Cultura e Società

       A quarant'anni dalla strage di Via Fani e del sequestro di Aldo Moro le verità nascoste

“COMPAGNI” CHE NON SBAGLIARONO

di Aldo Pirone

Nei giorni scorsi, il 16 marzo, c'è stato l'anniversario del rapimento di Aldo Moro e della strage della sua scorta. Su alcuni giornali e anche TV è andata in onda la consueta, ormai da anni, interlocuzione di vari giornalisti con i terroristi delle BR protagonisti di quel rapimento, prima, e dell'assassinio poi. Tutte ricostruzioni deviate e devianti che tendono a oscurare e nascondere il senso politico di quell'assassinio e anche urticanti per i familiari delle vittime e per le persone, milioni, che si sono schierate e hanno combattuto contro il terrorismo "rosso" dei cosiddetti "compagni che sbagliano". Urticanti perché vedere gli assassini pontificare in TV cercando di propinare ancora la loro versione farlocca di quella tragedia che ha deviato lo sviluppo della democrazia italiana, non può non indurre un senso di ributtante ribrezzo.

Le uniche parole di verità politica e storica le ha riproposte Sergio Flamigni in un'intervista a Vindice Lecis pubblicata su "Fuoripagina". Deputato e Senatore del PCI dal 1968 al 1987, Flamigni è stato partigiano, commissario politico della 29esima "Brigata Garibaldi" "Gastone Sozzi", operante nel forlivese nel 1944. Da deputato, prima, e senatore poi, ha fatto parte della commissione bicamerale antimafia, di quella sulla Loggia P2 e della commissione d'inchiesta sul caso Moro. Oggi a 93 anni non si stanca di controbattere le fake news brigatiste perché conosce a fondo tutta la vicenda del rapimento e dell'uccisione di Moro e, soprattutto, non ne ha smarrito il senso politico. Flamigni invita, innanzitutto, "A non dare credito alle verità di comodo che i brigatisti e gli apparati ci hanno sempre raccontato" perché "Ci sono anche le verità indicibili: quelle coperte dal segreto, riguardanti complicità dei servizi segreti diretti da uomini della P2, oppure relative alle ingerenze straniere che ebbero parte nella vicenda Moro. Le verità dicibili, sono le verità di comodo, del memoriale Morucci e Faranda. Quel memoriale, sollecitato dal capo del Sisde, redatto dal giornalista Cavedon, consegnato da suor Tersilla Barillà al presidente Cossiga il 13 marzo 1990, venne da lui trasmesso al ministro dell'Interno Gava tramite il prefetto Mosino solo il 26 aprile dello stesso anno. Che a sua volta lo fece pervenire finalmente alla Procura. Da allora quella è stata considerata la verità".

"Invece di che cosa si tratta?" Domanda Lecis

"Di una sequenza di falsità. Ma la Commissione Moro che ha lavorato nell'ultima legislatura, ha accertato l'origine deviante e il contenuto menzognero del memoriale Morucci, secondo il quale l'operazione Moro sarebbe stata compiuta dalle sole Br. La verità è che l'affare Moro costituisce un'operazione internazionale su cui continua il segreto di Stato in vari Paesi. È un intrigo internazionale. Non è mai stato individuato il tiratore che in via Fani ha sparato 49 dei 90 colpi usati dai terroristi [...] Molti dovrebbero ricordare, e anche il Corriere della Sera, che sembra non avere troppi dubbi sul memoriale di comodo, che in quei 55 giorni la P2 controllava totalmente i comitati di crisi. Piduisti erano i dirigenti dei Servizi segreti, da Santovito a Grassini a Federico Umberto D'Amato, dai generali Giudice e Lo Prete agli ammiragli Torrisi e Geraci, ai prefetti Pelosi e Guccione, che rispondevano a Licio Gelli. E almeno quella cinquantina di uomini che da loro dipendevano e facevano parte degli organi operativi. Costoro non hanno condotto indagini per scoprire la prigione di Moro e, anzi, hanno depistato. Che senso ha oggi consentire ai brigatisti, sui giornali e in televisione, di esporre le loro verità di comodo omettendo invece questioni di grande rilevanza? Con loro prevale una verità concordata con funzionari dei Servizi, dirigenti della Dc e uomini di governo".

"Che cosa si vuole offuscare?", incalza il giornalista

"Principalmente - risponde Flamigni - vengono messi in ombra gli aspetti internazionali del caso Moro, il ruolo degli alleati, il ruolo svolto dall'americano Steve Pieczenik che si è vantato di avere indotto le Br a uccidere Moro e di essere così riuscito a stabilizzare l'Italia. Moro non era amato e, anzi, veniva contrastato dagli Usa che non vedevano di buon occhio la sua apertura ai comunisti [...] Moro era stato avvertito già nel settembre 1974 durante il suo viaggio negli Usa. L'avvertimento era stato minaccioso al punto che ebbe un malore nella Chiesa di San Patrick e decise di disdire alcuni appuntamenti e anticipò il suo rientro in Italia. Nel dicembre prese la guida di un governo Moro-La Malfa che con l'apporto anche del Pci realizzò importanti riforme e giunse alle elezioni politiche del 1976 il cui risultato portò a due vincitori: la Dc che manteneva la maggioranza relativa e il Pci che ebbe la più grande avanzata e senza il suo concorso non era possibile governare il Paese. Tra Moro e Berlinguer s'inaugurò la fase della solidarietà nazionale, che incontrava sospetti e ostilità di Usa e altri alleati. Nel gennaio 1978, quando Moro e Berlinguer si accordarono per un governo Dc sostenuto da una nuova maggioranza programmatica in cui entrava a fare parte anche il Pci, si misero all'erta le forze già pronte a strumentalizzare il terrorismo delle Br già infiltrate e da incanalare per l'operazione Moro, che doveva realizzare il sequestro per dividere le forze della politica di unità nazionale e uccidere Moro".

A quarant'anni da quella stagione di sangue e di violenza di cui il terrorismo rosso, insieme allo stragismo nero, fu componente determinate, occorre ribadire che le "BR", come per altro tutte le altre sigle del terrorismo di "sinistra", non appartenevano, come disse allora Rossana Rossanda, all' "album di famiglia" del PCI. Non a caso il giorno del rapimento di Moro le piazze d'Italia si riempirono di operai e popolo democratico su iniziativa dei "berlingueriani" - così la galassia dell'estremismo rosso definiva gli odiati comunisti - che isolarono subito politicamente i terroristi e che per anni non mancarono mai di rispondere a ogni assassinio scendendo in piazza. Nell' "album di famiglia" dei comunisti italiani il terrorismo, anche nei momenti più bui della dittatura fascista, non fu mai contemplato come mezzo di lotta. E non per bontà d'animo ma perché ritenuto inidoneo e controproducente per la dimensione popolare e di massa che la lotta rivoluzionaria e antifascista doveva avere. Poi, quando le circostanze lo richiesero, i comunisti, insieme a tutto lo schieramento antifascista, seppero prendere le armi nella Resistenza contro il nazifascismo e, soprattutto con i Gap di città, si fecero anche "terroristi" contro il nemico tedesco occupante e i suoi collaboratori fascisti. Una storia del tutto diversa, anzi opposta a quella delle BR.

Gli uomini delle BR non furono "compagni che sbagliano" perché, come evidenzia Flamigni, non sbagliarono affatto e servirono egregiamente allo scopo antidemocratico dei loro burattinai. Ma non furono compagni.