisazione: uno che ha iniziato scrivendo «Composte terre in strutturali complessioni sono Palus Putredinis» non può essere minimamente catalogato tra gli autori del "messaggio impegnato" e della retorica umanitaria.

In più punti, in interventi e interviste, Sanguineti è tornato sul comunismo. Ha anche scritto una introduzione (datata 1998) alla ristampa Meltemi del Manifesto di Marx e Engels, e vi ha messo nelle righe conclusive la prospettiva di una «autentica "rivoluzione comunista", quale è praticabile nella pienezza dei tempi della globalizzazione imperialistica»; ancora in tempi recenti ha insistito sulla lotta di classe, la coscienza di classe e addirittura l'odio di classe. Puntualizzando:

La contrapposizione fra quelli che comunemente chiamiamo ricchi e poveri va ripensata alla luce del fatto che i poveri sono degli sfrut­tati. Se continueremo a chiamarli poveri avremo solo buone intenzioni e carità pelosa con cui l'Occidente ric­co vuole salvarsi l'anima. Se cominciamo a dire che so­no dei proletari sfruttati o addirittura peggio, esonerati dallo sfruttamento perché sono talmente al di sotto del­la sussistenza che la sola cosa che possono fare è mori­re come mosche, allora potremo ricominciare a ragio­nare in termini di materialismo storico. Che dico? Po­tremo ricominciare a ragionare semplicemente.

Eppure, come va che in quella stessa intervista (Sanguineti's song, 2006) il nostro dichiarava di non aver mai preso la tessera (sarà deputato di sinistra, ma come indipendente) in quanto non del tutto convinto del partito e soprattutto della politica culturale?

Bisogna capire ritornando al discorso delle due rivoluzioni: secondo Sanguineti una non può esistere senza l'altra. È d'obbligo la ricerca di mediazione, che Sanguineti porterà avanti anche nelle formule adottate, sostenendo la compatibilità del realismo con l'avanguardia e con l'allegoria (il "realismo allegorico"). Insomma, se per un verso la letteratura dovrà essere ideologia nella forma del linguaggio e su quel terreno «sperimentare e criticare la fine delle gerarchie (...) e dei valori» (così in Per una letteratura della crudeltà, 1967, che è il punto più estremo di questa riflessione), altrettanto però il comunismo, per essere infine davvero tale, deve contenere il nesso con quella "pulsione anarchica" che innerva in profondità l'esperienza delle avanguardie del Novecento.

L'elogio dell'anarchia: altro che stalinismo! Proprio nella sopra citata introduzione al Manifesto marx-engelsiano, si sostiene che «il comunismo si presenta come la realizzazione concreta, realisticamente praticabile, di quel "sogno di una cosa" che fu proprio di tutte le utopie anarchiche, e di tutti i loro mondi alla rovescia». Ma mi piace citare un brano poco noto e ‒ a quanto ne so ‒ mai ripreso in volume; si tratta di un intervento nel dibattito del convegno Gli antipodi, sulla letteratura cubana e italiana (riportato dalla rivista "l'immaginazione" n.115, 1994):

Vorrei finire con questa osservazione: Gramsci, parlando dell'idealismo, aveva in mente Croce e Gen­tile certamente, ma diceva: che cosa è l'idea­lismo se non in sostanza l'ideologia dell'auto­nomia degli intellettuali, e che cosa si oppo­ne a questo da un fronte avverso, qual è l'al­ternativa? Bene, più ci penso più mi convin­co che la vera forma in cui in concreto si è sviluppata la lotta contro l'illusione dell'auto­nomia degli intellettuali è una ideologia di ti­po anarchico. Questo è il filo rosso della rivo­luzione culturale del nostro secolo. Il comuni­smo, il marxismo hanno agito potentemente in quanto sono stati vissuti (quando sono stati vissuti), come vera espressione del so­gno dell'anarchia, quale sviluppo completo delle capacità umane presso ogni uomo. Questo obiettivo è ed è stato l'obiettivo co­mune di anarchici e di materialisti, o se vole­te di anarchisti e di marxisti: l'anarchismo la forma utopica di questa realizzazione, e al marxismo tocca di offrire una risposta reali­stica. Le forze intellettuali hanno giocato un ruolo importante di contestazione, in quanto hanno pensato che il loro ruolo era fonda­mentalmente legato, in infinite forme concre­te, ad una risposta di tipo anarchico. La non autonomia dei gruppi intellettuali ha fon­damentale rispecchiamento nell'atteg­giamento anarchico. E poiché la domanda in sostanza era, in qualche modo, "che fare"? lo direi: risolleviamo le bandiere dell'anarchi­smo che il socialismo reale ha lasciato cade­re nel fango.

La reprimenda verso la politica c'è tutta, in quella immagine delle bandiere gettate «nel fango», che è la perdita dell'utopia e della libertà radicali; ma d'altra parte c'è anche la necessità per l'arte di farsi «figura di un progetto di società», senza il quale scade a esercizio compensativo ed è facile preda del mercato e di un immaginario colonizzato.

Il problema è che l'arretramento progressivo sia del progetto politico che di quello letterario. Cosa succede se, malgrado i buoni auspici, delle "due rivoluzioni" non ne resta nessuna o decadono a residui storici da anniversari? Quella corretta mediazione da ricercare dove troverà gli agganci che aveva, malgrado tutto, in passato? In fondo, quando interpreta la formula dei "novissimi" nella sua ambiguità, prospettandoli come "gli ultimi" («era l'etichetta più ambigua possibile, perché pigliava due piccioni con una sola fava. Da un lato gli ultimi semplicemente, i più giovani e in­novativi, ma dall'altro lato gli ultimi, cioè quelli che chiudono vera­mente un ciclo. Dopo di noi il diluvio», dice al convegno del quarantennale del Gruppo 63), Sanguineti sembra pensarla negativamente: ed è un fatto che non abbia aiutato più di tanto gli sforzi di riproporre l'alternativa letteraria nella fine secolo.

Prove di comunismo "altro" (tra molti interrogativi)

Nel XX e ultimo Congresso del PCI, tenutosi a Rimini il 31 gennaio del 1991, dove era in ballo il cambiamento del nome, circolava un piccolo libretto intitolato Mozione dei poeti comunisti. Tra gli autori ivi raccolti, Mario Lunetta difendeva con forza quel termine che si voleva abolire:

Ecco, compagni, alcune delle ragioni del mio essere

comunista, con un perché affermativo e molti

perché interrogativi, fatti anche di debiti verso

tanti morti e di passione verso tanti vivi, verso noi

tutti, qui, ora, in questa città, sotto questo cielo

imbottito di smog, di biossido di carbonio, di

diossina, di benzopirene, attenti, disperati

ma fiduciosi, irati e sereni, con calma e ragione,

con tutta la calma e la ragione consentite

a chi vive in una radura di iene, in un covo

di serpenti.

E vale la pena di riprendere anche l'introduzione di Filippo Bettini, nelle battute iniziali:

Se comunismo significa aspirazione ad una società di "liberi ed uguali", liberazione dall'oppres­sione dello sfruttamento secondo il principio sempre più valido "a ciascuno secondo i propri bisogni, da ognuno secondo le proprie possibilità", esso, ben lungi dall'identificarsi nelle sorti del socialismo reale, rappresenta ancor oggi l'unico progetto del possibile futuro di un'umanità svincolata dall'impero della merce e del denaro e dal conseguente dominio dell'uo­mo sull'uomo. Ogni altro disegno politico resta tuttora interno all'ottica dell'ineluttabile mercificazione della vita, dei suoi valori e dei rapporti sociali.

Poi è caduto il silenzio: "comunismo" è diventata una parola impronunciabile, se non piccoli e sparuti gruppi (spesso un po' troppo nostalgici). Si può ben dire che si è tornati all'inizio, quando era uno "spettro" (Jacques Derrida ci ha ricamato sopra da par suo interessanti arabeschi). Se ne discute in seminari, in giro per l'Europa, come dimostra il volume L'idea di comunismo (pubblicato in traduzione nel 2011) con interventi di vari autori tra i quali i filosofi Alain Badiou e Slavoj Žižek. In particolare il secondo conferma: «l'Idea comunista perdura. Essa sopravvive ai fallimenti della sua realizzazione come uno spettro che ritorna ripetutamente»; e ancora:

è cruciale insistere sull'Idea comunista, emancipatrice e ugualitaria, e insistervi nel preciso senso marxia­no: ci sono gruppi sociali che, non avendo un posto determinato nell'ordine «privato» della gerarchia sociale, rappresentano diret­tamente l'universalità; sono coloro che Rancière chiama «la parte dei senza-parte» del corpo sociale. Ogni politica davvero emanci­patrice è generata dal corto circuito tra l'universalità dell'«uso pubblico della ragione» e l'universalità della «parte dei senza-parte».

Aggiungerei il recente Fredric Jameson di An american Utopia (2016), che riprende e concretizza spunti di Bellamy e addirittura della fantascienza di Ursula Le Guin (il comunismo del pianeta Anarres!...).

Anaress, il pianeta delle utopie concrete

Davvero si sente l'esigenza di tornare a ragionarvi, idea o ipotesi o pulsione che sia. Tornare a discutere alla radice, certamente, la presa del potere e la dittatura del proletariato (Žižek la difende provocatoriamente così: «Si ha effettivamente "dittatura del proletariato" solo quando lo Stato stesso è radicalmente trasformato, perché fa affidamento a nuove forme di partecipazione popolare»). Si potrebbe ripartire dai "beni comuni", oppure iniziare materialisticamente con il lavoro, con la "leva del lavoro", ossia l'obiettivo del pieno impiego (vedi Jameson nel succitato volume). Da qualunque punto lo si voglia raccapezzare, il comunismo è chiaro che necessita di un lavoro culturale ingente dentro e contro le correnti centrifughe di oggi, tra edonismo, identitarismo e schizofrenia confusiva. Occorre un'igiene dell'immaginario: e questo è proprio compito essenziale dell'arte, che è finzione, immaginazione. Come dice ancora il libro di Jameson, «it is around the negation of every actually existing society and its practices that the vocation of art needs to be organized and defended».

Penso che lo stesso Gramsci, interrogato oggi, lascerebbe il nazionale (ormai "sovranista") e il popolare (ormai inglobato nelle logiche di mercato) e sarebbe d'accordo per l'internazional-modernismo...