SPECIALE SANAVIO

RICORDO DI PIERO SANAVIO

di Mario Quattrucci

Ho conosciuto Piero molto tardi, nel 1998. Lui era già quello straordinario autore di romanzi che (altri tempi) avevano fatto rumore e vinto premi prestigiosi − La Maison−Dieu (1964), La Patria (1978), Caterina Cornaro in abito di Cortigiana (1981)... − e di studi e saggi memorabili (che del resto sarebbero stati seguiti, dopo il 2000, da altri unici e irripetibili) su Pound, su Celine, sugli americani.

Ma quei libri io, modesto piccolo "intellettuale di sinistra", non li avevo mai letti: trascinato nel main stream del '900 tradizionale e magari di avanguardia, ma escluso (per formazione, per studi, per tendenze) da quelle scritture "spurie", libere, non appartenenti a nessuna scuola e tantomeno salotto (o cricca). Naturalmente, conosciutolo di persona, e letto il romanzo per cui c'incontravamo − La felicità della vita − volli leggerli tutti, e lui me ne regalò una copia delle ultime in suo possesso... E capii.

Lo conobbi attraverso Mario, Mario Lunetta, suo grande amico ed estimatore, il quale me ne parlò come del miglior narratore italiano vivente. Io, poi, fui sempre più equilibrato: dei due, dicevo, migliori narratori viventi: loro, Piero e Mario; ma anche più audace: non solo dei viventi ma del '900. E ci incontrammo per via di tre romanzi che volevano essere pubblicati ma (i tempi erano cambiati assai: il pensiero unico già imperava) quanto a editori, per noi, non c'era trippa per gatti.

E allora pensammo: creiamola noi una collana editoriale. E la creammo. E la chiamammo Codici. E la cosa ebbe vita (non ingloriosa: otto titoli, autori di classe) perché l'indimenticabile e magnanimo Severino Tognon, per le cui edizioni Quasar curavo una collana di Poesie, ci aprì la porta e, insieme a Piero Manni che curò la distribuzione, rese possibile l'audace e nobile impresa. I tre romanzi con cui partimmo furono il mio d'esordio A Roma, novembre, il bellissimo Montefolle di Mario e, appunto, La felicità della vita di Piero, che poi vinse i premi Orient Express e Feronia. E che, sia detto senz'ombra di vanteria, è forse il suo migliore romanzo.

Dal primo incontro (nel quale, naturalmente, cominciammo subito a litigare), compresi quale statura aveva l'intellettuale di cui stavo diventando sodale: quale profondità di cultura, quale conoscenza del mondo, quale unità di vita ed arte (per dirla con Th. Mann)..., e quale rigore intellettuale e morale esprimesse. Aveva fra l'altro le physique du role, quel bellissimo uomo del '900, elegante, raffinato anche al caffè, che sapeva tutto della storia recente italiana e internazionale: e ne sapeva perché vi aveva preso parte direttamente...; e sapeva tutto della cultura americana, francese, russa, europea: e ne sapeva perché l'aveva vissuta direttamente e ne aveva incontrati "di persona", quasi uno per uno, i grandi protagonisti.

Confesso che tra quei due così eccellenti "produttori di beni mentali" io, un funzionario del PCI (sia pure uno che qualche libro, non solo di storia politica e teoria, lo aveva letto), mi sentivo alquanto in imbarazzo. Con Mario, di meno. A ragione della lunga militanza comune sia politica che culturale. Ma con Piero avevo anche difficoltà a trovare le giuste parole per dirgli quanto lo stimassi e ammirassi. Ma poi, naturalmente le trovai.

Del resto avevo avuto una lunga esperienza di frequentazioni e rapporti con uomini e donne di grande valore, autentici miti, fondatori della Repubblica, amati e ammirati da milioni di persone..., e avevo imparato ad avere con loro la giusta misura, di rispetto e stima ma mai rinunciando..., be': quasi mai..., a dire ciò che pensavo anche sulle loro posizioni ed idee. Specialmente sulle loro idee riguardanti l'arte, la letteratura, il rapporto con la cultura. Ma si trattava di questioni ideologiche, o magari politiche, e la cosa era più semplice. Con Piero potevo solo provarci. E così esplorare il suo pensiero, la sua estetica; e ascoltarlo parlare di Mann o di Hemingway o di Sanguineti e Pasolini o di Gadda e di Steinbeck e Faulkner e Dos Passos eccetera..., e di Pound e di Celine, of course..., come mai avevo sentito. E vedere quindi corrette o addirittura ribaltate idee che m'ero fatte sull'opera di coloro e su quel tempo, o anche a volte confermate le mie intuizioni e percezioni.

Si definiva un calvinista. E certamente lo era per severità e rigore. Ed anche, quindi, per una certa carenza di humour. Il che lo impermalosiva fortemente quando Mario e più spesso io, lo stuzzicavamo con qualche battuta o piccola provocazione. Per esempio, era un mio modo, quando gli lanciavo il massimo insulto: sei un socialista! Non era vero, e non era un insulto, perché ho sempre lavorato per l'unità coi socialisti ed ho sempre − anche quando ho insegnato − valorizzato i grandi ideali e molte posizioni politiche dei socialisti..., anche quelle polemiche col comunismo mondiale e italiano..., dal '21 in poi. Ma lui ci cadeva e mi rispondeva per le rime.

Il che lo portava a tirar fuori tutte le armi della sua critica, tutta la sua sapienza storica (nella comprensione della realtà attuale mi sembrò sempre meno attendibile, ma poi chi ci ha capito qualcosa?) nella critica ai limiti e agli errori di Marx, di Lenin, dello stesso Gramsci, non ne parliamo del movimento comunista internazionale. E la sua profonda idiosincrasia per il PCI di Togliatti e, soprattutto, per le sue scelte culturali.

Hai voglia a dirgli che i comunisti italiani non erano tutti così; che avevamo condotto una dura (e per la verità troppo lunga) lotta per superare e abbandonare quelle posizioni ideologiche e pratiche gravi e nefaste, e che infine, dall'VIII e dal IX Congresso ciò si era avverato... Non lo convincevo. Ma la verità è che su tante questioni aveva ragione. Soprattutto sul fatto che per lungo tempo, e prevalentemente, i comunisti avevano esercitato il marxismo "anziché come speculazione come vangelo". Lui lo attribuiva al fatto che molti dei marxisti italiani erano in realtà cattolici verniciati di marxismo, e quindi incapaci di comprendere che l'analisi di Marx fu quella ad una "società storicamente determinata" e quindi non trasferibile senza sviluppi e rinnovamenti alla società italiana del dopoguerra e tantomeno, direi oggi, alla realtà globalizzata dominata dal capitalismo finanziario del nostro ultimo tempo. Io gli rispondevo che − ne ero stato testimone in quanto insegnante alla scuola centrale di partito − era proprio quella la svolta teorica e politica dell'VIII Congresso e successivi sviluppi. Ma tant'è: era un calvinista veneto, vallo a smontare.

Ma non siamo diventati nemici a causa di queste discussioni; bensì sempre più amici e sempre più degni di reciproca stima: da allievo a Maestro, naturalmente. Ma anche come compagni d'arme in questa lotta che ci ostiniamo a combattere per una "rivoluzione culturale" e per una riforma intellettuale e morale.

Del che (della sua stima critica nei miei confronti) ebbi modo di gioire quando mi invitò a partecipare con un testo, ad una miscellanea italo americana in onore di Pound. Testo che dedicai a lui e che molto gli piacque. E quando mi rimise suoi racconti e suoi romanzi (Mutazioni, Terre lontane, Amina) per una lettura preventiva in vista di una pubblicazione.

A Piero Sanavio ─ su Mutazioni

Innanzitutto il titolo. Perché Mutazioni? Mi sembra che la mutazione fondamentale, di quelle che il racconto ci pone sotto gli occhi (i miei, pur da molto tempo consapevoli, aggiogati e angosciati), è la mutazione dalla vita alla morte. Direi, se non fosse troppo ovvio, dall'eros alla morte. Ma in fondo perché ovvio? Il tema è antico, ma qui trattato in modo del tutto nuovo, non solo perché contemporaneo ma perché chiaramente intrecciato alla storia del mondo del XX secolo e suoi derivati.

Ed ecco le altre mutazioni: quelle che, resuscitate dall'eros e dal divorante sesso con Laura, appaiono attraverso i ricordi, e sono le mutazioni tragiche e irreparabili del pianeta e dei suoi abitanti, dell'uomo insomma, colte nel loro momento post-aurorale: l'apogeo e la crisi del colonialismo anteriore alla seconda guerra mondiale e successivi sviluppi.

È forse per questo che, sempre che veda giusto, mi tornano alla mente le parole di Levi-Strass: Il mio marxismo, a differenza di quello di Marx, è un marxismo pessimista. Nella misura in cui mi lascio andare a speculare sul movimento complessivo dell'umanità... la vedo evolvere non nel senso di una liberazione ma, direi senz'altro, di un asservimento progressivo e sempre più completo dell'uomo al grande determinismo naturale.

La storia dunque. Nelle pieghe di un rapporto amoroso da ultima spiaggia, cercato e vissuto proprio con l'intento di giungere a un redde rationem con se stesso, essa si manifesta, sia pure per lampi, in tutta la sua tragica verità.

È chiaro, almeno se non ho preso un abbaglio, che proprio questa "storia"- in cui la vicenda personale di Andrea (vita di famiglia, matrimoni, amori, formazione del suo io e del suo inconscio, eccetera) si è saldata ai suoi viaggi, ai suoi studi, alla sua particolare antropologia - ha generato quel "mondo d'ombre" per raggiungere il quale Laura, con il suo eros scatenato, diventa il tramite. Ma raggiunto quel mondo d'ombre (che, allegoricamente, richiama il mondo d'ombre di ognuno di noi e dell'intera umanità) ecco spalancarsi la realtà del mondo "di luce" che ci circonda. Una "realtà delle cui angosce desideri difese finora ha soltanto letto...le grettezze le avarizie le invidie di quel mondo sono altrettanto sordide di quelle del suo, più disperate perché disperate le aspirazioni..."

Scopre cioè... no: siamo noi a scoprirlo... che il mondo odierno al centro della "civiltà delle cose", è un mondo di aspirazioni non solo disperate ma sordide. Con buona pace di tutti i cantori del 3° millennio, Ratzinger in testa.

Né l'eros, né la maternità sono più un modo di ri-generare la vita. "Neppure quella madre era un inizio, semmai un passaggio, una mutazione: da un archetipo irrecuperabile con nessun rito da nessuna memoria" E perfino tornando agli archetipi Andrea scopre che quella madre "non cavalcava affatto quel simbolo di mortalità, come egli aveva sempre creduto: lo partoriva"

Nell'atmosfera mortifera di una Venezia postmoderna, ad Andrea non resta che avviarsi a un ballo "di beneficenza" (quanti sono questi riti odierni intorno a idola falsi e bugiardi?). Va alla danza tenendo al braccio, naturalmente, la morte. E, quantunque quella sia vinta alla riffa soltanto da lui (per quella sera) non rimane alcun dubbio che tutti quei bellimbusti che credono di partecipare, anzi di fare, la storia, in realtà pagliacci travestiti da protagonisti, sono anch'essi all'ultimo ballo: la commare secca li aspetta per portarli, come il pifferaio di Hamlin, in fondo alla laguna. Quanto a lui, scoperta la verità, la guarigione dalla cecità - la sua nuova vita in mutazione - è un mare di domande senza risposta: nuova nebulosa del reale, come, forse, all'origine del mondo.

Ci ho visto questo, caro Piero, in Mutazioni. Dentro, naturalmente, una scrittura che più forte e raffinata non potrebbe essere, più diretta, più semplice, e insieme la più personale, e alta e densa di significati chiusi nello scrigno, anzi negli scrigni, di ogni frase, di ogni parola, di ogni verbo e di ogni sua subdola e significante coniugazione.

Una nuova scoperta, perciò. Una grande emozione di lettore. Un tramite anche questo...

Mario

E, infine, quando alle mie osservazioni in questo modo rispose:

Caro Mario, ...ciò che ti dicevo era che la tua lettura di "Mutazioni" mostrava una percezione diabolica, non soltanto in quanto ne avevi identificato il significato simbolico, aldilà delle descrizioni degli accoppiamenti, che erano (sono) un viaggio verso la morte, ma anche per l'identificazione del referente diciamo ideologico, il marxismo pessimista di Lévi-Strauss. Anche la lettura della vecchia signora è strepitosamente esatta e mi chiedevo chi altri sarebbe in grado di leggere il racconto come tu hai fatto. Il solo fu un mio amico di adolescenza che si occupava di cinema, recentemente scomparso. Prima di andarsene, mi dettò i segg. paragrafi, che se riesco ti accludo. Riguardo al tuo libro, mi è parso forse il più completo di quanti ne hai scritti finora, soprattutto in quanto le inclusioni del romanesco sono completamente inserite sia nella trama che nello stile, non più

alquanto esterne come nei romanzi precedenti. Avrei voluto dirlo e alzai la mano ma nessuno se ne accorse. Sarà per la prossima volta.

Piero Sanavio

Be', se permettete io m'accontento. E' come se il Maestro mi avesse appuntato una medaglia sul petto nudo. O no?