Continua la serie di accoppiamenti giudiziosi

con cui Carlino va rileggendo il '900

ACCOPPIAMENTI GIUDIZIOSI

GOZZANO - I PRERAFFAELLITI

di Marcello Carlino

Non v'è dubbio che D'Annunzio qui funga da ispiratore o, per meglio dire, da mediatore culturale, certamente autorevole. Tanto più che il testo risale al 1903 - quando l'emancipazione gozzaniana dal divo Gabriele non è ancora giunta a compimento - pubblicato su di un periodico da salotto mondano. La preraffaellita si tiene infatti tra sacro e profano, tra sensualità e compostezza trasognata prossima ad una trasfigurazione mistica. Come appare nella terzina finale del sonetto di Gozzano: la «bocca lussuriosa», in aderenza ad un piglio severo nient'affatto disposto a carinerie («Niuna dolcezza è nell'aspetto fiero»), accoppia ad un eros sostanziato di carnali finezze una concentrazione come ascetica favorita dal «Silenzio» e dal «Mistero» (detti in maiuscolo, così da accentuare l'aura simbolica che ne avvolge la pronuncia), fragranti come un'essenza di profumo. Del resto la religiosità è chiamata apertis verbis nella seconda quartina («una pompa religiosa ostenta»), sostenuta dal netto contorno lineare (la linea per tradizione è titolo a garanzia del classico), che contiene ed esprime insieme il valore della figura femminile; quella religiosità che pure può schiudere, a contrasto, paradisi di piacere (e in effetti il "quasi", che precede con compiti di attenuazione, da sordina, può leggersi come segnale premonitore: «quasi una pompa religiosa ostenta»). Comunque la stessa veste, preziosa e inevitabilmente serica, come da campionario estetizzante, è di importazione dannunziana («avvolta d'ermesino e di sciamito»); e proviene dall'immaginifico la voltura intersemiotica di un quadro di Dante Gabriele Rossetti, passato alla storia, nel nome di Beatrice, come un logo della pittura preraffaellita: «Tien fra le dita de la manca un giglio / d'antico stile, la sua destra posa / sopra il velluto d'un cuscin vermiglio».

Epperò l'arte ritrattistica di Gozzano (quella che presiederà alla straordinaria pittura alla fiamminga della Signorina Felicita) vuole puntualità, esattezza, acribia, primissimo piano sui dettagli: caratteri, questi, che, da subito puntando sui particolari e quasi espiantandoli tanto da frammentare l'intero, contravvengono a sontuose sintesi totalizzanti e finiscono per generare straniamento; e si tratta di premesse acontraggenio, di promesse di interdizione del modello da atelier al quale è fatto riferimento.

Ma passa un anno e il ritratto della Preraffaellita, corretti alcuni dettagli, non secondari tuttavia, è prestato all'Antenata. Mettiamo a fronte i due sonetti di Gozzano. La preraffaellita: «Sopra lo sfondo scialbo e scolorito / surge il profilo della donna intenta, / esile il collo; la pupilla spenta / pare che attinga il vuoto e l'infinito. // Avvolta d'ermesino e di sciamito / quasi una pompa religiosa ostenta; / niuna mollezza femminile allenta / l'esilità del busto irrigidito. // Tien fra le dita de la manca un giglio / d'antico stile, la sua destra posa / sopra il velluto d'un cuscin vermiglio. // Niuna dolcezza è ne l'aspetto fiero; /emana da la bocca lussuriosa / l'essenza del Silenzio e del Mistero». L'Antenata: «Nel fino cerchio di chelonia e d'oro - / ove un ignoto artefice costrinse / il bel sembiante, poi che lo dipinse / sopra l'avorio, con sottil lavoro - // per qual virtù la dama antica avvinse / il pallido nipote?In qual tesoro / di sogni fu che il giovinetto attinse / la mestizia più dolce dell'alloro? // l'Ava mi guata. - Nella manca ha un giglio / di stile antico; la sua destra posa / sopra il velluto d'un cuscin vermiglio. // Niuna dolcezza è nell'aspetto fiero: / emana dalla bocca disdegnosa / l'orgoglio, la tristezza ed il mistero».

Nel sonetto del 1904 la cornice raffrena e immobilizza il ritratto e la tecnica del cammeo sa ancor più d'antico; e il tempo scorre inesorabile, misurato nella sua lunghezza dall'incontro che la pagina propone con il nipote, evidentemente a distanza di generazioni; e c'è il languore, la malinconia, la corrente di autoconsapevolezza che spegne l'illusione di un pubblico riconoscimento del lavoro del poeta (per altro, con alcune variazioni, l'alloro tornerà in scena nei versi di Gozzano, straniato da un riso amaro di disincanto); e infine sale alla ribalta l'io che scevera, che compara, che interpreta. Cosicché le due terzine finali sono riprese tali e quali da quelle della Preraffaellita, con differenze di fortissimo rilievo, però, negli ultimi due versi: una impugnazione vera e propria. La bocca è diventata ora «disdegnosa» (non c'è traccia più di lussuria) e «orgoglio», «tristezza» e «mistero» sono ingaggiati da attori nel cast, privi di maiuscole.

La vogue preraffaellita adesso è offerta emendata di misture estetizzanti di sacro e di profano, di misticismo e sensualità; la figura femminile, cara alla pittura di Dante Gabriele Rossetti e ripresa dalla poetica strumentale di D'Annunzio, contro gli usi convenuti vede riportate indietro, in un passato remotissimo, le lancette del tempo. E diviene l'ospite di segni di un incalcolabile altrieri a cui rivà la memoria, ma che contornato di mistero, con l'orgoglio residuale che esala dai repertori d'antan, inattiva virtù, inscena la tristezza, la malinconia delle cose che furono, che non possono tornare, fatte irreparabilmente lontane dalla fine imposta dal tempo, dalla morte.

Il distanziamento da D'Annunzio, che si espliciterà presto tracimando in un ironico, caricato antidannunzianesimo, passa dunque attraverso una antichizzazione ed anche una composizione perinde ac cadaver dell'arte preraffaellita, che saranno riusati da ingredienti in altri quadri di rappresentazione della Via del rifugio e dei Colloqui.

In una chiave siffatta, quale enucleazione e messa in chiaro di alcune forme del contenuto della moda pittorica di Dante Gabriele Rossetti, e quale straniante rinvenimento del tempo - nella sua corsa inesorabile - e della morte in quella moda, l'incontro con i Preraffaelliti è per Gozzano ben proficuo. Certo da menzionare.