LA RESISTENZA TRADITA.

LA RESTAURAZIONE CAPITALISTICA. 

(Parte Prima)

di Mario Quattrucci

«La resistenza ha resistito», scriverà poi Piero Calamandrei, uno dei capi della Resistenza e dei padri della Costituzione. Sì: all'attacco che fin dal primo giorno fu portato alla Repubblica dall'esterno e all'interno d'Italia, il portato fondamentale della Resistenza, la Costituzione Repubblicana, aveva resistito, e la carta fondante della Nuova Italia − nella sua lettera − non era stata né abrogata né manomessa. Sarà così per i decenni a venire, di fronte ai reiterati tentativi di scardinarne l'impianto a cui però il movimento democratico e la maggioranza del popolo seppero opporre una resistenza vincente. Fin quasi ai nostri giorni, allorché infauste riforme (adottate a volte a maggioranza) apportarono modifiche ad alcuni titoli. Esse però non toccarono la sostanza della Carta, e cioè l'impianto statuale repubblicano, il carattere rappresentativo della nostra democrazia, la separazione dei poteri, il sistema delle libertà e dei diritti sociali e civili, la regolamentazione dei rapporti economici e sociali. Infine, anche l'ultimo sciagurato tentativo di determinare modifiche sostanziali − la "riforma" Renzi − sottoposto a referendum popolare fu decisamente respinto.

Ma se nella lettera la Costituzione è rimasta sostanzialmente quella del Quarantotto, nella realtà effettuale essa è stata per larghi tratti elusa, obliterata, distorta, negata. Si pensi soltanto alla erosione e per certi articoli la sovversione di fatto del Titolo III, quello concernente i rapporti economici, il quale costituisce la parte più innovativa e progressista della Carta. O si rilevi, per esempio, l'effetto lacerante che hanno avuto sul reale esercizio della sovranità popolare e sulla rappresentanza le varie riforme in senso maggioritario del sistema elettorale, fino all'aberrante attualmente vigente. Così come, si rilevi, quanto abbiano contribuito a ridurre in mandato fiduciario al singolo leader il rapporto popolo sovrano−istituzioni, alcune di tali riforme quali l'elezione diretta del Sindaco e del Presidente di Regione. Ma da quel rapporto dipende la trasformazione della volontà popolare in potere legislativo e amministrativo che la Costituzione attribuisce al sistema dei partiti, il quale invece − con il conseguente deperimento, anzi la reale scomparsa del ruolo e dello stesso Partito politico − viene sconvolto e vanificato, dando luogo ad un altro tipo di democrazia.

Costantino Mortati, colui che aveva posto alla base della Costituzione quei due elementi che aveva definito come costituenti della "costituzione originaria" o "materiale", e cioè "uno scopo tanto comprensivo da apprezzare in modo unitario i vari interessi che si raccolgono intorno allo Stato, e il partito politico quale strumento per realizzarlo", vedrà nelle inattuazioni, negli aggiramenti, nelle violazioni del testo il tradimento da parte dei partiti di una tensione etica pur ormai trasfusa nel diritto positivo.

È infatti vero che la Costituzione del '48, frutto di quel grande compromesso storico tra le forze politiche e le tendenze culturali e ideologiche che hanno voluto e guidato la Resistenza, configura e trasfonde nel diritto positivo proprio quella «riforma intellettuale e morale» propugnata da Gramsci, e cioè la via «per un ulteriore sviluppo della volontà collettiva nazionale e popolare verso il compimento di una forma superiore e totale di civiltà moderna». La cui realizzazione però − i costituenti ben lo intesero e vollero −, non può realizzarsi «senza una precedente riforma economica e un mutamento nella posizione sociale e nel mondo economico», cioè senza la realizzazione di un programma di riforma economica e sociale. E tale è il contenuto progressista e progressivo che forma la lettera e lo spirito della Costituzione.

Ma qui è il punto. La Repubblica, la Costituzione, sono il risultato di una «rivoluzione democratica» che intende cambiare in modo sostanziale lo stato di cose presente e cioè, dopo la vittoria sul fascismo, fondare e aprire al futuro una nuova Italia (nuova rispetto all'Italia del 1861), dare vita ad una democrazia sostanziale basata non solo su un nuovo impianto istituzionale ma su un nuovo rapporto tra società civile e società politica. Il che significava non un ritorno alla democrazia prefascista e quindi al vecchio assetto dei rapporti di classe e di potere, ma un cambiamento profondo sia nelle libertà formali, sia nelle strutture istituzionali e nei rapporti tra i poteri, sia anche e soprattutto nei rapporti economici e sociali. Sottraendo perciò al grande capitale imprenditoriale e finanziario il potere fin lì detenuto, e rimettendolo al popolo fin dall'Articolo 1.[1]

Quel fruttuoso compromesso storico è però subito rotto. E il corso della storia prende quasi immediatamente la via di una «restaurazione». Ciò ha naturalmente radici strutturali e storiche, ed è determinato sia dalla situazione internazionale in rapido rovesciamento rispetto al sistema di relazioni che ha portato alla vittoria sul nazifascismo, sia dalla disastrosa situazione economica del Paese uscito dal conflitto materialmente disfatto e geograficamente e socialmente diviso, sia, conseguentemente, a ragione del rapido cambiamento delle posizioni politiche e dei rapporti di forza. Sia altresì per la rinuncia "a fare i conti" politici e morali col fascismo e con il precedente regime monarchico; e per la preponderante presenza dell'iper-temporalismo e della pesante ingerenza nella vita della Repubblica di Papa Pacelli e del suo pontificato, appoggiato da un cattolicesimo reazionario di massa. Al che va poi aggiunta quella forte permanenza nel seno della Nazione di ciò che Umberto Eco chiamerà Ur fascismo[2], il «fascismo perenne». Virus pandemico mai debellato, e che purtroppo dobbiamo oggi temere, anche a ragione del venir meno di una vera sinistra, più che in ogni altro tempo della Repubblica.

Fu da comunisti e socialisti chiamata «restaurazione capitalistica», e tale fu. Molto più che un Termidoro novecentesco: una restaurazione degli antichi poteri, fondata sull'intesa e compenetrazione, in forme naturalmente nuove, tra rendita e profitto, tra classi e poteri dominanti (espressione del boom e del tumultuoso mutamento dell'Italia in un Paese industriale−agricolo) e il nuovo capitale finanziario in larga misura integrato; e sancita, sul piano politico − più o meno aperto e dichiarato −, dal nuovo connubio tra il Centro e la Destra. Il tutto propiziato, indirizzato, finanziato dal nuovo padrone del mondo, il capitalismo statunitense, i suoi governi della guerra fredda, il suo espansionismo internazionale economico e politico (neocolonialismo).

Certo la spinta propulsiva della Resistenza e dell'antifascismo non poteva essere annullata. Sinistre e forze democratiche − comunisti, socialisti, azionisti − mantengono notevoli posizioni, che cresceranno negli anni, e il vento della Resistenza gonfia le vele ad una grande rinascita culturale ed artistica. Ma cultura democratica, valori della Resistenza, conquiste civili, libertà e diritti costituzionali... dal 2 gennaio 1948, dal giorno seguente a quello dell'entrata in vigore della Costituzione, e per tutti i decenni a seguire, dovranno essere difesi e riconquistati (e non sempre con successo) giorno per giorno... fino all'attuale disfatta.

La guerra è ancora in corso, mancano ancora dodici giorni alla resa incondizionata di Reims (8 maggio) e di Berlino (9 maggio) e in Italia ancora si combatte. Mussolini in fuga è arrestato e, per decisione del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia,[3] il 27 aprile è giustiziato: impedendo in tal modo a Churchill e agli alleati di metterlo in salvo e al sicuro e renderlo ancora utile (come già nel '38 a Monaco) per il dopo guerra calda e per lo sviluppo della guerra fredda di lì a poco dichiarata e già praticamente iniziata. Non così altri, tanti, gerarchi e comandanti fascisti della Repubblica di Salò e delle sue forze armate. Gli alleati non avevano alcuna intenzione di fare in Italia, né in Francia, una Norimberga italiana o francese. E così, mentre il CLNAI, il 25 aprile '45, emanava decreti «in nome del Popolo Italiano e quale delegato del Governo Italiano» nei quali si stabiliva la condanna a morte per tutti i gerarchi fascisti, «incluso Benito Mussolini», iniziava quell'opera di salvataggio che, ad opera dei servizi segreti alleati e del Vaticano, metterà al sicuro generali ministri e comandanti repubblichini che avevano governato e massacrato al servizio dei nazisti. A cominciare dal ministro della guerra della Repubblica di Salò Rodolfo Graziani (peraltro reo, come comandante in capo del Regio Esercito in Africa, di atroci crimini di guerra anche in Libia e in Etiopia, in solido del resto con lo stesso Capo del Governo cobelligerante Pietro Badoglio), o del feroce comandante della famigerata X Mas, principe Junio Valerio Borghese; o di quasi tutti i gerarchi di Salò quali, per citarne soltanto alcuni, Almirante, Romualdi, De Marsanich. I quali poi ritroveremo a fondare il partito neofascista MSI, e a partecipare attivamente alle repressioni antioperaie e anticontadine protrattesi per decenni ad opera dei governi centristi della DC e dal suo braccio armato costituito dalla mafia e dalla camorra. O ad organizzare sommosse come quella del "Boia chi molla" di Reggio Calabria, o tentativi di colpi di stato come quello del 1970 ordito dal detto Junio Valerio Borghese in uno con forze legate alla CIA esterne ed interne alla DC ed allo Stato. Quelle forze che in seguito, sempre in solido con mafie e camorre e con parti rilevanti (ovviamente deviate) della massoneria, troveremo nelle trame oscure ed eversive del grande attacco alla Repubblica: dall'altro tentato golpe del '64 (Piano Solo), alla strategia della tensione, alle stragi e ai delitti politici (iniziati a Portella della Ginestra fino alle bombe del '93...), al "Piano di Rinascita" della P2, al terrorismo nero e rosso e al delitto Moro. Trame e azioni che hanno cambiato sostanzialmente il carattere della Repubblica così come disegnata dalla Costituzione: passata per una notte (così icasticamente Zavoli) da cui uscì a "costituzione materiale", rispetto al '45−'48, profondamente cambiata. Rovesciata, possiamo dire. E le forze che avevano ordito tali trame e compiuto questo rovesciamento sono state appunto le antiche/nuove classi economiche dominanti (con le loro organizzazioni e i loro finanziamenti), la destra clericale e neofascista (con le sue organizzazioni anche armate), e un "partito americano" trasversale che coinvolse importanti settori e interi partiti della vecchia coalizione antifascista. Forze naturalmente appoggiate e sospinte dagli USA, dalla Alleanza Atlantica e dal nuovo capitalismo mondiale in rapida evoluzione. Le quali forze ebbero come attori protagonisti, operatori sul campo, esecutori del good job, la criminalità organizzata e vari pezzi dello Stato: Servizi Segreti militari e civili (ovviamente deviati), "Uffici Affari Riservati", "Noti Servizi", "Gladio", pezzi infedeli e corrotti delle Forze Armate e delle Forze dell'Ordine e dei loro apparati istituzionali. Senza naturalmente dimenticare quella parte della cultura che rapidamente si riconvertì (dopo la precipitosa abiura postbellica del fascismo accettato e appoggiato per un ventennio) al nuovo credo "occidentale" e alla crociata anticomunista.

L'inizio è, come accennato, nel pieno della guerra, prima e dopo il 25 luglio e l'8 settembre e fino alla liberazione. Poi la dichiarazione ufficiale di Fulton − 5 marzo 1946 − in cui Churchill e Truman aprono ufficialmente la "guerra fredda", definita di lì a non molto dalla dottrina americana del rollback. Quella dottrina e politica americana condotta dagli USA di Eisenhower e del suo Segretario di Stato Foster Dulles intesa, con strategie aggressive in ogni scacchiere internazionale e in Europa, a ributtare indietro (rollback) anche militarmente l'influenza comunista nel mondo. E, ovviamente, di tutti i partiti comunisti e perfino socialdemocratici quando non sdraiati sulla politica atlantica.

Inizia subito, insomma, in nome di tale dottrina, quella imposizione all'Italia di una sovranità limitata, della "conventio ad escludendum" fatta anche di ripetuti tentativi di mettere fuori legge il P.C.I., che fu il segno distintivo della Prima Repubblica, e culminò col delitto Moro, e con il respingimento di quel possibile "nuovo grande compromesso storico" mediante il quale Moro e Berlinguer intendevano portare l'Italia ad una democrazia "normale".

È da quel momento che "muore ignominiosamente la Repubblica" (come il grande poeta cattolico Mario Luzi intitolò una sua poesia di allora), e − dissolvendosi nel nuovo mondo il "trentennio glorioso", e trionfando il tatcherismo e il reaganismo del nuovo capitalismo globale, complice l'allineamento della socialdemocrazia mondiale e, in Italia, della sinistra tardo e post comunista −, prende corpo e sostanza la definitiva messa in mora della Costituzione Repubblicana. Nasce ignominiosamente la Seconda Repubblica.

(continua)


[1] L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

[2] Si legga Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo.

[3] Il Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia, al momento della Liberazione era formato da Alfredo Pizzoni, militare senza partito di tendenze liberali; Luigi Longo, comunista; Emilio Sereni, comunista; Sandro Pertini, socialista; e Leo Valiani, azionista. Ad essi si aggiunsero il designato Rodolfo Morandi, socialista; Giustino Arpesani, per il Partito Liberale e Achille Marazza per la Democrazia Cristiana. Fu questo Comitato che alle 8 del mattino del 25 aprile 1945, via radio, il CLNAI da Milano proclamò l'insurrezione generale in tutti i territori ancora occupati dai nazifascisti, indicando a tutte le forze partigiane attive nel Nord Italia facenti parte del Corpo Volontari della Libertà di attaccare i presidi fascisti e tedeschi imponendo la resa prima dell'arrivo delle truppe alleate, come pre-annunciato nell'Ultimatum del 19 aprile 1945. Il proclama fu diffuso via radio da Sandro Pertini e si concluse con le parole: "Cittadini, lavoratori! Sciopero generale contro l'occupazione tedesca, contro la guerra fascista, per la salvezza delle nostre terre, delle nostre case, delle nostre officine. Come a Genova e a Torino, ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire."