1960 MEMOIR: PROGENIE, ANTIFASCISMO E OLIMPIADI

di Marco Palladini

1.Immacolata la federa del cuscino, bianco, bianchissimo il lenzuolo e sopra il letto, come un enorme, oscuro insetto, c'era il corpo morto di un uomo. Mio nonno Michele. Vestito di tutto punto con un abito nero, scarpe nere, cravatta nera che spiccava sulla camicia candida. Il cipiglio solitamente corrusco del suo volto di ex maresciallo della Guardia di Finanza, convinto fascista, si era lievemente addolcito. Ora aveva una espressione serena, quasi liberata nella cerea maschera postuma del viso. I nivei capelli residui si imbizzarrivano ai lati del capo in due spuntoni che assomigliavano ad una testa diavolesca. Nella stanza c'era odore di biancheria pulita e di disinfettante, quello con cui verosimilmente era stato nettato il corpo post-decesso. La stanza, nell'appartamento al terzo piano di Piazzale delle Province 2, era modesta e spoglia, in quel livido e freddo mattino di gennaio mostrava un ordine quasi metafisico. Michele P. era morto per una trombosi, oggi si direbbe un ictus. Aveva ottant'anni, neppure troppi, ma neanche pochi per uno che aveva giusto vent'anni all'inizio del XX secolo e che aveva attraversato il tempo di due guerre mondiali senza farne manco una. Io stavo davanti al suo catafalco terminale, stretto nel mio cappottino blu e i pantaloncini corti grigi, con aria compunta e silenziosa. Una mutezza forse un po' sbalordita. Stavo guardando, per la prima volta nella mia assai breve vita (avevo sei anni), una persona morta e questa persona era un mio avo, il padre di mio padre, io portavo il suo cognome e i suoi geni erano in me. Nondimeno percepivo, sia pure infantilmente, confusamente, un distacco da quell'uomo oramai cadavere. Come se intuissi o presentissi che la mia storia, quella che in effetti doveva ancora incominciare, sarebbe stata tutta diversa, tutta un'altra. Eppure, quell'uomo mi riguardava, mi concerneva. Eccome. Un anello della catena filogenetica familiare si era spezzato. Se il me bambino non lo capiva sino in fondo, il mio corpo invece lo sapeva, stava lì rigido, ora impacciato ora impettito. Il corpo di un nipotino che subiva la gravità funerea del momento. Che trapelava dalla faccia addolorata e cupa di mio padre. E dalla scabra severità di mia nonna, parata a lutto, con i suoi lunghi capelli grigi raccolti in una crocchia sulla nuca. In quella giornata ci fu per me la scoperta della morte. Che uno c'è e poi non c'è più. L'interruzione della vita come un evento normale e ineluttabile. Io che già a due anni mi ero salvato per miracolo, quando mia madre era stata investita mentre attraversava la strada ad un passo da Piazza Sempione, a Montesacro. Io stavo alla sua destra, tenuto per mano, e dopo l'urto dell'auto sulla gamba sinistra di mia madre, che si spezzò, ero letteralmente rotolato dall'altra parte della carreggiata, senza che fortunatamente sopraggiungesse in senso contrario nessun'altra macchina. Ecco sarebbe bastato questo semplice evento perché io, verosimilmente, non ci fossi più. Insomma, a due anni potevo già reputarmi un sopravvissuto. L'uomo-bacarozzo nero deposto sul letto bianco era lì a ricordarmelo. A ricordarmi un debito di gratitudine con il caso, il cielo, il culo, il Signore o chi altri volete voi. Rammentavo radi, frettolosi abbracci da parte di quel nonno burbero, duro, ruvido, che non mi aveva mai fatto granché simpatia. Quel nonno abruzzese (di Tollo), un uomo d'ordine, ossidato da una vita in divisa militare da finanziere, ontologicamente disciplinato e sempre allineato con il potere. Un italiano normotipo, latamente anaffettivo, che aveva sposato Eugenia, una austera donna di campagna, una langarola di Canelli, da cui aveva avuto un unico figlio, Italo, nato in Liguria, a Ventimiglia, dove lui era stato spedito per occuparsi dei servizi doganali. Dunque, Abruzzo, Piemonte e Liguria: ecco la geografia del mio asse patrilineare. Geografia centro-settentrionale per un esito destinale, poi, interamente romano. In quell'alba luttosa degli anni '60, il bambino che io ero dava addio, tra sbigottito e sorpreso, al bianco e nero delle immagini post-belliche e degli anni '50. Addio, nonostante un precoce trauma, all'illusione di eternità rappresa nella confortevole incoscienza dell'infanzia. Senza saperlo mi avviavo verso un decennio in cui l'avvento della mia adolescenza sarebbe avvenuto in un paesaggio dai colori accesi. Un flusso versicolore non soltanto per me, ma per tutto l'occidente dove si sarebbe consumata una rottura psico-socio-culturale macroscopica con l'assetto precedente. Ma intanto il me bambino taceva ed osservava. Aspettava di accompagnare il nonno morto in chiesa e al Verano. Aveva anche voglia di tornare a giuocare.

2.Eravamo stati verso fine giugno a Milano dove si teneva l'annuale Fiera Campionaria e mio padre, funzionario dell'IRI, vi era andato per assolvere a dei compiti di rappresentanza. Non so perché aveva voluto portarmi con sé. Forse ero stato io a chiedergli di poterlo accompagnare, ma mi sembra improbabile. Forse aveva voluto che lo accompagnassi per farmi sentire un ometto e per farmi respirare, almeno un poco, il suo ambiente di lavoro. Magari immaginando che un giorno sarebbe stato anche il mio. Cosa che effettivamente sarebbe potuta succedere quando lui a metà degli anni '70, riscattando gli anni di università e quelli di guerra e prigionia, andò anticipatamente in pensione e, per vecchia consuetudine aziendale di trapasso o avvicendamento familiare o familistico, ci fu per me l'offerta di impiegarmi presso l'ufficio studi dell'IRI. Ma io, al tempo fiero militante marxista-leninista del gruppo Avanguardia Operaia, rigettai sdegnosamente l'offerta, proclamando essere la mia fede anticapitalista incompatibile con il lavoro nel grande istituto del capitalismo statale italico, governato dai boiardi democristiani. Così, al mio posto finì per andarci un mio cugino che poi fece una lunga carriera come dirigente industriale. Sincero socialista, peraltro anche mio padre lamentava di non essere riuscito a diventare dirigente per non avere mai voluto prendere la tessera della DC, che era più o meno come la tessera del PNF al tempo del regime mussoliniano, ovvero il lasciapassare per una vita più comoda, ortodossamente conformista. Tornando a quel giugno 1960, dopo i giorni passati in Fiera, fitti per mio padre di visite e di incontri, e per me di qualche curiosità e di molta noia, ci recammo in treno a Genova, dove lui aveva una cugina e qualche altro parente, mi pare. Anche nel capoluogo ligure doveva disbrigare alcune incombenze legate al suo ufficio e partecipare a qualche riunione di lavoro. Ma poi avremmo avuto due o tre giorni liberi in cui, mi aveva detto, voleva farmi vedere la città. Una città assai cara al suo cuore di ligure di frontiera, a dispetto del fatto che a Ventimiglia aveva vissuto soltanto sino ai quattordici anni. Solo che erano giorni caldi, caldissimi, quelli a Genova. Vigeva il governo monocolore del democristiano Tambroni sostenuto dai fascisti del MSI. I quali avevano deciso con provocatoria baldanzosità di tenere il loro sesto congresso di partito proprio nella città ligure, medaglia d'oro della Resistenza. Suscitando la vasta e ferma reazione della sinistra politica e sindacale, ben decisa ad impedire ai camerati di tenere ivi la loro assise, reputata oltraggiosa. Si susseguirono, così, mobilitazioni e varie manifestazioni e comizi di protesta finché la Camera del Lavoro cittadina, con l'appoggio dell'ANPI, proclamò per il 30 giugno una giornata di sciopero generale, con un corteo pomeridiano che sarebbe partito da Piazza dell'Annunziata. Quel fatale e fatidico giorno mio padre ed io eravamo appunto impegnati in un giro di visita nel centro di Genova. Non so perché mio padre non tenne conto dell'atmosfera assai tesa che si respirava in città e volle procedere comunque a fare il turista. Fatto sta che la manifestazione si concluse pacificamente in Piazza della Vittoria. Ma poi, invece di sciogliersi, il grosso dei manifestanti più ardimentosi e militanti ritornò indietro verso Piazza De Ferrari. Dove sostavano parecchi mezzi della polizia e plotoni di celerini. Ci fu un lungo fronteggiamento con canti partigiani e slogan, poi incominciarono gli scontri e le cariche poliziesche. Io e Italo proprio in quel momento, neanche a farlo apposta, stavamo transitando per Piazza De Ferrari che ha una grande fontana centrale, e fummo coinvolti nell'aspro conflitto. Io rammento i manifestanti che scagliavano pietre, bastoni e spranghe di ferro, le jeep della Madama con le sirene spiegate che facevano incessanti caroselli. Ricordo il rumore dei botti dei fucili che sparavano lacrimogeni e il fumo che si spandeva come una venefica nebbia per tutta la piazza. Noi ci rifugiammo sotto i porticati di via XX Settembre, aspettando che il peggio passasse. Gli sbirri spararono anche vari colpi di pistola, così come gli oppositori antifascisti incendiarono alcune camionette e malmenarono duramente diversi rappresentanti delle forze dell'ordine. Come che sia mio padre riuscì a sgattaiolare verso i carruggi e di lì ci mettemmo in salvo. (Quando mia madre seppe quel che era successo, biasimò fieramente il marito per avere messo in pericolo il figlio bambino). Quel memorabile 30 giugno giungemmo infine nella villa tanto nobile quanto delabrée della cugina di mio padre. Una magione grande e severa, con stanze poco illuminate e ingombre di arredi antichi, tappeti, divani, tendaggi, tavolini e tavolinetti. La nostra parente, una signora dalla veste celeste e i capelli abbondantemente brizzolati, ci accolse con un sorriso lievemente perplesso, mentre Italo la ragguagliava sui fatti di piazza. In quella casa, gli scontri, la lotta antifascista, il clima da guerriglia violenta appariva lontano mille miglia. Sembrava di essere entrati in un placido, remoto monastero aristocratico, mentre fuori infuriava la battaglia. In ogni caso poi a cena ci fece gustare, cucinate dalla sua domestica, delle trofie al pesto con patate e fagiolini e con le foglie di basilico triturate in un piccolo mortaio di marmo bianco. Le trofie al pesto più buone che io abbia mai assaggiato. Il me bambino nondimeno continuava a ruminare dei pensierini circa gli avvenimenti inattesi vissuti nel pomeriggio. In effetti più che spaventato, credo che fossi rimasto sbigottito e vagamente affascinato da tutto quello che avevo visto. Fu dunque, nella indomita Superba, che io ebbi il mio, involontario, battesimo negli scontri di piazza. Esattamente dieci anni dopo a Roma, nel settembre 1970, questa volta volontariamente, andai con un amico ad una manifestazione contro la visita del presidente americano Nixon, che culminò in gravi incidenti, barricate sulle strade, decine e decine di bottiglie molotov esplose, cariche furenti della polizia, tante botte e centinaia di fermati (quorum ego). Tutto questo il bambino del giugno 1960 non lo poteva sapere né tanto meno prevedere. Ma forse essersi trovato lì, a Genova, in quel moto di insurrezione antifascista e antigovernativa, fu un puro caso e, insieme, un segno destinale. La prolessi e la promessa di una attitudine ribelle, di una vocazione contestataria e rivoluzionaria. Dopo varie settimane di violente manifestazioni e di molti morti nelle strade - basti pensare ai cinque manifestanti ammazzati a Reggio Emilia il 7 luglio - il 19 luglio il governo Tambroni dovette dimettersi. No pasaran. E non passarono. A tre lustri appena dalla fine della guerra, lo spirito resistenziale si era nuovamente presentificato nella penisola e aveva di nuovo prevalso. L'Itagliademofascista dovette fare un solenne passo indietro. Il bambino via via diventato adolescente si sarebbe sempre ricordato di quel punto di svolta storico-politica cruciale. E si compiaceva di esserci in qualche modo stato, se non altro da piccolo testimone.

3.Sul finire dell'estate 1960, tra il 25 agosto e l'11 settembre, si tenne la XVII edizione dei Giochi Olimpici nella capitale. Una edizione reputata per molti versi storica e con tanti protagonisti proiettati nel mito o comunque nel libro aureo dello sport mondiale: ... l'etiope Abebe Bikila che vince la maratona che termina di notte in mezzo alle fiaccole che illuminano l'Appia Antica, correndo a piedi scalzi secondo un Milziade nero dei tempi moderni... il 21enne torinese Livio Berruti che trionfa nei 200 m. piani eguagliando in 20"5 il record del mondo, un ragazzotto bianco con pochi muscoli e gli occhiali scuri da studente che mette in fila i possenti atleti neri americani e si prende pure il lusso di flirtare con la sprinter black Wilma Rudolph, fuoriclasse vincitrice di 100 e 200 m. oltre che della staffetta femminile 4x100... il pugile 21enne Cassius Marcellus Clay Jr., il futuro leggendario Muhammad Ali, medaglia d'oro tra i mediomassimi, mentre tra i pesi welter vince il triestino Nino Benvenuti, che pure lui diventerà campione del mondo tra i professionisti (nei medi) sconfiggendo nel 1967, al Madison Square Garden di New York, Emile Griffith... il tedesco Armin Hary, fulmine bianco nei 100 m. corsi in 10"2... la cavalletta nera Ralph Boston che vince la gara di salto in lungo con un balzo di 8,12 m. ... il britannico Thompson che taglia per primo il traguardo della 50 km. di marcia, procedendo con una postura stortignaccola, del tutto anti-estetica (terzo arriva Abdon Pamich, che poi vinse ai Giochi del 1964)... Otis Davis è il migliore nel giro (di pista) della morte dei 400 m. vinti col record del mondo di 44"9, cui si aggiunge l'oro nella staffetta 4x400 che gli Stati Uniti conquistano col record mondiale di 3'02"2... e poi i fratelli cavalieri, d'oro e d'argento nell'ippica ad ostacoli, Raimondo e Piero D'Inzeo... il Settebello azzurro, oro nella pallanuoto... Costantino di Grecia, duca di Sparta, nobile velista vincitore nella classe dei Dragoni... la grande nuotatrice australiana Dawn Fraser, la più veloce nei 100 m. stile libero (già vinti a Melbourne 1956, e poi ri-rivinti a Tokyo 1964)... i ciclisti d'oro Sante Gaiardoni, sprinter irresistibile nella velocità su pista e il duo Bianchetto-Beghetto vincitori nella prova del tandem... lo yankee Al Oerter, discobolo principe, che dopo Melbourne vince a Roma (come poi farà a Tokyo e a Città del Messico 1968)... e come dimenticare le Terme di Caracalla, strepitosa cornice classico-monumentale che ospita le gare di ginnastica e quelle di lotta libera e greco-romana (che sarebbero piaciute agli imperatori d'antan)...

I numeri dicono di una partecipazione di 5.400 atleti in rappresentanza di 84 nazioni. Alla cerimonia di apertura l'alfiere italiano era lo schermidore Edoardo Mangiarotti (pluridecorato con 13 medaglie olimpiche, 6 d'oro, 5 d'argento, 2 di bronzo). L'allocuzione di rito venne pronunciata da Giulio Andreotti, allora 41enne, il discobolo Adolfo Consolini (oro a Londra 1948) lesse con voce compunta il solenne giuramento olimpico. Quella Olimpiade tanto celebrata io però non la vidi, se non in un film di Romolo Marcellini che uscì nel 1961. Però la ascoltai, perché ancora a casa mia non era arrivato il televisore, ma troneggiava nel salottino un grande apparecchio radiofonico di legno chiaro, ancora a valvole, comunque perfettamente funzionante. E il fatto di non vedere, ma di sentire raccontate le molteplici imprese sportive, credo che allargasse il campo d'immaginazione del piccino che ero. Le varie gare in questo modo te le sognavi, te le evocavi con la fantasia, te le figuravi ancora più mitologiche, epiche, spettacolari e grandiose di quel che effettivamente furono. Però mio padre in una accensione d'ingegno riuscì a trovare, forse tramite l'ufficio legale dell'IRI, dove lavorava nella sua veste di avvocato specializzato in diritto finanziario e amministrativo, due biglietti per partecipare alla serata di chiusura dei Giochi l'11 settembre. E anche quella volta volle portarmi con sé. Nel mio lontano ricordo quella chiusura olimpica fu virtualmente una grande apertura degli e sugli anni Sessanta. Ricordo una serata di magica luna piena, percorsa da un velo di tristezza per i Giochi che si concludevano dopo due turgide settimane, e insieme da un fremito di speranza, nonostante la 'guerra fredda' tra Est e Ovest. Non so come, ma si percepiva in quel crepuscolo dell'Olimpiade romana una pulsione di 'good vibrations', un vento di positività, mentre le scarne rappresentanze delle squadre delle varie nazioni sfilavano tutte imbandierate torno torno la pista dello stadio, per poi confluire nel prato centrale formando una sorta di arco di trionfo dove le tante bandiere si mescolavano, rimescidando simbolicamente russi e americani, giapponesi e africani, europei e latino-americani, asiatici e australiani. Un cocktail di vessilli e stendardi per significare idealmente: non più nazioni, non più etnie. L'umanità oltre gli odii e gli acerrimi conflitti e le differenze che cos'è se non un grande calderone di colori, forme e varietà antropologiche, dove l'altro da me è poi ancora un homo sapiens, un animale uomo esattamente come me? Nell'orgia di luci, rumori, grida, applausi, suoni e acclamazioni, il me bambino fu invaso quella sera da un imprevisto sentimento di felicità panica, forse immotivato, che non aveva mai esperito e che anche dopo assai di rado ebbe la ventura di provare. Come se nella massa degli spettatori i confini individuali si sciogliessero in una sovraidentità collettiva che vibrava all'unisono. Ad un certo punto, passate di mano in mano, si accesero delle torce artigianali, fatte di carta di giornali arrotolati. Mille e mille fiammelle ondeggiavano nel buio dello stadio Olimpico, ad evocare uno spirito ecumenico ed universale. Italo, ad un certo punto, volle che pure io partecipassi a questo rito quasi apotropaico, atto ad allontanare, a scacciare gli influssi negativi. Così pure io mi ritrovai per pochi secondi a tenere in mano una di queste modeste torce che bruciavano e mi sentii una parte del tutto, parte di un'anima collettiva che brillava nella notte gremita di stelle. Sui tabelloni dello stadio apparve la scritta "Arrivederci a Tokyo 1964" e poi "Sayonara", augurale invito ai successivi Giochi nipponici. Quindi esplose la festa dei fuochi artificiali, una fantasmagoria pirotecnica nel cielo scuro che durò parecchi minuti, mentre si stava tutti con le teste protese verso l'alto.

Quel sentimento di autotrascendimento del singolo, quel soffio di pace mondiale, di amicizia planetaria erano certamente una pia illusione. Il me bambino crescendo lo comprese abbastanza presto. Ma comprese pure che si vive anche (a volte soprattutto) di illusioni, a dispetto delle infinite delusioni ed elusioni dell'esistenza quotidiana. Così, il piccolo ricordo di quella fatata serata di chiusura della XVII Olimpiade non si è mai veramente sbiadito nella cassaforte della sua memoria. Dura e perdura da sessant'anni. Si è soliti ripetere: non ora, non qui. Ma allora e lì lui c'era stato e se ne era inebriato, almeno per una notte. Tutto il resto non contava.